domingo, 11 de septiembre de 2011

LA SALUSTIA di Giovan Battista Pergolesi - Teatro Pergolesi di Jesi

Foto: Binci

Giosetta Guerra


Festival Pergolesi Spontini 2011 (4 settembre 2011: GRANDE MAGNIFICO PERGOLESI

Tre ore e mezza di musica divina non ti possono abbandonare nell’arco di una notte: ieri sera ho assistito a La Salustia di Pergolesi al Teatro Pergolesi di Jesi e stamattina sono ancora immersa in quell’atmosfera a mezz’aria tra la realtà e il sogno. Bella, bella, bella la musica scritta a soli 21 anni dal compositore jesino per il libretto, che un autore sconosciuto aveva tratto dal dramma Alessandro Severo di Apostolo Zeno. La Salustia, primo dramma serio di Pergolesi, debuttò al Teatro San Bartolomeo di Napoli nel gennaio del 1732 col tenore Francesco Tolve nel ruolo del generale Marziano, padre di Salustia, destinato al 58enne Nicolò Grimaldi detto il Nicolino, uno dei più celebri evirati cantori dell’epoca, che morì durante le prove. Questo comportò altri cambiamenti nell’affidamento dei ruoli, per cui la parte del giovane Claudio, amante di Albina, inizialmente composta per un tenore, fu affidata al 17enne virtuoso castrato soprano Nicolò Conti, alias Gizziello. L’opera con il testo della prima edizione e con la revisione critica del musicologo Dale Monson è stata già rappresentata a Jesi nel 2008 con due mezzosoprani en travesti nei ruoli di Marziano e di Alessandro, tre soprani per Salustia, Giulia e Albina e un tenore per Claudio. La stessa edizione, riproposta per l’attuale Festival 2011 con un nuovo allestimento, presenta un baritono per Marziano, un controtenore per Alessandro, due mezzosoprani per Salustia e Giulia, due soprani per Claudio en travesti e Albina. Nel rispetto dei canoni dell’opera seria i personaggi sono animati o agitati da profonde passioni e da conflitti interpersonali e sono coinvolti in intrighi di potere, gelosie, calunnie, tradimenti, combattimenti con le fiere, fortunatamente con lieto fine grazie alla saggezza e alla generosità di Salustia. L’opera è un susseguirsi ben concatenato di recitativi e pezzi chiusi (lunghissime arie di bravura), il dinamismo dei recitativi confluisce nelle arie, che si aprono con una bella introduzione orchestrale e si chiudono in modo secco. Il cast di giovani artisti ingaggiati a Jesi ha dato prova di conoscere la prassi esecutiva barocca e di saperla mettere in atto, ma la qualità della voce ha fatto la differenza dei risultati. Regina assoluta della serata è risultata Serena Malfi, una virtuosa con la voce, nel ruolo di Salustia, figlia di Marziano e sposa dell’imperatore Alessandro. Il mezzosoprano, noto a Jesi per la splendida interpretazione en travesti di Ferdinando nel Flaminio dell’anno scorso, sfodera una bella tripletta: voce, tecnica, temperamento. La voce è robusta, armoniosa e sonora anche nei recitativi, bella, importante e di notevole spessore in tutta la gamma (“Tu volgi altrove il ciglio” – I atto), il suono è ricco, denso ed esteso (aria patetica di dolore “Sento un acerbo duolo” - I atto); “stupendissima” per energia, duttilità, elasticità e ottime note gravi nel canto sbalzatissimo della grand’aria del secondo atto “Tu m’insulti”, aria eroica agitatissima in orchestra con fitte arcate dei violini; una voce straordinaria per volume, colore, intensità, estensione, vibrazioni emerge nel quartetto Marziano, Salustia, Alessandro, Giulia, “Vado a morir ben mio” (fine II atto); penetranti slanci acuti di dolore, linea di canto delicata ed omogenea, formidabile tenuta del suono, padronanza della messa di voce nell’aria patetica di sublimazione dell’amor filiale “Per queste amare lacrime” del III atto. Segue a pochi secondi di distanza il mezzosoprano Laura Polverelli, nel ruolo dell’imperatrice Giulia, madre padrona di Alessandro e nemica giurata di Salustia, che invece per ben due volte le salva la vita. (Una vera “socera”). Brava attrice e brava cantante dotata di tecnica e di temperamento, esibisce un mezzo vocale prorompente nell’aria “Se tumida l’onda” accompagnata da musica bellissima, abilità in tutti i registri dell’aria sbalzata “Or che dal regio trono” (I atto); padrona del canto di coloratura, affronta il virtuosismo delle arie di furore con voce bella, estesissima e solida (“Odio di figlia altera” coi virtuosismi del corno – II atto) e con esplosioni nella tessitura acuta (aria di furia “Se all’ultimo suo fato” - III atto supportata dalla velocità degli archi).  Il baritono Vittorio Prato (Marziano, generale di Alessandro e padre di Salustia) evidenzia fin dalla prima aria “Al real piede” una voce piuttosto chiara e con vibrato, più consistente in zona acuta (“Per trucidar la perfida” – I atto, aria di furore e di vendetta contro Giulia agitata in orchestra), con qualche asperità e agilità poco fluide (aria di tempesta “Talor di fiume altero” – II atto con fluidità in orchestra), estesa ma con vibrato (“Parmi che in cielo” – II atto), buona tecnica e tenuta scenica (“Sì, tiranna, fra dure ritorte” – III atto, aria di furia e di sfida più veloce in orchestra che nel canto). Le arie di Giulia e di Marziano hanno come connotato comune l’aggressività: i due si odiano, ciononostante sono gli unici che si lasciano andare ad atteggiamenti erotici. 

Un maggiore spessore vocale e una maggiore naturalezza d’emissione avrebbero tolto quell’impressione di pigolio nella voce del controtenore sopranista Florin Cezar Ouatu (Alessandro) e non lo avrebbero fatto arrivare spompato alla fine; nell’aria patetica del III atto “In mar turbato”, infatti, l’emissione è faticosa, i gravi intubati, i suoni poco gradevoli. Insufficiente anche nell’aria patetica “Giacché vi piace o Dei” – II atto con gallina viva in mano, eseguita con trilletti corti e suoni vibrati. L’accento è sempre un po’ troppo marcato. La voce è piccola e costruita, tuttavia tecnicamente il cantante è ben preparato: percorre con agilità la non facile tessitura del ruolo, si spinge facilmente in zona acuta ed esegue bene gli sbalzi fin dalla prima aria “A un lampo di timore”, canta con morbidezza d’emissione e colore caldo l’aria di dolore “Andrò ramingo” impreziosita dalle volatine dei violini. Il soprano en travesti Maria Hinojosa Montenegro (Claudio, cavaliere romano) cresce in corso d’opera. Ha voce piuttosto carente in zona grave, ma si espande con naturalezza in zona acuta, (“D’amor la saetta” – I atto e “Il nocchier nella tempesta” – aria patetica nel II atto), canta bene la lunga aria amorosa “Se tiranna e se crudele” (III atto). Il soprano Giacinta Nicotra (Albina, inizialmente in abiti maschili) esibisce bei suoni fissi nell’aria eroica del I atto “Soleva il traditore”, che presenta vocalizzi su note lunghe, la sua esibizione è corretta, ma un mezzo vocale più ricco avrebbe comunicato appieno la freschezza adolescenziale della breve aria patetica “Se tu accendessi, amore” – II atto o i contrasti interiori dell’aria amorosa del III atto “Voglio dal suo dolore”.

Dall’Ouverture vigorosa e densa al Finale trionfante, passando attraverso le magnifiche introduzioni strumentali delle arie, l’Accademia Barocca de I Virtuosi Italiani, un piccolo organico di 24 elementi (5 violini primi, 4 violini secondi, 2 viole, 2 violoncelli, 2 contrabbassi, 2 oboi, 2 corni, 2 trombe, 1 fagotto, 1 liuto), si fa interprete della grande potenza espressiva della musica pergolesiana, destreggiandosi con maestria tra i tempi ora vivaci, ora pacati, ora danzanti, ora agitati della scrittura musicale. Corrado Rovaris al cembalo e alla direzione dell’ensemble effettua una lettura piacevolissima della partitura, restituendo il colore e la brillantezza della musica barocca e la magnifica arte del grande Pergolesi. Abbiamo provato un profondo piacere d’ascolto.  Molto originale e funzionale il nuovo allestimento scenico, uscito dal lavoro incrociato di regista (Juliette Deschamps), scenografo (Benito Leonori), costumista (Vanessa Sannino) e disegnatore luci (Alessandro Carletti). Dato che la vicenda si svolge a Roma durante il regno dell’imperatore Alessandro Severo (nato nel 208 e regnante dal 222 al 235), la scena presenta una parte esterna del Colosseo con tre ordini di arcate che internamente danno su palchi praticabili per l’azione in ambienti da immaginare, il modulo architettonico è posto a metà palcoscenico su un pavimento irregolare e pendente di mattoni e a lato c’è un grosso lampadario caduto a terra.I costumi non sono romani ma settecenteschi con elementi moderni comprese le capigliature (perfino qualche capellona tra i figuranti).Intelligenti ed originali trovate registiche suppliscono il mancato cambio degli ambienti: scritte col carboncino sul muro di base pro e contro le due donne protagoniste, vapori che escono dall’alto dei palchi per le terme imperiali dove si muovono donne discinte nella sauna, proiezioni confuse dietro gli archi per il combattimento di Marziano con la fiera nell’arena, il muro che si tinge di rosso col veleno caduto dal calice di Giulia, candelieri accesi e anche piatti e coppe di metallo posati su tutti i palchi per le scene nella reggia imperiale, vasellame che viene poi buttato giù a terra per disprezzo, la pioggia di polvere e fogli bianchi come simbolo di disfacimento e così via. Proprio un bello spettacolo. Lode agli organizzatori.










































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