Showing posts with label Delphine Galou. Show all posts
Showing posts with label Delphine Galou. Show all posts

Monday, August 26, 2013

Il Farnace di Antonio Vivaldi - 76° Maggio Musicale Fiorentino Anno 2013

Foto: Maggio Musicale Fiorentino
 
Massimo Crispi
 
Il Maggio Musicale è in crisi profonda, dovuto in parte agli annosi sperperi precedenti e ai conti “bizzarri” della passata sovrintendenza, in parte alla crisi economica che ha investito l’Europa e il nostro paese in particolare. Il Don Carlo d’apertura si fa in forma di concerto, così come accadrà anche a Maria Stuarda, Abbado e Gatti dirigono gratis per solidarietà. Il nuovo Teatro dell’Opera di Firenze, costato centinaia di milioni e incompiuto, resta chiuso per gli enormi costi gestionali per la Fondazione, insostenibili. E quasi resta lì, in bella mostra, come il simulacro di questi anni di sperperi. Il Farnace di Vivaldi, terza opera del cartellone del festival, invece, passa dalla versione concertistica a quella scenica e dal Teatro Goldoni allo sterminato Comunale, che pensavamo ormai passato a miglior vita. Ne curano rispettivamente la parte musicale e scenica il maestro Francesco Maria Sardelli e Marco Gandini. Gran battage è stato fatto sull’importanza della riproposta in tempi moderni dell’opera forse più fortunata di Vivaldi, un’opera che ebbe addirittura almeno otto edizioni diverse (ne sopravvivono due), perché in ogni città dove si rappresentava vi erano cambiamenti e aggiunte, addirittura cambi di registro vocale, eccetera. La versione presentata a Firenze era quella di Ferrara del 1739, l’ultima di Vivaldi. Ma, ahimè, monca del terzo atto, perché perduto. La versione concertistica era quindi la migliore possibilità che si aveva per riportare alla luce quest’opera dimenticata ma al Maggio hanno voluto un po’ strafare e decidere, diciamo non proprio all’ultimo momento ma quasi, per una versione in scena. O semiscenica, più precisamente, perché, non avendo avuto i cantanti, avvisati anch’essi probabilmente all’ultimo momento del cambio di destinazione, la possibilità di mettere la partitura a memoria, la presenza di imbarazzanti leggii sparpagliati ovunque in scena rendeva quest’ultima un percorso a ostacoli. Ostacoli accentuati da una regia (?) di Gandini che, volutamente, almeno secondo quanto lui dice del teatro barocco, cioè che non bisognerebbe classificarlo come tale, prescindendo quindi dalle convenzioni, dai linguaggi, dalle relazioni che ne compongono la struttura e il significato, forse per rendere contemporanei (?) gli affetti descritti nel libretto, ignora che la lingua usata nel libretto di Antonio Maria Lucchini è comunque una lingua aulica, in versi, con una prosodia, e, soprattutto, con versi che esprimono determinate cose e rapporti, con metafore, allegorie e figure retoriche tipiche del barocco. Le indicazioni (?) date agli artisti e, soprattutto le loro relazioni in palcoscenico apparivano assai schizofreniche e casuali.
 
Ma in realtà è peggio di così. Va bene che, con le ristrettezze economiche del caso, ti danno delle frattaglie di scenografie precedenti pensate anche per altre opere (il Don Carlo di Ronconi dell’inaugurazione; ci è sembrato di riconoscere avanzi della Clemenza di Tito di Balò di qualche anno fa, con modellini di rovine romane…) che non si sono compiute a causa dei rubinetti rimasti all’asciutto per la carestia di fondi, va bene che ti danno anche pochissimo tempo per mettere in piedi qualcosa che nasce già monco drammaturgicamente, senza un atto completo, addirittura, va bene tutto. Ma utilizzare in modo casuale tutti gli ingredienti e far diventare questo Farnace una colossale inutilità è veramente troppo. È un soufflé sgonfio, un dolce senza zucchero, un arrosto bruciato. È innanzi tutto il totale scollamento tra chi propone e chi viene a vedere e ascoltare. I fari da stadio abbaglianti sul pubblico, come se fosse il vero nemico, i leggii su trabiccoli illuminati da luci al neon spostati imprevedibilmente da tecnici, enormi e rumorose tende di plastica (che si sarebbero potute sfruttar meglio con adeguate luci), illuminazioni casuali, gesti inconsulti degli artisti, personaggi fuori luce, proiezioni di volti inespressivi (mah!) che nulla avevano a che vedere con ciò che succedeva in scena, erano il perenne agguato alla pazienza dello spettatore. Ma lo spettatore ormai si accontenta, è abbastanza pacifico, comprende che il Maggio è in difficoltà per il pareggio, e si fa commuovere dall’appello che Sardelli lancia in sostegno del festival più longevo d’Italia prima di iniziare l’opera. Un po’ ruffiano, si può dire? Casomai, si proclama dopo… Dal punto di vista acustico le cose non andavano così tanto meglio. La soffice musica vivaldiana necessitava giustamente di uno spazio più raccolto, per tutte le sfaccettature di cui abbonda la partitura e ben rese da Sardelli, anziché lo spazio sterminato del Comunale. Quante sfumature della musica napoletana dell’epoca, insolite in Vivaldi… interessante.
 
Però, alla fine, la partitura non risultava così indimenticabile come annunciato. Non tutte le arie erano all’altezza e soprattutto non tutto il cast era all’altezza delle arie. Se i ruoli di Farnace, Mary-Ellen Nesi, Tamiri, Sonia Prina, Gilade, Roberta Mameli, e mettiamoci pure Selinda, Loriana Castellano, sono stati risolti decorosamente, la furibonda Berenice di Delphine Galou, con fissità sonore che speravamo obliate e démodé, e i due tenori (eroici???) Emanuele D’Aguanno, come Pompeo, dal suono spesso nasale e dal debole registro grave, e l’improbabile Magnus Staveland, che per di più colla prosodia e vocalità italiane non ha nulla a che spartire, erano quasi da saggio scolastico. Quando si affronta un’opera barocca, in genere, ormai, la si affida scriteriatamente ai cosiddetti “specialisti” del repertorio. I quali “specialisti”, spesso senza avere alcunché di speciale se non voci piccole e fisse, mancano di una cosa fondamentale per il teatro in generale e per quello barocco in particolare: il carisma vocale. Un’opera non è un madrigale e le opere barocche erano eseguite dalle autentiche star di quel tempo. La dimensione della star la avevano solo Prina, Nesi e Mameli, e lo hanno sufficientemente dimostrato, nelle loro arie e anche in buona parte dei recitativi. Gli altri sembravano capitati lì per caso, senza una coscienza del verso recitato né del personaggio, per non parlare della vocalità vera e propria e della drammaturgia. Costoro, sperduti in un enorme palcoscenico, con passerelle lontanissime, senza attrezzi e soprattutto senza una guida registica degna di tale nome, alcuni già probabilmente carenti in partenza di quelle qualità precipue che un cantante d’opera dovrebbe possedere, hanno nuociuto enormemente allo svolgimento della rappresentazione. Meglio assai sarebbe stata una soluzione in forma di concerto con una scelta di arie, le più belle di tutte le edizioni del Farnace disponibili, con un vero attore (e non con quell’improponibile voce fuori campo) che raccontasse le parti mancanti o gli intrecci. Meno confuso, lasciando più spazio e meno intralci alla musica, che in alcuni momenti era veramente sublime, e meno fastidioso di luci inconsulte che accecavano inutilmente e arbitrariamente lo spettatore o tralicci avanzi di magazzino che non avevano alcuna ragion d’essere. Ma per far questo bisogna avere delle idee perché si è molto più scoperti e l’attenzione è focalizzata sulla bravura degli interpreti e le idee, si sa, non si trovano ad ogni angolo ma solo affidandosi a persone consapevoli. Sarebbe certamente costato tutto molto meno, soprattutto in momenti di crisi, e con migliori risultati. Apprezzatissime e applauditissime, giustamente, le arie di Gilade (Mameli pirotecnica), “Quell’usignuolo che innamorato”, le arie di Tamiri (Prina sublime), tutte, e l’ultima di Farnace (Nesi intensa e magica), “Gelido in ogni vena”, struggente, anche musicalmente, facendo penetrare realmente il gelo nello spettatore, che ha chiuso la rappresentazione. Rimarchiamo che quest’ultima aria proveniva della versione del 1727 ed è stata usata per dare una conclusione all’opera monca.  Non nominiamo gli autori delle scene, dei costumi e delle proiezioni per “carità di patria”. Disapprovazioni sonore al regista, almeno questo.

Sunday, August 25, 2013

Il Farnace de Antonio Vivaldi en el 76° Maggio Musicale Fiorentino de Florencia



Foto: Gianluca Moggi

Massimo Crispi

El festival del Maggio Musicale se encuentra en profunda crisis, causada por lo demás por los derroches de hace años y por la crisis económica que afecta toda Europa y nuestro país: Don Carlo de la inauguración lo realizaron en forma de oratorio, así como será Maria Stuarda, Abbado y Gatti se exhiben gratuitamente para soportar el festival. El nuevo Teatro de la Opera de Florencia (cuya acústica seria mucho mas que buena), que ya costó millones de euros y todavía sigue sin acabar definitivamente aunque lo utilicen para unos conciertos, se queda cerrado por sus enormes costes de gestión por la Fundación, y se erige como un enorme simulacro vacío, casi símbolo mas de los años de los derroches que de un porvenir lleno de música y arte.  Il Farnace de Antonio Vivaldi, tercer titulo del festival, al contrario, hizo invertir su dirección, el original proyecto conciertístico  convirtiendose en forma escénica y se eligió como sede el enorme Teatro Comunale en vez del más idóneo Teatro Goldoni, pequeña joya histórica de Florencia. Francesco Maria Sardelli y Marco Gandini cuidaron respectivamente la parte musical y escenica. Se hizo mucho ruido sobre esa exhumación de Il Farnace después de casi tres siglos. Esa fue una de las operas de Vivaldi con mas éxito, a la época, tanto que existieron por los menos ocho distintas versiones que el compositor adaptó en ocho distintas ciudades y con distintos repartos, con cambios de papeles, de música, de recitativos. Solo sobreviven dos versiones, la de Pavia de 1727 y la de Ferrara de 1739, que pero solo tiene dos actos, siendo perdido el tercero. Se eligió en Florencia la última versión de Vivaldi, la de Ferrara, porque, dice Sardelli, es la mas madura musicalmente y la mas interesante. La versión de concierto de este cabo de obra olvidado hubiera sido entonces la mejor solución (faltando el tercer acto) para un festival mundial como el Maggio Musicale, para darle el justo resalte. Pues al Maggio quisieron hacer mas y decidieron a la ultima hora, o casi a la ultima, de ponerla en escena, como el Don Carlo no pudo ser representado con la puesta de Luca Ronconi. Pero seria mas correcto hablar de una forma semiescénica, porque los cantantes, quizás avisados tarde del cambio de destino del Farnace, no pudieron aprender de memoria la opera, así que en el escenario estaba un bosque de facistoles siempre cambiando de sitio, acarreados por los cantantes mismos o por servidores de escena, resultando así casi como un recorrido de obstáculos para los artistas. Obstáculos que quizás eran los menores, siendo la puesta de Gandini el mayor. Gandini, que se pregunta en el programa de cómo un drama barroco pueda decir algo hoy al público, no se le da ningun resalto a las convenciones del mismo teatro barroco, ignorando que el idioma del libretto y las relaciones entre los personajes, la historia (porque de drama histórico se trata), los temas desarrollados, que son bastantes y muchos, tienen su importancia. Él pone la escena en un tiempo imprecisado donde los personajes pasean en el escenario como “cuadros de una exposición”, ignorando que todo esos tíos y tías no son ajenos viniendo del espacio pues existiendo una relación muy estrecha entre ellos.  Además que el idioma del libretto de  Antonio Maria Lucchini es muy rico de alegorías, de metáforas y de todas figuras retoricas que son el alimento del barroco. Las ¿instrucciones? impartidas a los artistas y sobre todo las conexiones entre ellos aparecían casuales y esquizofrénicas. Pues quizás lo que pasa es peor.  Quizás la razón hay que recercarla en el asunto que las escenografías llegaban de los sótanos del teatro y de operas que no se cumplieron porque los recursos de la fundación, como decimos al inicio, se acabaron (las chatarras sin sentido en el escenario venían del Don Carlo inacabado, y reconocimos unos fragmentos de ruinas romanas de una Clemenza di Tito de Maurizio Balò de hace años, y otros objetos), y también ¿que estuvo muy poco tiempo para realizar ese Farnace?…O ¿se quería poner en escena la desorientación imperando en la Italia actual, por una intrépida metáfora?  ¿Quien sabe? Pero, de todas formas, no se pueden mezclar todos ingredientes para hacer un timbal mal cocido sin un sentido dramatúrgico, que ya tiene un enorme problema porque falta un acto completo. Resulta inútil como despendio y como operación. Primero se evidencia una desconexión entre quien propone esa operación y quien la disfruta, o sea el publico.

Todo, los proyectores deslumbrando con violencia en los ojos del público como si fuera el sol del mediodía en el verano del Sahara, los facistoles sobre carritos aclarados por lámparas al neón (siempre contra del publico, casi ese fuera un enemigo siempre a molestar), y esos carritos siendo llevados por servidores de escena a menudo un poco desmañados, enormes y ruidosas cortinas de plástico siempre con viento (que, con una iluminación adecuada, quizás pudieran volverse en algo interesante), luces casuales, gestos también casuales de los personajes, personas fuera de la iluminación, proyecciones de caras enormes de actores sin expresividad distrayendo de la música y que nada añadían a la comprensión del texto y a lo que pasaba en la escena, y mucho mas, eran el constante acecho a la paciencia del público. Suerte que el público hoy se contenta y es pacifico, comprende que el Maggio Musicale está en dificultades y se deja conmover por la súplica del jefe Sardelli, antes de iniciar la ouverture, lanzada en la sombra del auditorio “¡Que apoyen el Maggio!”. ¿Un poco rufián? Es el caso que se diga al final, mejor, suena mas oportuno el proclama… Del punto de vista acústico las cosas también resultaban problemáticas. La suave música de Vivaldi, llena de chiaroscuri y contrastes necesitaba de un espacio mas intimo, justamente para evidenciar todos matizados que el hábil Sardelli obtuvo de la muy buena orquesta del Comunale. Y cuantos colores de la música napolitana de la época, inconsuetas en Vivaldi, notamos en esa partitura... Que interesante. Pues al final la partitura no era totalmente inolvidable como la vendieron: no todas arias eran de nivel y además ¡no todos cantantes estaban al nivel de cantar esas arias! Si los papeles de Farnace, Mary-Ellen Nesi, Tamiri, Sonia Prina, Gilade, Roberta Mameli, y añadimos también Selinda, Loriana Castellano, estuvieron decorosos, la furiosa Berenice de Delphine Galou, con fijezas sonoras que pensábamos olvidadas y fuera de moda, y los dos tenores (¿¿¿heroicos???) Emanuele D’Aguanno, como Pompeo, con sonidos de nariz y un débil registro grave, y un improbable Magnus Staveland, que, además, mostraba ser ajeno a la prosodia y a la “vocalità” italianas, olvidando u ignorando la dramaticidad intrínseca del idioma italiano, eran casi al nivel de un ensayo escolar. Cuando uno se enfrenta en una opera barroca, generalmente, hoy la se confía a los que se dicen “especialistas” de ese repertorio. A menudo muchos de esos “especialistas” no tienen nada mas de especial que voces pequeñas y fijas, y faltan de algo fundamental que es necesario para los artistas de teatro en general y en el barroco en particular: el carisma vocal. Eran operas escritas para las estrellas de la época, esas, y pocos consideran ese aspect. La dimensión de la estrella solo la tenían Prina, Nesi y Mameli, y lo demostraron bastante en sus arias y en buena parte en los recitativos. Los otros del reparto parecían pasar de allí por casualidad, sin una conciencia de los versos ni del personaje ni de la dramaturgia, sin hablar del problema vocal. Perdidos todos en un escenario abismal, con pasarelas muy distantes, sin utensilios que no fueran los facistoles y, sobre todo, sin un guía de regia digno de ese nombre, ya perjudicaron buena parte del desarrollo de la función. No hubiera sido mejor una solución de concierto con una selección de las arias mas bellas y significativas de todas versiones disponibles de Farnace, con un actor verdadero que contara las partes perdidas y la trama, mas que las impropias voces grabadas que escuchamos en el final? Todo hubiera sido menos confuso, dejando mas resalto y menos obstáculos a la música, que en unos momentos era sublime, y menos molesto que ser cegados por proyectores irreflexivos o dudosos por detritos de escenografías que no tenían ninguna razón. Pues… para hacer esto necesitan ideas, porque todo es menos protegido, es mas evidente y la atención está enfocada sobre la habilidad de los interpretes, y las ideas quizás ni se encuentran al primer rincón ni salen solo arreglando los sótanos. Todo hubiera resultado mucho menos caro, y además en periodos de crisis, y quizás con resultados mejores y adecuados. Muy apreciadas fueron, y justamente, las arias de Gilade (pirotécnica Mameli), “Quell’usignuolo che innamorato”, todas arias de Tamiri (sublime Prina), las de Selinda (digna Castellano), y la ultima de Farnace (intensísima y mágica Nesi), “Gelido in ogni vena”, conmovedora y rica musicalmente, como si el hielo penetrara realmente dentro del cuerpo del espectador, y que fue el final de la función. Esa ultima aria llega directamente de la versión de Pavia y la utilizaron para dar una apariencia de final a algo que no lo tenia.  Preferimos no decir nada de los autores del vestuario, de las escenas y de las proyecciones por “caridad de patria”. Sonoras reprobaciones al regista, por los menos.

 

 

 

Sunday, July 8, 2012

Alcina de Handel en Versalles, Francia.


Foto: Karina Gauvin (soprano) copyright Michael Slobodian

Ruggero Meli

El Festival de Händel en Versalles deslumbró con una Alcina que no se olvidará pronto. Christophe Rousset a la cabeza de Les Talents Lyriques retomó con gusto una obra que conoce bien, porque la ha interpretado en repetidas ocasiones (como la recordada de febrero del 2003 en la Cité de la Musique en París también con Karina Gauvin como Alcina). Su orquesta tuvo un buen desempeño de un lado al otro de la partitura, que inició con una abertura de ritmo rápido e inesperado "algo triste" pero en sintonía con el drama (se omitió el coro de celebración final previsto por el compositor). Nueve años después, la voz de Karina Gauvin es más satisfactoria, más consistente y cremosa para ampliar un papel que le es ideal. La soprano canadiense supo transmitir con una voz suave, casi blanca y delicada a veces con cuerpo y vehemente, los sentimientos de una Alcina amorosa, doliente y conmovida. Si esto fuera poco, sus da capo provocaron escalofríos. El Ruggiero de Ann Hallenberg impresionó aun más. Sus arias fueron un virtuoso y espectacular tour de force que culminó con un grandioso "Sta nell'Ircana". Entusiasmó con los recitativos, generalmente aburridos para el público, porque en cada palabra o inflexión tuvo pasión y ardor, así como sutiles expresiones que hicieron que su personaje fuera eminentemente creíble. Con una aria en cada acto la Bradamante de Delphine Galou se mostró como fiera antagonista de la maléfica Alcina, lista para recuperar a Ruggero, como con la destacada y resonante aria "Vorrei vendicami" con voz de fuego. El punto débil del elenco fue la soprano Mónica Piccinini, quien a pesar de una prestación honesta mostró los límites de su voz ante la insolencia vocal de los demás. Como su amante Oronte, el tenor Emiliano González Toro adornó su personaje de un timbre cálido y aunque algunas notas agudas estuvieron ausentes su rendimiento fue muy apreciable. Por último, la soprano española Erika Escribá como Oberto y el bajo barítono Olivier Lallouette, Melisso cumplieron un trabajo satisfactorio.