lunes, 26 de agosto de 2013

The Rape of Lucretia di Britten al Teatro Goldoni per il 76° maggio Musicale Fiorentino.


Foto: Gianluca Moggi

Massimo Crispi

In un Festival 2013, nella tenaglia dei tagli imposti dalle esigenze di pareggio di una Fondazione commissariata, dopo aver cambiato nel giro di poche settimane la programmazione del Barbiere di Siviglia con Il Cappello di paglia di Firenze si è optato, alla fine, per The Rape of Lucretia una ripresa di un allestimento dei Teatri di Reggio Emilia che si era già visto nello stesso Teatro Goldoni nel 2001. Però la scelta obbligata dalle necessità non è apparsa per niente un ripiego, anzi quanto mai opportuna per via delle celebrazioni del centenario della nascita del compositore Benjamin Britten. Un allestimento vincente, bisogna dire, perché sia la struttura scenica, essenziale ma, proprio perché essenziale, completa, che non mostra i segni del tempo e che valorizza il materiale drammatico e sonoro di quest'opera d'arte assai complessa e che offre diversi livelli di lettura L'allestimento scenico, costumi e luci compresi, era di Gianni Carluccio mentre la regia era sempre di Daniele Abbado. Dirigeva il complesso cameristico del Maggio Musicale il maestro Jonathan Webb. Daniele Abbado mette subito le mani avanti, dicendo che questa messa in scena parte già da un "tradimento" del testo dell'autore. Certo la vicenda tratta da Tito Livio e poi filtrata da Shakespeare e, successivamente, dal drammaturgo francese André Obey e per ultimo dal librettista Ronald Duncan, che scrisse un testo di altissima qualità poetica e drammatica, è digerita diverse volte e mostra, nel suo cammino, sempre più analogie con l'attualità. In origine ci sarebbero i due cori, maschile e femminile, un tenore e un soprano, che sono i veri protagonisti dell'opera, che leggono due libroni e raccontano i fatti. I personaggi che agiscono sulla scena sono quindi una loro proiezione, i cori sono gli osservatori di ciò che avviene, commentano, spiegano al pubblico il significato di quelle azioni, dalla corruzione della purezza ai sentimenti negativi come l'invidia e la perfidia che rovinano ogni relazione umana. E di questi sentimenti e vicende giravano ancora in Europa le oscure memorie a causa della seconda guerra mondiale appena passata, con i suoi genocidi e le sue distruzioni, dove tutto sembrava che stesse per finire. Dov'è quindi il "tradimento"? Eccolo: accade che in questa messa in scena i due cori non leggano libroni, non stiano immobili, impassibili commentatori come impassibile è la Storia, ma partecipino e seguano i movimenti di queste marionette che si agitano in palcoscenico, legandosi con esse e quasi immedesimandosi nei loro problemi. Viene ribaltato il concetto del coro della tragedia antica: Abbado rende il dramma, in questa maniera, più moderno, almeno nelle sue intenzioni. Tutto, comunque, in scena funziona molto bene e lo spettacolo fila liscio anche se, sia per l'argomento sia per il materiale testuale musicale, è abbastanza impegnativo. Lo stupro di Lucretia è la malvagità umana che sciupa la purezza, la bellezza e l'onestà solo per il piacere di distruggerle, lasciando nella disperazione la stessa Lucretia e il marito Collatinus. La tragedia terminerà col suicidio purificatore di Lucretia che, pur incolpevole, non può sopportare l'onta. L'operazione di recupero dell’allestimento è stata un'ottima idea, soprattutto in una fase di risparmio di energie, e il cast di questa produzione si è particolarmente distinto. Bravissimi innanzi tutto i due cori, Gordon Gietz e Susannah Glanville, sempre in scena a sottolineare sia col canto che col corpo ogni momento del dramma.Collatinus era il basso Thomas Tatzl, ottimo e commovente, in perfetta sintonia colla moglie Lucretia, Julianne Young, intensa e profonda, un'autentica matrona di grande carisma. Juinius, Philip Smith, e Tarquinius, Jacques Imbrailo, hanno svolto più che dignitosamente i loro ruoli, mai sopra le righe, e la Bianca di Gabriella Sborgi era di grande presenza vocale e scenica. Una luce sonora e visiva era la dolce Lucia di Laura Catrani. La direzione di Jonathan Webb di quest'organico minimo è stata sempre eccellente senza alcuna caduta di tensione. Unica cosa forse superflua erano certi video (di Luca Scarzella) con scene di guerra: inutili didascalie, c'era già il denso testo di Duncan sublimemente intriso di orrori e di dolcezze e le sapientissime luci di Carluccio che hanno reso ogni immagine più drammatica.

 

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