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Thursday, September 8, 2011

Noseda, Filarmonica della Scala - STRESAFESTIVAL 2011

Foto: Andrea Sacchi / KS

Renzo Bellardone

Martedì 30agosto– ore 20.30. Palazzo dei Congressi – Stresa. Noseda, Filarmonica della Scala Weber Il franco cacciatore, Ouverture; Beethoven Concerto in do maggiore n. 1 op. 15, pianoforte orchestra; Dvořák Sinfonia n. ( in sol maggiore op.88. Leif Ove Andsnes, pianoforte. Filarmonica della Scala Gianandrea Noseda, direttore

VIGORE E DOLCEZZA PER UNO SCRIGNO DI SENTIMENTI

I corni, la corsa, l’ansimare si visualizzano e si sentono in questa insolita rappresentazione di ‘caccia’ con i funerei rintocchi per l’uccisione di Kaspar! La filarmonica della Scala, che non necessità di banali presentazioni ha dato il meglio di sé in un sinfonico divenire di agresti evocazioni con l’Ouverture da ‘Il franco cacciatore’ di Weber. Il Maestro Gianandrea Noseda , è tornato stasera per la terza volta sul podio del Palazzo dei Congressi in questa 50ma edizione dello Stresafestival. La sua direzione si contraddistingue sempre per il vigore e la forte partecipazione umana in una sorta di trasposizione all’interno della partitura da cui sa trarre un’interpreazione forte anche nei momenti di più soffice dolcezza. Nella direzione del concerto in do maggiore n. 1 di Beethoven emergono le sue peculiarità di lettura e nella simbiotica relazione con Leif Ove Andsnes al pianoforte si percepisce l’attenta cura della concertazione; ottimo il pianista che con tocco calibrato e suono limpido si inserisce raffinatamente nella ricerca della perfezione ed il risultato è davvero apprezzabile. Con la Sinfonia n. 8 di Dvořäk lo scrigno dei sentimenti e della passione si spalanca avvolgendo la sala in una magica nebbia squarciata da lame di luce gioiosa!!! Noseda, seppur con il consueto gesto partecipativo, sfoglia delicatamente le pagine della gioia vagamente ombreggiate dalla pennellata malinconica che anche in questa Sinfonia, Dvořäk non ha tralasciato.  L’epilogo è ricco e coinvolgente in una sorta di celebrazione. Il pubblico, letteralmente inchiodato alle poltrone può finalmente scatenarsi in un applauso liberatorio, omaggiando la prestigiosa offerta ricevuta. La Musica vince sempre.

Wednesday, September 7, 2011

Stresa: Gianandrea Noseda esalta il suo Festival - Stresa Festival 2011

Foto: Andrea Sacchi /KS

Massimo Viazzo

La connaturalità che esiste fra Gianandrea Noseda, direttore artistico qui a Stresa, e la musica slava è già stata più volte sottolineata in sede critica. Noseda predilige questo repertorio, intanto, per motivi affettivi legati agli anni di apprendistato a S. Pietroburgo (con Valery Gergiev) e, poi, per una naturale inclinazione verso il canto disteso ancorché malinconico, verso le atmosfere pittoriche proprie della musica a programma condite da ritmi danzanti ed eccitanti. E’ così che la sua Ottava di Dvořák, già ascoltata qualche mese fa a Milano, al Teatro alla Scala, risultava dirompente per carica espressiva, elettrizzante nell’accumulazione ritmica, ma anche nostalgica (i richiami alla Rušalka all’inizio del secondo movimento mai sono apparsi così manifesti) e giustamente epica con gli ottoni del complesso scaligero in buona evidenza. Insomma, un’interpretazione fatta di musicalità e istinto. Noseda galvanizzava l’Orchestra Filarmonica delle Scala anche nell’Ouverture de Il franco cacciatore di Carl Maria von Weber, un brano eseguito con la consapevolezza della vicenda narrata nell’opera, ma reso con la coerenza del poema sinfonico autonomo, tra atmosfere fatate e demoniache, e perorazioni esaltanti. Il maestro milanese è un narratore instancabile e con queste pagine si trova davvero a meraviglia. Nella prima parte del concerto Gianandrea Noseda non si era limitato ad accompagnare Leif Ove Andsnes nel Primo Concerto beethoveniano, ma cercando un costante dialogo tra la compagine orchestrale e il pianoforte aveva saputo creare un clima di giovialità e cordialità molto comunicativo. Ed il pianista norvegese, da par suo, entusiasmava letteralmente il pubblico dello Stresafestival con un’esecuzione tecnicamente impeccabile, elegantissima, di fine gusto timbrico. In tal senso era da incorniciare il secondo movimento del concerto, Largo, dai contorni nitidi e dai riflessi perlati. Ovazioni a non finire al termine della sua performance coronata dal Grande Valse op. 42 in la bemolle maggiore di Chopin, un bis suonato in souplesse. Ma anche Noseda al termine della serata concedeva un entusiasmante bis, la Danza ungherese n. 5 di Johannes Brahms.

Friday, February 26, 2010

Recitales de piano de András Schiff, Leif Ove Andsnes y Murray Perahia de la Società del Quartetto di Milano

Foto: András Schiff © Roberto.

Massimo Viazzo

Conservatorio de Milán, Mílan, Italia. 9-16-21 de febrero del 2010

La elegancia de Murray Perahia, la visión cartesiana de Andras Schiff, y la seducción de los colores de Leif Ove Andsnes: esto es en síntesis, el resultado del mini ciclo pianístico organizado por Quartetto di Milano, con motivo del doble aniversario Chopin- Schumann, una breve reseña que mostró una vez mas como diferentes aproximaciones pueden iluminar una obra de arte musical de perspectivas aparentemente incompatibles. Tomemos a Schumann como ejemplo. El recital de András Schiff, que fue el único monográfico de la serie, apuntó directamente a la sustancia musical entendida como una estructura, amplificándole las connotaciones armónicas y contrapuntísticas en una visión global de gran solidez formal (por tanto, no es casualidad que el pianista húngaro haya propuesto dos obras de amplio respiro como la Sonata en fa in fa diesis menor n. 1 y la Fantasia op. 17). Schiff privilegió la ponderación de un Maestro Raro aun con el costo de ceder algo en términos de fascinación tímbrica, y donde el detalle y la voz se convirtieron imprevistamente en verdaderos protagonistas de una interpretación muy calibrada, aunque por momentos fuera un poco aséptica. Sin embargo, fue ejemplar la lectura especulativa de las tocantes y raras Geistevariationen colocadas con una luz diáfana, débil, casi en una contra escena, y vista como un verdadero Abscheid del mundo y de la vida.

Foto: Leif Ove Andsnes- Crédito: Lorenzo Agius
Florestano fue sobretodo la poderosa reaparición de Eusebio, en el pianísimo de Leif Ove Andsnes cuya paleta tímbrica es contenida también por una rara habilidad en la dosis de los pesos sonoros, sobretodo cuando estos se aproximan a las regiones del piano y del pianísimo (pero en la breve selección de Játékok de Kurtág, y notablemente en Aus der Ferne II y en Hommage a Farkas Ferenc II, Andsnes logró también reinventar el timbre del piano transformándolo repentinamente en un instrumento de cuerda (a pizzico!). El pianista noruego privilegió la voz baja, la intimidad de los muros de casa, y la narración que supo convertirse en un coloquio intimo. En tal sentido, la interpretación de Kinderscenen pareció paradigmática (el programa de la sala recuperó la escritura original con la letra c en lugar de la z) y en la que el tono crepuscular se fundió perfectamente con aquella nostálgica mirada al distante mundo de la infancia que permea esas paginas. A decir verdad, en la segunda parte del concierto, la poética chopiniana, apareció como una exaltación de esa visión y los Valzer parecieron ser extraños retoños del universo onírico shumanniano: nada banal, entendiéndose como un superficial y parpadeante resultado del dictado musical, pero de una intimidad límpida y sentida que supo comunicar profundamente, y que unida a una fija y brillante técnica permitió a Leif Ove Andsnes esquivar las sirenas vacías del virtuosísimo, apuntando decididamente hacia la poesía.
Foto: Murray Perahia ©Copyright © 2008 SONY BMG MUSIC ENTERTAINMENT
Con Murray Perahia, nos encontramos, al fin, frente a la nobleza que ofreció, a la elocuencia del gesto, a la seguridad en el fraseo, y a la rotundidad del sonido (también en Bach…donde quizás los filólogos fruncieron la nariz). Sin retorcimientos interpretativos y sin recorridos dinámicos exasperados y exasperantes, todo sonó de manera justa, eufónica, y se pudo sentir que se movió dentro de la justa convicción. Perahia no es ostentoso, pero su labor de cincelado es continua e incesante. No hubo ningún riesgo de sentimentalismo en su interpretación de Chopin, por lo tanto, ninguna exageración por medio de fácil histrionismo. En la penúltima Sonata de Beethoven tuvo la mirada puesta, por una parte, en la calidad integral de la pieza, y por otra, en la expresión siempre nítida, cantante y verdadera para hacer una interpretación caracterizada de una extrema naturaleza, afable y profunda.

Thursday, February 25, 2010

Murray Perahia, András Schiff, Leif Ove Andsnes - Società del Quartetto di Milano

Foto: András Schiff © Fritz Etzold ©
Massimo Viazzo

L’eleganza di Murray Perahia, la visione cartesiana di András Schiff, le seduzioni coloristiche di Leif Ove Andsnes: ecco, in sintesi, gli esiti del miniciclo pianistico organizzato dal Quartetto di Milano in occasione del doppio anniversario Chopin-Schumann, una breve rassegna che ha mostrato una volta di più come approcci differenti possano illuminare l’opera d’arte musicale da prospettive anche apparentemente incompatibili. Prendiamo Schumann, ad esempio. Schiff, in quello che era l’unico recital monografico delle serie, punta dritto alla sostanza musicale intesa come struttura, amplificandone le connotazioni armoniche e contrappuntistiche in una visione globale di grande saldezza formale (non a caso il pianista ungherese ha proposto due lavori ad ampio respiro quali la Sonata in fa diesis minore n. 1 e la Fantasia op. 17). Schiff predilige la ponderatezza di un Maestro Raro anche a costo di cedere qualcosa in termini di fascinazione timbrica, e così il dettaglio, la voce interna diventano improvvisamente i veri protagonisti di una realizzazione calibratissima anche se, a volte, un po’ asettica. Esemplare, comunque, la lettura speculativa delle toccanti e rare Geistevariationen poste in una luce diafana, fioca, quasi una contrascena, e viste come un vero e proprio Abschied dal mondo, dalla vita.

Foto: Leif Ove Andsnes © Simon Fowler ©

Florestano e, soprattutto, Eusebio riappaiono prepotentemente nel pianismo di Leif Ove Andsnen la cui paletta timbrica rapisce anche per una rara abilità nel dosaggio dei pesi sonori, soprattutto quando si avvicinano le regioni del piano e del pianissimo (ma nella breve selezione da Játékok di Kurtág, e segnatamente in Aus der Ferne II e in Hommage a Farkas Ferenc II, Andsnes riesce anche a reinventarsi il timbro del pianoforte trasformandolo inopinatamente in uno strumento a pizzico!). Il pianista norvegese predilige la bassa voce, l’intimità delle mura domestiche, una narrazione che sa trasfigurarsi in colloquio intimo. In tal senso paradigmatica è parsa l’interpretazione della Kinderscenen (il programma di sala recupera la scrittura originaria con la lettera c in luogo della z) in cui il tono crepuscolare si fonde perfettamente con quello sguardo di nostalgica lontananza sul mondo dell’infanzia che permea queste pagine. A dire il vero, nella seconda parte del concerto, la poetica chopiniana viene come fagocitata da questa visione e i Valzer sembrano così ancora propaggini straniate dell’universo onirico schumanniano: niente salotto, inteso come superficiale e ammiccante resa del dettato musicale, ma un’intimità limpida e sentita che sa comunicare confidenzialmente e che unita ad una tecnica salda e brillante permette a Leif Ove Andsnes di schivare le vacue sirene virtuosistiche puntando decisamente sulla poesia.

Foto: Murray Perahia ©Copyright © 2008 SONY BMG MUSIC ENTERTAINMENT

Con Murray Perahia eccoci, infine, di fronte alla nobiltà del porgere, all’eloquenza del gesto, alla sicurezza del fraseggio, alla rotondità del suono (anche in Bach… e i filologi forse hanno storto un po’ il naso). Senza stravolgimenti interpretativi, senza escursioni dinamiche esasperate ed esasperanti, tutto suona giusto, eufonico e ognuno si può sentire cullato nelle proprie certezze. Perahia non ostenta, ma il lavoro di cesello è continuo e senza posa. Nessun rischio di sentimentalismo nel suo Chopin, dunque, e nessuna gigionata, via i facili istrionismi. E la penultima Sonata di Beethoven è scorsa con un occhio rivolto alla tenuta complessiva del brano e l’altro all’espressione sempre nitida, cantante e vera per un’interpretazione caratterizzata da estrema naturalezza, affabile e profonda.