Monday, May 14, 2012

Julie Fuchs, soprano, est née à Avignon

Photo de Serge Mercier
Jeune artiste pétillante, Julie Fuchs a suivi une formation musicale (1er prix de violon et de chant) ainsi que théâtrale à Avignon. Elle obtient quelques années plus tard un 1er Prix au CNSM de Paris à l’unanimité avec les félicitations du jury. En 2009, elle est Révélation Classique de l’ADAMI, lauréate du Prix Palazzetto Bru Zane au Concours de Paris en 2010, puis reçoit lors du Festival d’Aix-en-Provence 2011 le prix Gabriel Dussurget. C’est à l’opéra qu’elle est particulièrement remarquée, tant elle allie à ses qualités vocales un véritable talent de comédienne. Elle est entre autres « Susanna » dans Le Nozze di Figaro à la Cité de la Musique et « Urgande » dans Amadis de Gaule de J-C Bach à l’Opéra-Comique, dirigé par Jérémie Rohrer. Elle se produit également dans King Arthur à l’Opéra Royal de Versailles sous la direction d’Hervé Niquet dans une mise en scène de Shirley et Dino. En juillet 2011, le Festival d’Art Lyrique d’Aix-en-Provence lui offre le rôle-titre dans Acis et Galatée, mise en scène du chorégraphe Saburo Teshigawara, rôle qu’elle reprend à La Fenice de Venise. Passionnée également d’autres univers musicaux, Julie Fuchs collabore en studio avec des grands noms du Jazz comme Giovanni Mirabassi ou Paco Seri. Au Théâtre du Châtelet, elle fait une interprétation remarquée du rôle principal de Maria dans The Sound of Music. Elle se produit régulièrement en récital avec le pianiste Alphonse Cemin (La Folle Journée de Nantes, Palazzetto Bru Zane à Venise, Opéra de Lille, Metz, Compiègne…). En concert et en enregistrement, elle chante sous la direction de Louis Langrée, Jérémie Rhorer, Jean-Claude Magloire, Hervé Niquet, François-Xavier Roth, Laurence Equilbey ou encore Christophe Rousset. Prochainement, Julie Fuchs interprètera Musetta dans La Bohème à l’opéra d’Angers-Nantes, les rôles principaux de « Rita » de Donizetti au Musikverein de Graz, My Fair Lady à l’opéra de Metz, La Veuve joyeuse à l’opéra de Reims ainsi que Ciboulette à l’opéra Comique. En concert, elle fera ses débuts en juin au Théâtre des Champs Elysées dans le Requiem de Mozart sous la direction de J-C Magloire, au Theater an der Wien et à l’ Accademia Santa Cecilia de Rome dans Renaud de Sacchini. En 2013/2014, elle intègrera la troupe du prestigieux Opéra de Zurich.


Julie Fuchs - Despina - Cosi fan tutte - Mozart

Massimo Crispi, il tenore ribelle.



Josep Font

Abbiamo incontrato Massimo Crispi, un tenore italiano davvero particolare, sia per le scelte artistiche, sia per i molti aspetti del suo essere artista, sia per i suoi interessanti progetti assolutamente fuori dell’ordinario. La sua carriera è costellata di cose insolite accanto al repertorio più tradizionale, sintomo di una curiosità avventuristica confermata dalla nostra intervista.

Massimo, leggendo il tuo curriculum spicca che un cantante italiano abbia debuttato in un primo grande ruolo, come Celebrante nell’opera di Bernstein “MASS”. È davvero insolito. Ce ne vuoi parlare?


Con immenso piacere, anche perché è una delle cose che ricordo con maggior piacere del mio passato. Però poi, per favore, parliamo del futuro. Il passato è facilmente consultabile su Google dove, se vuoi cercare, ci sono migliaia di item su di me e su ciò che ho fatto. Ma il passato è passato, ci sono cose che ricordo con piacere e altre con meno piacere; però ciò che mi interessa è l’avvenire.

MASS di Bernstein è stata la mia prima grande esperienza a livello musicale e scenico. Marco Tutino, all’epoca direttore artistico dei Pomeriggi Musicali di Milano, l’orchestra regionale lombarda, cercava affannosamente un cantante poliedrico per il ruolo del Celebrante. In Italia, negli anni Novanta del Novecento, era assai difficile reperire cantanti versatili di buon livello. Tutino ideava delle stagioni innovative, con brani provenienti dalle culture musicali più varie, per rinnovare un po’ il repertorio e il pubblico milanese, togliendo la polvere dalle poltrone dei teatri. Ultimi fuochi spenti da un orrendo attuale conformismo culturale, ma di questo parlerò più avanti, forse.

Un’amica che aveva una grande fiducia in me e che aveva intuito la mia versatilità artistica mi presentò a Tutino e feci un provino. Gli cantai il primo brano solistico del Celebrante “A Simple Song”. Ricordo che in commissione c’erano anche Giuseppe Grazioli, che sarebbe stato il direttore dell’ “Operazione MASS” e Stefano Ranzani, non ancora l’apprezzato direttore che tutti oggi conosciamo. Ero, lo confesso, un po’ emozionato, anche perché per me era la prima esperienza in questo campo, e poi mi sembrava strana la possibilità di debuttare in Italia con un’opera moderna straniera, in inglese. Di fatto il provino andò bene, con una commissione un po’ stupita, e il ruolo mi fu affidato. Lo studiai molto approfonditamente e alla prima prova, dove erano presenti anche cantanti e musicisti jazz e pop tra i migliori che c’erano a Milano in quel momento, che facevano parte dell’organico di quell’opera, il più grande complimento fu di sentirmi dire da un inglese che era stupefatto dal fatto che un italiano potesse cantare questo repertorio senza il minimo accento e senza la minima influenza “operistica”. A me sembrava normale astrarmi dalll’opera e tuffarmi in un altro mondo, quello del musical, del jazz, del rock, anche perché mi divertiva enormemente il linguaggio multiplo utilizzato da Bernstein. Fui comunque molto aiutato dall’ampiezza di orizzonti della mia insegnante dell’epoca, la favolosa Margaret Hayward, a cui devo buona parte delle cose che so fare. Lei mi aprì la voce, mi spianò le difficoltà, mi aiutò nella pronuncia e nella declamazione. E non solo in questo repertorio, beninteso.

Insomma alla fine fu un successone. E per la prima volta nella mia vita ebbi un pubblico di milletrecento persone cogli occhi puntati su di me. Non me lo scordo più. Il resto venne dopo MASS, e le esperienze che ho avuto sono state molte e appassionanti. Devo la mia notorietà a Bernstein e a Tutino.

Ma prima di lasciare il passato, come dici tu, siccome tu hai cantato nei teatri più importanti d’Italia y in alcuni d’Europa, ci parleresti, per favore delle tue esperienze alla Scala, al Massimo di Palermo, all’Opéra de Lyon, al Liceu…

Hai ragione… ma siccome io guardo sempre avanti, al mio passato non dò molta importanza proprio perché è passato. Ma è vero, a volte è anche importante riguardare il proprio percorso proprio perché noi siamo il risultato di tante esperienze. Te ne racconto solo alcune, però…

Bene, La Scala… Ogni volta che un cantante nomina la Scala è forse come nominare San Pietro di Roma per un cattolico. Arrivai alla Scala facendo una normale audizione per una delle mie opere preferite “L’incoronazione di Poppea”. L’audizione andò bene e mi proposero un contratto. Quest’esperienza fu per me di estrema importanza perché appresi molte cose che non sapevo ancora. Il cast era impressionante: una parata di stelle: Antonacci come Poppea, Matteuzzi come Nerone (io ero il suo doppio e cantavo regolarmente altri ruoli nell’opera), Marrocu come Ottavia, Manca di Nissa come Ottone, Colombara come Seneca, Focile come Drusilla, Cherici come Damigella e Fortuna, Spagnoli come Mercurio, Mingardo como Nutrice, Bacelli como Valletto… mi sembrava di essere in una favola. Le prove furono con Riccardo Muti, avrebbe dovuto dirigere lui, ma si ammalò e la direzione passò in mano a Zedda, che era anche l’autore della revisione (brutta, bisogna proprio dirlo, con tante revisioni che esistono scelsero la peggiore). Quello che fu costruito con Muti fu distrutto in un attimo da Zedda. Pazienza, la perfezione non esiste… Ma io appresi moltissimo dai miei colleghi, perché cantare accanto ad Anna Caterina Antonacci, Paoletta Marrocu, Sara Mingardo, Carlo Colombara, Monica Bacelli… ti rendi conto che fortuna? Era come una scuola di perfezionamento concentrata in due mesi di convivenza di queste persone. E, come lasciai una buona impressione, la direzione della Scala mi propose il mese seguente un ruolo nella “Fanciulla del West”… e tutto questo senza agenzie, solo col mio canto e le mie audizioni. Oggi sarebbe impossibile con la mafia delle agenzie che esiste ed è una piaga. “Fanciulla” fu un’altra esperienza, anche perché era con Sinopoli, Larin, Casolla, Fondary… ti rendi conto? Qui appresi ciò che sono le voci grandi, come si espande realmente una voce. Larin mi diede alcune lezioni. Io ogni volta che lavoro con un collega di grande valore gli chiedo sempre consigli. Apprendo sempre dagli altri, perché credo che ognuno tenga una propria ricchezza individuale che è l’esperienza, e captare questi frammenti di esperienza adattandoli alla propria vita e voce è qualcosa senza prezzo. Il povero Larin ci ha lasciati qualche anno fa e questo mi ha dato un immenso dolore, gli volevo molto bene e gli sono infinitamente grato per ciò che mi ha dato. Oggi inizio sempre i miei vocalizzi con uno che mi ha insegnato lui, forse è una maniera di farlo sopravvivere in me. Ad ogni modo cantare alla Scala significa molto e io tengo quest’esperienza nella mia carriera come un gioiello prezioso. Chissà se tornerò a cantarci, ma come ti spiegherò più avanti non canto quasi più opera in scena oggi.

Ma continuo col Massimo di Palermo. Questo è il MIO teatro. Io sono di Palermo e sempre ho visto, quand’ero giovane, questo teatro chiuso per venticinque anni, “per migliorarlo” dicevano. Non fecero niente, la mafia lo mantenne chiuso con un dolore enorme dei cittadini che non erano più i padroni del teatro che la città aveva costruito in un’epoca in cui il Massimo era il terzo teatro d’Europa, dopo il Palais Garnier di Parigi e l’Opera di Vienna. Ho cantato al Massimo diverse volte e con vari repertori: opere classiche, contemporanee, operette, balletti… e sempre con cast di prim’ordine e sempre senza agenzie, sempre e solamente colla mia voce. Questo mondo non esiste più.
Il Massimo possiede un’acustica magica. Se cade un bottone sul pavimento del palcoscenico si sente fino all’ultima sedia del loggione. Cantare su quella scena vuol dire sentire la propria voce che si libera. La Scala non ha un’acustica così perfetta. E poi l’atmosfera di Palermo è molto rilassata… ci ho cantato Orfeo all’Inferno di Offenbach, I Masnadieri di Verdi, La Vedova Allegra di Lehar, varie opere contemporanee scritte proprio per la mia voce… però ho un ricordo molto vivo di un’opera forse considerata secondaria che però è stata talmente piacevole anche per il cast che c’era. Si tratta de “I sette peccati capitali dei piccolo borghesi” di Kurt Weill e Bertolt Brecht, dove la star era la immensa Ute Lemper e la messa in scena di Micha van Hoecke (già avevo lavorato con lui nella sua realizzazione dell’Orfeo di Monteverdi, ancora con Paoletta Marrocu, al Festival di Ravenna). Ero nel quartetto vocale, la Famiglia, che è molto importante perché sottolinea i vari vizi dove vanno a cacciarsi le figlie Anna I e Anna II, e gli altri tre erano tre cantanti di area tedesca. Io ero il solo italiano in una compagnia di tedeschi. Ne ero molto orgoglioso perché mi sentivo perfettamente a mio agio, tanto più perché mi dicevano che non c’era alcun accento straniero nel mio canto. Ute fu magnifica, una vera tigre, con qualcosa di animalesco che veniva fuori dal suo corpo e che invadeva la scena, inondando ogni cosa. Da lei appresi un’ulteriore disinvoltura in scena che si trasforma anche in un gesto vocale molto evidente. Il teatro espressionista di Weill era proprio il suo pane. L’Opéra de Lyon… questo è uno dei ricordi più belli. L’opera che ci ho cantato era una delle più incredibili di Händel, dal punto di vista musicale: “Poro, Rè dell’Indie”. Il mio ruolo era quello di Alessandro il Grande, un ruolo per tenore eroico, con agilità insidiose e un registro abbastanza centrale. Fabio Biondi, sì, Fabio Biondi mi chiamò perché il tenore con cui lo aveva registrato non era libero per quelle date (e anche, forse, perché era troppo leggero per quel ruolo… c’è un vizio, molto diffuso, di affidare i ruoli barocchi a tenori troppo…”leggeri”) e io imparai il ruolo in pochi giorni. Ma che musica… Händel è uno dei miei autori preferiti anche perché sembra proprio che abbia pensato alla mia voce: le sue arie erano una più bella dell’altra e il cast era anche quello formato da stelle: Banditelli, Bertini, Balconi, Schubert… e io… che non ero una stella ma che ero sulla buona strada delle costellazioni. Con Biondi ho cantato altro volte, un’opera di Vivaldi “Atenaide” ad Asolo e ho inciso la prima mondiale dell’oratorio di Scarlatti “Humanità e Lucifero”. Ne parliamo dopo di questo, perché torna a far parte di progetti futuri… È che hai rotto una diga, chiedendomi dei ricordi… E ne avrei molti di più. Ma adesso basta col passato.

Massimo, va bene, cambiamo argomento. Cosa vuol dire oggi far musica, secondo il tuo punto di vista?

Abbiamo a disposizione spazio illimitato oppure devo cercare di fare una sintesi? (ride) Io credo che il far musica oggi usi sempre gli stessi canali che si percorrevano nel passato: vuol dire raccontare qualcosa che degli autori hanno composto nel corso del tempo, secondo criteri estetici, linguistici, compositivi tra i più vari attraverso la mediazione dell’interprete. In una parola sola: comunicare. Naturalmente è cambiato il modo di comunicare oggi rispetto solo a trent’anni fa. Parlando del campo che più mi compete, che è il mondo del canto, dell’opera o comunque della musica vocale, posso dire che oggi si è molto più schiavi dell’immagine o, se non schiavi, molto più dipendenti che nel passato. Non è che sia un male in assoluto, anzi talvolta l’immagine può arricchire di contenuti qualcosa che, per alcuni o per molti, non è più un punto di riferimento perché certe cose non si studiano più a scuola o non se ne parla più in famiglia. Chi, oggi, conosce ancora a menadito tutte le mitologie greche e latine che noi studiavamo fin dalla più tenera età alla scuola elementare? Oggi ci sono le mitologie dei manga giapponesi, Signori degli Anelli e dei braccialetti, Harry Potter e vari altri personaggi. Questo fa in modo che alcuni registi ambientino le Aide nei deserti di Marte o le Turandot su pianeti sconosciuti, seguendo i filoni di varie serie televisive, credendo che la comunicazione ai giovani sia un’attualizzazione che spesso non ha alcuna connessione col testo e rendendo un pessimo servizio all’opera e alla musica. E, alla fine, anche al pubblico.

Però la musica non è soltanto l’opera, naturalmente. Oggi la musica è entrata, molto più che nel passato e molto più insistentemente, anche nei momenti più intimi e impensabili prima. E talvolta la musica classica diventa “pop”. Sentiamo musica passivamente in metropolitana, in autobus, al supermercato, mentre cuciniamo, molte pubblicità utilizzano frammenti di Händel, Bach, Rossini, tanto che quando, per pura casualità, una persona comune ascolta un concerto o va all’opera per la prima volta e sente un motivo che riconosce dice: “Ma è la musica dello yogurt!” oppure “Ma questo lo conosco, era nella pubblicità dell’automobile X” e magari si aspetta che esca fuori in palcoscenico l’automobile X o che Semele riceva da Giove uno yogurt sotto gli alberi del suo giardino olimpico. La fruizione della musica coll’invenzione della musica portatile, walkman (e già il walkman è un reperto archeologico), CD, iPod, iPad, ha assolutamente rivoluzionato l’ascolto e, in qualche modo, anche viziato le pretese del fruitore di musica, perché spesso l’ascoltatore medio non capisce che la musica dal vivo ha altri risultati e altre esigenze rispetto a ciò che è abituato ad ascoltare, sempre uguale a sé stesso, cristallizzato in un momento. Inoltre non viene quasi più percepita, soprattutto nel pubblico giovanile, la necessità di un rispetto ambientale e rituale che è sempre più raro: diversi giovani, ai concerti, spesso parlano, ridono, telefonano come se fossero davanti al televisore di casa, senza rendersi conto che intorno ci sono altre persone che non gradiscono l’invadenza. Una cosa che ho osservato di recente a un concerto a Firenze era che un ragazzino seduto davanti a me fotografava col suo iPhone i musicisti sul palco, alzando la mano e impedendo la vista a me che stavo dietro, oltre a distrarmi, per inviare la sua “emozione” di quel momento all’amico o all’amica via Facebook… Mi sembra assai eccessivo. Questo non lo capisco.

Devo fermarmi o posso continuare? (ride)

Massimo, potresti continuare all’infinito perché le cose che dici sono assolutamente vere e profonde, casomai ci ritorniamo dopo. Vorrei chiederti una cosa. Hai detto che far musica vuol dire comunicare. Tu come ti poni oggi davanti all’ascoltatore, ovverossia: cosa pensi che sia necessario per catturare il suo cuore e parlargli?

Bene, grazie per la domanda che mi dà l’occasione di parlare del mio modo di far musica. Devo fare qualche premessa, perché un cantante, rispetto ad altri musicisti, ha altri mezzi espressivi, soprattutto perché ha un testo da rendere intelligibile, e questo testo viene cantato in lingue diverse che non sono sempre familiari a chi ascolta. Io ho adottato una maniera un po’ diversa dall’ordinario. I cantanti, generalmente, amano spalmare la propria voce potente sul pubblico che si sente investito da questa massa sonora come in un sublimato rapporto sessuale. Vuoi o non vuoi è così, c’è un rapporto quasi carnale tra interprete e fan, soprattutto se l’interprete è un cantante. C’è chi fa l’amore intensamente e scopre le sue carte subito; chi vuole arrivare subito all’orgasmo senza curarsi dei preliminari, deludendo spesso l’attesa di un piacere prolungato; chi all’orgasmo non ci arriva mai, estenuando talvolta il partner, eccetera... i modi di fare l’amore sono infiniti.

Così in genere, come certo sesso di routine, i recital dei cantanti possono risultare assai noiosi, colle arie dalle opere preferite, senza alcun legame tra esse, o programmi monografici, spesso sempre Winterreise o Schöne Müllerin, come se non esistesse altro...

Il mio modo di far l’amore col pubblico è di raccontare delle storie musicali, facendo conoscere la maniera di “far l’amore” di varie culture ed epoche, mescolando, in combinazioni che possono sembrare azzardate, un’aria barocca a una canzone di Cole Porter, o un’aria d’opera a un pezzo sacro. Tutto sta nella storia che si vuole raccontare. Per esempio: in uno dei miei recital, Ritratti di Signore, mostro diciotto figure femminili, tutte diverse, secondo il punto di vista di diciotto poeti e compositori maschi, dal Settecento a oggi, prendendo in giro tutti i luoghi comuni sulla donna, raccontando al pubblico brevi e divertenti aneddoti tra un brano e l’altro, facendo risaltare a volte l’erotismo autentico di alcuni brani. Ovviamente questo è un recital dedicato alla donna, alla smitizzazione delle ovvietà sulla donna. Questo mi dà anche l’occasione di presentare allo spettatore pezzi più o meno famosi che però non si ascolterebbero mai perché non possono rientrare nelle tipologie di programma tradizionale, fatto di cicli e basta. E il pubblico, dopo un “petting” iniziale, con un primo smarrimento perché non è abituato a questo tipo di recital, subito dopo si lascia condurre per mano e raggiunge molti “orgasmi”, devo dire... tanto che se mi capita di tornare in un posto dove già mi sono esibito trovo il mio pubblico raddoppiato. E questa è un’enorme soddisfazione perché vuol dire che il mio lavoro va in una direzione produttiva. Naturalmente per fare questo lavoro c’è anche bisogno di un collaboratore pianistico estremamente versatile e con una padronanza degli stili e con una voglia di giocare che non è così frequente da trovare. Io ho trovato tre pianisti, finora, in grado di fare questo. Uno è stato Antonio Ballista, con cui ho giocato per quasi vent’anni. Adesso la mia compagna di giochi è Angéline Pondepeyre, una pianista francese a dir poco eccezionale, che conosce perfettamente la voce e con cui ci suggeriamo, anche direttamente in palcoscenico, delle vie interpretative a seconda delle esigenze del momento. Non capita così spesso, sono stato fortunato a trovarla. Ad Angéline si è aggiunto di recente Hans Schellevis, pianista alla Radio di Amsterdam, esperto belcantista e persona assai spiritosa, e i giochi continuano…

Ci stai raccontando delle cose interessantissime e che raramente si sentono parlando coi cantanti, la cui attenzione è esclusivamente concentrata sull’opera. Ecco, prima parlavi della Scala, del Massimo, Lyon… come mai non parli di opera?

L’opera, così come si fa oggi, devo dire che mi ha stufato. Mi ha stufato soprattutto il sistema dei cast, spesso assemblati senza il minimo criterio che non sia quello delle agenzie e delle tangenti e di tutta una mafia e un malaffare che ci sta dietro che nulla ha a che vedere colla musica. A me interessa far musica, non stare in equilibrio su dei rapporti di potere e di denaro che non conosco e che non interessano né a me né al pubblico.

Poi lo strapotere dei registi oggi è davvero intollerabile. Persone, nella maggior parte dei casi, che non amano l’opera e che non hanno neanche la più pallida idea della fisiologia e della psicologia della voce che chiedono ai cantanti di fare i funamboli solo per un loro capriccio, solo per l’effetto speciale. No, grazie. Poi esistono anche altri registi, forse meno famosi, che fanno un discreto lavoro. Ma ne ho incontrati pochi. Inoltre l’opera ti obbliga a lunghissimi periodi di prova, lontano da casa, dalle tue cose, dai tuoi affetti, e per me che sono molto affezionato alla vita, alla ricerca, a progettare sempre modi diversi di comunicare, sono tempi morti. Per me è importante andare a fare una gita con uno o più amici, scoprire un luogo lontano e appartato, un ristorante, una spiaggia, un parco, un castello… e spesso, se stai lontano da casa tante volte e per tanto tempo, questa parte di vita ti è negata. Si vive una volta sola, no?

Sono molto più interessato alla musica cameristica, sinfonica, oratoriale, dove non c’è l’intermediazione scenica in senso stretto, ma dove devi inventarti la scena e la comunicazione col pubblico lì per lì, dove in realtà sei tu, nudo, col pubblico che prende e ti restituisce le energie, senza un costume che stabilisce un personaggio, mentre i personaggi sono 10, 20, 100 diversi, cambiando da pezzo a pezzo... e hai solo tre o quattro minuti per raccontare quella storia! è molto più stimolante e interessante, per me. È il luogo, il concerto, dove intravedo una via per il futuro per molta musica che sempre più assomiglia a un museo senza vita. Hai presente “Colloque sentimental” di Verlaine messo in musica da Debussy? Due vecchi amanti di incontrano in un simbolico e congelato parco invernale, dicendosi che sì, un tempo forse si erano amati, ma poi si aggirano tra gli scheletri degli alberi come dei fantasmi. Questo è ciò che sta succedendo alla nostra maniera museale di far cultura: molti brani musicali sono solo fantasmi del passato, spesso c’è una distanza enorme a livello comunicativo tra interprete e pubblico, e questo nuoce a tutti, alla musica in primis, al pubblico, all’interprete, alle società di concerti che vedono il pubblico assottigliarsi, agli operatori culturali che, disorientati dalla perdita di interesse del pubblico verso la musica classica, cercano dei surrogati in altri linguaggi e culture alieni facendo spesso dei danni micidiali. E devo dire che il pubblico, ogni volta che mi viene offerta l’occasione di mostrare questa via di riscoperta della tradizione nostra e anche di altre culture, riassemblate per raccontare storie, mi premia. E io sono contento più del pubblico, perché lo vedo felice.

Massimo, sei travolgente nel tuo entusiasmo e nelle tue analisi della realtà quotidiana. Sono idee innovative, le tue, i tuoi progetti certamente sono una strada diversa e valida. Quante persone incontri sulla tua strada che credono in questi progetti? Hai difficoltà a proporli?

Beh... Certamente non è così facile vincere i timori e, sempre più spesso, le resistenze e l’ignoranza di molti direttori artistici, che, non nascondo il mio pensiero, sono spesso i peggiori nemici del pubblico. Sovente costoro si trincerano dietro futili intellettualismi senza comprendere che il problema del linguaggio è fondamentale. Ma quando trovo delle persone libere e curiose è una gioia poter condividere questa visione della musica giocosa e profonda allo stesso tempo. Io ho trovato, oltre che in Angéline Pondepeyre, anche nel regista Stefano Masi un collaboratore incredibile, con cui sono venuti fuori dei progetti meravigliosi. L’ultimo di questi è stato La Mirabile Historia, un pastiche multimediale sulla storia nientedimeno che delle reliquie dei Re Magi, un argomento che sembrerebbe sterile e assolutamente inutile e che, invece, trattato da Masi, diventa un fantasy avvincente, con video, cantanti, attori, strumentisti, luci, con musiche stupende di Händel, Strauss, Komitas, Barber e con musiche originali di Mario Crispi e Amir Molookpour... e alla fine abbiamo avuto nella stessa sera, nell’enorme Basilica di Sant’Eustorgio a Milano, 3500 spettatori. Chi ce li ha? E il pubblico non se ne andava più, voleva che continuassimo... Queste sono soddisfazioni e sono anche un’indicazione per certi direttori artistici che non sanno cosa inventarsi.

Devo dire che nel mio paese le difficoltà sono oggi maggiori, a causa di una classe dirigente sempre più ignorante e fascista (a destra come a sinistra, perché “fascista” può essere anche uno di sinistra) e che ha un concetto assoluto di cultura legato a schemi superati dalla storia e non va al di là del suo naso, il mondo finisce a cinque metri da lui. È difficilissimo oggi trovare qualche dirigente o amministratore italiano che abbia una vaga idea dei significati molteplici di questa parola di tre sillabe: cul-tu-ra. Perfino le pagine di “cultura” di molti quotidiani italiani spacciano per “cultura” le ballerine televisive e i programmi trash delle nostre inguardabili tv. È cultura anche quella, il trash, alla fine… ma è, appunto, spazzatura.
Il mio è un paese agonizzante, da questo punto di vista, nonostante abbia conosciuto stagioni migliori e sia stato all’avanguardia venti o trenta anni fa. Non è forse tanto evidente a chi vive fuori dall’Italia perché uno pensa sempre che c’è l’Ultima Cena di Leonardo, il David di Michelangelo, Caravaggio, i Templi di Agrigento, Venezia... ma questo è archeologia, non è fatto dagli italiani di oggi. Il mio paese è fermo. Che vuol dire che va indietro perché gli altri vanno avanti. Quindi puoi immaginarti che cosa può importare agli operatori culturali italiani di questi nostri progetti, che, al contrario, all’estero riscuotono un grande successo per la multietnicità e l’originalità delle proposte.

Diciamo che il mio paese è come una voragine splendidamente arredata e che, in virtù di questo prezioso arredamento, non ci si accorge di quanto profondamente si stia precipitando. Ma quando le luci saranno spente, nel buio totale, soprattutto se paesi come la Cina compreranno le aziende dell’energia italiane in cambio della sanatoria del nostro debito pubblico e poi ci sarà chiesto il conto, si intravedrà sopra le nostre teste un puntino bianco: è il cielo in alto, illuminato, inarrivabile… noi saremo in fondo al pozzo. Ciò che è distrutto è distrutto. E la responsabilità di tutto questo sarà ASSOLUTAMENTE dei nostri governi.

Mamma mia, che brividi, ma sei molto pessimista!… Parliamo di cose positive: che progetti hai prossimamente?

Non sono pessimista, direi, anzi, piuttosto realista. Preferisco guardare in faccia le difficoltà reali piuttosto che illudermi che possa cambiare qualcosa in una situazione così deteriorata. Ho avuto fin troppe esperienza negative cogli operatori culturali del mio paese per poter sperare in dei miracoli. Te ne potrei raccontare a decine, anche con nomi eccellenti. Magari un’altra volta, quando m’intervisterai di nuovo mentre sarò vecchissimo senza denti su una sedia a rotelle, ti racconterò tutte queste storielle imbarazzanti su chi ha gestito e gestisce la cultura nel mio paese. E poi, quando la prima voce ad essere tagliata dai governi nel bilancio di un paese è la cultura, in un paese come l’Italia che di cultura dovrebbe vivere, che cosa dovrei dire? Se fossi pessimista mi chiuderei in un eremitaggio perpetuo salutando per l’ultima volta parenti e amici (o forse no) e la mia casa sarebbe una caverna delle Ande, il più lontano possibile dall’Italia. Invece la mia fucina di progetti non smette mai di produrne, è un vulcano in perenne eruzione... Ne ho di molto ambiziosi e sono in trattative col Messico, con alcune realtà in Spagna, in Olanda e in Francia, di cui non faccio i nomi perché un po’ scaramantico sono, da buon mediterraneo... (ride).

Prossimamente ho un recital a Washington D.C. con musiche italiane, di Verdi, Tosti e Puccini, accompagnato dal maestro Marco Rapetti, per le celebrazioni del ventennale dell’assassinio del giudice Falcone, ucciso dalla mafia, che con gli Stati Uniti aveva rapporti strettissimi, proprio perché visitando in carcere alcuni pentiti di mafia, il giudice era venuto a conoscenza di segreti delicatissimi che portarono alla sua eliminazione. Sono onorato di poter essere io a cantare per celebrare la sua scomparsa, anche perché sono palermitano anch’io. E poi in giugno varie cose a Firenze e in Toscana. Ma queste ultime meritano un discorso a parte che ti farò alla fine.
Poi c’è un progetto di portare in Messico e in America Latina un meraviglioso e minuscolo oratorio di Alessandro Scarlatti, Humanità e Lucifero, un gioiello del Settecento italiano che ho inciso qualche anno fa con Fabio Biondi – il riscopritore di questo prezioso lavoro - e la sua Europa Galante. Pensa che in Italia sono riuscito a riproporlo per la prima volta in tempi moderni solo in un passaggio rapido diversi anni fa al Festival di musica sacra di Brescia col bravo direttore Luigi Marzola e i suoi ensemble svizzeri, ma non sono più riuscito a farlo inserire in altre rassegne, pur essendo una preziosa rarità, e forse in Messico e in Spagna mi daranno questa possibilità. Ti dà l’idea della situazione nel mio paese. Sarebbe una messa in scena assolutamente fuori dell’ordinario, coll’eterna lotta tra bene e male, ma in una maniera multimediale, un progetto assolutamente unico, ad opera mia e del geniale Stefano Masi.

Ti dò uno scoop: in realtà si è scoperto, grazie a ricerche musicologiche molto approfondite, che l’autore dell’oratorio non è Alessandro ma il suo figlio maggiore, Pietro Scarlatti! Questo apre nuovi scenari e rende la riproposta, utilizzando anche un organico più ricco, come prescritto dal manoscritto ritrovato, assai interessante anche dal punto di vista musicologico.
Poi c’è un concerto barocco, “Poveri amori miei” coll’ottima Orquesta Barroca de Granada, diretta da Darío Moreno, sul tema degli amori infelici... Poi i concerti del mio Duo Chiaro&SCURO, con Angéline Pondepeyre, dove racconto le nostre storie musicali, dai “Giardini In-cantati” a “Una serata Liberty”, da “Voci nella Notte” a “L’albero di Natale” a “I Fantasmi dell’Opera”... Altri recital tematici con Hans Schellevis sui Quattro Elementi in musica e un divertentissimo programma sulle “Baroquineries” (che ho già cantato in Olanda) ossia la sopravvivenza del Barocco nella musica dei secoli successivi: Strauss, Hahn, Stravinsky, Parisotti, Donhàny, Debussy, Ravel, Massenet.... Poi un progetto sull’Oriente, un trittico, che propone la rara versione Schönberg di “Das Lied von de Erde” di Mahler su testi cinesi (tradotti in tedesco) dell’antico poeta Li Bai, con un mezzosoprano e un giovane e bravissimo direttore spagnolo di cui non sono ancora autorizzato a fare il nome; un altro concerto sull’Oriente, il medio Oriente, nell’opera e nell’oratorio europei dal Settecento al Novecento…
Un altro progetto che mi interessa moltissimo è la realizzazione di un CD di Lieder e di arie da camera di Schubert e Bellini che è anche uno dei miei recital: “Malinconia, Ninfa gentile”. Questo CD sarà parte integrante del romanzo poliziesco di Suzanne Daumann, una scrittrice tedesca naturalizzata francese. Si tratta di un romanzo poliziesco musicale, dove si parla moltissimo di brani musicali che sono come la guida dei personaggi e delle loro azioni, con suspense, colpi di scena, escursioni spazio-temporali, davvero una cosa speciale in una lingua molto calda della Daumann.
Un altro progetto ancora sarà la ripresa di quello spettacolo milanese di cui parlavo prima, La Mirabile Historia, che è una sintesi dell’antico e del moderno e che, narrando una storia di duemila anni fa, dall’Iran fino alla cattedrale di Colonia, passando per l’Italia, chiude il cerchio e il legame tra Oriente ed Europa. Sembra che stia raccogliendo molto successo.
In tutto questo dovrò anche trovare il tempo per dei seminari vocali e master class che mi sono stati chiesti. Vedremo cosa ne verrà fuori. Tutti questi programmi fanno parte del mio modo di raccontare la musica. E poi c’è la scrittura e la fotografia. Sto elaborando dei racconti, una sceneggiatura che sto scrivendo con Stefano Masi e poi vorrei pubblicare un libro fotografico di immagini varie, sempre attraverso percorsi tematici, come piace a me.

Insomma: come vedi, non trovo il tempo per annoiarmi!
Ma quali erano i progetti fiorentini e toscani di cui mi parlavi prima? Di che si tratta
Giusto! Sai che nella mia logorrea me ne stavo dimenticando…

Questo progetto toscano ha sorpreso anche me per come si è presentato, la vita non cessa mai di stupirmi per la sua imprevedibilità…

Alla fine dell’anno scorso un gruppo di strumentisti con cui avevo poco tempo prima lavorato nel “Vespro della Beata Vergine” di Monteverdi, a Firenze, che ho anche inciso e che dovrebbe essere pubblicato da qui a poche settimane, mi disse che era nata una nuova orchestra d’archi e m’invitò ad ascoltarne una prova e dir loro che ne pensavo. Io, curioso come sono, ci andai molto volentieri, anche perché le nuove realtà nascenti le trovo sempre interessanti. Fui premiato, andando ad ascoltare questi musicisti. Innanzitutto erano davvero bravi e poi tutti giovanissimi o giovani. Alla fine della prova io e un piccolo gruppo di essi andammo a cenare insieme e discutemmo a lungo su come un complesso così strutturato potesse andare avanti, sulle scelte di repertorio, eccetera. Avendo ormai una certa età e una certa esperienza può cominciare ad accadere di essere considerato un decano… ascoltarono tutti molto attenti le mie osservazioni. Alla fine della serata mi ritrovai direttore artistico di quest’orchestra: mi chiesero di occuparmene. Non puoi immaginare come abbia preso a cuore questo ruolo… Innanzitutto perché un’orchestra di giovani professionisti, tutti bravi, che si sono riuniti spontaneamente, senza alcuna struttura alle spalle, è una dimostrazione di un grande coraggio in un momento come quello che sta attraversando l’Europa e soprattutto l’Italia, nonché un miracolo, una di quelle possibilità che capitano poche volte nella vita, ossia formare un gruppo e stabilirne il cammino fin dai primi passi, osservandone la crescita, come i giovani musicisti interagiscono tra loro, come reagiscono di fronte al repertorio, come divorano le tappe, come si entusiasmano… Io sono assolutamente e totalmente entusiasta da questa nuova cosa che mi è successa.

Ho quindi ideato in breve un piano triennale, con tre stagioni una più bella dell’altra con musiche note e meno note, anche perché il repertorio per orchestra d’archi è vastissimo e pure difficile da ascoltare, perché in genere le orchestre da camera non eseguono quasi mai interi concerti per archi soli. Ho dato un nome simbolico molto forte all’orchestra, un nome legato al territorio toscano perché ne è il simbolo dello stemma regionale: IL PEGASO – Orchestra d’archi della Toscana.

Il primo programma, che eseguiremo in giugno, sarà dedicato, ovviamente, alla Toscana: “Souvenir de Florence” di Ciaikovskij, “Crisantemi” di Puccini, l’”Intermezzo” di Mascagni in versione per soli archi, e, grande caramella per intenditori e amanti di Puccini, una suite di sue arie giovanili per tenore e archi, trascritte dall’originale per voce e pianoforte da uno dei compositori italiani più in vista del nostro attuale panorama: Carlo Boccadoro. La suite si intitola “La segreta voce” che fu eseguita in prima mondiale proprio a Firenze nel 1994 dal mio carissimo e compianto amico Vincenzo La Scola, con cui avevo studiato al Conservatorio di Bologna, oltre che qualche lezione comune a Palermo con Claudia Carbi… è incredibile come piccoli eventi persi nel tempo siano poi legati tra loro e ritornino quasi a chiudere il cerchio. Questa proposta vuole anche essere un omaggio al caro amico tenore che ho sempre ammirato e che ci ha lasciati prematuramente poco tempo fa.

Tornando all’orchestra IL PEGASO… la versatilità di questi giovani musicisti e la loro velocità sono impressionanti. Devo anche ringraziare di questo il maestro Augusto Vismara che da qualche mese ne ha assunto la guida e che sta facendo un superlavoro di messa a punto e di direzione del repertorio. Straordinario: vederlo lavorare coi giovani è vivificante. Il suo carisma innato, le sue idee musicali varie e avvincenti, la sua specificità e la sapienza di strumentista ad arco, il modo in cui sa rivolgersi ai giovani per ottenere un risultato sono veramente emozionanti. Vismara è una figura assai importante nel mondo musicale italiano. Già da giovane, negli anni ‘70, fece parlare di sé perché partecipò alla trasmissione della televisione italiana (quando la RAI faceva cultura) curata da Luciano Berio “C’è musica e musica”. Ed è anche uno dei più pregevoli insegnanti di viola che abbiamo in Italia.

Ho anche trovato, devo dire, nel Comune di Bagno a Ripoli, una deliziosa cittadina sulle colline fiorentine, una calorosa accoglienza. L’Assessore alla Cultura, Alessandro Calvelli, ha subito compreso che cosa gli stavo proponendo. Ci ha fatto avere una sede per le prove, ci ha fornito a costo zero delle location (e puoi immaginare che location di lusso: chiese trecentesche, palazzi rinascimentali, fontane monumentali… non mancano certo bei luoghi intorno a Firenze) per fare un trailer promozionale, per incidere la musica, per stare a maggior agio possibile per… PRODURRE! Rarissimo caso in Italia, dove invece di aiutarti ti falcidiano o ti pongono davanti mille difficoltà burocratiche come se le cose che i burocrati amministrano siano cose private o solo per gli amici degli amici, nel più puro stile mafioso. Perché poi devi sapere che, proprio a causa delle cose che ti raccontavo precedentemente sul mio paese, chi governa l’Italia oggi non ha neanche la lungimiranza di investire nei giovani, che sono il futuro di una nazione. Il caso dell’Assessore di Bagno a Ripoli è molto raro, perché sembra uno dei pochi che voglia lasciare una bella eredità. Spesso, se un politico racconta che si “occupa” dei giovani, lo fa unicamente per ragioni strumentali, cioè elettorali. Che è la cosa più indegna perché una volta eletti, i politici smettono di occuparsene.

Cerchiamo sponsor, mecenati, agenzie… chi vuole si faccia avanti: l’ensemble è l’unica realtà territoriale toscana che si ponga specificamente come orchestra d’archi, è in crescita qualitativa perpetua e vuole produrre come una “fabbrica di musica”.

Spero tra qualche tempo di poterne parlare più a lungo e con qualche specifica in più per i programmi e le stagioni.

Speriamo di vederti e ascoltarti presto in giro, allora! E soprattutto auguri alla neonata orchestra di cui pubblicheremo il calendario appena sarà pronto, ne riparleremo con piacere.

I prossimi impegni sono dunque:

Recital italiano all’Ambasciata d’Italia di Washington DC, il 22 maggio 2012. Brani di Verdi, Puccini, Tosti.

Il 24 giugno 2012 al Teatro di Bagno a Ripoli il concerto con “IL PEGASO – Orchestra d’archi della Toscana”.Brani di Ciaikovskij, Puccini, Mascagni, Boccadoro-Puccini.

Grazie a Massimo Crispi del tempo che ci ha dedicato e dei momenti entusiasmanti che ci ha fatto e ci farà vivere. Questo tenore anticonformista e “ribelle” ha una delle voci più interessanti del momento, e le proposte insolite che porta avanti, assolutamente fuori dell’ordinario, vanno assolutamente incoraggiate e seguite.

Per chi volesse ascoltare la voce di Massimo Crispi, su yotube si può trovare parecchio materiale cercando “massimo crispi” così come pure sul sito web dedicato alla musica vocale da camera The Lieder Sound Archive: http://www.liedersoundarchive.org/crispi.htm








































































Sunday, May 13, 2012

Julie Fuchs (soprano)


French soprano, Julie Fuchs, studied violin, chamber music, theater and musicology at the Conservatory in Avignon and the University in Montpellier, before starting her singer’s education at Conservatoire National Supérieur de Musique de Paris with Robert Dumé and Alain Buet. She sang the roles of Elle in L’Amour masqué by Messager (Musée d’Orsay, Paris), Eurydice in Orphée et Eurydice by Gluck (Théâtre Mouffetard, Paris), a recital with works by Haydn and Mozart in the Academy of Festival d’Aix-en-Provence (Camerata Salzbourg, Louis Langree, conductor), Maria in The Sound of Music (Théâtre du Châtelet, Paris), Susanna in Le Nozze di Figaro (Kenneth Weiss, conductor), Diane in Offenbach‘s Orphée aux enfers (Toulon and Dijon), Soprano in Purcell’s King Arthur (Versailles and Besancon), a concert with Stockhausen’s Weltparlament (Cité de la Musique, Paris), Haydn’s Die Schöpfung (Le Concert Spirituel), and the soprano part in Mendelssohn’s Christus (Rouen). She has just performed Galatea in Händel’s Acis and Galatea at Festival d’Aix-en-Provence and has been invited to sing the revival in Venice (in a coproduction with Teatro la Fenice).

Upcoming engagements include Urgande and Choryphée in J.C. Bach’s Amadis de Gaulle (Opéra Comique, Paris and Versailles, Jérémie Rhorer, conductor), a recording of Max d’Ollone’s Cantate Frédégonde(Brussels Philharmonic Orchestra, Hervé Niquet, conductor), Musetta in La Bohème (Angers-Nantes), the title role in Donizetti’s Rita (Graz, Musikverein), La Petite Messe solennelle (J-C Malgoire, Atelier Lyrique de Tourcoing), Mozart Requiem at Théâtre des Champs-Elysées, Frasquita in Carmen (Arènes of Nîmes), Hanna Glawari/Missia Palmieri in La Veuve Joyeuse (Grand Theatre de Reims), and recitals with the pianist Alphonse Cemin in Aix-en-Provence, Compiègne, Venice “Palazetto Bru Zane”, Festival de Chambord, La Folle Journée de Nantes, Opéra de Lille, etc. Julie Fuchs is the recipient of many international awards including the 1st Prize at the 20th edition of Concours FLAME, the ‘Revelation Classique’ Prize (ADAMI 2009), and the Special Prize “Prix Palazzetto Bru Zane” at the First Paris International Competition (2010). She has recently received the Gabriel Dussurget Prize of Aix-en-Provence Festival.
 
 
Chorégies Orange 2011 Mignon de Ambroise Thomas par Julie Fuchs

Friday, May 11, 2012

Massimo Crispi, el tenor rebelde.

Josep Font

Hemos encontrado Massimo Crispi, tenor italiano muy especial por sus elecciones artísticas y sus maneras de ser artsta, y por sus proyectos muy interesantes y afuera del ordinario. Su carrera es un firmamento de cosas inusuales a lado del repertorio lo más tradicional, que es el síntomo de una curiosidad y de un espirito de aventura que nuestra entrevista no peude que confirmar.
Massimo, leyendo tu curriculum emerge con singularidad que un cantante italiano pudiera debutar su primer papel proncipal como el Celebrante e la ópera de Bernstein “MASS”. Es muy inusual. Podrias hablarnos de esa experiencia por favor?
Con muchísimo gusto, también porque esa es una de las experiencias de mi pasado que recuerdo con mas ternura y placer. Pues por favor dejamos el pasado atrás y hablamos del porvenir que es lo que más me interesa. El pasado se puede consultar con facilidad en el Google, si quieres buscarlo, donde hay miles de vínculos sobre de mi y sobre lo que hice.  Pues el pasado es pasado, hay cosas que recuerdo con gusto y otras con menos gusto, pues seguimos adelante.
MASS de Bernstein fue mi primera gran experiencia a un nivel musical y escénico. Marco Tutino, que a la época era el director artístico de la orquesta regional lombarda I Pomeriggi Musicali di Milano, estaba buscando activamente un cantante versátil y polifacético para el papel del Celebrante. En la Italia del los Noventa era muy difìcil encontrar cantantes profesionales versátiles y de buen nivel. Tutino creaba temporadas innovadoras, con fragmentos de las tradiciones musicales las más variadas, para renovar un poco el repertorio y el público milanés y para quitar el polvo de los asientos de los teatros. Fueros estos los últimos fuegos apagados por ese horrible conformismo cultural que hoy nos sumerge, pues de eso quizás que hable más allá.
Una amiga que confiaba mucho en mi y que intuyó mi versatilidad artística me presentó a Tutino y me organizaron una audición. Canté el primer song del Celebrante “A Simple Song”. Me acuerdo que entre los jurados estaban Giuseppe Grazioli, que haría estado el director de orquesta de la “Operazione MASS” y Stefano Ranzani, que todavía no era el jefe apreciado que es hoy. Estaba, lo confieso, muy emocionado, también porque para mi era mi primera experiencia en ese campo, y me parecía muy rara la idea de debutar, como cantante italiano, en una opera moderna extranjera, y además en inglés. De todas formas la prueba funcionó, los jurados estaban un poco sorprendidos, y me confiaron el papel. Lo estudié muchísimo y en el profundo. Al primer ensayo, donde también estaban unos cantantes jazz y pop de los mejores que vivían en Milan a la época y que eran parte de MASS, uno de ellos, un inglés muy famoso en Italia empezó con piropos,  que nunca había entendido un italiano cantar ese repertorio sin acento y sobre todo sin la mínima influencia operística. A mi me parecía bastante normal abstraerme de la ópera y la inmersión en el mundo del Musical, del jazz, del rock, también porque me daba gusto el idioma múltiplo utilizado por Bernstein. Debo dar las gracias también a mi profesora de la época, la inmensa Margaret Hayward, para haberme dado una abertura mental y a la cual debo mucha parte de las cosas que sé hacer. Ella abrió mi voz, allanó las dificultades, me ayudó en la pronunciación y en la declamación. Y no solo en aquel repertorio.
Al final la operación MASS fue un éxito. Y por primera vez en mi vida estuve delante de un público de mil y trecientos personas con todos los ojos concentrados sobre de mi. No puedo olvidarlo. El resto llegó después de MASS, y mis experiencias han sido muchas y apasionantes. Yo debo mi notoriedad a Bernstein y a Tutino.
 Pues antes de dejar el pasado, como dices, por favor, como tu has cantado en los teatros mas importantes de Italia y en unos de Europa, hablanos de tus experiencias en La Scala, el Massimo de Palermo, de la Opéra de Lyon, del Liceu… No son tantos los cantantes que pueden poner en su CV estos teatros con directores como los con que tu trabajaste…
Tienes razón, pues como yo siempre miro al porvenir, al pasado no le doy mucha importancia porque es pasado. Y unas veces también es importante ver su proprio camino porque somos el resultado de tantas experiencias. Voy a contarte solo unas.
Bueno, la Scala. Cada vez que un cantante dice el nombre de la Scala es quizás como decir el sanctuario de Nuestra Señora del Pilar para un católico. Llegué a la Scala haciendo una normal audición para una de mis óperas preferidas, “L’incoronazione di Poppea”. La audición pasó bien y me contractaron por el cast. Esa experiencia fue para mi de extrema importancia porque aprendí un montón de cosas que no sabía. El cast era algo de estrellas que no se puede imaginar. Antonacci como Poppea, Matteuzzi como Nerone (yo era el doble de Matteuzzi y cantaba otros papeles en la misma ópera regularmente), Marrocu como Ottavia, Manca di Nissa como Ottone, Colombara como Seneca, Focile como Drusilla, Cherici como Damigella y Fortuna, Spagnoli como Mercurio, Mingardo como Nutrice… me parecía de estar en una fabula. Los ensayos fueron con Muti que debía dirigir, pues se enfermó y la dirección la tomó Zedda, que era el autor de la revisión (horrible, hay que decirlo, con tantas que hay eligieron la peor). Lo que construimos con Muti fue destruido en un momento por Zedda. Paciencia, la perfección no existe… Pués yo aprendí enormemente de mis colegas, cantar a lado de Anna Caterina Antonacci o de Marrocu o de Colombara o de Mingardo, te das cuenta que suerte? Es como una escuela de alto nivel concentrada en dos meses de convivencia con esa gente.
Y, como dejé una buena impresión, la dirección de la Scala me propuso también el mes siguiente “La Fanciulla del West”… y eso sin agencias, solo con mi canto y mis audiciones. Hoy seria imposible con la mafia de agencias que hay. La Fanciulla también fue una experiencia, porque era con Sinopoli, Larin, Casolla y Fondary… UFFF!  Te das cuenta? Allí aprendí lo que son las voces grandes y como se desplega una voz. Larin me di unas lecciones. Cada vez que veo un colega muy bueno siempre le pido consejos, yo siempre aprendo de los otros, porque cada uno tiene una riqueza individual que es la experiencia y captar esos fragmentos de experiencias adaptándolos a tu ser y tu voz es algo sin precio. El pobre Larin hace pocos años falleció y eso me dio una pena infinita, lo quería mucho y le agradezco por lo que me ha dado. Hoy siempre empiezo mis vocalices con uno que él me aconsejó. Quizás es una manera de una sobrevivencia de él en mi.
De todas formas cantar en La Scala significa mucho, y yo lo tengo en mi carrera como una joya preciosa. Quien sabe si volveré a cantar allí, pero como te diré mas adelante, hoy casi no canto mas ópera en la escena y te lo explicaré.
Pués siguo con el Massimo de Palermo.
Eso es mi teatro. Yo soy de Palermo y siempre he visto ese teatro cerrado porque cuando era joven lo cerraron por unos 25 años por “mejorarlo”. No hicieron nada, la mafia lo mantuvo cerrado con un dolor enorme de los ciudadanos que no eran mas dueños del teatro que la ciudad había construido en una época donde el Massimo era el tercer teatro de Europa, después Garnier de Paris y Staatsoper de Viena. Te das cuenta? Yo canté en el Teatro Massimo varias veces con todos repertorios: operas clásicas, contemporáneas, operettas… y siempre con compañías de primera. Y siempre sin agencias, solo con mi voz… ya ese mundo terminó…
Ese teatro tiene una magia. La acústica. Si se cae un botón en el suelo de la escena el ruido se apercibe hasta el ultimo asiento de la galería arriba. Y cantar allí es sentir la voz que se libera. La Scala no tiene esa acústica tan perfecta. Y la atmósfera de Palermo es relajada… Allí canté Orfeo de Offenbach, Masnadieri de Verdi, Viuda Alegre de Lehar, varias operas contemporáneas escritas para mi voz… pues tengo un recuerdo muy vivo de una obra que quizás no es tan importante pues a mi me encantó por el cast que tenia y por la realización. Ser parte de un proyecto en el cual tu crees es importante, yo pienso. Eso fue “Los siete vicios capitales” de Kurt Weill, donde había la inmensa Ute Lemper y la puesta en escena era de Micha van Hoecke (ya había cantado en su realización de Orfeo de Monteverdi en Ravenna Festival, el festival de la familia Muti). Yo estaba en el cuarteto vocal que canta la Familia, muy importante porque subraya los vicios donde se ponen las hijas, Anna I y Anna II, y con otros tres cantantes fabulosos todos alemanes. Yo era el solo italiano en una compañía de alemanes. Eso me dio mucho orgullo porque me sentí como en mi casa con todos ellos que no notaban ni un acento extranjero en mi canto. Ute era magnifica, una tigresa, con algo animal que sale del cuerpo y invade el escenario, desborda de todas partes. De ella aprendí una ulterior desenvoltura en la escena que se muda también en un gesto vocal muy evidente. El teatro expresionista de Weill ella lo cantaba magníficamente.
La Opéra de Lyon… eso es uno de los recuerdos mas bellos. La opera era una de las mas increíbles de Händel como música: “Poro, Rè dell’indie”. Mi papel era lo de Alejandro Magno, un papel para tenor heroico, con una agilidad muy difícil y en un registro bastante central. Fabio Biondi, sí, Fabio Biondi me llamó porque el tenor con lo que él lo había grabado no estaba libre (y también porque era demasiado ligero… ese vicio de dar los papeles de tenor barroco a cantantes demasiado ligeros…) y yo aprendí el papel en pocos días. Pues que música… Händel es uno de mis autores preferidos porque parece hubiera escrito para mi voz. Sus arias eran una mas bella de la otra y el cast era también de estrellas del barroco: Banditelli, Bertini, Balconi, Schubert… y yo… que estrella no era pues en un buen camino hacia las constelaciones. Con Biondi canté otras veces, y grabé la primera mundial del oratorio de Scarlatti “Humanità e Lucifero”. Pués en eso volveremos mas adelante, si tendremos espacio… Es que tu me calentaste, pidiéndome recuerdos… Tendria muchos mas! Pero ahora basta con el pasado!
Massimo, vale, cabíamos de tema. Que significa hoy hacer música, según tu punto de vista?

Tengo espacio sin limites o debo intentar una síntesis? (se ríe…) Yo creo que hoy hacer la música sigua siempre los mismos canales del pasado: hacer música significa contar algo que unos autores compusieron en el curso del tiempo, siguiendo criterios idiomáticos, estéticos, de composición, entre los más varios por medio del intérprete. En una palabra: comunicar. Nada nuevo. Claro que hoy ha cambiado la manera de comunicar, si lo comparamos solo a veinte o treinta años atrás. Hablando del campo que es mi competencia, el mundo del canto, de la ópera, o, de todas formas, de la música vocal, puedo decir que hoy estamos mucho más esclavos de la imagen, o, sino esclavos, mucho más dependientes del pasado. Eso no es un mal absoluto, al contrario la imagen puede enriquecer el texto con más contenidos, específicamente cuando, para poca o mucha gente, esos textos no son más puntos de referencia porque muchas cosas no se estudian más a la escuela y no se habla en las familias.  Quien es, hoy, que todavía conoce las mitologías griegas y latina tan bien como nosotras que la estudiábamos desde niños en la escuela primaria? Hoy existen las nuevas mitologías, los mangas japoneses, los Señores de los Anillos (y de las pulseras), Harry Potter y un montón de otros personajes. Esto es el pretexto que muchos directores de escena utilizan para colocar Aida en los desiertos de Marte y Turandot en planetas ajenos, o un Don Juan en la basura, o un Ballo in Maschera en los aseos de un Parlamento, siguiendo el éxito de las series tv y creyendo que la comunicación con los jóvenes pase por una actualización que a menudo no tiene ningún vínculo con el texto de la ópera y haciendo un servicio muy malo a la misma ópera. Y, al final, al publico. Pues la música no es solo ópera, claro. Hoy la música ha entrado, mucho más que en el pasado y con mucha más insistencia, también en los momentos más intimos de nuestra vida y de una manera que antes era impensable.
Y, unas veces, la música clásica se vuelve en pop. Nosotros escuchamos muchísima música pasivamente, en el metro, en los buses, en los supermercados, preparando la comida, y muchos anuncios utilizan fragmentos de Händel, Bach, Rossini… Así ocurre que, si por casualidad una persona asiste a un concierto u a una ópera por primera vez y reconoce una melodía, diga: “Pues el la música del yogur!” o “Eso lo conozco: es el anuncio del coche X”, y quizás espera que salga el coche en el escenario, o que Iuppiter de a la Semele un yogur bajo los árboles de su jardín olímpico.
La fruición de la música después de la invención de los portables, el walkman (y ya hablamos de arqueología!), CD, iPod, iPad, etc. revolucionó totalmente la manera de escuchar y, de cierta manera, “viciado” las orejas y las reclamaciones del oyente y del consumidor de música: a menudo el oyente no comprende que la música del vivo tiene otros resultados y otras exigencias de lo que escucha habitualmente en los discos, que es siempre igual a si mismo, cristalizado en el momento de la grabación. Además me parece que no se aperciba más, sobre todo si hablamos de publico joven, la necesidad de un respeto del ambiente y ritual que es cada día mas raro: varios jóvenes del publico hoy, a un concierto, hablando, riéndose, llamando al teléfono, como si estuvieran delante de la tele de su casa, sin darse cuenta que alrededor hay otras personas que no le gusta su invasión. Algo que observé hace poco en un concierto en Florencia fue un chico que estaba sentado delante de mi fotografando por su iPhone los músicos que estaban en la escena, subiendo la mano y impidiéndome de ver a mi, estando detrás de él, además de molestarme, y todo eso para enviar a su amiguito u amiguita la “emoción” de aquel momento, via Facebook. Que te parece? Yo eso no lo entiendo… 
Tengo que parar o puedo continuar? (se ríe)
Massimo, pudieras continuar infinitamente porque las cosas que dices son sin duda verdaderas y profundas… quizás volvemos a eso después. Querría preguntarte una cosa: tu has dicho que hacer música significa comunicar. Como te pones delante del oyente, o sea: que piensas tu que sea necesario para capturar su corazón y hablarle a él?
Muy bien, gracias por la pregunta que me da la posibilidad de hablar de mi manera de hacer música. Hay que hacer una premisa, porque un cantante tiene otros medios expresivos de otros músicos, tiene un texto que exprimir, y eso frecuentemente es cantado en idiomas que de vez en cuando pueden ser no tan familiares a los oyentes. Yo adopté un método un poco distinto del ordinario.
Los cantantes adoran, generalmente, “untar” el publico, como si eso fuera un canapé, con sus voces poderosas. El publico se siente atropellado por esa masa sonora casi como en un acto sexual sublimado. Así es, hay una relación casi carnal entre interprete y fan, y sobre todo si el artista es un cantante
Hay amantes rápidos y juega todas sus cartas inmediatamente; hay los que quieren llegar pronto al climax, sin preliminarios, decepcionando la espera de un placer prolongado; hay los amantes que nunca llegarán al climax, agotando de vez en cuando a los partners, etcétera. Las maneras de hacer el amor son infinitas. Así, como un cierto sexo rutinario, los recitales de los cantantes pueden ser de vez en cuando aburridos, con las arias de sus óperas preferidas, sin ninguna conección entre ellas, o con programas monográficos, siempre con Winterreise o Schöne Müllerin, como si no existiera otro...
Mi manera de “hacer el amor” con el publico es contar historias musicales, descubriendo la manera de “hacer el amor” en las varias culturas y épocas, mezclando, en alquimias que pueden parecer temerarias, una aria barroca a un song de Cole Porter, o una aria de òpera a un fragmento sacro. La llave está en la historia que quiero contar.
Por exemplo: en uno de mis muchos recitales, “Retratos de Damas”, enseño diez y ocho figuras femeninas, todas distintas, según el punto de vista de diez y ocho poetas y compositores masculinos, desde el siglo XVIII hasta hoy, burlándome de los tópicos sobre la mujer, y contando al publico sucintas entre los fragmentos y homenajeando a la mujer.  Ese flirteo me da la ocasión también de presentar fragmentos más o menos famosos que nunca se oyen porque no pueden estar en los programas tradicionales, hechos de ciclos y ya está. Y el publico, después de una primera desorientación, porque no está acostumbrado en ese tipo de recital, muy pronto se deja agarrar y… llega a “orgasmos” múltiples. La voz que soy buen “amante” se difunde y si me presento otra vez en el mismo sitio veo mi publico duplicado. Eso es sin duda una enorme satisfacción para mi porque significa que mi trabajo sigue una dirección correcta.
Claro que para hacer ese trabajo es necesario disponer de un pianista muy versátil, con una maestría de los estilos y una gana del juego que no se encuentra tan fácilmente. Yo tuve suerte, hasta hoy y encontré tres pianistas capaces de tanta levedad. Uno ha sido Antonio Ballista, con quien jugué por casi veinte años. Ahora mi compañera de juegos es Angéline Pondepeyre, una pianista francesa excepcional por decir lo menos, que conoce perfectamente la voz y el repertorio y con la cual nos intercambiamos ideas (nada menos que en la misma escena) y de los caminos interpretativos según las exigencias del momento. No es tan fácil, tuve suerte en encontrarla. A Angéline recientemente se añadió Hans Schellevis, pianista a la Radio de Amsterdam, muy experto belcantista y persona chistosa, así que los juegos siguen...
Nos cuentas cosas tan interesantes y que no son tan frecuentes hablando con cantantes, cuya atención se concentra en la opera… Pues ¿como no hable de la ópera? Antes hablaste de la Scala, el Massimo, Lyon… Porque no seguiste con la ópera?
La ópera… así como la realizan hoy, tengo que decir que estoy harto de la ópera. Estoy harto sobre todo el sistema de los casts, que en la mayoría de los casos son montados sin ningún criterio artístico, solo el criterio de las agencias y de la corrupción de una mafia y delincuentes que están detrás de los artistas y teatros y que nada tienen que ver con la música.
Lo que me interesa a mi es de hacer música, arte, no hacer de acróbata entre las relaciones de poder y dinero que no interesan ni a mi ni al publico.
Además el poder de los directores de escena hoy es intolerable. Esas son personas que, pos su mayoría, no aman a la ópera ni tienen la mínima idea de lo que es la fisiología ni la psicología de la voz y que pretenden de los cantantes de hacer de funambulístas solo para sus mismos caprichos, solo para un efecto especial.
No, Gracias. Pero reconozco que también hay directores, quizás menos famosos, que hacen un buen trabajo. Pues yo encontré pocos de ese último tipo. Además la ópera te obliga a larguísimos periodos de ensayos, lejos de tu casa, tus cosas, tus afectos, y para mi, que soy muy aficionado de la vida, de la búsqueda, siempre intentando nuevos caminos de comunicación, aquellos son tiempos muertos. Para mi es importante también ir de viaje con uno o más amigos, descubrir sitios nuevos, aprender, descubrir restaurantes, playas, parques, castillos… y si regularmente estás lejos de tu casa esa parte de la vida está negado. Solo una vez se vive, ¿no?
Me interesa mucho la música de cámara, sinfónica, el oratorio, donde no hay una intermediación escénica en sentido estricto, pues donde tu debes inventarte tu comunicación con el publico, donde eres solo tu, en la realidad, desnudo, mientras el publico toma y devuelve tus energías, sin un habito que caracteriza un personaje, y donde tus personajes son diez, veinte, cien a la vez, un fragmento detrás del otro… y tu tienes solo tres o cuatro minutos para contar aquella historia! Eso me estimula más, es más interesante. Es el sitio, el concierto, donde yo entreveo un camino para el porvenir de la música, cuyo patrimonio parece más y más un museo sin vida. Conoces “Colloque sentimental” de Verlaine con música de Debussy? Dos viejos amantes se encuentran en un parque simbólico y congelado en invierno; ellos se dicen que sí, estuvo un tiempo que se amaron pues después vagan entro los árboles esqueléticos como si fueran fantasmas. Así es en nuestra manera de museo haciendo la “cultura”: muchos fragmentos musicales del pasado solo son fantasmas, hay frecuentemente una fractura enorme a nivel de comunicación entre el interprete y el publico y eso nos dañas a todos, primero al publico, después a la música, al interprete, a las sociedades de conciertos que ven su publico que desaparece poco a poco, a los operadores culturales que, desorientados por la perdida de interés del publico, buscan otros lenguajes y culturas ajenos añadiendo a la vez daños a daños. Y yo tengo que decir que, cada vez que me ofrecen la ocasión de descubrir y enseñar ese camino de redescubrimiento de nuestra tradición pues también la de otras culturas, juntadas para contar unas historias, el publico me recompensa. Y yo estoy contento mas que el publico, porque lo veo feliz.
Massimo, eres abrumador en tu entusiasmo y en tus análisis de la realidad de cada día. Tus ideas parecen innovadoras y tus proyectos por cierto son un camino distinto y valido. ¿Cuantas personas encuentras por tu camino creyendo en tus proyectos? ¿Encuentras dificuldades en proponerlos?
Bueno, claro que no es tan fácil ganar los miedos y, cosa más y mas frecuente, las resistencias y la ignorancia de buena parte de los directores artísticos, que, no escondo lo que pienso, en su mayoría son los enemigos peores del publico. A menudo muchos de esa gente se ponen en zanjas con sus fútiles intelectualismos sin comprender que el problema del lenguaje es fundamental. Pues cuando me ocurre de encontrar personas libres y curiosas es un placer compartir una visión alegre y profunda al mismo tiempo. Yo he encontrado, además de Angéline Pondepeyre, el director Stefano Masi, un colaborador increíble con quien he realizado proyectos maravillosos. El ultimo de esos ha sido “La Mirabile Historia”, un pasticho multimedia sobre nada menos que la historia de las reliquias de los reyes Magos. En aparencia ese argumento podría mostrarse estéril y inútil, pues, por como Masi lo trató, ha sido un muy buen fantasy, con videos, cantantes, actores, músicos, efectos luminosos, proyecciones, y con músicas de Händel, Strauss, Komitas, Barber y creaciones originales de Mario Crispi y Amir Molookpour... al final tuvimos, en la misma vela, en la enorme Basilica di Sant’Eustorgio en Milan, un publico de 3500 personas. Quien puede jactarse de tanto? Y el publico no quería irse, quería que seguiriamos. Esas satisfacciones y éxitos también son una indicación para unos ciertos directores artísticos que no saben como llenar sus agendas ni inventar algo…
Tengo que decir que en mi país las dificultades son muchas más, por causa de unos gobiernos cada dia más ignorantes y fascistas (en la derecha como en la izquierda, porque fascista puede ser también la izquierda) y que tienen un concepto absoluto de cultura de esquemas superados de la historia y que no ven más allá de su nariz, porque el mundo termina a 5 metros de ellos.
Dificil es hoy encontrar unos funcionarios de la administración publica que sepa los múltiples sentidos de esa palabra trisilábica: cul-tu-ra. Incluso las paginas de “cultura” de muchos periódicos italianos hoy venden por cultura las bailarinas de la tele y las emisiones trash de nuestras vergonzosas televisiones. Claro que el trash también puede ser cultura, pue en ese caso es… basura. Mi país es un país agonizando, de ese punto de vista, a pesar que en el pasado tuvo temporadas mejores y estuvo a la vanguardia, veinte o treinta años atrás.
Eso no es tan evidente para los quienes viven fuera de Italia, quizás porque siempre ellos piensan que aquí tenemos la Ultima Cena de Leonardo, el David de Michelangelo, Caravaggio, los Templos de Agrigento, Venecia, Pompeya... pero eso es arqueología, no lo hicieron los italianos actuales. MI país es inmóvil y eso significa que vuelve atrás mientras los otros países adelantan. Entonces puedes imaginar lo que le importa a los operadores culturales italianos de esos nuestros proyectos que, al contrario, en otros países tienen éxito por la multietnicidad y la multiculturalidad de las mismas propuestas.
Decimos que mi país es como un abismo magníficamente decorado y que, por esa preciosa y rica decoración, uno no se da cuenta de lo profundo que estamos derrumbándonos. Pues cuando las luces estarán apagadas, en la oscuridad total, sobre todo si China va comprar nuestras compañías de energía para intercambiar la compra de nuestra deuda publica y después nos pedirá la cuenta, sobre nuestras cabezas veremos un puntito blanco: arriba está el cielo, aclarado, inalcanzable pues nosotros estamos bajo el pozo. Lo que se destruyó no vuelve. Y los responsables son ABSOLUTAMENTE nuestros gobiernos.
Madre mia, que escalofríos, eres muy pesimista! No es que exageras con tu país?
Mira… mas que pesimista diría realista. Prefiero mirar en la cara las dificultades más que cultivar la ilusión que algo pueda cambiar en poco tiempo en una situación tan deteriorada.
Yo tuve demasiadas experiencias negativas con los operadores culturales de mi país para que pueda esperar a los milagros. Podría contarte decenas de estas experiencias, también con unos nombres que te sorprenderían. Pues otra vez, quizás cuando estaré muy mayor, sin dientes y en una silla de ruedas, me entrevistarás y te contaré todas aquellas historias sobre los que gestionaron y robaron la cultura en mi país: cuando la primera cosa que cortan los gobiernos para el déficit de un país es la cultura, en un país como Italia, che debería vivir de cultura, que tendría que decir una persona con un mínimo de cabeza?
Si yo fuera pesimista me cerraría en una ermita perpetua, dando los saludos a mis familiares y amigos (quizás no a unos) y mi casa sería una cueva en los Andes, lo más lejos posible de Italia, disponible de vez en cuando a la devoción de los fieles.
Pero mi fabrica de proyectos e ideas nunca para y ese volcán está siempre en erupción… Tengo unos proyectos muy ambiciosos y estoy tratando con Mexico, Holanda y Francia, sin hacer nombres porque como soy mediterráneo también soy supersticioso… (se ríe).
Pues hablamos entonces de cosas positivas. ¿Que proyectos tienes próximamente?
Tengo un recital en Washington D.C. ese mes de mayo 2012, con músicas italianas, de Verdi, Tosti y Puccini, acompañado por el maestro Marco Rapetti, para las celebraciones de hace los veinte años que la mafia asesinó al juez Falcone de Palermo. Ese juez tenia relaciones muy estrechas con EEUU porque estaba en contacto con unos mafiosos arrepentidos en las cárceles americanas y gracias a esas revelaciones pudo condenar a varios mafiosos en Italia. Pues esa gente no se lo perdonó y lo mató. Yo estoy honorado de cantar en su memoria, además porque soy de Palermo yo también. En junio tengo otros proyectos en Florencia y Toscana. Pues tendría que hablar mas porque son muchas cosas, quizás mas adelante?
Hay un proyecto de llevar a México y en América Latina un minúsculo y maravilloso oratorio de Alessandro Scarlatti: Humanità e Lucifero, una joya italiana del siglo XVIII que grabé, como te dije antes, hace unos años con Fabio Biondi – que es lo que descubrió esa joya – y su Europa Galante. Pienses que en Italia solo logré de proponerlo para primera vez en los tiempos modernos en un rápido pasaje hace unos años al Festival di musica sacra di Brescia con el muy buen jefe Luigi Marzola y sus ensambles suizos. Nunca logré de insertarlo otra vez en otras temporadas italianas, aunque sea una obra preciosa y rarísima, pues creo que en España y en México me darán la posibilidad. Eso te da la idea de cómo sea difícil la situación en mi país actualmente. A pesar que seria una realización fuera del ordinario, con la eterna lucha entre el Bien y el Mal, con una puesta en escena multimedia, un proyecto absolutamente único, concebido por mi y Stefano Masi.
Te doy un scoop: se descubrió, gracias a búsquedas musicológicas muy profundas que el autor del oratorio no es Alessandro pues su primer hijo Pietro Scarlatti! Eso abre nuevos escenarios y, como se utiliza un orgánico instrumental más rico de lo de la grabación, como el manuscrito prevé, hace la proposición muy interesante no solo del punto de vista espectacular pues también del musicológico. Pues eso es un “progettone”, necesita una cooperación de fuerzas bastante intenso. Yo lanzo la propuesta…
Además hay un concierto barroco, con músicas del siglo XVII, “Poveri amori miei” con la excelente Orquesta Barroca de Granada, soto la guía de Darío Moreno, sobre el tema de los amores infelices… Y los recitales de mi Duo Chiaro&SCURO, con Angéline Pondepeyre, donde cuentaré nuestras historia musicales, de “Jardines En-cantados” hasta “Una soirée Liberty”, de “Voces en la Noche” hasta “El árbol de Navidad” y “Los Fantasmas de la Ópera”... Otros recitales temáticos más con Hans Schellevis sobre el tema de los Cuatro Elementos y un divertido programa sobre las “Baroquinerias” (que ya cantamos en la Holanda) que trata de la sobrevivencia del Barroco en la música de los siglos sucesivos: Strauss, Hahn, Stravinsky, Parisotti, Donhàny, Debussy, Ravel, Massenet....
Otro proyecto es sobre el tema del Oriente, un tríptico que propone la rara versión Schönberg de “Das Lied von de Erde” de Mahler sobre poemas chinos (traducidos en alemán) del antiguo poeta Li Bai, con una mezzo-soprano y un espectacular joven jefe de los que no puedo todavía decir el nombre; el segundo concierto del tríptico está consagrado al Medio Oriente y su presencia en el repertorio operístico y de oratorio de los siglos XVIII-XX. El tercer espectáculo es la replica del proyecto milanés de lo que hablé antes, La Mirabile Historia, porque es una síntesis del antiguo y del moderno, hablando de una historia de hace dos mil años, desde Irán hasta la catedral de Colonia, pasando por Italia, concluye el circulo y el vinculo entre Oriente y Occidente. Es una proposición que interesa a unos organizadores. Otro proyecto que me interesa muchísimo es la realización de un CD de Lieder y romanzas de cámara de Schubert y Bellini, que también es uno de mis recitales: Malinconia, Ninfa gentile.
Ese CD será parte de una novela de Suzanne Daumann, una escritora alemana, naturalizada francesa. Es una novela policial “musical” donde se habla muchísimo de unos fragmentos que son como una banda sonora que siempre acompaña los personajes y sus acciones, con suspense, golpes de escena, excursiones espacio-temporales, algo muy especial en un idioma muy cálido de Daumann. En todo eso tendré que recortarme un poco de tiempo para cursos y master clases que me pidieron. Ya vamos a ver como todo saldrá!
De todas formas todos esos programas son parte de mi manera de entender y contar la música. Y además hay en mi vida la escritura y la fotografía. Estoy trabajando en mi tiempo libre, sobre unos cuentos, un guión con Stefano Masi y un libro fotográfico con imagines varias, siempre siguiendo caminos temáticos, como me gusta a mi.
No hay tiempo para aburrirse! La vida es demasiado breve!
Entonces, Massimo, cuales eran los proyectos florentinos y toscanos de que hablabas antes?
Que sí… que ya estaba olvidándome… Ese proyecto toscano sorprendió a mi mismo por como se presentó a mi vida. La vida nunca cesa de maravillarme por su imprevisibilidad.
Al final de 2011 un grupo de instrumentistas con los cuales ya había trabajado el noviembre pasado en el “Vespro” de Monteverdi al Teatro della Pergola de Florencia, que también grabé y que en unas semanas va ser publicado, me pidió de escuchar un ensayo de una nueva orquesta que ellos mismos habían formado, para pedirme mis opiniones. Yo soy curioso y las cosas nuevas siempre me calientan. Escuchando a esos músicos, recibí varios premios.
Antes de todo muchos eran muy valiosos y jóvenes. Al final del ensayo fuimos cenando juntos con unos de ellos y hablamos por mucho tiempo de cómo ese ensamble pudiera alcanzar lograr algo, sobre el repertorio, etcétera. Como ya estoy mayor tengo experiencia y empiezo a ser considerado como un decano… todos eran muy atentos a mis observaciones. Al final de la noche me pidieron si me apeteciera ser el director artístico de la orquesta. No puedes imaginar como me electrizó. Y como yo cuide seriamente ese papel… Primero porque una orquesta de jóvenes profesionales, todos muy buenos, que se reunieron espontáneamente, sin ninguna estructura detrás, es la demonstración de un coraje de león, además en un momento como el actual que Europa está viviendo. Sobre todo en Italia, me parece un milagro de la Santa Cecilia, la que protege a los músicos. Es una de las posibilidades que pocas veces ocurren en la vida, sea por la ocasión que unos músicos se reúnen por sis mismos, y también porque se puede observar como ellos crecen, como interactúan entre ellos, como reaccionan al repertorio, como devoren las etapas, como se entusiasmen… Yo estoy totalmente y en absoluto entusiasmado como ellos de esa nueva cosa que me ocurrió.
Entonces he ideado rápidamente un plano de tres años con tres temporadas una mas bella de otra con obras famosas y menos famosas, también porque le repertorio para cuerdas es enorme y también difícil a escucharlo porque generalmente las orquestas de cámara dedican solo pocos conciertos a las solas cuerdas. Mezclé los repertorios de una manera muy especial, siempre contando historias, y preveo conciertos con solistas, ballets, serenadas y algo de opera barroca.
Elegí entonces el nombre del grupo. Es un nombre simbolico muy fuerte, porque está conectado al símbolo de la Regione Toscana, que es el Pegaso del Bernini: IL PEGASO – Orchestra d’archi della Toscana.
El primer programa que haremos el próximo mes de Junio es dedicado, naturalmente, a la Toscana: “Souvenir de Florence” de Ciaikovskij, “Crisantemi” de Puccini, l’”Intermezzo” de Mascagni en la version para cuerdas solas, y, caramelo para los fans de Puccini, una suite de sus arias juveniles para tenor y orquesta de cuerdas, transcriptas del original para voz y piano por uno de los compositores italianos mas famosos de nuestro panorama actual: Carlo Boccadoro. La suite se titula “La segreta voce” y su primera ejecución fue justamente en Florencia en 1994 por mi querido amigo Vincenzo La Scola, con quien estudié en el Conservatorio de Bolonia y también unos pocos cursos en Palermo con Claudia Carbi… es increíble como unos poco eventos de hace muchos años sean atados entre ellos y vuelvan para cerrar el circulo. Ese programa quiere ser también un homenaje al querido amigo y artista que nos dejó mucho antes del tiempo que merecía.
Volviendo a la orquesta IL PEGASO... la versatilidad y la rapidez de esos jóvenes músicos son impresionantes. Y también tengo que agradecer por esos resultados el maestro Augusto Vismara que desde hace unos meses es el jefe oficial del grupo, haciendo el punto y dando una dirección al desarrollo del repertorio. Ese músico es extraordinario: es emocionante ver como sabe manejar los jóvenes músicos y darle entusiasmo. Tiene un carisma natural y, como es un instrumentista de cuerdas también, sabe como decir las cosas y que querer a los instrumentistas. Vismara es una figura de primera importancia en el mundo musical italiano. Cuando era muy joven, en los 70, hizo hablar de él porque participó, entre los poquísimos músicos italianos, al programa de la tele italiana (en la edad del oro cuando la RAI producía cultura) “C’è música e música”, que la cuidava nada menos que Luciano Berio. El maestro es uno de los mas importantes profesores de viola que tenemos en Italia, y enseña en Florencia.
Tuve mucha suerte, hay que subrayarlo, con el Comune de Bagno a Ripoli, un delicioso pueblo de las colinas florentinas, que ha dado a la orquesta una caliente acogida. El Assessore alla Cultura, Alessandro Calvelli, inmediatamente comprendió, cuando nos encontramos por primera vez, lo que le estaba proponiéndole a él. Ese señor nos procuró un salón adecuado para los ensayos, sin gastos, y nos ha procurado también unas locations fabulosas (ya solo puedes imaginar lo que hay en las colinas de Florencia: iglesias medievales, castillos, palacios, fuentes monumentales) para producir un tráiler promocional, lugares para grabar música, para estar los mas cómodos posible… en una palabra: para PRODUCIR en paz! El caso de ese Asesor es casi único en Italia, un país donde en lugar que ayudarte te matan y te ponen delante un montón de dificultades  inexistentes, como si las cosas que esa gente administra fuesen sus cosas privadas o para los parientes o amigos de los amigos, en puro estilo mafioso. Tienes que saber que, justamente por causa de todas las cosas que te contaba antes sobre mi país, los que actualmente gobiernan Italia, y peor los de antes, no tiene tampoco una visión de invertir en los jóvenes, que son el porvenir de una nación. Y a menudo podrás escuchar muy fácilmente un político genérico que muestra “ocuparse” de los jóvenes y que lo hace de manera totalmente instrumental, o sea para finalidades electorales, lo que es la cosa mas indigna porque una vez elegidos esa gente se olvida muy pronto de las intenciones.
Estamos buscando sponsor, mecenas, agencias… quienes quiera que se acerque: ese ensamble es la única realidad Toscana que se ponga específicamente como orquesta d cuerdas con un repertorio inmensamente variado, y que es en crecimiento continuo y en mis intenciones quiero que se vuelva en una fabrica de música.
Espero hablar pronto mucho mas de la orquesta para ilustrar los programas y las temporadas.    .
UFF! Massimo, cuantos proyectos… tienes razón cuando hablas de un volcán en perpetua erupción. Te deseo que se cumplieran todos. Esperamos verte y escucharte pronto en el mundo, entonces! Pues, primero, próxima cita es en Washington DC, Embajada de Italia, 22 mayo 2012, con tu recital italiano. Después “Sotto il cielo di Toscana” el concierto inaugural de “IL PEGASO – Orchestra d’archi della Toscana” en el Teatro de Bagno a Ripoli, el 24 junio 2012.
 Gracias a Massimo Crispi por el tiempo que nos ha dedicado y por los momentos de entusiasmo que nos hizo vivir y quizás nos hará vivir en otro tiempo. Ese tenor anticonformista y “rebelde” tiene una de la voces más interesantes de esos años y los proyectos inusuales que propone, absolutamente hay que encorajarlos y sostenerlos.
Los que quieran escuchar la voz de Massimo Crispi pueden encontrarlo en buena parte en youtube.com, buscando “massimo crispi”, así como el el website dedicado a la música vocal de cámara                                                                                                                                                           The Lieder Sound Archive: http://www.liedersoundarchive.org/crispi.htm