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Thursday, September 4, 2025

Don Giovanni - Stresa Festival 2025

Foto: Davide Martignoni

Renzo Bellardone

Il Meteo ovviamente la fa da padrone su molte situazioni ed anche sulla programmazione di “Don Giovanni”, in precedenza calendarizzata all’Isola dei Pescatori in open air, ma prudenzialmente  trasferita allo Stresa Festival Hall.

Stresa festival 2025 - DON GIOVANNI – 2 settembre W.A. Mozart VoceAllOpera Don Giovanni: William Hernández / Gianmarco Durante (3 sett) Leporello: Vittorio Del Monte Don Ottavio: Riccardo Benlodi Donna Anna: Alessandra Rizzini Donna Elvira: Alessia Panza / Johanna Padula (3 sett) Il Commendatore: Emil Abdullaiev Masetto: Qiming Xie Zerlina: Martina Tragni Figuranti: Francesca Donati, Gian Luca Zanetta, Erika Chilò Scenografia: Francesca Donati Costumi: Sara Marcucci VenEthos Ensemble Giacomo Catana, violino Mauro Spinazzè, violino Francesco Lovato, viola Giulio Amerigo Galibariggi, fortepiano Massimo Raccanelli, violoncello e direttore Gianmaria Aliverta, regista Massimo Raccanelli, direzione musicale Dramma giocoso in due atti Libretto di Lorenzo da Ponte

La programmazione è basilare in ogni situazione e parlando di spettacoli pensati all’aperto, evidentemente ‘comanda’ il meteo. Per evidente  prudenza anche per favorire le prove oltre che la messa in scena si è pensato giustamente di trasferire ‘Don Giovanni’ più al sicuro, ovvero allo Stresa Festival Hall. VoceallOpera con la regia di Gianmaria Aliverta innova nel rispetto ed avvalendosi di scenografia al minimo ed ensemble orchestrale ridotto, riesce nell’intento ed offre una bella serata! La scenografia, composto solo da elementi caratterizzanti ed identificanti il momento narrativo, è stata sufficiente per raccontare in modo brillante le vicende del dissoluto Don Giovanni: una serie di scatole che contenevano il celebre catalogo, le maschere, i palloncini e...le bare a fine spettacolo una per il commendatore e l’altra per Don Giovanni. Aliverta sa dare spazio all’azione, restando fedele alla partitura ed al libretto, innovando attraverso i costumi, le trasposizioni, i colori, la semplicità è la fedeltà concettuale. Per nulla ‘macabre’, ma addirittura divertente ha pensato a due bare per contenere il corpo del defunto commendatore ed accogliere poi Don Giovanni! Il pubblico è stato coinvolto e partecipe, grazie al fatto che molte scene avvenivano tra il pubblico amplificando e dettagliando il racconto. La globale linea di canto è stata buona e l’entusiasmo del pubblico ha sottolineato i momenti salienti dell’opera mozartiana. Tutti cantanti giovani con spirito di volontà ed espressione: bravi ! Gianmaria Aliverta, con la sua creazione VoceAllOpera porta sui palcoscenici ed in luoghi inusuali le sue realizzazioni che per lo spettatore diventano una full immersion nella vicenda, godendo dell’azione, delle voci, dei costumi...insomma il tutto dell’opera!  VenEthos Ensemble, pur con un organico limitato è stato bravo a tenere una continuità di esecuzone e ascolto ed a sottolineare i brani clou, che il pubblico attende. Uno spettacolo immersivo dove ogni ruolo viene valorizzato grazie alla bravura di tutti. La Musica vince sempre!


 

 

 

Thursday, July 31, 2025

Intervista al regista Gianmaria Aliverta GIANMARIA ALIVERTA

Foto: Gianmaria Aliverta

Renzo Bellardone

Buongiorno maestro Aliverta, come sta?

Molto molto bene grazie, è un bel periodo, sto facendo moltissime cose sia a livello professionale che personale che mi soddisfano molto. Sto tentato di fare solo quello che mi piace e mi dà stimoli, quindi posso dire di essere fortunato e felice

Mi permette alcune domande:

Dalle colline dell‘Alto Vergante a “VoceAllOpera” il passo è stato breve? Insomma era un sogno cullato nel tempo e finalmente realizzato?

VoceAllOpera non è solo un progetto, è una visione nata oltre quindici anni fa. L’ho pensata, creata, forgiata con l’idea precisa di costruire una realtà diversa nel panorama lirico italiano: un luogo d’incontro autentico tra talento, dedizione e umanità. Guardando oggi al percorso compiuto, non posso che riconoscere quanto quella visione iniziale sia stata fertile. È stata una palestra formativa non solo per me, ma per decine di giovani artisti che, grazie a questo spazio, hanno spiccato il volo: penso ai debutti importanti, ai podi internazionali, ai teatri prestigiosi come la Scala, il Teatro Real di Madrid, la Fenice, ma anche al primo esperimento lirico ad Antigua, alle tournée in Cina, Giappone, e perfino agli Oscar della Lirica a Londra. VoceAllOpera è diventata oggi un punto di riferimento per la ricerca di nuovi talenti e, soprattutto, porta il mio “sigillo”: un modo di fare arte non autoreferenziale, capace di coniugare professionalità e calore umano. La parola che più spesso mi viene restituita da chi vi ha partecipato è “famiglia”. E non una famiglia idealizzata o retorica, ma una famiglia vera, fatta di serietà, rigore, condivisione, ascolto e crescita. Per me fare opera significa partire dall’aspetto umano: conoscersi, capirsi, accogliere le fragilità, esaltare i punti di forza, e da lì crescere, evolversi, diventare ciò che si vuole essere. Non credo che si possa parlare di un traguardo raggiunto, perché VoceAllOpera è in continuo movimento. È una realtà che cambia pelle, che ascolta i segni del tempo e si adatta, con la stessa energia di chi sa che l’arte, per essere viva, deve sempre rinnovarsi. E di questo, sì, posso dire di essere profondamente fiero.

La sua scelta di luoghi inusuali e regie non sfarzose, ma concettuali e innovative hanno segnato il suo percorso da regista; come è nata questa idea e passione per la divulgazione dell’opera lirica?

Per me l’opera è vita. Non esiste giorno in cui io non canti, non ascolti o non legga qualcosa che abbia a che fare con il teatro musicale. È una passione viscerale, che sento il dovere – oltre che il piacere – di condividere con chiunque incontri. Quando scopro qualcosa di bello, sento l’urgenza di farlo conoscere a tutti. Con VoceallOpera ho voluto fare proprio questo: rendere l’opera accessibile, senza mai svilirla. L’opera, per natura, è una macchina imponente: teatri, maestranze, orchestre, costumi, scenografie… Ma io ho voluto distillarne l’essenza. Ho voluto evitare quegli allestimenti goffi e dilettanteschi che, pur con grandi numeri, finiscono spesso per sfiorare il ridicolo. Al contrario, ho puntato su pochi elementi, scelti con cura: artisti giovani, motivati, con una reale possibilità di emergere. Credo nella formazione e nella costruzione del talento. Non mi interessa l’usato sicuro, il cantante che arriva il pomeriggio per cantare la sera. Voglio lavorare con chi ha ancora fame, con chi è disposto a mettersi in discussione. Con loro costruiamo spettacoli in cui ogni scelta è pensata, in cui ogni gesto ha un senso. Privando l’opera del superfluo, emerge l’essenziale: la parola, la musica, l’interpretazione. E quando un cantante si trova da solo in scena, senza l’appoggio di grandi scenografie o comparse, non può che vivere davvero ciò che canta. È un ritorno all’opera vera, a quell’ideale che immaginava anche Verdi: essenziale, potente, necessaria. Ed è per questo che ogni produzione Voce allOpera ha almeno tre settimane di prove. È il minimo sindacale, ed è sempre più raro nei teatri. Ma senza tempo, senza lavoro, senza approfondimento, non si crea nulla. In dieci giorni si fa appena in tempo a conoscersi.

Oltre a Voce all’opera lei è un regista che si è espresso in tutto il mondo e si è confrontato con musiche e libretti ben differenti: dall’Incoranazione di Poppea al Festival della Valle d’Itria a La Voix humaine alla Fenice di Venezia...Come sente e come vive la creazione di una messa in scena?

Quando affronto un nuovo titolo, ho due missioni imprescindibili: il rispetto per il pubblico e il rispetto per l’autore. Sono i miei fari, sia che lavori in una cascina della periferia milanese, sia che inauguri il Teatro Real di Madrid, porti l’opera ad Antigua o nei teatri internazionali. Il mio approccio non cambia: il pubblico è sempre pubblico e merita la medesima cura, attenzione, qualità.Non ho mai misurato l’impegno in base al cachet. Che si tratti di una produzione per VoceallOpera o per un grande teatro internazionale, l’energia, la dedizione e il rigore sono gli  stessi. Il pubblico va ascoltato, capito, persino anticipato, senza mai snaturarsi, ma tenendo conto della sensibilità del luogo e del contesto in cui si opera. Allo stesso modo, credo profondamente nella centralità dell’autore. La mia regia parte da un principio che nella musica è scontato, ma nella regia troppo spesso ignorato: la prassi esecutiva. Così come un cantante conosce le convenzioni stilistiche di un’epoca e può decidere se rispettarle o sovvertirle consapevolmente, io mi pongo la stessa domanda nei confronti dell’autore: come rendere oggi viva la sua visione, senza tradirla? Non ho uno stile visivo univoco: ogni opera richiede una chiave diversa, può essere storicizzata o attualizzata. Cerco di capire non solo cosa dice quell’opera, ma anche cosa può dire oggi e in quel preciso contesto. La mia sensibilità – che cambia nel tempo – deve mettersi al servizio del testo, senza sovrastarlo. Il mio compito è essere una guida silenziosa tra il pubblico e l’autore, affinché i temi, le emozioni e le ferite che animavano quell’opera possano ancora parlare, scuotere, interrogare.

Anche quest’anno approda allo Stresa Festival con un’opera impegnativa ‘Don Giovanni’ e porta le note di Mozart all’Isola dei Pescatori

Devo dire che mi sento profondamente onorato. Escludendo i direttori artistici che si sono succeduti nel tempo, credo di essere uno dei pochissimi artisti a essere stato riconfermato per tre edizioni consecutive, segno di una fiducia rara e preziosa. È il terzo anno che porto il mio modo di fare opera nelle terre in cui sono cresciuto, e questo ha un valore affettivo e professionale enorme. Negli scorsi due anni, a Orta – luogo dell’anima – ho potuto realizzare un’esperienza immersiva in cui lo spettatore era davvero il centro: il pubblico attraversava fisicamente luoghi simbolici, dal giardino di Villa Bossi al palazzo comunale, fino a essere traghettato sull’isola per l’atto finale. Non si cambiavano scenografie, ma spazi reali, e questo creava un coinvolgimento totale. Quest’anno, pur senza cambiare location, saremo sospesi sul Lago Maggiore, circondati dalla bellezza dell’Isola Madre e degli hotel storici di Stresa. Portare Mozart in un contesto simile, con pochi strumenti ma con un’idea forte, è un privilegio raro. Allestire in teatro è il nostro mestiere, ma essere invitati a reinventare l’opera in spazi non convenzionali, e farlo per tre anni consecutivi, grazie alla fiducia di Mario Brunello e del festival, è qualcosa che accade a pochi. E mi conferma, forse, come portatore di una visione diversa e necessaria di fare opera oggi.

Per tornare a Voce all’opera vedo che il ‘Concorso lirico internazionale’ Giancarlo Aliverta cresce di anno in anno! Son soddisfazioni?

Il concorso mi impegna per nove mesi all’anno, in modo totalmente gratuito, ed è forse l’attività più faticosa ma anche la più appagante che porto avanti. Con questa quinta edizione credo di aver davvero alzato l’asticella, introducendo cambiamenti profondi che rispondono a un’esigenza chiara: rinnovare un sistema saturo. Di concorsi lirici in Italia ce ne sono moltissimi, forse troppi. Se unissero le forze, si potrebbero creare iniziative straordinarie. Ma spesso si preferisce coltivare il proprio orticello, a scapito di una visione collettiva. Con piacere noto che molte delle idee introdotte nel nostro concorso vengono replicate altrove: è segno che stiamo tracciando una strada sensata. Quest’anno, per esempio, ho eliminato il limite d’età. Una scelta maturata anche in seguito al vuoto generazionale creato dal Covid, che ha tagliato le gambe a molti giovani artisti oggi esclusi dai circuiti per mere questioni anagrafiche. Dare loro una seconda possibilità mi sembra un atto di giustizia. Ma la vera novità, e forse la più rivoluzionaria, è che il nostro è un concorso “a ruoli”: chi vince debutta davvero, non riceve solo un premio in denaro. E sarà l’opera a essere scelta sulle voci, e non il contrario. Questo rende possibile tutto: da Monteverdi a Mascagni, da Mozart a Nino Rota. È un concorso che si reinventa ogni volta, che richiede una progettazione totale, lontana dalle formule preconfezionate. È certamente complesso, ma restituisce un senso profondo: quello di creare opportunità concrete, vere, che lasciano un segno. E se alla fine sei stremato, lo sei per qualcosa che ha davvero valore. 

Per finire con un po' di ironia le prossime regie saranno “frizzanti con brio” o “frizzanti con botto”?

Mi attende una stagione intensa e variegata, che si apre con il Don Giovanni che presenteremo al Festival di Stresa: una lettura moderna, priva di elementi bucolici o soprannaturali, in cui tutto è estremamente reale – per quanto possa esserlo la resurrezione di un morto che trascina all’inferno un uomo colpevole soltanto di voler essere sé stesso. A settembre volerò in Spagna, alla Coruna, con ‘La finta semplice’, dove l’universo goldoniano delle maschere e dei ruoli sociali si tingerà di rosa: sarà un allestimento interamente ispirato al mondo di Barbie, una chiave ironica ma tagliente per raccontare il patriarcato con leggerezza solo apparente. In autunno sarò poi al Teatro Regio di Torino con Hänsel e Gretel, questa volta in un allestimento storico, fedele all’immaginario visivo romantico e fiabesco, ma senza indulgere nel kitsch: un omaggio a quei disegni da libro “Cuore” che hanno nutrito la nostra infanzia. Infine, a dicembre, una nuova sfida: Il canto di Natale, opera in prima assoluta firmata VoceallOpera, ispirata al capolavoro di Dickens. Non so ancora se sarà “col botto” o “col brio” – forse entrambi – ma sicuramente sarà un progetto gioioso, che guarda al futuro con entusiasmo e con quella leggerezza che solo la musica sa restituire.

Grazie Maestro Aliverta per il tempo dedicato ed in relazione alla territorialità,  ci vedremo a settembre all’Isola dei Pescatori-Stresa nell’ambito dello Stresa Festival 2025 e poi al Regio di Torino!

Grazie ancora per la semplicità, l’esaustività e l’umanità  con cui si è  relazionato in questa intervista...

 

Friday, January 20, 2023

Mirandolina en Bolonia

Foto: Andrea Ranzi

Roberta Pedrotti

Por ser una obra rara, ajena al repertorio actual, de un compositor no precisamente familiar a nuestras carteleras, Mirandolina de Bohuslav Martinů (1890-1959) disfrutó de cierta fortuna italiana en el siglo XXI: en 2003 en Lugo di Romagna (coproducción con Wexford, donde Riccardo Frizza subió al podio), el conductor Polastri y el director Curran; en 2016 en la Fenice de Venecia, con conducción de Axelrod y la dirección de Aliverta; hoy, como inicio de la temporada 2023 para el Teatro Comunale de Bologna, la directora Oksana Lyniv y Gianmaria Aliverta lo la hace nuevamente. Sin embargo, no se trata de una verdadera reposición, aunque la idea básica sea la misma, ya que hoy nos encontramos ante la necesidad de una nueva producción que sea una puesta semi-escénica sobre el escenario del Auditorio Manzoni compartida entre cantantes. y orquesta. El teatro Comunale está cerrado por reformas y la temporada de ópera se traslada a la zona de Fiera (feria), pero para el preestreno nos quedamos en el centro, como el año pasado, cuando se propuso en concierto el primer acto de Die Walküre. Hoy se evita la forma de oratoria pura y simple, y es una gran fortuna que una comedia basada literalmente en la locandiera goldoniana prefiera sufrir con los cantantes bloqueados detrás de los atriles. Aliverta, pues, hace lo que puede y lo hace bien; se sabe, es precisamente haciendo virtud de la necesidad con medios mínimos como se ha señalado. No se necesita mucho y no solo porque debe ser suficiente, sino porque realmente se puede lograr mucho con algo de luz de color, dos sillas de jardin, dos perchas, una tabla de planchar, una bañera, trajes elegidos para acompañar una caracterización efectiva de los personajes, un buen juego de actuación. Por otro lado, el primer mandamiento del director, seguido por Aliverta, es tener buenas actuaciones, condición sine qua non para materializar cualquier idea, sea buena o cuestionable. Y cuando estallan algunas risas en la sala, tenemos la confirmación de que el espectáculo dio en el blanco. También porque, a decir verdad, puede que no sea fácil reír y divertirse con Mirandolina, especialmente para un público de habla italiana. Músico distinguido que combina la lengua eslava de sus orígenes con la fascinación por los ambientes mediterráneos ya experimentados muchos antes que él (y el Saltarello de esta obra se mira hacia Mendelssohn), Martinů en sus últimos años de vida se dedicó a componer Mirandolina directamente a partir del texto de Goldoni, apoyándose en el italiano aprendido durante sus estancias en la península. Un resultado extraordinario, si se piensa en la proeza del bohemio luchando con esta lengua, un poco menos si se mira solo al resultado puro, que adolece de una imperfecta familiaridad con la acentuación y la prosodia italiana, tan diferente de su lengua materna (A propósito, cambió el signo sobre la u final de su apellido con un acento tónico para pronunciarlo Martinù: la tónica está en la primera sílaba).  Paradójicamente, el primer elenco checo (17 de mayo de 1959) debió estar más a gusto que una compañía como esta de Bolonia, casi todos hablantes nativos y por lo tanto a menudo comprometidos con acentos y escaneos distintos a los instintivas, en busca del espíritu de la comedia, de la ligereza, malicia e insinuaciones. A pesar de los guiños dispersos de Gianmaria Aliverta (a la evidente relación entre Ortensia y Dejanira se le suma el inevitable juego sobre el Caballero enemigo de las mujeres), a los que les costó un poco salir adelante con la concertación de Oksana Lyniv, quien también tuvo que lidiar con un equilibrio acústico que no fue precisamente fácil. La orquesta sonó bien, muy bien, la precisión en la interpretación de una partitura muy compleja fue verdaderamente admirable por parte de todos; sin embargo, el peso instrumental a menudo pareció apabullante y poco inclinado a la sonrisa, tanto que los mejores momentos fueron sin duda los interludios con sus colores a menudo sombríos y, en general, el último acto, cuando con la disolución de la trama y la explosión de la pasión del Cavaliere, los tonos de pasión de se volvieron un poco más encendidos. De cualquier manera, el elenco, merece un aplauso colectivo e incondicional. La ucraniana Olga Dyadiv tiene una excelente pronunciación, con un toque apenas exótico en sus parlati, una figura adecuada, una voz fina y precisa en una parte muy compleja en cuanto a la articulación, en el estilo recitativo checo derivado de Janáček pero con texto italiano, así como poco espacio para la explosión cantabile o virtuosa. Simone Alberghini, marqués de Forlimpopoli, recuerda a Alberto Sordi por su capacidad de caracterizar con el gesto y la voz, en lo cómico y en lo dramático, creando máscaras y no caricaturas; y Omar Montanari perfiló el tipo áspero y propenso al exceso del Cavaliere di Ripafratta sin que el personaje se le vaya de las manos con inútiles énfasis o perdiendo el control de la emisión. El trío de invitados masculinos se completó con Andrea Schifaudo adecuadamente patán como Conte d'Albafiorita, mientras que la pareja (de facto) de comediantes Ortensia y Dajanira estuvieron bien interpretadas por Giulia Dalla Peruta y Aloisia Aisemberg, graciosa muñeca y "marimacha" masculina, respectivamente. Leonardo Cortellazzi confirmó toda su clase de tenor en el papel de Fabrizio, muy bien cantado y con una pizca de franca altivez que le va muy bien al amante de Mirandolina. Haruo Kawakami interpretó muy bien el papel del sirviente del Cavaliere, mientras que Alessandro Pasini (también asistente de dirección) y Filippo Gonnella fueron dos audaces sirvientes del escenario y clientes de la posada. El público fue numeroso: hubo quienes apreciaron esta versión musical de Goldoni y hubo quienes se mantuvieron un poco más fríos, los comentarios abarcan un amplio espectro que no se detiene en la forma del vestuario ni en la duración de los agudos, sino que se centra en la obra, en el tratamiento del texto, en la interpretación de la música en la relación entre voces, orquesta y acción. El balance final de los aplausos es positivo: eso es bueno.

Monday, January 6, 2020

Suor Angelica - Cavalleria Rusticana / Teatro Coccia di Novara


Foto: Teatro Coccia di Novara

Renzo Bellardone

Il teatro è sempre un salotto buono ed accogliente, per trascorrere qualche momento di godimento di bellezza, di sogno e di realtà..Si il teatro è questo, oltre che essere la miglior valvola di sicurezza per sopravvivere alla banale o inutilmente complicata quotidianità.
 
SUOR ANGELICA Opera in un atto di Giovacchino Forzano musica di Giacomo Puccini Edizioni Casa Ricordi, Milano Suor Angelica  Elena Memoli Zia Principessa  Antonella Di Giacinto Badessa Lucrezia Venturiello Suora Zelatrice Elena Caccamo – Maestra delle novizie Eva Maria Ruggieri Suor Genovieffa Giulia De Blasis –Suor Osmina Veronica Niccolini Suor Dolcina Laura Esposito – Suora infermiera Veronica Senserini Prima novizia Valentina Saccone – Seconda novizia Laura Scapecchi Prima cercatrice Isabel Lombana Mariño –Seconda cercatrice Sofya Yuneeva Prima conversa Sabrina Sanza – Seconda conversa Galina Ovchinnikova  CAVALLERIA RUSTICANA Melodramma in un atto Llibretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci dall’omonima novella di Giovanni Verga musica di Pietro Mascagni Edizioni Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano Santuzza Marika Franchino Turiddu  Rosolino Claudio Cardile Alfio Matteo Jin Mamma Lucia Antonella Di Giacinto Lola Elena Memoli direttore Daniele Agiman regia Gianmaria Aliverta scene Francesco Bondì costumi Sara Marcucci luci  Elisabetta Campanelli Orchestra Filarmonica Pucciniana Coro Ars Lyrica Maestro del Coro Chiara Mariani Coro Voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni e del Teatro Coccia Maestri del coro voci bianche Laura Brioli Nuovo allestimento. Coproduzione Teatro Goldoni Livorno, Teatro Coccia di Novara e Teatro Sociale di Rovigo

Il direttore d’orchestra del dittico rappresentato al teatro Coccia di Novara ovvero Suor Angelica e Cavalleria Rusticana  è Daniele Agiman, dal 1999 titolare della cattedra di Direzione d’Orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e dal marzo 2007  Professore Onorario di Direzione d’Orchestra presso l’Università Kurashiki Sakuyo in Giappone. Sotto la sua bacchetta l’orchestra Filarmonica Pucciniana, ricca di molti volti giovani, reagisce con entusiasmo e vivacità; la musica è vibrante sia in Puccini che in Mascagni e raggiunge momenti di alta espressività e toccante emozione. Per dovere di osservatore, in Cavalleria ha tenuto dei tempi lunghissimi soprattutto al primo quadro e poi al brindisi ampliando la durata  complessiva di circa venti minuti e questo, a mio sentire di non musicista, ma melomane storico, non giova troppo all’apprezzamento dell’insieme. La regia affidata a Gianmaria Aliverta è tradizionale con elementi di forte congiunzione tra le due opereruhe in Cavalleria sfRtocia in scene baroccheggianti curate da Francesco Bondì. Il movimento c’è ed anche in Suor Angelica, che pochi spazi lascia all’invenzione (salvo riambientarla e decontestualizzarla),   alcune idee registiche di Aliverta hanno segnato la vicenda e creato belle immagini. Significative le flagellazioni con il rosario ed interessante poi il rapporto Lola, Turiddu. Soprattutto in Suor Angelica i costumi sono particolarmente apprezzati per il bianco decorato delle diverse suore, salvo il bianco integrale per Angelica. I cantanti li ho sentiti in questa occasione per la prima volta: Elena Memoli è prima Angelica e poi Lola ed in entrambi i ruoli espone una bella voce dai toni brillanti e significativi negli acuti. Antonella di Giacinto, favolosa zia Principessa ed accorata Mamma Lucia esprime carattere e colore brunito che imprimono forza, passione e vitalità ai personaggi. 
Santuzza viene interpretata da  Marika Franchino con bella elasticità e sicura emissione avvalorata da un timbro passionale e sensibile. I cori in entrambe le opere rivestono carattere di definizione e di ampiezza vocale e scenica: il Coro Ars Lyrica è diretto con vibrante rigore da Chiara Mariani e bel risultato ha dato anche il Coro Voci bianche della Fondazione Teatro Goldoni e del Teatro Coccia, curato da Laura Brioli. A mio sentire le voci femminili hanno avuto maggior precisione e rilievo che non le voci maschili, seppur interpretazioni gradite ed applaudite. Turiddu  è interpretato da Rosolino Claudio Cardile che pur imprimendo maggior tempra, strada facendo, ha realizzato un Turiddu non eccessivamente passionale  e lo stesso vale per Matteo Jin che trasla Alfio senza tutto il sangue che scorre velocemente nelle vene, spinto dalle gelosia incontenibile e comprensibile. Le voci di entrambi comunque sono gradevoli e piacevolmente applaudite. Genericamente il canto ‘arriva bene’ e quindi un plauso va anche alle diverse interpreti delle suore, con una nota