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Wednesday, January 4, 2017

Faust di Gounod - Houston Grand Opera

Foto: Lynn Lane

Ramón Jacques

E’ innegabile che per risorse economiche, infrastrutture, tradizione, e calibro degli artisti che sono passati su questa scena, l’Opera di Houston è stata sempre una delle compagnie statunitensi più importanti. Tuttavia, parrebbe che negli ultimi anni la direzione artística abbia smarrito la strada, la motivazione e anche l’immaginazione. I cast hanno perso la loro attrattiva come una volta,  come pure la scelta delle produzioni sceniche nè la scelta dei titoli parrebbero più stimolanti. Prova di questo è il Faust di Gounod che è  stato proposto ora con il montaggio di Francesca Zambello, rimontato per l’occasione da Garnett Bruce, che anche se è funzionale e colorito, con bei costumi, e che situa l’azione all’interno di quello che appare un vecchio cartone animato, il suo aspetto visivo appare rudimentale, antiquato, rivelando il peso degli anni. A quest’opera del repertorio francese si sarebbe fatto giustizia con una nuova produzione in accordo con livello di questo teatro, invece si è ricorso ad altro già visto ed esaurito da perlomeno vent’anni o più. Queste scenografie hanno viaggiato in diversi teatri statunitensi, e giàil successo l’hanno ottenuto, essendo le stesse utilizzate nel 2007 con la memorabile interpretazione nel ruolo di Mefistofele del leggendario basso Samuel Ramey. Il cast in quest’occasione brillava sulla carta, ma il suo disimpegno non ha soddisfatto le aspettative, a cominciare dal basso barítono Luca Pisaroni un interprete che ha esagerato l’interpretazione di Mefistofele, con una gestualità che è parsa più ridicola che diabólica. Il suo disimpegno vocale e la sua dizione sono stati corretti, però la sua voce è parsa carente di corpo e di spessore che uno si aspetta da un personaggio come questo, tanto da essere inudibili vari passaggi. Il tenore Michael Fabiano, come Faust, ha avuto un inizio irregolare scomodo con la parte e la tesitura, però negli atti seguenti una volta che è riuscito a calibrare la voce ha mostrato doti affascinanti di una vocalità molto solida, piena di omogeneità di colore. Poco da dire sulla sua interpretazione scenica, scura e timida. Il soprano portoricano Ana María Martínez ha impersonato il ruolo di Margherita con magnifici lampi vocali, belle pennellate come nella sua aria “Ah je ris de voir”.  Non ha offerto un livello di prestazione cui siamo abituati. E nulla si può intimare o rimproverare a una cantante del suo livello, così la domanda sarebbe: ”È proprio necessario che la si metta in contratto invariabilmente in tutta la stagione privando così il pubblico dell’opportunità di ascoltare altre voci diverse o attuali?“ Una domanda a cui dovrebbe rispondere l’amministrazione del teatro.Molto discreta la partecipazione di Joshua Hopkins come Valentin e di Margaret Lattimore come Marthe, come gioviale e raggiante è stata Megan Mikailovna Samarin come Siebel.  Il coro si è mostrato sicuro nei suoi interventi e accanto all’orchestra i suoi interventi sono stati i momenti migliori di una rappresentazione appannata, con Antonino Fogliani che ha diretto un gruppo solido, compatto e omogeneo, e di grata e risonante sonorità

Friday, December 9, 2016

Fausto de Gounod en la Ópera de Houston

Foto: Lynn Lane

Ramón Jacques

Es innegable que por recursos económicos, infraestructura, tradición, y calibre de artistas que han pasado por su escenario, la Ópera de Houston ha sido siempre una de las compañías estadounidenses más importantes. Sin embargo, parecería que en los últimos años la dirección artística ha perdido el rumbo, la motivación e incluso la imaginación. Los elencos dejaron de ser atractivos como lo eran en antaño, como tampoco la elección de producciones escénicas ni la elección de títulos parece ser de lo más estimulante. Prueba de ello es este Fausto de Gounod, se ofreció de nueva cuenta con el montaje de Francesca Zambello, repuesto en esta ocasión por Garnett Bruce, que aunque es funcional y colorido, con buenos vestuarios, y que sitúa la acción dentro de lo que parecería una historieta antigua, su aspecto luce ya rudimentario, anticuado, denotando el paso de los años. A esta obra del repertorio francés se le hubiera hecho justicia con un una nueva producción acorde al nivel de este teatro, pero se recurrió a algo ya visto y gastado, de por lo menos veinte años o más. Estas escenografías han recorrido diversos teatros estadounidenses, y ya dieron de sí,  además son las mismas que aquí se utilizaron este en el 2007, con la memorable interpretación del papel de Mefistófeles del legendario bajo Samuel Ramey.  El elenco en esta ocasión lucia atractivo en la papeleta, pero su desempeño no cumplió con las expectativas, comenzando con el bajo-barítono Luca Pisaroni un intérprete que sobreactuó el papel de Mefistofeles y exageró la gestualidad al punto de hacerla parecer más ridícula que diabólica. Su desempeño vocal y su dicción fueron correctos, pero su voz pareció carecer del cuerpo y espesor que uno esperaría de un personaje como este, al punto de ser inaudible en varios pasajes.  El tenor Michael Fabiano, como Fausto, tuvo un inicio irregular incomodo con la parte y la tesitura, pero para los siguientes actos una vez que logró calibrar la voz mostró dotes fascinantes de una voz muy solida, plena de homogeneidad y color.  Poco que decir de su actuación, sombría y  tímida. 
La soprano puertorriqueña Ana María Martínez cumplió con el papel de Marguerite, con magníficos destellos vocales y gratas pinceladas como en su aria “Ah je ris de voir”  No ofreció una actuación del nivel que nos tiene acostumbrados, y nada se le puede escatimar o reprochar a una cantante de su nivel, aunque la duda seria si ¿es necesario que se le contrate invariablemente en todas las temporadas privando al publico la oportunidad de escuchar otras voces diferentes o actuales? Un cuestionamiento que tendría que responder la administración del teatro. Muy discretas las participaciones de Joshua Hopkins como Valentin y de Margaret Lattimore como Marthe, como jovial y radiante estuvo Megan Mikailovna Samarin como Siébel. El coro se mostró seguro en sus intervenciones y al lado de la orquesta fueron lo sobresaliente de una deslucida función, con Antonino Fogliani dirigiendo una agrupación solida, compacta, homogénea y de grata y resonante sonoridad.


Saturday, May 7, 2016

Madama Butterfly - San Diego Opera

Fotos: J. Katarzyna Woronowicz / San Diego Opera

Ramón Jacques

La sempre attraente e popolare Madama Butterfly di Puccini è stata l’opera deputata a proseguire la stagione dell’Opera di San Diego. Tutto faceva pensare ad una recita di routine, come tante se ne vedono al giorno d’oggi, invece si è incontrato il soprano statunitense Latonia Moore, più conosciuta come Aida già cantata più volte, che ha dato rilievo vocale al ruolo della sofferente Cio Cio San con uno strumento vocale omogeneo, sicuro, di colore attraente con il quale  è riuscita a comunicare emozioni e i diversi stati d’animo che attraversavano il suo personaggio. Il suo canto è stato soave ed equilibrato, quasi sussurrato in certi momento, e soprattutto segnato dal vigore e l’energia vocale che normalmente si imprimono al ruolo. Il suo disimpegno attoriale è stato convincente culminando in una scena finale straziante. In grande aiuto la direzione del maestro Yves Abel che davanti alla Sinfonica di San Diego, sotto i decibel della orchestrazione ha offerto una lettura sicura e meticolosa che dall’inizio alla fine è risultata piacevole. In scena si è visto l’allestimento che la coppia argentina composta da Roberto Oswald scene e Anibal Lapiz, costumi, aveva preparato qualche anno fa per l’Opera di Montreal. Situata in un giardino giapponese, semplice, minimalista, con pannelli mobili e costumi lucidi, la proposta raggiungeva il suo scopo, ma trascorrendo tutta la recita nel medesimo spazio, senza varietà nè cambi,  e con la rigida direzione scenica di Garnett Bruce; questo fu il motivo per cui si attenuava il fascino iniziale della scena nella pupilla degli spettatori. Tuttavia, deve essere messo in evidenza il buon lavoro e le luci di Chris Rynne che giocando con i chiaroscuri su fondali brillanti ha regalato immagini molto eloquenti. Nel ruolo di Pinkerton, il tenore rumeno Teodor Ilincăi, ha mostrato possesso di innegabili mezzi vocali però il suo canto in certi momento è risultato forzato e la sua presenza scenica in termini generali è stata inespressiva e esagerata. J’Nai Bridges ha dispegato la sua brunita tonalita di mezzosoprano come Suzuki e il barítono Anthony Clark Evans ha personificato un discreto Sharpless. Completarono con soddisfazione il cast il resto dei cantanti dando vita ai ruoli minori, così come il coro nei suoi brevi interventi. Già genera aspettativa il prossimo titolo che verrà offerto dalla compagnia durante la presente stagione, si tratta di Great Scott opera del compositore statunitense Jake Heggie su libretto di Terrence Mcnally (autore di Dead Man Walking), la cui prima assoliuta è stata data a Dallas nel mese scorso.