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Wednesday, January 12, 2011

Franz Liszt en el Parco della Musica de Roma con el pianista Michele Campanella

Foto: Michele Campanella (pianista) Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Massimo Viazzo

Michele Campanella es el pianista italiano que más veces ha frecuentado el repertorio de Liszt en los últimos cuarenta años. Escuchándolo aquí en Roma en un recital monográfico con el que se iniciaron las celebraciones por el bicentenario del nacimiento del músico húngaro, se tuvo una ulterior confirmación del extraordinario valor de la obra de un compositor que frecuentemente ha sido etiquetado (y maltratado) como un vació y acrobático virtuoso. En su conspicuo catalogo ¡como hay sustancia con música de tan alto nivel! y depende naturalmente del interprete hacerla emerger de la mejor manera. Campanella ideó una primera parte del concierto marcada con obras compuestas principalmente en los últimos años de la vida de Franz Liszt, que son armónicamente modernísimas, casi aforísticas a nivel temático, y mas aun, que crean un puente hacia el siglo veinte. El pianista napolitano afrontó estas obras con elegancia de extrema y refinada dinámica y timbrica, proyectándolas casi fuera de su propio tiempo, en un logrado esfuerzo con el que evidenció las cualidades puramente musicales. No hubo tendencia a delinear o esbozar, tampoco después del intervalo, con un Deuxième Livre de los “Années de Pelerinage” concebido como un ciclo, y que fue interpretado sin soluciones de continuidad, a pesar de que el maléfico sonido de un celular interrumpió la concentración del pianista y lo puso un poco nervioso antes de su ejecución de la última pieza. La expresividad exhibida, siempre sobria y sentida, estuvo a la par de su rara capacidad para cincelar una frase y de saborear las notas de un arpegio, todo con una gestualidad más pronunciada como en la última pieza del compendio, que fue una Aprés une lecture de Dante tan furibunda e impetuosa. Una maratónica monstre estuvo prevista para el día siguiente con la ejecución integral de las Sinfonías de Beethoven en la trascendental transcripción pianística de Liszt (la Novena en la versión para dos pianos). Michele Campanella hizo los honores de casa contando anécdotas curiosas sobre episodios ligados a la estadía romana de Liszt, mientras que los valientes pianistas se alternaban en el teclado transformado para la ocasión en una verdadera y efectiva orquesta (pero la extraordinaria genialidad de Franz Liszt fue la de haber sabido transformar de manera camaleónica a la ¡orquesta en un piano!). Se puede mencionar el refinamiento de Monica Leone, la fuerza muscular de Massimiliano Damerini, la energía de Francesco Libetta (invitado de último momento por la incomprensible renuncia de un colega, criticada por el propio Campanella), la sensibilidad de Roberto Plano, como también la granítica y áspera Quinta de Massimo Giuseppe Bianchi, así como la terrena y gallarda Pastoral de Fedele Antonicelli. Pero el momento mas esperado fue indudablemente el final ligado a la ejecución de la Novena por parte del histórico dúo pianístico conformado por Bruno Canino y por Antonio Ballista, quienes evidentemente no desilusionaron las expectativas, aunque alguna prudencia (por ejemplo, el Scherzo tuvo un desarrollo moderadamente cómodo) y cierto rigor y equilibrio de impostación limitaron un poco la carga propulsiva. Sin embargo, los dos pianistas exhibieron una excelente y formal determinación y una apasionante capacidad dialógica.

Tuesday, January 11, 2011

Michelle Campanella - Franz Liszt al Parco della Musica di Roma

Foto: Michele Campanella (pianoforte) - Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Massimo Viazzo

Michele Campanella è il pianista italiano a più alta frequentazione lisztiana degli ultimi quarant’anni. Ascoltandolo qui a Roma nel recital monografico che ha aperto le celebrazioni per il bicentenario della nascita del musicista ungherese, si è avuta l’ulteriore conferma dello straordinario valore dell’opera di un compositore che spesso è stato etichettato (e bistrattato) solo come vacuo virtuoso funambolico. Nel suo cospicuo catalogo di sostanza ce n’è, eccome! Sta all’interprete, naturalmente, farla emergere al meglio. Campanella ha ideato una prima parte di concerto improntata su lavori composti principalmente negli ultimi anni della vita di Franz Liszt, modernissimi armonicamente, quasi aforistici a livello tematico, che gettano un ponte addirittura verso il Novecento. Il pianista napoletano li ha affrontati con eleganza ed estrema rifinitura dinamica e timbrica, proiettandoli quasi fuori dal loro tempo, in un tentativo, riuscito, di palesarne le qualità prettamente musicali. Niente bozzettismo nemmeno dopo l’intervallo, con un Deuxième Livre dagli “Années de Pelerinage” concepito a ciclo, ed eseguito senza soluzione di continuità, nonostante il trillo malefico di un cellulare abbia interrotto la concentrazione prima dell’attacco dell’ultimo brano facendo innervosire non poco il pianista campano. L’espressività mai esibita, sobria e sentita, andava di pari passo con la rara capacità di cesellare una frase o di assaporare le note di un arpeggio, il tutto con una gestualità più pronunciata soltanto nell’ultimo brano della raccolta, una Aprés une lecture de Dante così furibonda e rapinosa. Maratona monstre quella prevista il giorno seguente con l’esecuzione integrale delle Sinfonie beethoveniane nella trascendentale trascrizione pianistica lisztiana (la Nona nella versione per due pianoforti). Michele Campanella ha fatto gli onori di casa raccontando aneddoti curiosi ed episodi legati al soggiorno romano di Liszt, mentre i valorosi pianisti si alternavano alla tastiera trasformata per l’occasione in una vera e propria orchestra (ma la straordinaria genialità di Franz Liszt è quella di aver saputo ritrasformare, camaleonticamente, l’orchestra in un pianoforte!). Potrei ricordare le raffinatezze di Monica Leone, i muscoli di Massimiliano Damerini, l’energia di Francesco Libetta (cooptato all’ultimo momento per la rinuncia incomprensibile di un collega, stigmatizzata dallo stesso Campanella), la sensibilità di Roberto Plano, ma anche la Quinta granitica e ruvida di Massimo Giuseppe Bianchi e la Pastorale terrena e gagliarda di Fedele Antonicelli, ma il momento più atteso restava indubbiamente quello conclusivo legato all’esecuzione della Nona da parte dello storico duo pianistico formato da Bruno Canino e da Antonio Ballista che, certo, non ha deluso le aspettative, anche se forse qualche prudenza (lo Scherzo aveva un andamento moderatamente comodo, ad esempio) e un certo rigore ed equilibrio di impostazione ne ha limitato un po’ la carica propulsiva. I due pianisti hanno comunque esibito un’eccellente saldezza formale e una capacità dialogica avvincente.

Wednesday, December 8, 2010

"Senza respiro. Musica per immagini - La musica dei film di Hitchcock" - Legnago, Teatro Salieri.

Foto: Alfredo Hitchcok

Massimo Crispi

"Senza respiro. Musica per immagini - La musica dei film di Hitchcock" era il titolo dello spettacolo di Stefano Masi andato in scena sabato 4 dicembre scorso al Teatro Salieri di Legnago. Parte di un bel ciclo dedicato al cinema nella varia e interessante stagione del Salieri, questo spettacolo circola ormai da diversi anni in Italia e la sua longevità è probabilmente dovuta al fatto che è davvero ben congegnato e comunicativo. Soprattutto, grazie alla scelta e alla successione delle immagini selezionate e rimontate ad hoc dal regista e autore Stefano Masi, lo spettacolo fornisce un'ampia galleria dei tic, delle situazioni, dei temi affrontati da Hitchcock nella sua enorme produzione cinematografica, mettendone in risalto un parallelo con le opere d'arte della pittura, della scultura e dell'architettura del passato e del presente: Alfred Hitchcock, per chi non lo sapesse, era infatti anche un espertissimo storico dell'arte. Ma questi temi non sono separati, non vivono di vita propria. Essi sono invece tessere di un mosaico poetico, che ogni volta si ricompone, sempre diverso e sempre uguale, nell'opera cinematografica del regista, mostrando come Hitchcock abbia inventato un nuovo, geniale, linguaggio cinematografico attraverso un'interpretazione dell'infinito scibile iconografico della storia dell'arte. Il tutto mentre un'orchestra sinfonica dal vivo restituisce le emozioni delle sue celebri colonne sonore, soprattutto di Bernard Hermann e di Miklos Rosza. E così ritroviamo accanto ai profili di Kim Novak, Ingrid Bergman, Joan Fontaine, Eve Marie Saint, Grace Kelly, Vera Miles e le altre infinite e immense icone femminili che popolano i suoi film, le fonti originali a cui probabilmente si ispirò il regista, ritrovandone i tratti nelle donne moderne: ecco i ritratti femminili del Pollaiolo, Rossetti, Knopff, Monet ed ecco anche gli incubi di Dalì e di Magritte mentre Gregory Peck precipita nel suo personale incubo e Cary Grant viene inseguito da un aereo nel deserto o Tippi Hedren assalita dai corvi neri... Scorrono quindi sullo schermo le immagini di molti suoi film, più o meno celebri, anche di film muti di rara visione, ma che contengono già i temi che poi saranno sviluppati nei thriller sonori successivi. L'Orchestra della Fondazione Verdi di Milano, diretta da Antonio Ballista (non sempre all'altezza della situazione, soprattutto negli scoordinati e poco intonati miagolii dei violini in "Psycho", a cui mancava anche una maggiore precisione ritmica) ha eseguito in maniera un po' routinnier, talvolta un po' sotto il tempo, le pregevoli suites sinfoniche dalle colonne sonore di "Psycho", "Vertigo", "North by Northwest", "Marnie", "Spellbound". Delizioso cameo la celebre "Marcia funebre per una marionetta" di Charles Gounod che divenne la sigla dei cortometraggi televisivi "Alfred Hitchcock presenta", e che, nella realizzazione video di Masi, è un divertente ritratto-collage di tutte le apparizioni del regista nei suoi film. Qui l'orchestra ha offerto un'esecuzione molto buona, accentuando il carattere umoristico-grottesco del brano. Le animazioni, molto divertenti anch'esse, erano di Cartobaleno e il montaggio di Luca De Sensi. Il successo è stato comunque assicurato perché non capita ormai quasi più di vedere immagini così belle, di attori così bravi e diretti magistralmente, su grande schermo e con musica dal vivo: la sequenza finale di tutti i baci sulla musica di "Spellbound", dove tra l'altro l'orchestra era più a suo agio, è stata travolgente al tal punto che il pubblico plaudente non voleva più alzarsi e andarsene, contento dell'evento, come se non si aspettasse uno spettacolo così raffinato, articolato, avvincente. Ma l'orchestra di Milano ha sdegnosamente negato i bis e ha lasciato tutti coll'amaro in bocca. Peccato di superbia, perché un successo simile in un teatro di provincia, stracolmo, soprattutto di questi tempi dove la musica e la cultura latitano, è qualcosa da coltivare, da coccolare, da assecondare per preparare un futuro migliore. Purtroppo, per far questo, è necessario avere una visione che sembra mancare a tutti i livelli.