domingo, 7 de marzo de 2010

Peter Grimes: la vittoria dell’ipocrisia - Teatro Regio di Torino

Foto: Neil Shicoff, Nancy Gustafson - Ramella & Giannese © Fondazione Teatro Regio di Torino.

Massimo Viazzo

E’ il mare il grande assente di questa produzione. Chi si aspettava di vedere in scena barche, vele, sartie, onde… è forse rimasto deluso. Willy Decker ha addirittura sostituito il coro dei pescatori che apre il primo atto (e chiude l’opera) con la seduta di prova della corale parrocchiale diretta dal Pastore in persona. A Decker non interessa tanto dipingere il naturalismo del Borough, ma il bigottismo di un ambiente asfissiante (alte pareti mobili scure incorniciavano la scena sullo sfondo della quale faceva capolino il cielo tempestoso) e chiuso in se stesso, un ambiente che non è in grado di accettare il “diverso” e che a poco a poco, dopo averlo emarginato, lo distrugge. Non a caso la processione degli uomini del Borough che sale alla capanna di Grimes per scoprire chissà quali nefandezze (nel secondo atto) scandita dal ritmo ossessivo del tamburo è aperta da un uomo che innalza una croce. La vittoria dell’ipocrisia: è questa la visione di fondo del regista tedesco, che ha saputo confezionare uno spettacolo molto emozionante grazie anche ad una recitazione curatissima.


Memorabile la prova di Neil Shicoff nel ruolo del protagonista. Il suo Peter Grimes, così scontroso, violento, visionario, ma anche tenero, si imprime nella memoria (veramente toccante la scena finale del terzo atto in cui Grimes, ormai pazzo, culla la sua giacca vedendo in essa le fattezze del giovane apprendista). E poi vocalmente Shicoff non si risparmia mai, piegando, da grande artista quale è, un’emissione vocale poco ortodossa a fini meramente espressivi. Ma tutto il cast è stato all’altezza e in Peter Grimes i ruoli minori sono importantissimi per far funzionare al meglio lo spettacolo: dolente e rassegnata Nancy Gustafson (Ellen Orford), incisivo e carismatico Mark Doss (Balstrode), petulante e grottesca Elena Zilio (Sedley). Grande merito va riconosciuto al direttore d’orchestra giapponese Yutaka Sado che ha imposto alla partitura un ritmo serrato, drammaticissimo, senza tralasciare il dettaglio melodico o la preziosità timbrica. E l’Orchestra del Teatro Regio lo ha seguito con entusiasmo. Da incorniciare, infine, la magistrale prova del Coro del Teatro Regio diretto con mano ferma e sicura da Roberto Gabbiani.

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