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Thursday, October 26, 2017

Tristan und Isolde - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Massimo Viazzo

Bellissima inaugurazione della nuova stagione operistica del Teatro Regio di Torino. Tristan und Isolde, titolo che mancava dal massimo teatro del capoluogo piemontese da dieci anni esatti, ha saputo conquistare pubblico e critica grazie ad una realizzazione di altissimo profilo sia dal punto di vista musicale che da quello visivo. Si è recuperato l’interessante allestimento di Claus Guth creato a Zurigo qualche anno fa e in questa occasione ripreso con estrema cura dal regista messicano Arturo Gama. La compagnia di canto formata da artisti “bayreuthiani” e la concentratissima bacchetta del direttore musicale del teatro Gianandrea Noseda hanno fatto poi il resto… Ma andiamo con ordine. Guth ambienta la vicenda narrata dal libretto all’epoca in cui l’opera venne composta. Gli avvenimenti si svolgono all’interno degli ambienti di una villa ottocentesca (Casa Wesendonck?) con tanto di camera da letto, vestiboli, sala da pranzo e anche giardino d’inverno, tutti collocati su una piattaforma girevole. Non c’è più nulla di medievale e cavalleresco in questa lettura dichiaratamente borghese, una lettura nella quale il matrimonio è visto come istituzione fondante della vita sociale. Manca la natura in questo spettacolo così ben curato ed elegante, e l’assenza del mare in effetti è un’assenza che spiazza, anche perché il mare viene spesso evocato dalla musica. Nonostante ciò in questo Tristan tutto funziona alla perfezione dal punto di vista drammaturgico, anche l’dea di trasformare il personaggio di Brangäne nel “doppio” razionale di Isolde, un “doppio” che deve sottostare alle abitudini e alle convenzioni del proprio ambiente artefatto. Come dicevo, poi, il cast ha convinto in ogni suo elemento, a cominciare dall’espertissimo Tristan di Peter Seiffert, ancora oggi sulla breccia nonostante la lunga e onorata carriera (quasi 40 anni!). La sua voce timbricamente chiara è sostenuta da una emissione ancora salda e l’accento è sicuro. In un epoca come la nostra che fagocita i nuovi Sigfridi e i nuovi Tristani annientandoli in pochi anni se non in pochi mesi, Seiffert resta ancora un punto di riferimento nel panorama del canto wagneriano odierno. Ricarda Merberth, che ha incarnato una Isolde sfaccettata, è piaciuta per il colore e l’espressività della voce, anche se nel registro più grave i suoni parevano un po’ flebili. Intensa la Brangäne di Michelle Breedt. L’autorevole e granitico Marke di Steven Humes e il Kurwenal spavaldo di Martin Gantner completavano un cast degno e credibile. Artefice assoluto, vero demiurgo di questo Tristan und Isolde, è stato però Gianandrea Noseda, la cui lettura sempre viva e fraseggiata, attentissima al rapporto tra buca e palcoscenico, e soprattutto di stampo prettamente cameristico, ha saputo emozionare e commuovere. Noseda non ha puntato sui decibel ma sull’intimo e sulla poesia. E Tristan è proprio questo.

Thursday, December 15, 2011

Fidelio - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella & Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.

Renzo Bellardone

Dai ‘Vespri Siciliani’ a ‘Fidelio’ attraversando le Nove Sinfonie. Questo è il progetto complessivo che il Regio di Torino ha sapientemente offerto ai suoi spettatori, invitandoli a percorrere insieme il cammino alla ricerca della libertà e inni ad essa attraverso i temi dominanti del percorso musicale compiuto dal Maestro Gianadrea Noseda presso il ‘suo teatro’. Seppur Opera ben poco rappresentata, la trama del Fidelio è nota. Unica composizione operistica del Maestro di Bonn, il ‘Fidelio’ è una pietra miliare nel panorama operistico, un monumento di riferimento compositivo e contenutistico che ancor oggi dopo quasi 200 anni dal suo concepimento, incantando,emoziona ancora. Il vigore direzionale di Noseda emerge anche in questa occasione, ma con la grande maturità del ‘dirigent’ ormai internazionalmente conclamato, sa scavare nella partitura fino all’introspezione più temibile: grande direzione, grande risultato. Il Coro del Regio, diretto dal Maestro Claudio Fenoglio, si rivela coprotagonista con accenti interpretativi decisamente di definizione. La regia di Mario Martone è apprezzabile per l’idea di realizzarla attraverso l’essenzialità metallica della scena fissa (di Sergio Tramonti) che varia solo al secondo atto per la scomparsa della casa del guardiano del carcere Rocco (un convincente Steven Humes) e della torre di controllo con tanto di altoparlanti. Per un’opera di cotanto spessore, rocambolesci espedienti registici, potrebbero apparire artificiosi, mentre l’evocato riferimento ai campi di concentramento nazisti , non fa che accentuare l’emozionalità della percezione. Le luci di Nicolas Bovey vengono usate con sapiente discrezione, come anche sobri, quindi ancor più pertinenti, sono i costumi di Ursula Patzak. Miranda Keys nei doppi panni di Leonore e di Fidelio offre una significativa prova vocale, affrontando i personaggi con la grinta della donna coraggiosa che tutto sa rischiare pur di liberare il proprio uomo dalle catene della soverchia ingiustizia. Kor-Jan Dusselejee è l’applaudito Florestan che nonostante la segnalazione di un improvviso disturbo vocale, ha offerto una prestazione di tutto spessore.  Il baritono Thomas Gazheli interpreta con piglio scenico e vocale il governatore Don Pizzaro. Marzelline ha il volto e la voce del delizioso soprano Barbara Bargnesi che si muove con agilità e destrezza senza nulla sottrarre alla vocalità. Il tenore Alexander Kaimbacher è qui Jaquino claudicante solo nella finzione scenica, ma non certamente nell’emissione gradevole. Robert Holzer è il basso profondo che da voce e corpo al ministro Don Fernando. Buone le prestazioni anche di Matthew Pena e Vladimir Jurlin rispettivamente primo e secondo prigioniero che danno la giusta impronta nella sempre commovente scena dei prigionieri lasciati uscire in giardino. Il Singspiel Fidelio, che ben poca fortuna ebbe nelle prime rappresentazioni, è un susseguirsi di Lieder e di momenti di partecipata commozione, dal duetto iniziale ‘Jetzt, Shätzchen, jetzt sind wir allein’ fino all’ultimo ‘O namenlose Freude’ , senza dimenticare il melologo, i recitativi, ma ancor più i terzetti ed i quartetti (’Er sterbe!!’). Sobria, ma interessante realizzazione, resa prestigiosa in buca ed efficace sul palco. La Musica vince sempre.