
Foto: Tatiana Monogarova (Tatiana) y Andrej Dunaev (Lensky)
Credito: Damir Yusupov
Opera-Musica Foto: Die Feen - Wagner - Théâtre du Châtelet, Paris - 04/2009(c) Marie-Noëlle Robert.

Foto: Mireille Asselin (soprano, Theodora)
Foto: Ewa Podles
Foto: Marcelo Alvarez ( Maurizio), Micaela Carosi (Adriana)Roberta Pedrotti
Il Regio di Torino chiude il bilancio in attivo, non solo artisticamente, ma anche economicamente. Qualità, quantità e una gestione virtuosa si sono felicemente sposate in un teatro che vorremmo considerare un esempio più che una mosca bianca. Purtroppo l’annuncio si chiude con una nota di pessimismo in previsione del prossimo anno. Infatti, nonostante una stagione sempre ricca e interessante, ma costruita tenendo ben presenti le esigenze del portafoglio, i nuovi tagli al FUS e la politica del ministero per i bene e le attività culturali mettono a serio rischio la possibilità di chiudere il prossimo bilancio non solo in attivo, ma anche in pari. Una situazione emblematica, perché realtà come queste, ovvero una delle pochissime fondazioni nostrane a poter ambire a un reale respiro europeo, andrebbero invece incoraggiate e favorite. Anche il successo fragoroso di questa eccellente Adriana Lecouvreur, ultimo titolo di un cartellone che ha offerto tanti motivi di soddisfazione, conferma quanto la qualità paghi e come ogni singolo elemento della produzione – in buca, sul palco, dietro le quinte – sia fondamentale per l’esito finale di uno spettacolo. Anche e soprattutto per un’opera come questa, tradizionalmente legata a grandi voci e, massime, a una primadonna carismatica. Opera strana, l’Adriana, decisamente crepuscolare, in bilico fra finezza e cattivo gusto, con un libretto spesso incoerente del velleitario dannunziano Colautti (che però ci ammanisce in Acerba voluttà una delle pochissime arie in forma di sonetto) e il melodismo spesso facile di Cilea impregnato però di preziosità strumentali. Preziosità che a Torino non abbiamo mancato di delibare stilla a stilla, ma che Renato Palumbo sia un direttore del massimo valore lo scrissi già dieci anni fa su queste pagine, quando era un giovane di belle speranze con sulle spalle un’intensa gavetta all’estero. Da allora non ha deluso. Qui poi si mette in evidenza, come già nella Lucrezia Borgia e nel Trovatore, come la collaborazione con Marcelo Alvarez porti il tenore a ottenere i migliori risultati, valorizzando la malia del timbro e la sua natura lirica, limitando invece l’esuberanza talvolta eccessiva che, per esempio, nella recente Tosca parmigiana l’ha fatto apparire troppo guascone, se non gigione. A Torino no, mai. La dolcissima effige e L’anima ho stanca sono cesellate su un impalpabile e prezioso tappeto sonoro con accento schietto e comunicativo, ma mai scontato o strappa-applausi. Al contrario, mentre la sua vocalità lirica si espande con sonorità tale da permettersi d’approcciare questo ruolo drammatico, emerge vivissimo il ritratto del dandy seduttore Maurizio di Sassonia, afflitto da profondo taedium vitae. Anche la femminilità opulenta di Micaela Carosi ha modo di mettersi in risalto, anche lei trova nell’orchestra sostegno e stimolo coloristico e coglie accenti toccanti soprattutto in Poveri fiori, non mancando d’emozionare nell’invettiva di Fedra. Appare anche attenuata, in questa occasione, la sensazione frequente di potrei ma non voglio, ovvero di non completo sfruttamento di tali mezzi vocali, che talvolta suscitano le prove della Carosi, che è invece in quest’occasione una personale e completa Adriana. Marianne Cornetti difetta forse della sensualità della principessa di Bouillon, ma la voce è rara e dorata, di autentico mezzosoprano lirico spinto; viceversa il canto di Alfonso Antoniozzi è tutto al servizio del personaggio e il suo Michonnet è semplicemente un capolavoro e tocca al cuore con la sua discreta umanità. Fra i comprimari spicca il giovane e assai talentuoso Simone del Savio, che canta con eccellente timbratura e grande facilità la parte del principe di Bouillon: finalmente un giovane autentico basso baritono solido e timbrato! Insieme a lui citiamo i perfetti Luca Casalin (Chazeuil) e Carlo Bosi (Poisson), poi Diego Matamoros (Quinault), Patrizia Porzio (Dangeville) e Antonella De Chiara (Jouvenot). Splendido, pur nell’esiguità della parte, il coro, e ancor più l’orchestra, che coglie il risultato migliore della stagione insieme a quello dell’Italiana in Algeri con Bruno Campanella. Lì era un freschissimo Franciacorta, qui un Barolo o un Chianti profumato; preciso e brillante, il complesso torinese ha saputo esaltare dettagli strumentali che, nel caso dell’Adriana, rivelano persino suggestioni d’oltralpe, sempre naturalmente reinterpretati dalla Musa lirica di Cilea. Resta lo spettacolo di Lorenzo Mariani, illustrativo ma non troppo, elegante ma non troppo rifinito nella recitazione (la Bouillon potrebbe evitare di sbracciarsi come una diva del muto). Funzionale e tutto sommato piacevole, tale da consentire la piena espressione delle virtù, controverse ma ben vive, dell’Adriana, che difatti è stata salutata da ovazioni clamorose per tutti i musicisti.
Foto: Cinzia Forte (soprano-susanna)
Le Nozze di Figaro, se presentó en el Teatro Real de Madrid una nueva producción Emilio Sagi, quien además se encargo de la dirección escénica de la misma. Las escenografías, diseñados por Daniel Bianco y los vestuarios por Renata Schussheim, son tradicionales y sitúan el ambiente de la obra de un ambiente típico de Andalucía del siglo dieciocho, con un colorido y sencillo marco, bien iluminado, como si se tratase de una escena salida de una pintura de Goya. La dirección escénica fue entretenida y detallada como a Sagi le gusta con mucha dinámica y movimientos. La primera escena se desarrollo en un patio andaluz, con bailables de flamenco, en una amplia recamara y el salón de un palacio, y el ultimo acto en un opulento jardín con fuente y árboles.
Los dos elencos conformados para la ocasión, contaron con cantantes de altísimo nivel, como en este caso: en el que el papel de Fígaro fue interpretado por un seguro y divertido Luca Pisaroni, de grata tonalidad en su timbre, buena dicción y elegante fraseo.
El Conde Almaviva fue interpretado por el francés Ludovic Tézier quien interpreto un arrogante personaje, algo rígido por momentos en su desempeño escénico, pero de una impecable línea de canto y vistosa musicalidad.
La mejor interpretación vocal y escénica provino de Barbara Frittoli como la Condesa. Considerada una especialista en la interpretación de papeles de Mozart, Frittoli, actúo con distinción y elegante aspecto, y cantó sus arias con seguridad y sutileza. Mostrando un colorido y homogéneo timbre.
La mezzosoprano Marina Comparato, dio vida y alegría al personaje de Cherubino, que interpretó con su voz de interesante tono oscuro, dúctil, ágil y emocionante.
Isabel Rey, tuvo un destacado desempeñó vocal como Susanna, particularmente por sus luminosos y radiantes agudos, aunque lució poco convincente en su interpretación escénica.
El elenco lo completaron los legendarios: Raúl Gimenez como el malicioso Basilio, y Carlos Chausson, como un astuto Bartolo de voz profunda. Ambos con significativas interpretaciones.
Jesús López Cobos, condujo a la orquesta poniendo énfasis los momentos más musicales y dinámicos contenidos en la partitura, con buena dinámica a pesar de un inicio lento.
Fotos: Ramella & Giannese © Fondazione Teatro Regio di Torino
Fotos: Arturo Chacón-Cruz (Hoffmann) y Désirée Rancatore (Olympia)
Como Hoffmann, el tenor mexicano Arturo Chacón-Cruz, caracterizó un juvenil personaje, atrevido en la manera segura de afrontar el papel. Su voz es de tonalidad clara y de agradable y colorido timbre, que manejo con adecuada proyección y dicción francesa. Como los cuatros personajes maléficos, el baritono Alfonso Antoniozzi, fue un actor vivo y lleno de energía que cantó correctamente. La soprano Désirée Rancatore, recreó su conocida caracterización de Olympia, deliciosa, vocalmente ágil, y siempre en tono con sobreagudos generosos. Rafaella Angeletti otorgó al papel de Antonia calor y emoción, y Nino Surguladze fue un correcto Nicklausse en lo vocal, pero en lo actoral, de poca gracia. La mezzosoprano Mónica Bacelli dio vida al personaje de Giulietta con voz expresiva que la llevó a cantar los momentos intensos, dramáticos, y ligeros de su personaje con acierto.
Foto: Ken Howard
En la parte vocal, el papel protagónico fue encomendado a la soprano Sylvie Valayre, cuya prestación fue sobresaliente y ampliamente satisfactoria. Su concepción del personaje contó con dos vertientes que se deben resaltar individualmente, pero que son igualmente importantes, y en conjunto constituyen su legítimo éxito artístico: la actoral y la musical. Escénicamente, su concepción es la de una extrovertida, expresiva y seductora Tosca, que es a la vez es romántica y frágil, una idea más cercana a cómo se describe al personaje en la obra original de Sardou. Esta idea dotó al personaje de un carácter más humano y creíble, y es totalmente opuesta a la visión tradicional en la que Tosca es representada como un personaje temperamental, furioso, que mata por rencor. La otra vertiente es la musical, en la que Sylvie desplegó una voz de buena proyección, pareja en todo los registros, y con una tonalidad que tiende a oscurecerse en su registro alto, en los momentos de más exigencia y dramatismo de la obra, pero que a la vez posee la flexibilidad y necesaria para conmover en los pasajes más tenues y dulces del aria ‘Vissi d’Arte’.
El tenor Marcus Haddock, recreó el personaje de Mario Cavaradossi con apariencia juvenil, de buen desempeño, inteligente pero mesurado, y supo sacarle provecho a su seductor timbre, su correcta entonación y su elegante fraseo. Por su parte, el baritono estadounidense Greer Grimsley, mas conocido por sus interpretaciones en óperas de Wagner y Strauss, se mostró seguro y autoritario en el papel del Barón Scarpia, con buen color baritonal variedad de colores en su canto y vigorosa línea de canto en su voz. El resto del elenco y el coro, tuvieron un óptimo aporte al desarrollo de la función. En el podio, se presentó el maestro italiano Edoardo Müller, director musical titular de la compañía, cuya carrera dirigiendo repertorio operístico italiano en este recinto y guiando a esta orquesta, cumplen 29 años de trabajo ininterrumpido. El maestro Müller propuso una aceptable lectura en la que resaltó la musicalidad la orquestación, en sincronía con las exigencias escénicas y los tempi de los cantantes, y transmitiendo su conocimiento del repertorio, el cual ejecutó con armonía y estilo.
Foto: Peter Seiffert (Tannhäuser) / Lioba Braun (Venus) / Petra-Maria Schnitzer (Elisabeth). Crédito: Javier del Real
La dirección escénica se mantuvo en un discurso lógico que no alteró el desarrollo de la obra, a pesar de que la función se lleva a cabo en un periodo distinto al que marca el libreto. Como en su momento sucedió en Los Ángeles, la puesta levanto controversia porque la escena del reino de Venus se realizó en un burdel, con escenas cargadas de erotismo y desnudos. Concretamente, las escenas fueron mas osadas y atrevidas en la puesta de Madrid que en la de Los Ángeles, según pudo constatar este critico quien tuvo la suerte de asistir al estreno en Los Ángeles.
La soprano Petra-María Schnitzer agració el papel de Elizabeth con la ternura de su actuación y su canto cargado de musicalidad y matices. Por su parte, la mezzo soprano Lioba Braun fue una segura e intensa Venus.
Fotografie :Maurizio Pollini - Marco Brescia - Teatro alla Scala
Vien certo da riflettere, ma la lezione di Pollini questa sera è andata ben oltre il messaggio musicale in sé. Questa sensazione ha pervaso anche l’esecuzione lucidissima dell’”Appassionata”. La stretta dell’ultimo tempo, mai staccato in modo così rapido e vorticoso, ci ha fatto sfiorare la vertigine dell’ignoto, quasi una sfida nella sfida. Sfida del pianista con se stesso naturalmente, non certo nei confronti del pubblico! E che dire infine dell’amatissima Deuxième Sonate di Pierre Boulez. Quanti sono i pianisti al mondo che la suonano a memoria? Dirò di più. Se è quasi normale sentire un pianista mugolare accompagnandosi con la voce mentre suona le melodie beethoveniane, che ne dite se un’analoga cantilena la si ascolta schietta, ma anche tenerissima quasi a tutela dell’eruzione compositiva bouleziana? Tutto sembra semplice in questa esecuzione, spontaneo, oserei dire “normale”. Il difficile diventa comprensibile, l’oscuro diviene conosciuto. La destrutturazione della sonata classica perseguita con rigore dal compositore francese non potrebbe trovare oggi interprete più convincente. Maurizio Pollini è riuscito nell’iperbolica operazione di smussare la distanza temporale e culturale tra i due autori in programma. Non vorrei essere frainteso: Beethoven non suonava come Boulez né tantomeno Boulez suonava come Beethoven, ma di certo i capolavori eseguiti questa sera si sono alimentati a vicenda in uno stimolante gioco di specchi con sempre nuove e sorprendenti rifrazioni. Alla fine pubblico entusiasta ripagato da due adorati Préludes debussyani.
El director de escena, escenógrafo y figurinista de esta producción procedente de la Ópera de Roma, Giancarlo Del Monaco, ha desplegado toda su fantasía y su capacidad creativa para trasladar a los espectadores a un western hollywoodiense que es escrupulosamente respetuoso con la partitura. Los movimientos actorales son muy cinematográficos y la atmósfera plasmada en el escenario es "de película": partidas de póquer en la taberna que acaban en pelea, con rotura de botella incluida sobre la cabeza de algún vaquero; espectacular entrada de Minnie en al taberna; caballos; la diligencia; carteles que rezan "Wanted"; una preciosa tormenta de nieve que cae sobre la cabaña mientras tiene lugar la escena de amor de los protagonistas o la aparición Minnie, rifle en mano, para liberar a su amado de la horca.
Estas representaciones de La fanciulla del West han contado con un doble reparto en el que se alternaron las sopranos Janice Baird y Daniela Dessì (días 21, 24 y 26) en el papel de Minnie y los tenores Marco Berti y Fabio Armiliato y en el rol de Dick Johnson. La soprano estadounidense Janice Baird, delineó una Minnie sicológicamente valiente ante las adversidades y sensible ante el amor, y vocalmente muy adecuada a la tesitura que exige el personaje, con especial firmeza en la zona aguda. La artista ya había triunfado anteriormente en el Maestranza con Elektra y La valquiria. El tenor Marco Berti, en el papel de Dick Johnson, emocionó gratamente al público y recibió una gran ovación y bravos en los saludos finales de la representación. Evidenció potencia vocal en los momentos de mayor dramatismo y densidad orquestal, y sacó a relucir su belleza tímbrica y expresividad en la famosa aria 'Ch'ella mi creda'.
Aclamación del público, también, a la pareja formada por Fabio Armiliato y Daniela Dessì, protagonistas del otro reparto y quienes ya triunfaron anteriormente en el teatro sevillano con Manon Lescaut. Dessì es toda una experta en papeles puccinianos y su Minnie es de antología. Fabio Armiliato cantó con su elegancia habitual y conmovió al público con su versión del 'Ch'ella mi creda'. Éxito también del barítono Claudio Sgura, en el papel del sheriff Jack Rance, y del resto del reparto que, aunque en cometidos muy breves, fueron en general buenos actores y cantantes: Vicente Ombuena, Pavel Kudinov, Manel Esteve, Jon Plazaola, Radoslaw Wielgus, Manuel de Diego y Giovanna Lanza. En el foso, al frente de la Real Orquesta Sinfónica de Sevilla, triunfó Pedro Halffter, que fue ovacionado en los saludos finales. El director madrileño supo estar a la altura de una de las partituras más complejas de Puccini e imprimió ciertos aires straussianos en la ejecución de las dinámicas.
Fotos: Robert MillardLa Flauta Mágica, obra compuesta por Mozart, recrea una obra llena de fantasía y misterio en un Egipto imaginario y en tiempo no determinado, lo que ha permitido a célebres registas y escenógrafos jugar y explorar diferentes posibilidades para crear novedosas alternativas escénicas, como lo es concretamente esta producción del diseñador Peter J. Hall y del caricaturista y dibujante Gerald Scarfe, ambos de nacionalidad inglesa, quienes han creado una propuesta ingeniosa en las que las escenas de la obra parecen una secuencia de escenas extraídas de un cómic. Las escenografías son sencillas pero contienen algunos decorados con motivos egipcios, elementos de la naturaleza como árboles, rocas, animales, etc. que dan la impresión de haber sido coloreados y dibujados por la mano de un niño. Los vestuarios coloridos y simpáticos, muy acordes con la propuesta. Cabe señalar la brillante iluminación, que jugó un papel importante para marcar los diferentes cambios de escena y diversos estados de ánimo de los personajes. Un recurso bien logrado fue la aparición de una cabeza monstruo en la primera escena de la ópera. En lo que respecta a la dirección escénica, es de agradecer que haya correspondió a Stanley M. Garner, regista cuyo origen se encuentra en el teatro. Por la cercanía geográfica que existe entre la Opera de Los Ángeles y los estudios cinematográficos de Hollywood, frecuentemente se han invitado directores cinematográficos con resultados poco alentadores, ya que sus ideas tienden a alterar, o en ocasiones a denigrar, las tramas operísticas. En ese sentido, la regia de Garner fue directa y concisa, y no incurrió en ningún momento en los gastados y recurrentes recursos vistos en los teatros norteamericanos cada vez que escenifican esta obra, en la que se pretende forzar la comicidad o caracterizar siempre al personaje de Papageno como un tonto o un bufón.
En lo vocal, destacó el Tamino del tenor Matthew Polenzani, quien exhibió un timbre lírico de desfachatada facilidad en la emisión de las notas agudas y mostró seguridad en la emisión. Su prestancia escénica fue satisfactoria. La soprano sueca, Marie Arnet, bordó una frágil y delicada Pamina, con una deslumbrante voz, alegre en su colorido y su tinte, pero de poca expansión y tamaño. La soprano Lubica Vargicoba, apostó por caracterizar una temperamental y expresiva Reina de la noche, pero pálida en lo vocal y carente del virtuosismo requerido en la coloratura de sus arias. La presencia del baritono alemán Mathias Goerne en el breve papel del orador fue un insólito, y quizás inexplicable, un lujo que el teatro en ocasiones quiere darse. Aun así, su participación puede calificarse como sobresaliente por su sólida presencia y seguridad vocal. Nathan Gunn, se mostró como un baritono de generosa emisión y buena grana vocal como Papageno, y Günther Groissböck fue un Sarastro de incisiva presencia escénica y penetrante voz. La conducción orquestal de James Conlon fue óptima, ya que extrajo armonía y musicalidad de su lectura, a la que le imprimió tiempos apropiados y dinamismo.
Foto: Ronald Zollman
Foto: Ramella & Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.