lunes, 8 de febrero de 2010

Il Campanello de Donizetti - Teatro della Fortuna, Fano

Foto: Torelliana 2010 - Campanello. ph Amati Bacciardi.
Recita con ballo del 6 febbraio 2010.
Giosetta Guerra

Gaetano Donizetti fu a suo tempo soprannominato Dozzinetti, perché si pensava (arbitrariamente) che la gran quantità di opere composte andasse a discapito della qualità. Tale soprannome, assolutamente sbagliato per l’arte compositiva del bergamasco in riferimento alle sue bellissime opere più conosciute, cade a fagiolo per Il Campanello, che, non è una vera opera, ma una farsa napoletana per lo più parlata con qualche pagina di musica frizzante, o presa in prestito da altre opere (il Brindisi di Enrico “Il segreto per essere felici” della prima edizione è tratto da Lucrezia Borgia – rimusicato da Donizetti per la seconda edizione, “Assisa ai pie’ d’un gelso” è la parodia della “Canzone del salice” dell’Otello rossiniano, la cavatina di Serafina “Quel guardo il cavaliere” è quella di Norina con lo stesso titolo da Don Pasquale, forse inserita nell’edizione fanese dal regista perché non è presente nel libretto delle due versioni), o costruita in stile rossiniano. E pensare che Donizetti nel 1836, anno del debutto de Il Campanello al Teatro Nuovo di Napoli, non era neanche un compositore di primo pelo, perché erano già uscite opere come Anna Bolena, L’elisir d’amore, Lucrezia Borgia, Maria Stuarda, Marin Faliero, Lucia di Lammermoor. Bisogna comunque riconoscere che lo stesso Donizetti compose Il Campanello con la consapevolezza che non si trattava di un’opera, ma di una farsa da regalare all’impresario e ai cantanti del Nuovo che navigavano in cattive acque, tant’è che ne scrisse anche il libretto, prendendo spunto dal vaudeville che lui aveva visto a Parigi “La sonnete de nuit” di Léon Lévy Brunswick, Mathieu-Barthélemy Troin e Victor Lhérie. (Quanta gente per questa quisquiglia!)
Dall'anno successivo, infatti, Donizetti rimaneggiò il tutto e sostituì i dialoghi parlati con recitativi in italiano, trasformandola nella versione conosciuta ai nostri tempi. La vicenda si svolge a Napoli. L’anziano farmacista Don Annibale Pistacchio sposa la giovane Serafina, innamorata – corrisposta – del giovane cugino Enrico un po’ farfallone. Il neo sposo all’indomani delle nozze deve recarsi a Roma, dove resterà un mese per impegni di lavoro. Enrico, deciso a impedire la consumazione del matrimonio, durante la notte suona di continuo il campanello del farmacista, che a quei tempi doveva restare sempre a disposizione dei pazienti, e si presenta in una girandola di travestimenti per chiedere medicine. La notte scorre in fretta e all’alba Don Annibale parte, sollecitato dal premuroso Enrico, senza neppure essere entrato in camera da letto.
Fano aveva già messo in scena questa farsa nel 1852 nel Teatro Comunale Provvisorio (dopo la chiusura della sala torelliana) con il baritono Davide Squarcia, il basso Pietro Mattioli e il soprano Augusta Storti e nell’agosto 1875 nell’attuale Teatro della Fortuna ricostruito da Luigi Poletti con i cantanti della compagnia di operette comiche diretta da Achille Lupi, prima donna Maria Frigerio. Questa nuova produzione ripropone, per la prima volta in tempi moderni, i dialoghi parlati con la parte del primo buffo in dialetto napoletano e quella dell’altro buffo in italiano e in francese.
In palcoscenico sono veramente tutti bravi sia nel canto che nella recitazione.
Il baritono Alfonso Antoniozzi, vero animale da palcoscenico, deve sprecare la sua bella voce nel ruolo in prevalenza parlato di Don Annibale e il baritono Roberto De Candia ha gestito con grande padronanza una voce ampia, ricca e robusta anche nel vorticoso sillabato dell’aria di bravura di Enrico, Stefania Donzelli (Serafina) ha esibito una voce scintillante di soprano leggero, il mezzosoprano Elena Bresciani (Madama Rosa) canta poco e Martino D’amico nelle vesti di Spiridone è attore non cantante.
Il regista Mauro Avogadro predilige giustamente una recitazione enfatica e caricaturale che diventa debordante nelle esternazioni dei bollori erotici di Madama Rosa, la madre della sposa invaghita del genero o forse d’accordo con Enrico per non far congiungere i novelli sposi, dilata gli spazi dell’azione dietro un velatino posto sul fondale per lasciar vedere personaggi e movimenti in contemporanea all’azione di palcoscenico, fa sedere il coro del Teatro della Fortuna - Mezio Agostini preparato da Angelo Biancamano ai lati del palcoscenico, che è al centro occupato da un bancone di farmacista. Lo scenografo Salvatore Simone ha puntato sull’essenzialità delle scene, la costumista Serena Magi si è rifatta alla moda degli anni ’50, riconoscibile soprattutto negli abitini estivi delle donne (invece di spendere i soldi, potevano ripescarli dagli armadi delle loro mamme). Il tutto sfumato o esaltato dalle luci di Emiliano Pascucci. Tali scelte, pur avendo mantenuto la freschezza e la leggerezza della farsa, non hanno fatto capire che si trattava di una festa di nozze con invitati. E poi Don Annibale era troppo giovane e aitante…anche a petto e gambe nudi. Proprio incontentabile questa Serafina…
Matteo Beltrami ha diretto con impegno l’Orchestra Sinfonica G. Rossini e gli orchestrali, oltre ad assolvere bene il loro compito, si sono anche divertiti, come si è divertito il pubblico.
Il fatto è che questa non è la grande opera di carnevale annunciata dal programma, ma uno scherzo di carnevale, seguito da un ricco buffet e dalle alte sonorità della discomusic all’interno dell’elegante classicità del Teatro della Fortuna.

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