viernes, 24 de septiembre de 2010

Stabat Mater di Rossini - Rossini Opera Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival, 2010

Roberta Pedrotti
Dire semplicemente che il trentunesimo Rof, che non esitiamo a definire il migliore di questi ultimi anni e uno dei più riusciti fra quelli cui abbiamo assistito, ha avuto degno coronamento nella splendida esecuzione dello Stabat Mater è senza dubbio banale e riduttivo. Non si è trattato solo di un concerto d’altissimo livello, ma di una lettura nuova, illuminante, perfino perturbante. Michele Mariotti ha saputo rivelarci uno dei due sommi capolavori sacri rossiniani, eseguito a Pesaro a cadenza ormai non più che biennale, restituendoci il piacere della scoperta, come se fosse la prima volta. Mai avevo inteso tale smaltatura neoclassica screziata da sottili inquietudini, ma pervasa anche di dolcezza e di insospettabili squarci di luce, quasi un tenero sorriso di speranza, una dolcezza perfino gioiosa potesse sprigionarsi anche dal pianto, anche da parole come “Qui est homo qui non fleret Christi Matrem si videret” o “Fac ut portem Christi mortem”, come se dal cantabile rossiniano si sprigionasse quell’ambiguità salvifica e inquietante che è cifra distintiva della poetica del Pesarese. Quando, peraltro, abbiamo sentito attaccare e accompagnare il Cujus animam del tenore con tanta sinuosa morbidezza? Il timbro lucente di Siragusa si piega in un ricamo di mezzevoci e messe di voce, legando e fraseggiando con rara finezza e sensibilità e aprendosi in un Re bemolle che non è che sviluppo naturale di una progressione espressiva e musicale, nota sfavillante d’armonici che potrebbero apparire perfino insolenti se non fossero iscritti nella virile eleganza di un canto impeccabile. Non solo canto e gesto direttoriale sono intimamente uniti in un disegno comune, ma anche le peculiarità timbriche di ciascuno si fanno elemento significante oltre che estetico, giocando come in un intreccio alchemico su effetti di armonia e contrasto fra la luminosità argentea e cristallina di Marina Rebeka, quella più mediterranea di Antonino Siragusa e i riflessi morbidi e vellutati fra le ombreggiature di Marianna Pizzolato o dello ieratico Mirco Palazzi. Vero basso dal timbro prezioso, quest’ultimo, che in virtù di un’ottima impostazione (l’omogeneità dell’emissione non si disgiunge mai, né potrebbe, da una assoluta compostezza di postura e viso) s’impone con dizione scolpita e partecipata autorità sia nel Pro peccatis sia nell’Eja Mater, ma soprattutto è fondamentale apporto negli assiemi, dove le voci si intrecciano, si fondono e si separano svelando tutte le possibili sfaccettature della polifonia rossiniana, tutti con il direttore uniti da una realizzazione fisica e al contempo impalpabile e spirituale della comunione fra musica e testo, entrambi scanditi con illuminante chiarezza. Tutto è esaltato e assorbito dalla perfetta sintesi d’un comune sentire, tutte le diverse personalità trovano spazio valorizzandosi vicendevolmente senza prevaricarsi, come avviene nel duettino Qui est homo, in cui la Rebeka e la Pizzolato trovano modo con Mariotti di svelare nuovi riflessi proprio in virtù d’una antitesi hegeliana che porta alla sintesi e non alla frattura.
Certo, raramente si è udito un Inflammatus dal fraseggiare mobile e penetrante come quello impresso da Mariotti, che ha assecondato e domato mirabilmente il temperamento fiammeggiante della Rebeka, che potrà trovare maggior rotondità nel registro acuto e un grave più presente, ma ha voce sana, piena e sonora, carisma, sensibilità e incisività. Anche le doti cospicue di Marianna Pizzolato meriterebbero una maggior messa a fuoco dell’acuto, non sempre perfettamente controllato, ma il fascino del cantabile, la qualità dei centri e la musicalità morbida e rifinita ne fanno un’interprete praticamente ideale dello Stabat (ammirevole lo sviluppo intimo e sentito del Fac ut portem) e soprattutto di questa edizione, dove ognuno è tassello irrinunciabile di un mosaico iridescente e complesso. Mariotti compone il mosaico sul disegno rossiniano, si muove in leggiadro equilibrio fra tormenti ottocenteschi e nostalgie classiche, fra abisso e speranza, secondo un tempo talvolta spedito ma sempre naturale come l’antico tactus, misurato sulle pulsazioni del cuore umano. L’intera partitura, sequenza sacra che si fa umana parabola, appare quale percorso dialettico dallo Stabat Mater iniziale (mai sentito di così ampio respiro, così soggiogante per colore e dinamica) al quartetto Sancta Mater fino all’Amen finale, attraverso il duetto delle voci femminili, i brani solistici e le riflessioni corali a cappella, quasi lenti puntate su singoli aspetti d’un insieme composito e coeso. La sala stessa del Rossini diventa parte integrante di questo insieme, di questo mosaico, e ne diventa parte anche Pesaro tutta da Piazza del Popolo, dove il concerto è proiettato su maxi schermo. Chi ha assistito alla chiusura del ROF 2010 di fronte al Municipio racconta di una folla mai vista per le altre iniziative consimili negli ultimi anni (concerto di Florez nel 2008 e Petite Messe Solennelle nel 2009), di un’atmosfera sospesa e irreale fino a una catartica commozione collettiva. Non stupisce, così era in teatro, così era perfino nel viso di Mariotti che, spentosi l’ultimo accordo, si volta verso il pubblico. Gli applausi esplodono, nessuno accenna ad alzarsi, il battimani si fa ritmato, s’impone il bis dell’Amen, nel quale coro e orchestra del Comunale di Bologna offrono una prova anche superiore a quella di pochi minuti prima. E sono ancora applausi, riconoscenti e liberatori per un quartetto di voci eccellenti, di veri artisti, guidati da quello che a poco più di trent’anni si profila già come un nuovo genio della bacchetta che lascerà certamente il segno nei prossimi decenni. Dopo aver diretto in molti fra i maggiori teatri italiani ed esteri finalmente ha potuto dimostrare il suo talento, la sua profonda musicalità, la sua classe e la sua cultura d’interprete anche nella sua città natale e ci ha regalato, con il caleidoscopio conturbante di questo Stabat e il grande teatro musicale del Sigismondo, due fra le più belle serate vissute a Pesaro dal ’94 a oggi. <>

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