domingo, 4 de agosto de 2013

Anna Caterina Antonacci - Recital, Firenze.

Foto: Maggio Musicale Fiorentino
 
Massimo Crispi
 
La fata del tempo perduto torna a Firenze, nell'ambito della ricca rassegna dedicata alla Liederistica del 76° Maggio Musicale. E quando canta Anna Caterina Antonacci si accorre in massa per rinnovare il rito di cui quest'artista incommensurabile ci rende partecipi. Al Teatro Goldoni, piccolo gioiello fiorentino, finalmente aperto alla musica vocale da camera, Antonacci si è esibita in uno dei suoi preziosi e rari recital, insieme all'ormai consueto pianista Donald Sulzen. I temi scelti dal soprano erano vari, anche perché questo recital cade in un giorno particolare che è il duecentesimo anniversario della nascita di Richard Wagner. E, in omaggio al compositore tedesco, ecco che i Wesendonk Lieder chiudono il concerto, anche se questo ciclo, pur bene eseguito, sembrava quasi un corpo estraneo al programma. Ma ben altri sono i veri gioielli che Antonacci e Sulzen ci hanno mostrato. La maggior parte del recital era basata sul repertorio francese tra Ottocento e Novecento, soprattutto Debussy, ma anche Duparc, Fauré, Chausson, Berlioz, repertorio d'elezione del soprano italiano. Temi principali erano la solitudine e l'erotismo. Le "Ariettes oubliées”, "Le promenoir des deux amants", le "Chansons de Bilitis" erano l'omaggio personale del soprano a Claude Debussy, e veramente di qualcosa di estremamente personale si può parlare. Raramente tutta la sensualità di Paul Verlaine, Pierre Louÿs e Tristan l'Hermite è stata espressa in maniera così vivida e carnale come Antonacci ci ha mostrato attraverso la sua lettura: il suo gesto vocale, che si diffondeva nell'aria oscura del teatro nelle nostre orecchie, sulla nostra pelle, nei nostri cuori, era come una carezza inattesa, un bacio sempre più profondo; il confondersi, nell'amplesso amoroso, delle chiome delle due amanti a Mitilene ne "La chevelure" (dal ciclo di Bilitis) era così reale da trasportarti nel suo mondo, ogni fonema era un vortice di carnalità. Chi non ha mai ascoltato Antonacci, soprattutto in questo repertorio, non può immaginare quante sfaccettature possa avere la sessualità nella musica. E lei, generosa fata, ci ha elargito questo sogno ardente

Così come nelle "Quattro canzoni d'Amaranta" di Francesco Paolo Tosti ci ha offerto il canto di una donna sola e disperata, ma titanica nella sua voglia di sovrastare l'amaro fato di solitudine a cui è soggetta. E la solitudine di Ofelia ("La mort d'Ophelie" di Hector Berlioz) era ugualmente tragica e toccante, anche perché l'anima della grande attrice tragica sempre alita nel cuore e nella voce di Antonacci. Insuperabile. E che dire a proposito della modernità della sua coinvolgente interpretazione di "Tristesse" di Gabriel Fauré - Théophile Gautier, altra solitudine estrema e dilaniante? Donald Sulzen, dalla sua parte, ha espresso il meglio di sé soprattutto nei brani francesi, con un tocco liquido e sensuale che non faceva altro che preparare la strada al soprano, lasciandola libera di esprimere questa selva di emozioni e di sensi che anche il verso francese richiede. Qualità assolutamente estranea a molti cantanti di madrelingua francese, che sembra che spesso vogliano escludere la ricchezza fonetica e poetica del proprio idioma, per di più impoverendolo, talvolta, con timbri stitici e ritenzioni emotive. Non è un caso che alcuni tra i più fini dicitori di mélodies siano degli stranieri: una, per restare nell'Olimpo, è Felicity Lott. Nell'Empireo sta pure Anna Caterina Antonacci, che aggiunge un calore timbrico tutto mediterraneo e una carnalità più accentuata, ricordandoci che il nostro vero Paradiso sta sulla terra e che, nel nostro caso, ci è stato concesso di assaggiarne un pezzettino al Teatro Goldoni di Firenze. Numerosi e bizzarri bis, sempre nell'arco della versatilità artistica tipica del duo.
 
 
 

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