lunes, 2 de abril de 2012

Cesare Picco: Blind Date – Concerto al buio. TENEBRAE FACTAE SUNT Teatro Puccini, Firenze

Foto: Cesare Picco
Massimo Crispi

Cosa succede se si spengono le luci durante un concerto e la musica continua? Si è chiesto Cesare Picco: “Dove posso andare con il pianoforte nel buio assoluto? Ho bisogno realmente di vedere o la musica improvvisata che nasce in quel momento può fare a meno dei miei due occhi? E per il pubblico cambierebbe qualcosa se ascoltasse la musica fluire nel buio totale?”
Da queste domande inquietanti è venuta fuori l’idea di realizzare un concerto nel buio pesto, il più assoluto immaginabile. Ma attenzione. Al buio ci si arriva gradatamente, seppure già da una condizione di penombra e non da luci accecanti. Quando si entra nella sala si è avvolti da una luce azzurra che cambia i connotati alle persone, che mostra altre cose, già l’alterazione visiva è il nuovo codice a cui lo spettatore sta per accedere. È anche molesta questa frequenza azzurra, l’occhio non ha l’abitudine a luci azzurrine, quasi crepuscoli da circolo polare, che dopo un po’ stancano occhi non avvezzi.
Un evento così strano e insolito ha bisogno d’istruzioni per l’uso ed ecco che vien fuori il direttore del teatro come l’hostess in un aereo per illustrare come ci si deve comportare in casi di emergenza come il buio totale: le uscite di sicurezza sono ai lati e qualora ci dovesse essere un bisogno assoluto basta alzare la mano, chiamare “maschera!” e prontamente sarebbe arrivato l’addetto colla sua lampada per mostrare la via d’uscita a colui o colei che ne avesse avuto bisogno. Meglio fare pipì prima delle tenebre, forse. Avverte che le luci si affievoliranno gradatamente per lasciare solo trenta minuti di oscurità, per poi riaccendersi altrettanto gradualmente e raccomanda di spegnere cellulari, orologi, e quant’altro possa turbare l’atmosfera di assenza di luce che sarà la vera esperienza sensoriale di questo concerto. Finite le mansioni d’istruttore si dà inizio a Blind Date.
Si accendono sul palco dei fari, sommessi, quasi a non voler disturbare né interferire troppo col colore azzurro, e le luci azzurre di prima si attenuano. Esce Cesare Picco. Applausi. Si siede. Aspetta il silenzio, prende le misure e inizia la magia. I fari sul palco incrociano i loro flussi morbidi quasi aranciati e un tema cadenzato, che ripete una frase ritmica che si ripropone modulando variamente, un tema pacato, che però annuncia già uno struggimento, un mood. Si sviluppa, mentre Picco accarezza i tasti, ci trascina. Le luci si affievoliscono sempre più, l’occhio si abitua a un’oscurità sempre più incombente. Mi viene in mente Georg Friedrich Händel e la sua cecità progressiva, che gli impedì totalmente la visione negli ultimi anni della sua vita. Ma non perdette l’udito. Mi viene in mente Ludwig van Beethoven, che invece l’udito lo perdette senza perdere la vista. Mi chiedo cosa sia peggio per un musicista, se perdere la vista o l’udito. Mi chiedo cosa farei io se dovessi perdere uno dei due sensi. E cosa se li perdessi tutti e due. Arriva l’eclisse totale, lentissima, l’ultimo raggio di luce si estingue. Il nostro cervello adesso lavora diversamente. I nostri punti di riferimento non sono più l’est, l’ovest, la destra la sinistra. Gli unici punti di riferimento sono la forza di gravità che incolla alle poltrone, e quindi un su e un giù, e uno spazio intorno che si percepisce immenso, senza confini, forse sferico, immersi nei toni incantati che Cesare Picco trae dal suo strumento acustico, ma amplificato in modo tale da avvolgere tutti col suo suono, e da qualcosa di supplementare, di elettronico, che si aggiunge e aumenta la sensazione di spazialità nel buio siderale. Il buio è la dimensione della notte, e la notte è il luogo degli amori, dei fantasmi, dei sogni, degli incubi. È la dimensione del sogno di Faust, della Regina della notte che col suo canto ammalia Tamino e rimprovera Pamina, terrorizzandola, della serenata di Don Giovanni, del padre che cavalca nel buio e del re degli elfi che insidia il figliolo, della ninna nanna di una mamma al suo bambino…
C’è chi non resiste all’angoscia dell’oscurità: si sente chiamare una voce femminile: “Maschera!” e immediatamente arriva il soccorso. È un’angoscia breve, la magia continua. Ci si sente nudi, invasi dal suono, accarezzati da queste improvvisazioni di rara intensità che Picco riesce a creare colla sua musica, con una tecnica pianistica al di là dell’immaginazione, si ha l’impressione che le note sfiorino le sopracciglia, le guance, le mani, il corpo, che entrino dentro quest’ultimo e che una nuova esperienza, quasi sessuale, mai provata, avvenga dentro di sé. Quasi una possessione spiritica, ma una possessione dolce, non violenta… che potere ha la musica di cambiare, di piegare le nostre sensazioni, di riportare in vita cose che pensavamo sepolte nel tempo. Ecco. Un’altra sensazione alterata nel buio è la percezione del tempo. Non si sente più il ticchettio dell’orologio né si vede il cambio dell’ora sugli orologi digitali. Si percepisce che il cuore incomincia a seguire il ritmo della musica di Picco, mai violenta, ma che in certi momenti è appassionante, si respira colla musica, ci si sente guidati. Molti ricordi si accavallano, forse nell’ansia inconscia di restituire delle immagini alla nostra mente nell’assenza forzata di luce in questo breve intervallo di oscurità. Mi chiedo come possa il compositore-pianista riconoscere le distanze sulla sua tastiera senza vederla, se ci sia veramente lui o non ci sia un CD che suona e noi non lo vediamo e ci illudiamo che lui stia lì al buio a cercare di incantarci mentre invece si è andato a bere una birra, aspettando che siano passati i trenta minuti di eclisse. Non solo si accentuano le sensazioni tattili, al buio. Anche l’olfatto si riaccende. Si sente l’odore del vicino, per fortuna non sgradevole, e una leggerissima corrente d’aria, che in altre condizioni sarebbe rimasta forse non percepita, porta un sentore di un profumo di Calvin Klein utilizzato da qualcuno, ma c’è qualcos’altro che si mescola, è l’odore delle persone, non spiacevole, forse anche il proprio odore, sono forse odori primitivi di ormoni, le cui percezioni nella nostra raffinatezza progressiva si sono assopite e si risvegliano improvvisamente in un buio artificiale che, però, unito alla musica le rimette in moto... Si sentono i cigolii di alcune poltrone in equilibrio instabile, di persone che si muovono non si sa se per nervosismo o perché si cullino nella musica, o, a giudicare da un cigolio regolare due file dietro di me, che si stiano divertendo in un altro senso, immersi nel piacere sensoriale del buio e avvolti da una musica sublime. La sensualità di quest’esperienza è totale. Nel buio non ci sono censure. A poco a poco l’eclisse si avvia alla conclusione e si riaccendono lentissime le luci di prima, illuminando il pianista che mostra una faccia felice, abbandonata totalmente ai suoni che trae dalla sua tastiera, quasi facesse parte anch’essa del suo corpo, ricorda un po’ l’ondeggiare di Stevie Wonder, autore cieco, e si prova tenerezza. La musica s’intensifica, riprendendo il tema dell’inizio, come se avessimo compiuto un giro completo del mondo, passando attraverso il dì e la notte, per poi allontanarsi a poco a poco, fino all’ultima carezza che conclude il concerto mentre noi siamo a bocca aperta per l’esperienza, non sapendo se applaudire rompendo l’incanto, grati a Cesare per averci coccolato in una berceuse, facendoci sentire bambini protetti da mura domestiche seppure al buio della propria cameretta prima di sognare.
Successo, applausi da un pubblico grato che non voleva più andarsene, neanche noi, e due bis generosi concessi dal felicissimo Cesare Picco. Un brano lieve, poeticissimo, scritto subito dopo la catastrofe giapponese del 2011, in omaggio a un paese a cui Picco è legatissimo, e un altro brano dal suo prossimo disco in uscita ad aprile.




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