martes, 6 de octubre de 2009

Aida - Arena di Verona

Foto: Daniela Dessi (soprano-Aída)
Crédito: Ennevi – Arena di Verona



Giosetta Guerra

Le previsioni del tempo erano discrete e così abbiamo assistito tranquillamente ai primi due atti, ammirando l’ancor bella e funzionale scenografia che Ettore Fagiuoli aveva ideato per la mitica inaugurazione dell'agosto 1913, qui ripresa dall’ottantacinquenne regista veronese Gianfranco De Bosio, e godendoci la coppia d’oro del momento, Dessì-Armiliato, per l’impronta emotiva che hanno conferito al canto e per la perfetta gestione di un mezzo vocale lirico e drammatico nella Dessì, eroico ed appassionato in Armiliato. Purtroppo non abbiamo potuto inebriarci del loro struggente duetto finale, perché prima della fine del secondo atto la pioggia ci ha cacciato dalle nostre postazioni. Alla prima goccia sentita sul mio braccio gli orchestrali erano già spariti, nell’arco di pochi minuti il palcoscenico si è svuotato e la folla si è ammassata nei corridoi angusti e scomodi dell’Arena (potrebbero metterci delle sedie o delle panchine, visto che l’attesa supera sempre la classica manciata di minuti). Speravamo in un rientro, ma la pioggia è presto diventata un uragano e gli spettatori, dopo l’annuncio della direzione, ha finito la serata bevendo e cantando sotto i gazebo dei bar intorno a Piazza Bra. Comunque, tornando allo spettacolo, quel che abbiamo visto è stato di nostro gradimento. Le scene erano costituite di elementi di base classici (obelisco e sfinge in entrambi i lati, un portale sul fondo, le famose otto colonne istoriate e colorate disposte con geometrie diverse nei vari quadri, gradinate nude con figuranti) con l’aggiunta di dettagli di completamento, come le palme, la scalinata, un trono davanti a una stele con icona egizia affiancata da due animali dorati, ecc. Un’ambientazione egizia, dunque, completata dai bellissimi costumi in stile (con predominanza del bianco per il coro, per Aida e per Amneris e vivacizzati dal rosso per Radames), ma non faraonica, molto bella e di grande eleganza. Ha conferito monumentalità dello spettacolo, come abitualmente avviene in Arena, anche il grande spiegamento delle masse sia in movimento che in una staticità ieratica, distribuite da De Bosio con consapevole abilità e precisione in uno spazio già monumentale in natura. Si componevano quadri di grande respiro quando le masse corali schierate facevano da sfondo ai magnifici balletti, dominati dalla brava ed anche bella danzatrice Mirna Kamara (corpo scultoreo seminudo, movenze plastiche), e di grande spettacolarità negli ingressi a fiume, ma ben controllati, di cortei d’ogni specie sulle note della marcia trionfale. L’uso artistico delle luci ha contribuito a create immagini di suggestiva bellezza, suggestione che è iniziata, come sempre in Arena, con le mille e mille lucine accese dagli spettatori sugli spalti. Daniel Oren, concertatore e direttore dell’orchestra dell’Arena, ha optato per una lettura intimista, cesellando i suoni e facendo uscire tutta la struggente bellezza di questa musica che Verdi ha indirizzato al cuore, solo a tratti ha accentuato sonorità e densità in orchestra, come nei balletti, per il resto Oren ha tenuto la mano leggera ed ha assecondato le voci con sensibile attenzione. Le coreografie di Susanna Egri avevano una limitata varietà di passi, ma componevano stupende figure d’insieme, come quella formata da ballerine in bianco con grandi ventagli bianchi di piume, agilissimo e dinamico il corpo di ballo di “colore”. Vocalmente i cantanti erano giusti nel loro ruolo. Daniela Dessì, una bellissima Aida nera (ma potevano tingerle anche le mani e le braccia), è stata interprete di alto rango (ma già si sapeva), la voce, usata con sicurezza e precisione in tutti i registri, era screziata nei colori, luminosa negli slanci acuti, vibrante nell’accento drammatico e nel fraseggio, sensibilissima nei pianissimo densi di lirismo, che attraversavano l’Arena come lucidi fili di seta o come un fluorescente raggio laser. Non possiamo dire se il personaggio entra in lei o lei entra nel personaggio, possiamo solo constatare che lei è il personaggio. Fabio Armiliato è stato un eroico Radames, applaudito a scena aperta nella “Celeste Aida”, l’emissione corretta e il timbro deciso non hanno temuto l’ampiezza dello spazio, il calore del canto e l’incisività dell’accento lo rendono sempre interprete appassionato e magnetico. Trichina Vaughn ha prestato ad Amneris una voce pastosa, di colore scuro e luminosa nella tessitura acuta, che si è potenziata in itinere. Ambrogio Maestri ha esternato voce ampia, poderosa e ben proiettata nel ruolo di Amonasro, Giorgio Surian è stato un composto e corretto Ramfis. Gli altri erano Carlo Striuli (il re), Angelo Casertano (un messaggero), Nicoletta Curiel (sacerdotessa). Bravo e ben amalgamato nelle voci il Coro, preparato da Marco Faelli, direttore del corpo di ballo Maria Grazia Garofoli.
Versión en Español
Las previsiones del tiempo eran con reserva para esta velada y así transcurrieron tranquilamente los primeros dos actos, con la bella y funcional escenografía que Ettore Fagiuoli ideó para la mítica inauguración de agosto de 1913, y que repuso el regista veronés de ochenta y cinco años Gianfranco De Bosio. Se gozó a la pareja del momento, Dessi-Armiliato, por la impronta emotiva que le confirieron al canto y por la perfecta gestión de un medio vocal lirico y dramático en la Dessi, heroico y apasionado en Armiliato. Lamentablemente no pudimos intoxicarnos con su inquietante dueto final, porque antes del final del segundo acto la lluvia nos saco de nuestros lugares. Con la primera gota la orquesta ya había desaparecido, y en pocos minutos el escenario se había vaciado. Esperando que se fuera la lluvia, esta se convirtió en un huracán y vino el anuncio de la dirección que la velada había concluido. Respecto al espectáculo visto, que fue agradable, la escena se constituyó de elementos base clásicos (obelisco y esfinge en ambos lados, un portal al fondo, las famosos ocho columnas coloreadas y ordenadas con diversas geometrías en distintos cuadros, escalones, con figurantes), y detalles que complementaban como unas palmas, una escalinata, un trono frente a una estela con iconografía egipcia afianzada por dos animales dorados. Una ambientación egipcia, completó con bellos vestuarios en estilo (predominando el blanco para el coro, para Aida y para Amneris y en rojo para Radames) no faraónico, bellos y elegantes. Se confirió monumentalidad al espectáculo, como habitualmente sucede en la Arena, con el gran despliegue de las masas, ya sea en movimiento o en estática hierática, ordenada por De Bosio con habilidad y precisión en un espacio ya monumental por naturaleza. El uso artístico de las luces contribuyó a crear imágenes de sugestiva belleza, que inició como siempre en la Arena, con las miles de luces encendidas por los espectadores desde sus butacas. Daniel Oren, concertador y director de la orquesta, optó por una lectura intimista, esculpiendo los sonidos y haciendo salir toda la belleza de esta música que Verdi dirigió al corazón, dibujando y acentuando sonoridad y densidad en la orquesta. Daniela Dessì, fue una bellísima Aida negra, y una intérprete de alto rango, que utilizó la voz con seguridad y precisión en todos los registros, vibrante en el acento dramático y en el fraseo, y sensible en el pianísimo, que fue denso de lirismo. Se pudo constatar que ella es el personaje. Fabio Armiliato fue un heroico Radames, aplaudido a escena abierta en “Celeste Aida”, de emisión correcta. Trichina Vaughn prestó a Amneris una voz pastosa de color seguro y luminoso en la tesitura aguda. Ambrogio Maestri externó una voz amplia, poderosa y bien proyectada como Amonasro. Giorgio Surian fue un correcto Ramfis. Bueno y bien amalgamado en las voces estuvo el coro preparado por Marco Faelli.

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