martes, 20 de julio de 2010

Il Barbiere di Siviglia - Teatro alla Scala, Milano

Foto Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

Roberta Pedrotti

Si comincia con un rocambolesco cambio di direttore a pochi giorni dalla prima e per un istante si teme per l’esito diquesta ripresa del Barbiere di Siviglia, concepita sotto i migliori auspici (cast lussuoso, allestimento amatissimo di Ponnelle). “Per la sopravvenuta impossibilità del consolidarsi di un sereno e costruttivo rapporto di lavoro, il maestro Jean-Christophe Spinosi, di comune accordo con la Direzione della Scala, ha deciso di lasciare la produzione del Barbiere di Siviglia", così recita il comunicato stampa ufficiale e così allo specialista francese del barocco, che in Rossini già ci aveva lasciati perplessi in passato, sopraggiunge Michele Mariotti, al suo debutto scaligero. Debutto felicissimo, tanto che, dati i risultati conseguiti in pochissimi giorni, rimpiangiamo solo che abbia potuto seguire lo spettacolo fin dalla sua nascita; anche così, però, il trentunenne pesarese si è messo in luce come l’elemento trainante e forse più interessante dell’intera produzione. Nella replica di giovedì 15 giugno alla quale abbiamo assistito ha saputo imprimere alla recita un ritmo fluido e brillante, senza un istante di cedimento ma anche senza inutili frenesie, si è adattato alla perfezione alle esigenze dei cantanti e del palcoscenico senza rinunciare a soluzioni personali in molti dettagli cesellati con grande finezza musicale. L’ouverture e il temporale offrono un bel saggio di come si possa offrire una lettura originale senza andare contro lo spirito dell’opera, con bella morbidezza e varietà di dinamiche, interessanti equilibri timbrici, elegante disinvoltura nell’arte del rubato e del colore: tutte qualità confermate in ogni numero della partitura, presentata per la prima volta nella nuova versione dell’edizione critica di Alberto Zedda.

Giova ricordare che l’edizione finora in uso era in realtà più che altro un riordino del materiale Ricordi relativo alla prima scaligera del 1820 alla luce anche dell’autografo; ora un lavoro filologico più completo è stato intrapreso e pubblicato contemporaneamente e in chiara rivalità da Philip Gossett (Baerenreiter) e dallo stesso Zedda (Ricordi-Fondazione Rossini). In attesa di consultare queste nuove edizioni e di osservarne divergente reciproche e rispetto alla precedente in uso, notiamo già più d’un dettaglio – soprattutto orchestrale, come l’accompagnamento della Cavatina del Conte affidato principalmente alla chitarra – differente da quanto eravamo abituati ad ascoltare. Fra novità musicologica e cambio di bacchette poteva essere comprensibile qualche piccola sbavatura, ma fatti salvi un paio d’impercettibili istanti di minor sicurezza possiamo dire che fra gli spettacoli cui abbiamo assistito si è trattata di una delle migliori prove orchestrali e direttoriali della storia operistica recente della Scala. Qualche distinguo si può fare, piuttosto, proprio per il cast vocale, che pure presenta nomi d’indiscutibile prestigio, primo fra tutti quello di Joyce Didonato, forse la migliore Rosina oggi in attività. E il mezzosoprano di Kansas City non smentisce la sua fama quanto a squisita musicalità, gusto e stile, fantasia nelle variazioni, spirito nel canto e nel gesto che, è inevitabile, conquistano immediatamente la sala. Il confronto ormai è pressoché solo con se stessa e, lo confessiamo, rispetto ad altre recite abbiamo riscontrato una certa prudenza, per quanto intelligentemente risolta secondo coerenza filologia ed esecutiva, poiché le variazioni sono verosimilmente scelte fra quelle d’autore riportate nell’apparato critico e il gioco di rallentandi e messe di voce per cui opta è indubbiamente giustificato e suggestivo. Le due arie sono interpretate con l’arte che le conosciamo, mentre altrove (le colorature del terzetto finale e il finale secondo) la coloratura accusa una certa stanchezza, un debito d’appoggio, forse dovuti anche al caldo tropicale di questi giorni.

Al suo fianco abbiamo ascoltato un giovane in ascesa come Lawrence Brownlee, che sarà a breve Don Ramiro nella Cenerentola a Pesaro: figura fresca e accattivante di innamorato trasognato e tuttavia deciso, è vocalista attento e preciso, anche se non impeccabile, che risolve con una certa disinvoltura ma senza fuochi d’artificio il rondò “Cessa di più resistere”, nel quale opta per alcune variazioni semplificative come lo spostamento delle semicrome dalla U alla E della parola Crudeltà (troveremo ache questa possibilità in edizione critica?). Quel che più conta, però, è che questa pagina dovrebbe affermare il protagonismo del Conte d’Almaviva, cui l’opera fu intitolata inizialmente non solo per convenienza, e la sua autorità di Grande di Spagna: Brownlee per colore e tessitura, piuttosto centrale, potrebbe essere un interprete attendibile del ruolo, se l’espansione della voce, necessaria in più momenti e limitata anche per natura, trovasse quella punta che le consentisse di correre maggiormente in sala, come appare evidente nell’acuto, spesso compresso in risonanze nasali. Attendiamo di riascoltarlo al Rof per confermare o smentire quest’impressione. Nessun problema, invece per Franco Vassallo, che non sarà un belcantista indimenticabile, ma è uno schietto baritono che s’inserisce con sicurezza nella tradizione con un Figaro sonoro e comunicativo. Ed eccellente senza riserve il Don Bartolo di Alessandro Corbelli, artista completo, attore formidabile che con uno sguardo, con un’impercettibile inflessione della voce disegna un tutore bieco, infido, ma non viscido, non caricaturale, profondamente, teatralmente vero. Il suo “A un dottor della mia sorte” non teme confronti proprio per il carattere che infonde al personaggio, ad ogni parola: basterebbe vederlo e ascoltarlo nelle sole “Non parlate? Vi ostinate?” o in qualunque recitativo. Il duettino “Pace e gioia” ci permette ancor più di apprezzarne il sillabato chiaro e preciso, il gusto per il testo che permea ogni nota, peraltro emessa con timbratura ancora tornita e tecnica sopraffina. Più in ombra il Basilio di Alexander Tsymbalyuk, voce ancora in attesa di completa rifinitura, e al solito impagabile come attrice ma assai discutibile come cantante (ed è un peccato, perché le spetterebbero acuti fondamentali nel finale primo) la Berta di Giovanna Donadini. Fiorello è Davide Pelissero e l’Ufficiale – sia detto a suo onore, una delle voci più sonore dell’intera produzione – Ernesto Panariello, mentre Ambrogio è recitato da Gilberto Fusi. I recitativi sono accompagnati dal solo fortepiano senza cello e contrabbasso, che filologia consiglierebbe ma non impone, ma con adeguata teatralità da James Vaughan. Bene, al solito, il coro preparato da Bruno Casoni, come l’orchestra, di cui si è detto. Resterebbe da riferire della messa in scena, se ci fosse ancora qualcosa da aggiungere alla gloria meritata di Jean-Pierre Ponnelle. Allestimento storico e intramontabile che non sembra conoscere gli effetti del tempo, un vero monumento del teatro musicale che è sempre una gioia poter rivedere. Una gioia che auguriamo a tutte le generazioni future. E il pubblico, numerossissimo, è comprensibilmente entusiasta: merito di Rossini, certo, ma anche di chi sa come interpretarlo, nella musica e nella scena.

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