viernes, 21 de mayo de 2010

Recital di Paolo Bordoni - Accademia Bartolomeo Cristofori, Firenze

Foto: Paolo Bordoni

Massimo Crispi

Come raccogliere l’eredità lasciata dalla sonata 111 di Beethoven? Era un bel problema per i suoi successori. Beethoven era uno che le cose le inventava, le preveniva, le perseguiva fino in fondo, e le sue ultime tre sonate per pianoforte avevano effettivamente lasciato disorientati i colleghi compositori quasi smarrendoli indicando l’evoluzione che la sonata per piano avrebbe potuto intraprendere. Eppure ciò non avvenne subito. Schubert provò comunque, nelle sue ultime sonate, che furono pubblicate dieci anni dopo postume (nel 1838) e dedicate a Robert Schumann dall’editore Diabelli, a intraprendere una sua strada e la Sonata in La maggiore D959, la penultima, composta qualche mese prima di morire, ha dei moti in questa direzione, ma poi si riversa nel lirismo e, non è un caso, nella citazione di suoi Lieder, come notava nella dotta introduzione Alberto Batisti, Lieder legati a uno dei temi principali della sua poetica, il Wanderer, il viandante, il perenne viaggiare e vagare, alla ricerca di un mondo amico, migliore, dove parlare la stessa lingua. Pilgerweise (Canto del Pellegrino), era quello citato nell’Andantino, il secondo movimento, e, ancora più commovente, nel Rondò finale, la citazione di Im Frühling (In primavera), composto due anni prima, un anelito alla primavera, a un mondo che probabilmente Schubert percepiva che stava per sfuggirgli dalle mani, un’infanzia mancata, ideale (la sua infanzia fu infelicissima, tra problemi col padre e tetri collegi, nella triste Austria postgiuseppina) dove rifugiarsi, e a cui si sarebbe ricongiunto nella pace eterna. Bordoni ha colto in pieno queste sfumature, questi aneliti e li ha tradotti in ricami raffinatissimi, impalpabili, cavando dalla tastiera delle carezze, quasi accompagnando con delicatezza Schubert e noi verso questo mondo migliore.
Il problema della sonata se lo pose ovviamente Robert Schumann, il vero continuatore di ciò che si era interrotto colla morte di Beethoven, e la sua prima monumentale Sonata in fa diesis minore, op. 11, è lo sforzo, l’esigenza di trovare un linguaggio idoneo a ciò che la forma richiedeva. Fino ad allora, infatti, la sua produzione pianistica si era espressa in studi, variazioni, danze, i famosi Papillons, Carnaval, e molte altre composizioni stupende e che forse gli servirono da preparazione per affrontare la grande architettura della sonata. In seguito, nella pur sterminata produzione pianistica, ne scrisse solamente un’altra, l’op. 22, quasi coeva alla prima, ma definita nel 1838: lo stesso anno di pubblicazione delle ultime di Schubert, sulle quali Schumann stesso scrisse una critica, omaggiandole. Strana la Sonata in fa diesis... già sembra di ascoltare atmosfere cupe delle Scene dal Faust, mentre, addirittura, nell’Introduzione, nell’Allegro vivace, spunta un fandango trasfigurato, dal vivace ritmo anapestico e dalle modulazioni variabili, che sfocia nell’estatica Aria, un momento di magia e musica assoluta, poi uno Scherzo e un Finale di grande virtuosismo che annunciano che il Romanticismo è nel suo pieno vigore e che Sturm und Drang sono perfettamente assimilati. Bordoni insuperabile.
Tra la sonata di Schubert e quella di Schumann stava, incastonato tra queste due gemme preziose, uno scrigno di Kleine Dinge, di Petits Riens, di quelle raccolte di piccoli pezzi come solo Schumann sapeva farne: le Kinderszenen op. 15, Scene Infantili. Non scritta per l’infanzia, complessa com’è per mani infantili di pianista, ma sull’infanzia, sempre per restare nel tema dell’anelito alla purezza, a quel temps perdu che molti compositori sembrava attrarre. Tredici fogli d’album di una dolcezza sconfinata, il cui culmine è in Traümerei (Sogni), uno dei pezzi più celebri della letteratura per pianoforte, questo sì, suonato spesso anche da mani adolescenti di signorine perbene che però, forse, non ne comprendono la magia. Paolo Bordoni ci ha accompagnato in questa riscoperta dell’infanzia così come si conduce il nipotino al parco, comprandogli lo zucchero filato e i croccanti, assecondando i giochi infantili e cullandone gli assopimenti, col suo tocco magico, soprattutto nei piano, senza mai una violenza fuori posto. E noi eravamo contentissimi di questo zio affettuoso che ci faceva scoprire il mondo con grazia.

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