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Sunday, September 2, 2018

Budapest Festival Orchestra - Stresa Festival, Italia


Renzo Bellardone

In un periodo storico in cui si innalzano muri e barriere e si chiude al prossimo, la voce senza parole, che è la Musica,  si erge quale espressione di sentimenti, di linguaggi universali, di comunione di aspirazioni.

Christina Landshamer, soprano Budapest Festival Orchestra Iván Fischer, direttore G. ENESCU, Prélude à l’unisson, B. BARTOK, Musica per archi, percussioni e celesta, G. MAHLER, Sinfonia n. 4. Concerto di forte impatto emotivo: George Enescu (1881-1955)è stato un violinista, pianista, compositore e direttore d'orchestra romeno. Nella Suite per Orchestra n. 1 op. 9 si incontrano  movimenti di grande ampiezza e respiro in atmosfere semplici e familiari. Segue l’esecuzione del brano di Béla Bartòk che rispecchia la conoscenza degli studi di pianoforte e composizione dell’autore, sovente influenzata da sonorità  tipiche delle musiche contadine e folkloristiche. L’interpretazione è prorompente e fa dell’essenzialità un pregio volto alla perfezione. La seconda parte del concerto prevede l’esecuzione del monumento compositivo di Gustav Mahler che è la Sinfonia n. 4 in sol Maggiore; nessuno aveva avanzato perplessità sull’Orchestra e sul suo direttore, ma fin dalle prime note della sinfonia mahleriana si intende perché La Budapest Festival Orchestra sia considerata tra le 10 migliori orchestre al mondo e perché Gianandrea Noseda (direttore artistico dello Stresa Festival) alla presentazione della stagione abbia indicato Ivan Fisher quale uno dei migliori direttori al mondo. Fisher dirige con coinvolta serenità e con gesti ampi e chiari, rivolgendosi ai professori dell’Orchestra da lui fondata con l’intesa maturata in anni di lavoro insieme. Il risultato è sorprendente ed all’ultimo movimento si crea una bolla di pura magia quando tra le aleggianti note appare Christina Landshamer fasciata in uno scintillante abito rosso: attraversa lentamente l’orchestra e si va a posizionare di fronte al pubblico per cantare poi la melodia tratta dal ‘Corno meraviglioso del fanciullo’ e dall’autore inserita a chiosa della sinfonia. Serata apprezzata veramente molto da un pubblico abituatosi negli anni alla qualità, espressività e professionalità.


Tuesday, March 23, 2010

Iván Fischer dirigió a su Budapest Festival Orchestra en Turín, Italia


Foto: Iván Fischer, Budapest Festival Orchestra -Associazione Lingotto Musica, Pasquale Juzzolino

Massimo Viazzo

¡Fue enérgico, alegre y brillante el Beethoven de Iván Fischer! Quien conoce el estilo del director húngaro, quien se presentó en concierto en el Auditorio del Lingotto de Turín con su asombrosa creatura que es la Budapest Festival Orchestra fundada por el mismo hace veintiocho años, no esperaba una lectura suya tan mesurada, y mucho menos relajada. Fischer afrontó la partitura con desbordante carisma, lucidez en la visión estructural, fantasía en el fraseo, inagotable vigor rítmico, el todo sostenido por una refinada técnica directoral que le permitió evitar imperfecciones en los ataques o en los cierres, que estuvieron siempre milimétricamente precisos. Así, y al final de sus primeros movimientos de batuta en la Obertura de La Creaturas de Prometeo (única pieza que permanece en el repertorio corriente de la música compuesta para el ballet de Salvatore Viganò) nos dimos cuenta que el Beethoven de esta velada habló una lengua directa, franca, sin hipocresías o psicologías. Fue un Beethoven inmediato, abierto, de contagiosa luminosidad, nunca frenético y donde la incesante labor de las partes internas giró hasta llegar al vértigo. Así finalmente se pudo escuchar una Sinfonía n.4 en si bemol mayor, frecuentemente considerada como una “hermana” menor, plena de joie de vivre y de exuberancia. También en el Concierto en sol mayor se encontró una definición de amplio respiro sinfónico con la orquesta– una Budapest Festival Orchestra que fue muy dúctil y compacta, y que nunca se limitó al mero acompañamiento. Es difícil sentir un segundo tema de Allegro moderato inicial (cuando viene anunciado en la tonalidad del re menor de la sola orquesta) tan parlante y por un momento tan electrizante. Por el contrario, la prueba del pianista canadiense de setenta y dos años Anton Kuerti, fue apreciable por su intima búsqueda, su hermoso cantábile y su delicadeza en el tocar, pero no logró convencer a pleno en su aproximación técnica, que de un todo sumado fue demasiado “digital”

Il trionfo di Iván Fischer - Budapest Festival Orchestra, Lingotto - Torino

Foto: Anton Kuerti- Budapest Festival Orchestra- Iván Fischer - Associazione Lingotto Musica, Pasquale Juzzolino

Massimo Viazzo

E’ energico, gioioso, brillante il Beethoven di Iván Fischer. Chi conosce lo stile del direttore ungherese – in concerto all’Auditorium del Lingotto con la sua strabiliante creatura, quella Budapest Festival Orchestra da lui fondata ventotto anni fa – non si aspettava certo una lettura misurata, né tantomeno rilassata. Fischer affronta le partiture con carisma debordante, lucidità nella visione strutturale, fantasia di fraseggio, inesauribile vigoria ritmica, il tutto sostenuto da una rifinita tecnica direttoriale che gli permette di evitare sbavature negli attacchi o nelle chiusure, sempre millimetricamente precisi. Così fin dalle prime battute dell’Ouverture da Le creature di Prometeo (unico brano rimasto nel repertorio corrente delle musiche composte per il balletto di Salvatore Viganò) ci accorgiamo che il Beethoven di questa sera parla una lingua diretta, schietta, senza ipocrisie o psicologismi. E’ un Beethoven immediato, aperto, di solarità contagiosa, mai frenetico e il lavorio incessante delle parti interne lo rende turbinoso da rasentare la vertigine. E così finalmente si è potuta ascoltare una Sinfonia n. 4 in si bemolle maggiore, spesso considerata alla stregua di una “sorella” minore, sprizzante joie de vivre ed esuberanza. E anche il Concerto in sol maggiore ha trovato una definizione a più ampio respiro sinfonico con l’orchestra – una Budapest Festival Orchestra duttilissima e compatta – che non si è mai limitata al mero accompagnamento. E’ difficile sentire un secondo tema dell’Allegro moderato iniziale (quando viene enunciato nella tonalità di re minore dalla sola orchestra) così parlante e ad un tempo elettrizzante. Per contro la prova del settantaduenne pianista canadese di origine austriaca Anton Kuerti pur apprezzabile per scavo intimo, bel cantabile e delicatezza di tocco, non è riuscita convincere appieno per un approccio tecnico, tutto sommato, troppo “digitale”.