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Thursday, December 1, 2016

Un Trovatore tutto fuoco: Ferrara, Italia


Claudia Marchi - Azucena

Foto: Silvia Grillanda


Athos Tromboni


FERRARA - Basta il cortile del Castello Estense per fare scenografia: così la regista Maria Cristina Osti ha pensato di non allestire nulla se non il palco di fronte all'orchestra e una passerella perimetrale con un giro a tornante intorno al grande pozzo rinascimentale, per la messa in scena di Il trovatore di Giuseppe Verdi, opera che ha completato (con La traviata della settimna precedente)  il dittico "Lirica in Castello 2016". La Osti ha adoperato come luogo della recita (favorita dalle stupende luci gestite dai tecnici del Teatro Comunale Abbado) anche lo scalone a spirale che sale dal cortile alla Sala degli Stemmi e il loggiato del cortile sulla cui parete di fondo venivano proiettate le ombre cinesi dei protagonisti in azione fuori scena, quando la scena chiamava a cantare o il solista o il duetto. Anche la piazza d'armi, dove sedeva un pubblico strabocchevole, 450 spettatori, è servita alla regista per animare la messinscena, in modo che l'opera verdiana potrebbe parafrasarsi come Il trovatore tra la gente. «Terra aria acqua e fuoco - ha scritto la Osti nel programma di sala - sono i quattro elementi che caratterizzano la struttura dell'opera di Giuseppe Verdi. Ma è sul fuoco che è luce, energia che penetra e anima, che si è voluta incentrare l'attenzione dello spettacolo.» E siccome Azucena compare in scena cantando Stride la vampa e Manrico nella famosa cabaletta del Do di petto esclama a tutti polmoni Di quella pira l'orrendo foco empi spegnetela l'intuizione registica è coerente con le aspettative di Verdi e del suo librettista Salvatore Cammarano. Non a caso Azucena vien sempre affiancata o comunque doppiata e mimata, durante la recita, dalla sua anima-ombra, la stupenda ballerina Michela Franceschini, vestita di vaporose sete rosse, agitate al vento come una lingua di fuoco "che s'alza, che s'alza al ciel!". Poi vi è un elemento scenico fondamentale, dove tutti i protagonisti vanno a cantare le loro arie: il pozzo grande, diventato epicentro del dramma, con la sua balaustra di marmo e la griglia che copre l'invaso, una scenografia naturale fra catene a carrucole che scendono dallo stangone ad arco, certamente un luogo deputato a suscitare suggestione al pari della musica e del canto. I costumi quattro-cinquecenteschi e i figuranti della Contrada di San Paolo con il loro gonfalone, nonché lo staff del maestro d'armi Cristian Corso con i duelli svolti nel cortile o sul palco, hanno contribuito a rendere effettivamente credibile la messinscena, un quasi "nelle ore e nei luoghi" (per dirla con uno slogan reso famoso dalle produzioni filmiche di Andrea Anderman) In buca suonava l'Orchestra Città di Ferrara sotto la guida di Aldo Salvagno. Una bella prestazione dell'Ocf, che si avvia sempre più alla specializzazione nel repertorio operistico, senza trascurare il sinfonismo per il quale era essenzialmente nata come Associazione Sympàtheia nel 1992. In particolare Salvagno è riuscito a infondere i colori verdiani all'esecuzione, ritmi sostenuti ma non chiassoni, levità delle atmosfere liriche soprattutto nei momenti più estatici (esempio, durante l'aria del baritono Il balen del suo sorriso) o più celestiali (esempio, il Miserere eseguito benissimo dal Coro Giuseppe Verdi preparato da Mirko Banzato). Il cast non ha deluso: Sara Daldoss Rossi è stata una brava Leonora, sicura di sé, emissione rotonda, un soprano lirico dalla voce corposa e - seppur non estesissima in acuto - ha bel timbro, fraseggio sicuro e credibile vis drammatica. Il tenore era Francesco Medda (Manrico) onorevolmente impegnato nella parte; non ha "spopolato" nella romanza che si conclude con la cabaletta della Pira tanto che gli applausi tributati ci sono sembrati più di stima che di ammirazione. Il mezzosoprano Claudia Marchi (Azucena) è stata il vero "fuoco" vitalizzante della serata: ottima attrice, la sua voce è brunita e intonata, ed è potente quanto basta per la parte, qualità che le hanno fruttato il consenso convinto e caloroso del pubblico. Andrea Zese (Conte di Luna) se l'è cavata con il mestiere di lungo corso e la professionalità; ma non ci ha particolarmente coinvolti; prodigo comunque il folto pubblico di applausi al suo apparire sul proscenio a fine recita. Molto brava Francesca Cucuzza nel ruolo di Ines e grande prestazione del basso Cesare Lana nelle vesti di Ferrando. Completavano il cast Matteo Roma (Ruiz), Luca Marcheselli (un vecchio zingaro) e Stefano Nardo (Un messo). Serata estiva piacevole, senza canicola, giustamente suggellata dall'entusiamo del pubblico per la "Lirica in Castello".

Sara Daldoss Rossi (Leonora) Andrea Zese (Conte di Luna)


Sunday, April 17, 2011

La Traviata en el Teatro Comunal de Ferrara donde nació un nuevo barítono verdiano.

Foto: Teatro Comunale di Ferrara


Athos Tromboni

La Traviata presentada el pasado 3 de abril por la Associacione Teatro Verdi di Porotto, en el Teatro Comunal de Ferrrara, dio buenos frutos porque nació un nuevo barítono verdiano, que se llama Gocha Abuladze (originario de la Georgia, del Cáucaso) con 24 años de edad. El veredicto lo ha dado el público de Ferrara que colmó los palcos y las plateas para la reposición del titulo, ausente desde el 2002, en el máximo escenario de esta ciudad. Señalamos que nació un nuevo barítono verdiano porque cuando se trata de voces, el instinto del público difícilmente se equivoca. Hacia el joven Abuladze se manifestaron los aplausos mas calurosos, también a escena abierta, así como las mas insistentes peticiones para el bis del aria, que no se concedió, de Di Provenza il mare e il soul, que es el caballo de batalla del personaje de Germont padre. Por el intercambio de gestos entre los cantantes y el director, mientras estallaban los aplausos, no se entendió si la negativa fue suya o del propio director. Indudablemente, el joven georgiano resultó ser el mejor del elenco y el merito de haberlo lanzado se corresponderá a la asociación de Porotto si este barítono mantiene el camino justo de la brillante carrera a la que se enfrenta. Su vocalidad es inestimable, de una envidiable mezcla entre el suave bronceado de un gran barítono verdiano como el italiano Leo Nucci y la sólida tesitura de otro optimo verdiano como el ruso Dmitri Hvorostovsky (por citar dos en activo, después de Pons, Bruson, Cappuccili y Bastianini que han dado cuerpo y voz al modo de ser del barítono verdiano). También escénicamente Abuladze posee un gesto y una mímica inclinada hacia la dramatización natural, y por lo tanto a la recitación no forzada pero espontánea. En la ejecución de las arias y los duetos la dicción italiana demostró ser satisfactoria y bien cuidada mientras que la acentuación extranjera lamentablemente apareció durante los recitativos, lo que debe ser objeto de mayor estudio y perfeccionamiento. Sara Rossi, hizo el papel de la protagonista, y fue el artífice de una buena prestación, en la que dibujó en manera eficaz el ápice del fatídico mi bemol del aria Follie! Follie! Delirio vano è questo, que le valió un aplauso interminable. Estos dos jóvenes fueron la flor de flores del concurso de este año de la Associazione di Porotto, mientras que el papel del tenor le fue confiado al ganador de la edición anterior, el coreano Sang Jun Lee, cuyo timbre es claro, el agudo brillante y el acento italiano casi perfecto, por lo que su Alfredo resulto ser muy eficaz, aunque le faltó un poco del calor pasional del personaje, que se sabe, es una característica “genética” de los cantantes orientales que cuidan la perfección técnica a costa de la pasión.
Muy bien estuvieron los comprimarios que aquí se citan: Stella Georgiu (Flora), Maria Giovanna Michelini (Annina), Stefano Rizzati (Gastone y Giuseppe), Gianpaolo Monti (Douphol y el Comisionario), Fulvio Massa (D'Obigny), Maurizio Franceschetti (Grenvil) y Niccolò Roda (un sirviente). La dirección escénica de Maria Cristina Osti, en el camino de la tradición, movió a los personajes dentro del drama intimo de la Traviata, impostado desde su aparecían hasta el preludio del primer acto, por una Violetta Valery marcada por la percepción de la muerte de cada esperanza, mas que de la angustia de la muerte física, que fue aquí donde la optima mímica de Sara Rossi contribuyó a aquella sugestión interpretativa. Desde el punto de vista espectacular, fue muy bello el final del segundo acto, con la intervención del coro, de las gitanas y los matadores con la coreografía de la bailarina Donatella Pasotto, con la acción que se desarrollo entorno y sobre una gran mesa verde mientras que el fondo era dominado por un enorme cuadro (Venus y Adonis) de Jacob Van Haal, el símbolo mitológico de la belleza juvenil y del amor maldito. Correcta fue la dirección de Fabrizio Milani, al frente de una buena Orquesta del Teatro Verdi de Porotto. El director hizo sonar a la orquesta sobre unos pianisimos completamente conmovedores, subrayando que el cuidado de los instrumentos y de los metales fue tal que no parecía que estuviese frente a un ensamble convocado para la ocasión, si no a una agrupación afinada por tocar junta siempre. Por su parte, no estuvo siempre precisa la Corale Lirica San Rocco, guiada por Maria Luce Monari. Al final del espectáculo aplausos copiosos y ovaciones para todos.