miércoles, 20 de enero de 2010

Opera - Opernhaus di Zurigo

Zurigo, Opernhaus, 1-2-3 gennaio 2010

Massimo Viazzo

Foto: Copyright Suzanne Schwiertz; Javier Camarena e Massimo Cavalletti- Il Barbiere di Siviglia; Janice Baird - Emily Magee Die Frau ohne Schatten - R. Strauss; Vittorio Gigolo e Carmen Giannattasio- Il Corsaro; David DQ Lee- Orlando; László Polgár- La Cenerentola.

ROSSINI. Il Barbiere di Siviglia. M. Cavalletti, S. Malfi, J. Camarena, R. Raimondi, M. Moody; Orchestra e Coro dell’Opera di Zurigo, direttore Nello Santi regia Cesare Lievi scene Mario Botta costumi Marina Luxardo.
Tre nuove produzioni e due riprese sono state proposte dall’Opernhaus di Zurigo attorno a Capodanno. Detto velocemente del nuovo Barbiere firmato da Cesare Lievi (divertenti alcune trovate, ma la scena incorniciata dai parallelepipedi aggettanti e rotanti di Mario Botta è parsa fin troppo severa) anonimo dal punto di vista vocale – segnalerei solamente la prestazione, un po’ alterna invero, del giovane tenore messicano Javier Camarena, un Conte d’Almaviva di timbro piacevole, di linea musicale, ma dalle agilità non nitidissime – e ancor più insipido musicalmente, con un Nello Santi impegnato anche nella realizzazione (plumbea) dei recitativi al cembalo, vengo subito ai due nuovi allestimenti di punta: Il Corsaro e Die Frau ohne Schatten.

VERDI Il Corsaro V. Grigolo, E. Moşuc, C. Giannattasio, R. Bruson, G. Scorsin; Orchestra e Coro dell’Opera di Zurigo, direttore Eivind Gullberg Jensen regia Damiano Michieletto scene Paolo Fantin costumi Carla Teti.
Damiano Michieletto (Il Corsaro) ha creato uno spettacolo di forte suggestione visiva in cui la presenza del mare non è stata soltanto evocata. Inondando il palcoscenico d’acqua e predisponendo un ambiente delimitato da pareti riflettenti il giovane regista veneziano ha presentato i personaggi, vagolanti già ad apertura di sipario, totalmente immersi nell’elemento equoreo, Corrado su una carcassa che richiamava il suo studio (con tanto di scrivania sghemba e poltrona capovolta) e Medora distesa sul letto nuziale, naufraghi di sé stessi nell’illusoria mutua ricerca. Giochi di specchi, luce, acqua, fuoco (memorabile la realizzazione dell’incendio provocato da Corrado nell’harem di Seid alla fine del secondo atto) restano impressi ancor più della recitazione, comunque curata. Vocalmente da lodare i due protagonisti Vittorio Grigolo e Carmen Giannattasio, generosi e volitivi, mentre qualche disomogeneità d’emissione ha in parte compromesso le «tetre immagini» della Moşuc peraltro in crescendo nel finale dell’opera, e a Renato Bruson non è bastato l’indubbio carisma scenico (anche se il suo Seid/Banchiere diffondeva chiari riflessi germontiani) per sopperire ad un mezzo vocale non più freschissimo.

R. STRAUSS Die Frau ohne Schatten E. Magee, J. Baird, B. Remmert, R. Saccà, M. Volle, R. Mayr, S. Trattnigg; Orchestra e Coro dell’Opera di Zurigo, direttore Peter Tilling regia David Pountney scene Robert Israel costumi Marie-Jeanne Lecca coreografia B. Vollack.
Nello spettacolo di David Pountney (Die Frau ohne Schatten) entra invece di prepotenza la psicanalisi, o meglio quella sorta di surrealismo psicanalitico che unito alla condizione di spaesamento dell’uomo moderno non può che rimandare ai collages di Max Ernst (evidentissimi se si esamina l’impianto scenico del terzo atto, con quella pedana circolare perennemente in movimento costituita appunto da un collage di elementi tra loro eterogenei). Pountney non pare interessato ad infarcire la trama di simboli o metafore difficili da decriptare, né tantomeno a far affiorare gratuitamente un qualche sottotesto. La narrazione resta sempre lineare e di immediata lettura in un’operazione indubbiamente chiarificatrice. Il dramma vissuto dalla coppia «umana» acquista così uno spessore inusitato riverberandosi sui turbamenti della Kaiserin in un vorticoso crescendo iniziatico che coinvolge tutti (pubblico compreso!) fino al sorprendente finale in cui ogni personaggio sveste l’abito di scena per festeggiare, con una punta di mestizia, il ritrovato eden della felicità originaria, la fine di un incubo, la fine di un sogno. A parte il Kaiser un po’ legnoso di Roberto Saccà la compagnia di canto ha retto benissimo l’impatto con l’immane partitura. Su tutti metterei il Barak umano di Michael Volle, caldo e timbrato, ma anche Janice Baird, una fragilissima Frau, Emily Magee, Kaiserin turbata e intensa, Birgit Rermmert, carismatica Amme (vera anima nera in palcoscenico) e Reinhard Mayr, solido Geisterbote, hanno convinto pienamente. Ottima la prova dell’orchestra del teatro guidata con senso drammatico e un certo gusto timbrico da Peter Tilling, assistente di Franz Welser Möst (responsabile primo della produzione), che ha impugnato la bacchetta, come si usa da queste parti, senza prove!

HÄNDEL Orlando D. DQ Lee, M. Janková, K. Peetz, R. Olvera, K. Wolff; Orchestra La Scintilla, direttore William Christie regia Jens-Daniel Herzog scene e costume Mathis Neidhardt.
La lettura registica più estrosa di questa tre-giorni zurighese resta appannaggio però di Jens-Daniel Herzog e del suo Orlando, ripresa dell’allestimento del 2006 che ha già trovato la via del DVD. Herzog ambienta la vicenda dell’eroe abbruttito dalle ansie d’amore su una «montagna incantata», sorta di ospedale psichiatrico per reduci di guerra e, onestamente, non ho riscontrato forzature né travisamenti. Il tutto poi condito da una recitazione curatissima che ha bilanciato le prove vocali non sempre perfette dei pur bravi solisti (sorprendenti i funambolismi di David DQ Lee, nel ruolo del titolo, controtenore canadese dalla voce non voluminosa, ma agilissima). Strepitosa poi la direzione di William Christie di cui si ammirava la concertazione limpidissima, flessibile nel tactus, timbricamente cangiante e dalle dinamiche sfumate. Pregevole la calibratura del «respiro», sempre vivo e palpitante, in un lavorio continuo di sagomatura della materia sonora.

ROSSINI La Cenerentola C. Bartoli, J. Osborne, C. Chausson, O. Widmer, L. Polgár, S. Guo, I. Friedli; Orchestra e Coro dell’Opera di Zurigo, direttore Muhai Tang regia Cesare Lievi scene e costumi Luigi Perego.
Ed eccoci alla Cenerentola della Bartoli. Sì, perché di «Cenerentola-della-Bartoli» si trattava! Una regia ormai vecchia di quindici anni (e, credo, anche pensionabile) e un gruppo di cantanti non più che affidabili, con un László Polgár in grave difficoltà con i virtuosismi dell’aria di Alidoro, facevano da corona alla diva di casa che, in effetti, ha saputo strappare più di un’ovazione al pubblico. I momenti patetici risultavano finemente cesellati, la coloratura tendeva alla spericolatezza (e alla frenesia), mentre l’artista, alle prese con una pantofola ortopedica indossata per lenire il dolore di una contusione occorsale al piede destro qualche giorno prima, si destreggiava in scena facendo miracoli di equilibrismo. Ma la voce in alto si rimpiccioliva inequivocabilmente, stimbrandosi invece nel registro più grave dove la cantante tendeva di frequente al parlato.

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