martes, 12 de abril de 2011

Gregorio Nardi, il pianista-poeta. Museo del Bargello, Firenze

Foto: Gregorio Nardi - Museo del Bargello, Firenze

Massimo Crispi

Gregorio Nardi, il pianista-poeta. Firenze, Museo del Bargello e Palazzo Pitti, aprile 2011. Ci si imbatte ogni tanto nella vita in congiunzioni astrali davvero particolari. E in queste occasioni può succedere di fare delle scorpacciate di autentica bellezza. Anche rischiando la sindrome di Stendhal, a volte, pur se io ci credo poco, di bellezza non si muore mai, semmai si muore del contrario, e se ci fosse più bellezza intorno a noi vivremmo certamente meglio. Lo dice anche un nostro uomo politico, un nanetto molto di moda in questi ultimi anni, che di bellezza pretende di intendersene... Anche se poi, a giudicare da ciò che si vede e si sente e si legge su di lui, mi sa che della bellezza proprio non ha la più pallida cognizione, quel pover'uomo che per sembrare più bello si dipinge sul cranio i capelli che non ha e si riempie di belletto per avere un'aria più sportiva e giovanile, dispensando consigli di bon ton (!) anche a chi non glieli richiede. Patetico. Il mondo è, purtroppo, pieno di sventurati che non la sanno riconoscere, la bellezza, e non riconoscendola talora la distruggono, come i bambini distruggono i balocchi e poi frignano quando il balocco s'è rotto. Non è il nostro caso, naturalmente, e per nostra buona sorte, e speriamo anche che qualche bambino minaccioso e dispettoso non ci rompa in futuro i nostri balocchi. Ma non divaghiamo... Per godere dell'evento miracoloso, certo, bisogna trovarsi nel luogo giusto e al momento giusto. Nella prima decade di aprile di questo 2011 la congiunzione astrale assai fortunata si è materializzata a Firenze: abbiamo assistito a ben tre concerti in due luoghi che trasudano bellezza da ogni angolo, il Museo del Bargello e il Palazzo Pitti, con tre programmi intelligenti e affascinanti, tutti e tre (!) di un pianista fiorentino di cui bisogna parlare a lungo per capire che tipo di persona e di artista egli sia. E anche per comprendere il perché di quei programmi in quei posti. Chi non ha mai sentito suonare Gregorio Nardi non può avere idea di quanti timbri, quante espressioni e quanti colori possa produrre un pianoforte. Come intende il pianoforte e il pianismo quest'artista dalle cento sorprese è infatti il vero viatico che ogni volta costui rilascia a un pubblico in estasi: bocca baciata non perde ventura, anzi rinnuova come fa la luna, seguendo le tracce di Boccaccio. E Nardi bacia e ribacia la tastiera incessantemente, ma non in quella maniera ruffiana e superflua alla Allevi, ennesimo prodotto per adolescenti di un mondo finto e plastificato dove a qualsiasi cocuzza vengono attribuiti bellezza e talento. No. Gregorio Nardi bacia ogni tasto del pianoforte colle sue dita e con ulteriori e invisibili mani-fantasma, trae suoni, timbri, colori, fraseggi, profondità, piani paralleli, inclinati, intersecanti, suoni vicini e suoni lontani, vibrazioni che attraversano veli invisibili che ne attutiscono l'impatto, suoni che esplodono, tremori sotterranei, squilli argentini, voci che rimbalzano sulle statue di Michelagelo e Giambologna per poi arrivare alla catena degli ossicini dell'orecchio interno di ciascuno di noi, trasmettendoci quest'universo variegato, come un miracolo proveniente dagli strumenti che lui suona in maniera mirabile e come se fosse la cosa più normale del mondo. E ci racconta delle storie, Nardi, storie fatte di incontri, di aneddoti, di visioni... ci narra di dipinti che Liszt vide al Palazzo Pitti, ci parla di come quel tale o talaltro compositore scrissero quel brano, in che condizioni, chi incontrarono, cosa inventarono, che cosa o chi li ispirò. The Gregorio Nardi Experience sembra complicatamente semplice, ma è una full immersion nel mondo della bellezza, quella di cui si parlava in apertura, quella che ogni volta si rinnuova, in fiumi di note e di conversazioni che si vorrebbe non finissero mai, nel suo salotto elegante e accogliente, un salotto dove si viene messi a proprio agio per ascoltare il pifferaio di Hamelin che ti trascina con sé.


Perché i concerti di Gregorio Nardi, che pur non sono fruibili nelle per lo più inamidate stagioni ufficiali delle grandi società concertistiche fiorentine ma, fortunatamente, si possono ritrovare in microstagioni di società che delle sorelle maggiori sono spesso più frizzanti e interessanti - anche se falcidiate da tagli sconsiderati da parte di chi ci governa, per i quali probabilmente la cultura è uno sciocco hobby di sinistra - , questo sono: una gettata di semi di bellezza, perché possano mostrare un percorso a chi ascolta, per saper riconoscerla, coltivarla e propagarla a sua volta, oltre all'immediato godimento della stessa per chi suona e per chi sente. E senza il pericolo di sindromi stendhaliane... Un'orgia? Forse... un'orgia acustica colla partecipazione degli spettri di Mozart, Liszt, Beethoven, che certamente aleggiavano intorno al pianista, richiamati e sedotti attraverso la sua evocazione, familiare, amichevole, devota, e che gli hanno guidato le mani gioiosamente e, nessuno me lo leva dalla testa, partecipando attivamente e invisibilmente sulla tastiera. Se stiamo dietro alla fisica quantistica, forse potrebbe essere possibile in un'altra dimensione. Ci divertiamo a immaginarlo.


Il concerto del Bargello, ultimo della mini stagione cameristica "Così fa Mozart" organizzata con mille difficoltà da FLAME, di cui Nardi è codirettore artistico, aveva un programma costruito un po' come i "Quadri di un'esposizione". Forse ispirato dal magico luogo fiorentino, coll'esposizione dei capolavori della scultura rinascimentale del salone Michelangelo, il percorso illustrato da Nardi proponeva alcuni "quadri" meno frequentati della storia della musica - la sonata K570 di Mozart, la sonata op. 90 di Beethoven, e quattro pezzi di Liszt: "Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen" su tema di Bach, "Les jeux d'eaux à la Villa d'Este", "Ich weil' in tiefer Einsamkeit (da Lassen), e la Parafrasi sul Don Carlos di Verdi. I "quadri" erano collegati, e non senza ragioni timbriche e geografiche, da una serie di "Passeggiate" quasi epigone di quelle di Mussorgski, i brevi e suggestivi brani di Kurtág, Hommage à Jehuda Elkana, Gebürtstagsgruss für Kurt Wölfel e Gebürtstagsgruss für Nuria, Un brin de bruyère, Studie zu Buchners "Lenz", Aus der Ferne IV e ...emlékek, kicsi ólomkatonák. Le sonorità cupe del registro grave del pianoforte, soprattutto nei brani della seconda parte, erano ben associate alle sonorità gravi dei brani di Liszt che, come ha spiegato Nardi, introdusse un'attenzione verso queste sonorità nel mondo slavo, e che nella Parafrasi del Don Carlo sono assolutamente evidenti. La sonata di Mozart: il metamorfico pianismo di Nardi, invasato dallo spirito di Wolfgang Amadé, si è scatenato nella leggiadria più totale e articolata dell'allegro iniziale, abbandonandosi successivamente alla soave elegia dell'adagio, dove quasi sembrava di percepire a tratti le malinconiche atmosfere delle "Nozze" ("Porgi amor" o "Contessa, perdono") o del terzetto di "Così fan tutte", per scatenarsi in un palcoscenico affollato da personaggi in dialogo perpetuo nell'allegretto, immaginandosi un'orchestra che c'era pur non essendoci. Un'esperienza. La sonata di Beethoven... la lettura di Nardi scopre un Beethoven diverso, quasi schumanniano, con leonine zampate romantiche premonitrici e travolgenti, senza per questo essere fuori stile, tutt'altro, anzi facendo venir fuori delle voci che in altre letture, appiattite su un'accademismo sterile (Beethoven è considerato intoccabile), non avevo mai sentito sortire. Appassionata e coinvolgente. Ma i pezzi forti, senza nulla togliere ai precedenti, per un pianista come Nardi non potevano essere che i pittorici brani di Liszt. Qui l'artista Nardi ha colorato di ogni sfumatura possibile i giochi d'acqua alla Villa d'Este, aprendo porte su altre dimensioni, disvelando ninfe e divinità acquatiche e tutti gli stati dell'acqua, dal vapore al getto sottile, alle gocce, allo scroscio, alla cascata, alla nebbia, mostrando come siamo abituati ad ascoltare Liszt eseguito freddamente, tecnicamente, e non sia invece mostrato da un punto di vista molto vicino alle arti figurative, alla pittura in particolare. La splendida e complessa Parafrasi dal Don Carlos di Verdi ha concluso un programma ricco e insolito, pieno di spunti per approfondire. I due concerti al Palazzo Pitti, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell'unità italiana, erano interamente lisztiani, e c'era una precisa ragione. Innanzi tutto, visto il tema della rassegna, ossia la celebrazione dell'Italia, i due programmi scelti erano soprattutto formati da parafrasi su opere e musiche di autori italiani, come l'Aria dallo Stabat mater: Cujus animam (Rossini), le Réminiscences des Puritains: Variations sur A te o cara (Bellini), Parafrasi da concerto su Rigoletto (Verdi), la stessa del Don Carlos e Les jeux d'eaux de la Villa d'Este di due sere prima, Agnus Dei de la Messe de Requiem de G. Verdi, le splendide Réminiscences de Boccanegra, dove all'inizio Nardi faceva quasi sentire e vedere le onde del mare di Genova, e il Sonetto di Dante "Tanto gentile e tanto onesta pare" (da Bülow). Seconda e terza scorpacciata di bellezza nella neoclassica Sala delle Statue di un museo tra i più ricchi e importanti d'Italia, la Galleria d'Arte Moderna.


Riportare Liszt in queste sale, ha fatto notare Gregorio Nardi, aveva un senso particolare perché lui c'era già stato, ospite dei granduchi di Toscana, e sicuramente si era ispirato alle pitture della collezione dei granduchi, i paesaggi romantici, i ritratti... Tra l'altro in questa galleria ci sono anche ritratti di personaggi fiorentini che il compositore aveva conosciuto personalmente. Lo spirito di Liszt, che Nardi ha ripetutamente chiamato, ha alla fine, anche qui, posseduto lui stesso e il pubblico. Impossibile immaginare la multiforme teatralità delle parafrasi lisztiane nell'interpretazione del pianista, che ne ha esaltato l'opulenza timbrica e i fraseggi, e, last but not least, gli olimpici finali di queste parafrasi, che, come ha sottolineato Nardi nei suoi aneddoti e nei suoi racconti, vogliono dare sempre un lieto fine anche quando le opere originali terminano in tragedia: era insita nella personalità di Liszt, questa generosità. E l'interessante proposta del sonetto di Dante, di rarissima esecuzione, era per più ragioni legata a Firenze: in primis per il testo di Dante, che come poeta per la musica fu pure assai poco considerato, anche se l'Inferno aveva ispirato varie composizioni dello stesso Liszt, la Dante Symphonie, etc. Ma soprattutto perché la musica di questo sonetto era di Bülow, il primo genero di Liszt, che si era rifugiato a Firenze per trovare un po' di pace dopo il movimentato matrimonio con la figlia di lui, Cosima, e che in quella città provinciale aveva portato un po' di sano cosmopolitismo culturale, facendo affluire compositori, musicisti e artisti che intorno alla sua figura si muovevano. La composizione di questo sonetto fu ispirata dal mancato matrimonio con una nobil signorina fiorentina, che durante un allontanamento di Bülow da Firenze preferì convolare a giuste nozze con un nobiluomo genovese, così riferisce Nardi. Bülow ci rimase assai male e scrisse di getto la musica per il famoso sonetto di Dante, che però ripudiò come musica orribile. Ma l'ex-suocero la lesse e nella stessa giornata gli donò la sua parafrasi, facendogli dire che anche la musica più brutta nelle mani di Liszt si trasforma in oro. Finale travolgente con una delle più fantastiche e teatrali parafrasi lisztiane, la Parafrasi dal Rigoletto: Bella figlia dell'amore. E qui, ascoltando queste note, non posso fare a meno di ripensare a un film dove quel quartetto è immortalato, sempre a Firenze: "Amici miei" di Monicelli... Chissà quando avremo un'altra congiunzione astrale così feconda. Speriamo presto.

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