viernes, 16 de julio de 2010

RAVENNA FESTIVAL: BETULIA LIBERATA DUE VOLTE (JOMMELLI)

Foto: Ravenna Festival

Giosetta Guerra
Basilica di Sant’Apollinare in Classe:
Betulia liberata di Niccolò Jommelli.
Oratorio in sauna (5 luglio)

L’Ouvertura in tre tempi di Betulia liberata di Jommelli è scorrevole e frizzante con suggestivi interventi dell’oboe, del corno da caccia, del cembalo, di un violino solo, della viola da gamba.
Ogni aria ha un’introduzione di diversa natura in base agli affetti e una coda. Nella prima aria di Ozìa (“D’ogni colpa la colpa maggiore”) l’introduzione è briosa, nell’altra più lunga è prima brillante poi densa poi danzante con arricchimenti strumentali, in quella cantabile di Carmi “Non hai cor” è delicata e riservata agli archi, in quelle cantabili di Giuditta è leggera e piacevole in “Del pari infeconda” e pacata in “Ah non più vi chiami il pianto”, in quella di Achior “Te solo adoro” è distesa e in quella di bravura di Carmi “Quei moti che senti” è agitatissima con arcate frizzanti.
I recitativi sono per lo più sostenuti dal basso continuo, ma nei momenti più drammatici è l’intera orchestra che li accompagna. Sul piano esecutivo la parte migliore dell’oratorio tenutosi nella magnifica Basilica di Sant’Apollinare in Classe è stata l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, diretta dal M° Riccardo Muti, che ha fatto arrivare la bellezza della musica ad un pubblico tormentato da una cappa infernale di caldo e di afa dentro una chiesa con le porte chiuse e piena di superfari per le riprese audio-video.
Segue a stretto giro il Philarmonia Chor Wien, preparato da Walter Zeh, un magnifico insieme di 35 elementi, che fa pochissimi interventi eppur sufficienti a far emergere la compattezza e la pienezza del suono. La parte meno soddisfacente è rappresentata dai cantanti, che forse per le temperature insopportabili, forse per l’acustica poco felice dell’ambiente (nonostante la magnificenza cromatica del catino absidale della basilica, in un teatro sarebbe stato meglio), forse per l’inadeguatezza dell’opera alle loro corde vocali (occorrevano voci più piene e con maggior destrezza nell’articolazione delle parole) hanno solo in parte soddisfatto l’ascolto. Intanto nessuna parola è uscita di bocca in modo comprensibile neanche nei recitativi, i suoni erano udibili in base alla veemenza di emissione.

Antonio Giovannini, nel ruolo di Ozìa che richiede una voce contraltile, è un controtenore con registro di soprano, quindi meglio chiamarlo sopranista; nonostante uno spessore modesto ed una zona centrale un po’ vetrosa, il cantante ha rivelato un corretto modo di porgere, una buona estensione con bassi naturali e non costruiti di petto, pulizia e naturalezza d’emissione in zona acuta, agilità nei trilli e nelle puntature acute (“D’ogni colpa la colpa maggiore” “Se Dio veder tu vuoi”). Laura Polverelli, nelle vesti di Giuditta che dovrebbe essere un soprano, è un mezzosoprano chiaro, che, nonostante la buona volontà interpretativa, non è stata tecnicamente soddisfacente, come lo è stata recentemente nel “Flaminio” a Jesi. Dal fondo della chiesa dove io mi trovavo ho sentito mezze voci quasi senza suono, gravi intubati, esplosione di suoni gonfiati (“Del pari infeconda”), articolazione forzata delle sillabe nei recitativi (“Che ascolto, Ozìa”), linea di canto disomogenea, dai pianissimo quasi vuoti ai rigonfiamenti dei suoni acuti (“Udite: Appena di Betulia”). Peccato perché la Polverelli è una brava artista. Dmitri Korchak (Carmi), un tenore opaco dal suono impastato “Non hai cor”, ha una voce ibrida dal brutto timbro, ma tecnicamente è preparato nell’eseguire le agilità (“Quei moti che senti”). Poco controllata l’emissione vocale del basso Vito Priante (Achior), che ha esibito una voce morchiosa e poco aggraziata nel recitativo “Ubbidirò”, mentre nell’aria distesa “Te solo adoro” è emerso il bellissimo colore scuro che conoscevo, una voce timbrata e vibrante, ma coperta dall’orchestra. In teatro ci avremmo guadagnato tutti.

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