lunes, 10 de mayo de 2010

Lugo: la cantata scenica di Rossini non va a Reims - Il viaggio al manicomio

Foto: Teatro Rossini di Lugo ©
Athos Tromboni
La restaurazione borbonica, conseguente alla sconfitta di Napoleone Bonaparte e alla rinascita dell'assolutismo monarchico, cominciò in Francia il 6 aprile 1814, giorno in cui il Senato chiamò sul trono francese Luigi XVIII. A questi succedette, il 25 maggio 1825, il fratello Carlo X e il clima festaiolo dei giorni dell'incoronazione, in pieno periodo di restaurazione, offrì gli spunti a Gioachino Rossini per la composizione di un'opera buffa (su libretto di Luigi Balocchi), tesa a raccontare la frenesia e l'eccitazione suscitate nella gente dall'evento regio. Nacque così Il viaggio a Reims, una delle opere più originali e più misconosciute di Rossini. Nel libretto, che è una satira del costume dell'epoca, vi si immagina un gruppo di persone di nazionalità diverse che si trovano presso l’Albergo del Giglio d’Oro, nella città termale di Plombières, e decidono di organizzare una viaggio a Reims per assistere all’incoronazione. L’opera ebbe la sua prima rappresentazione il 19 giugno 1825, al Théâtre des Italiens di Parigi, con un cast stellare: praticamente tutti i più grandi cantanti di allora. Dopo quella leggendaria esecuzione l’opera non venne più eseguita, ma Gioachino Rossini riprese e riadattò la maggior parte della musica per Le Comte Ory.

Abbandonata in un cassetto per volere dello stesso Rossini, l’originale partitura fu studiata e riportata alla luce solo nel 1984 dal Rossini Opera Festival di Pesaro, con un allestimento e una compagnia di cantanti altrettanto stellare, sotto la direzione di Claudio Abbado e per la regia di Luca Ronconi. Da allora l'opera (anzi, la cantata scenica, perché di questo si tratta, più che di un'opera vera e propria) è entrata stabilmente nel repertorio e viene frequentemente rappresentata non solo in Italia ma anche all'estero: non è privo di significato che Il viaggio a Reims abbia avuto l'onore, nel 2007, d'essere rappresentata al Marinskij di San Pietroburgo, nume tutelare Valerij Gergiev. Anche i piccoli teatri italiani l'hanno riscoperta, e così nel 2009 il Municipale di Piacenza affidò alla regista Rosetta Cucchi e al direttore d'orchestra Aldo Sisillo il compito d'una nuova produzione: quell'allestimento è stato ripreso, il 7 e 8 maggio scorsi, dal Teatro Rossini di Lugo di Romagna (Ravenna), riportando anche qui il grande successo di pubblico che già aveva avuto a Piacenza.
C'è una frase, nel libretto di Balocchi, che è fondamentale per definire l'assurdo che Rossini ha tramutato in farsa giocosa, la dice Don Alvaro, ed è questa: "Si parla di partir e si rimane qui". Infatti quel viaggio a Reims non sarà mai fatto, perché non si trovano cavalli e cocchieri liberi. Quella impossibilità d'uscire dall'Albergo del Giglio d'Oro accende l'inventiva della regista che immagina svolgersi la scena dentro un manicomio, da dove non si può uscire (e nel finale l'immagine di Carlo X che assurge al soglio regale, sarà sostituita dall'entrata in scena del Primario Psichiatra, il medico dei matti, accolto da tutti come un deus ex machina). Definita e creata l'ambientazione, i caratteri dei personaggi vengono da sé: così Madama Cortese sarà una isterica conclamata, Don Prudenzio un medico del manicomio completamente miope e tonto, la Contessa di Folleville una fisima che oltre a portare il cappellino stile Marlene by Coco Chanel deve appoggiare sempre i piedi sopra un cuscino di piume d'oca, il Barone di Trombonok un direttore d'orchestra con la bacchetta perennemente in mano, Don Profondo un antiquario che si porta appresso un inseparabile mappamondo, Don Alvaro un toreador dall'altrettanto inseparabile spada di legno, la Marchesa Melibea una donna attempata con un guinzaglio in mano a cui dovrebbe essere attaccato un cane che però non c'è, il Conte Libenskof un résumé della Grande Russia che invece vive ai tempi dell'Urss, Corinna una poetessa seguace del Mantra e dedita agli oppiacei, e via discorrendo. Ma le idee sono insignificanti se non sorrette dalle azioni a loro più consonanti: così il canto, ma soprattutto la recitazione, dei personaggi diventa un panegirico di trovate, gag, improvvisazioni estemporanee che - senza tradire lo spirito del libretto - hanno l'effetto di divertire molto il pubblico.

I colori di scena predominati sono, come ovvio, il bianco ospitaliero e il blu, mentre il rosso carminio e il nero vengono usati dalla costumista Claudia Pernigotti per alcuni abiti (Don Alvaro, Lord Sidney, Melibea, Libenskof) quale efficace contrasto cromatico. I cambi scena sono eseguiti a vista, con i coristi che entrano, spostano, insufflano, sventolano, trascinano l'attrezzeria, ma tale e tanto movimento contribuisce alla giocosità dello spettacolo, una sorta di variazione implementata alle geometrie prospettiche disegnate da Tiziano Santi. Le luci di Marco Cittadoni mantengono la scena luminosissima, solare, non sono né introspettive né simboleggianti, salvo che nella tiritera cantata da Don Profondo ("Medaglie incomparabili/Cammei rari impagabili") quando il fondale diventa fantasmagoria di bianco rosso e verde come la bandiera italiana. In siffatta esattezza d'ambiente e puntigliosità di recitazione, la musica si è espressa con altrettanta efficacia e buona qualità. Il direttore Aldo Sisillo, sul podio dell'Orchestra dell'Emilia Romagna, ha trovato le migliori sfumature per il lirismo rossiniano (tempi comodi, non serrati) ed ha eseguito i crescendo e i concertati con il polso necessario all'irruenza musicale del Pesarese.
Il cast, costituito da giovani artisti, è stato ineccepibile: tutti molto bravi, sia come attori che come cantanti, con un plauso in più per il tenore Enrico Iviglia (Libenskof) capace di sovracuti timbrati e svettanti (restando a Rossini, ci piacerebbe sentirlo nello Stabat Mater; passando a Bellini, l'andremmo a sentire se fosse Gualtiero del Pirata). Gli altri del cast erano: Natalia Lemercier Miretti (Corinna), Silvia Beltrami (Marchesa Melibea), Elena Bakanova (Contessa Folleville), Enrica Fabbri (Madama Cortese), Alessandro Luciano (Cavaliere di Belfiore), Graziano Dallavalle (Lord Sidney), Marco Filippo Romano (Don Profondo), Salvatore Salvaggio (Barone di Trombonok), Omar Montanari (Don Alvaro), Diego Arturo Manto (Don Prudenzio), Bettina Block (Maddalena), Alessio Manno (Don Luigino), Gloria Contin (Delia), Luisa Staboli (Modestina), Donato Scorza (Zefirino), Kwang Soun Kim (Antonio), Alessio Manno (Gelsomino) e Marco Vito Chitti (Primario Psichiatra, figurante). Caloroso, come si è detto, il successo di pubblico.

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