miércoles, 16 de junio de 2010

Ginastera e Golijov per celebrare l'indipendenza - Teatro Argentino de la Plata, Argentina

Foto: Guillermo Genitti / Teatro Argentino

Ramón Jacques

In occasione del bicentenario dell’Indipendenza dell’Argentina, il Teatro Argentino de La Plata, che si trova a 60 km da Buenos Aires e vanta una discreta tradizione lirica da oltre un secolo, ha prodotto uno spettacolo lirico e coreografico con due lavori di compositori argentini. Il primo è Alberto Ginastera, di cui è stata eseguita la suite dal balletto “Estancia”, mentre il secondo è Osvaldo Golijov, nato a La Plata, del quale è stata eseguita la prima sudamericana della sua opera “Ainadamar”. Il balletto “Estancia”, ispirato al poema argentino di Martín Fierro, il gaucho dimenticato, è anche un omaggio all’aspetto forte dell’Argentina, quello della campagna. L’opera è stata eseguita dai complessi stabili del teatro, con costumi variopinti e con dinamiche e movimentate coregrafie di Carlos Trunsky, attraverso le quali ha provato a esprimere il proprio punto di vista sulla campagna e sui paesaggi, con la sconfinata pampa e lo scorrere del tempo, la dialettica tra campagna e città, rappresentata da un uomo e una donna che vivono separati. Nelle otto danze scelte, cinque più focose e tre più liriche, ha dominato la scena una grande compagnia di danzatori, in cima alla quale stava la prima ballerina, Larisa Hominal. La musica di Ginastera è armoniosa, vibrante, aspra a momenti, ma con ritmi carichi dell’influenza della musica folclorica argentina ben interpretati dal golfo mistico.

Nella seconda parte abbiamo ascoltato “Ainadamar”, opera prima in un atto in tre quadri di Osvaldo Golijov, la cui vera prima è stata nel 2003 a Tanglewood, Massachussets, e la cui revisione e traduzione in spagnolo fu data due anni più tardi all’Opera di Santa Fe negli U.S.A. “Ainadamar”, che in arabo vuol dire “Fonte delle lagrime” è il luogo di Granada dove fu fucilato lo scrittore Federico García Lorca. L’opera, piena di tensione e di continuità drammatica, racconta la storia, cronologicamente all’inverso, della relazione dello scrittore con la sua musa ispiratrice, l’attrice catalana Margarita Xirgu, della sua opposizione alla Falange Española e della sua successiva morte. L’orchestrazione era una gradevole fusione sonora di differenti stili musicali di Spagna, come il flamenco, la musica gitana e quella sefardita, per cui all’organico sinfonico sono state aggiunte due chitarre e numerose percussioni. Il personaggio di Federico García Lorca, interpretato sempre da un mezzosoprano, è stato offerto in quest’occasione al controtenore Franco Fagioli, interprete appassionato che ha cantato le sue arie con energia e buoni mezzi vocali. Il soprano Marisú Pavón, che interpretava l’esigente ruolo di Margarita Xirgu, ha sbaragliato tutti colla sua convincente lettura, con una voce seduttrice, come nel notevole duetto con Fagioli “A la Habana”, su bei ritmi caraibici. Perfettamente all’altezza dei loro ruoli il soprano Patricia González (Nuria) l’allieva di Margarita Xirgu, e Jesús Montoya, il cantaor di flamenco che ha dato vita al falangista Ramón Ruiz Alonso. Corrette sono state le interpreti femminili che hanno cantato la ballata dell’opera di Garcia Lorca, Maria Pineda, e il resto del cat di attori sulla scena. L’allestimento scenico era ambientato in epoca moderna, con costumi della realtà d’ogni giorno, elementi scenici essenziali, proiezioni video e un’efficace illuminazione, con effetti suggestivi. L’orchestra era diretta da Rodolfo Fischer, che in entrambe le opere ha saputo estrarre la musicalità, l’armonia e la tensione contenuta in entrambi i lavori.

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