Monday, September 7, 2026

War Requiem di Benjamin Britten - Teatro alla Scala, MITO Settembre Musica

Foto: Lorenza Daverio

Massimo Viazzo

Il 6 settembre 2026, il Teatro alla Scala di Milano ha dato il via al festival MITO SettembreMusica con l’esecuzione del War Requiem di Benjamin Britten, diretto da Simone Young. Nel cinquantenario della morte del compositore, la scelta di questa imponente opera assume un significato ancora più profondo. Concepito nel 1962 per la consacrazione della nuova Cattedrale di Coventry, costruita sulle rovine di quella precedente distrutta dai bombardamenti nazisti nella notte tra il 14 e il 15 novembre 1940, il War Requiem fonde la liturgia latina della Messa per i defunti con le poesie del soldato inglese Wilfred Owen, caduto nella Prima Guerra Mondiale. Più che una celebrazione funebre, l’opera si configura come una radicale riflessione sulla guerra, sulla morte e sull’impossibilità di separare il dolore individuale dalla tragedia collettiva. Britten sovrappone e contrappone il latino della liturgia alla parola poetica di Owen, affidandoli a un’imponente struttura musicale che comprende tre solisti, grande coro, coro di voci bianche, orchestra e orchestra da camera. È proprio nella tensione tra queste diverse dimensioni – sacro e profano, collettivo e individuale, violenza e riconciliazione – che risiede la straordinaria modernità del capolavoro britteniano. Simone Young ha avuto il compito di restituire la complessità di una partitura in cui monumentalità e intimità, austerità liturgica e drammaticità si bilanciano precariamente. L’apertura del festival, quindi, è stata non solo un evento musicale, ma anche un gesto civile. Il War Requiem continua a interrogare il presente perché, oltre alla memoria storica, pone all’ascoltatore una domanda irrisolta sulla natura della guerra e sulla possibilità della riconciliazione. Simone Young ha offerto un’interpretazione fondata principalmente sulla solidità della struttura compositiva. Piuttosto che isolare i singoli episodi o enfatizzarne le contrapposizioni, la direttrice australiana ha dimostrato una notevole sicurezza nella gestione di una partitura di notevole complessità, mantenendo costantemente sotto controllo l’equilibrio tra orchestra, coro, coro di voci bianche e solisti. Questa visione d’insieme ha conferito allá serata della Scala una fisionomia definita: non una sequenza di quadri giustapposti, ma un unico grande arco drammatico, in cui i diversi momento della partitura si susseguivano con naturalezza, senza brusche interruzioni e, soprattutto, senza che ciascun episodio venisse considerato come un’entità autonoma. La Young non ha quindi esasperato questa contrapposizione, non ha cercato di rendere immediatamente riconoscibili, attraverso radicali differenziazioni sonore, i due piani espressivi. Al contrario, li ha fatti confluire l’uno nell’altro, privilegiando la continuità del discorso musicale.Ne è derivata una lettura nella quale il latino e l’inglese, il coro e i solisti, la dimensione liturgica e quella poetica non apparivano come mondi contrapposti, ma come componenti diverse di una stessa drammaturgia. La frattura rimaneva, certo, in partitura, ma non è stata artificialmente accentuata nell’interpretazione. È forse stato questo il merito più evidente della direzione di Simone Young: aver compreso che la forza drammatica del War Requiem non dipende necessariamente dalla sottolineatura dei suoi contrasti. Può emergere, al contrario, dalla loro progressiva integrazione, che conduce al commovente e catartico finale. L’interpretazione della Young si è distinta per rigore e per una certa asciuttezza espressiva. L’artista ha evitato ogni ricerca dell’effetto, ogni esasperazione del pathos e ogni tentativo di trasformare i momenti corali di maggiore impatto in esplosioni sonore fini a se stesse. Ciò non ha comportato, tuttavia, una lettura fredda o distaccata. Anzi, la tensione emotiva è stata meticolosamente costruita attraverso un sapiente dosaggio delle dinamiche, una progressiva intensificazione delle frasi e una accurata preparazione dei diversi climax. È proprio in questi momenti che la sicurezza e la padronanza della Young sono emerse con maggiore evidenza. I vertici dinamici non sono apparsi imposti alla musica dall’esterno, ma piuttosto preparati e conquistati gradualmente. Il crescendo ha acquisito così un significato strutturale, ancor prima di quello puramente spettacolare. Quando il culmine viene raggiunto, lo si percepisce come la conseguenza naturale e logica di ciò che lo ha preceduto, conferendo a questo War Requiem una particolare compattezza e coesione. L’approccio della direttrice ha permesso di valorizzare la dimensione teatrale intrinseca al capolavoro britteniano evitando una teatralità esteriore e artificiosa. Si è privilegiata, invece, una drammaturgia musicale interna, sviluppata attraverso un sapiente bilanciamento tra tempi, dinamiche, agogica, masse sonore e interventi solistici. Il coro quindi non viene utilizzato semplicemente come una grande massa sonora, così come le voci maschili non vengono trasformate in protagonista di un'azione parallela. Tutti concorrono alla costruzione di un único organismo musicale. È una concezione che valorizza anche il particolare rapporto fra le due orchestre previste da Britten: la grande orchestra e il piccolo ensemble da camera. Anche qui la Young evita di trasformare la differenza di organico in una contrapposizione artificiosa, lasciando che I diversi colori concorrano alla continuità del discorso. L’interpretazione di Simone Young si è distinta per l’eccezionale controllo esercitato sulla forma, sulle masse sonore, sulle dinamiche e sulle interazioni tra i diversi elementi dell’organico. Il risultato è stato un War Requiem asciutto, severo, privo di artifici, ma non per questo privo di tensione. La direttrice australiana sembra aver fatto affidamento sulla forza intrínseca della scrittura di Britten, evitando di sovrapporvi una retorica interpretativa.Se il coro rappresenta la dimensione liturgica e collettiva del War Requiem, I due solisti maschili incarnano invece quella umana, tormentata e laica che trova nelle poesie di Wilfred Owen il suo centro espressivo. Il tenore Nicky Spence ha confermato le sue qualità tecniche ed espressive. La voce, di timbro chiaro, è sostenuta da un'emissione ben proiettata e da una sicura padronanza dei mezzi vocali. Particolarmente apprezzabile la capacità di modularla in funzione del testo, evitando uniformità e conferendo ai suoi interventi su testo di Owen una forte partecipazione senza mai perdere il controllo musicale. Il baritono Bo Skovhus ha mostrato di essere un interprete di notevole capacità comunicativa. La sua presenza scenica e soprattutto la sua capacità di comunicare il testo restano quelle di un artista di livello. La voce conserva corpo e autorevolezza, anche se nel registro medio-grave si è avvertita una certa perdita di armonici, con una conseguente minore ricchezza timbrica. Skovhus rimane un artista capace di dare ai suoi interventi su testo di Owen una forte intensità e una marcata dimensione umana. Diversa, per funzione espressiva, la presenza di Elena Guseva, impegnata negli episodi in latino, nei quali si alternava e si integrava con il coro. Il soprano ha mostrato uno strumento corposo, esteso e di timbrica schietta, capace di emergere con autorevolezza dal tessuto corale e orchestrale senza rompere l'equilibrio dell’insieme. A sostenere la lettura della Young è stata un'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai compatta e attentissima alle precise indicazioni della direttrice. La complessità della scrittura di Britten richiede un controllo particularmente rigoroso degli equilibri, delle dinamiche e degli incastri fra le diverse sezioni dell'organico, e l'orchestra ha risposto con precisione e disciplina, assecondando al meglio la concezione della Young: nessuna ricerca dell'effetto orchestrale fine a se stesso, ma attenzione al peso di ogni intervento e alla costruzione progressiva delle tensioni. Il Coro del Teatro Regio di Torino, preparato da Gea Garatti Ansini, ha affrontato una partitura particolarmente impegnativa con dedizione e compattezza. È una compagine principalmente abituata al repertorio operistico e meno frequentemente in quello sinfonico-corale: proprio per questo la prova della compagine torinese merita di essere sottolineata. Importante, in questo senso, il lavoro di Gea Garatti Ansini, che ha preparato e guidato la compagine con mano sicura. Il Coro di Voci Bianche del Teatro Regio di Torino, diretto da Claudio Fenoglio, ha offerto infine una performance di qualità per timbrica e precisione. Alla fine della serata, ciò che è rimasto più impresso negli ascoltatori che gremivano la sala del Piermarini è stata dunque la coerenzadell'interpretazione. Una lettura che non ha avuto bisogno di sottolineare I contrasti, di esasperare le dinamiche o di ricorrere a effetti spettacolari per rendere viva una delle partiture più complesse e drammaticamente potente del Novecento. La dimensione liturgica e quella umana non sono state messe continuamente in opposizione, ma hanno finito per alimentarsi reciprocamente. Il latino del rito e l'inglese di Owen, il coro e le voci solistiche, la grande orchestra e l'ensemble da camera sono diventate così parti di un unico organismo drammatico. Una prova di grande sicurezza e maturità, nella quale Simone Young ha dimostrato che, nel War Requiem, l'effetto più potente può essere proprio quello che nasce quando non si cerca l’effetto.

 

Thursday, September 3, 2026

Giovanni Sollima Vanni Moretto Il Pomo d’Oro - Stresa Festival 2026

Foto: ZAPPA&ZAPPA - Stresa Festival Classica & Jazz Lago Maggiore

Renzo Bellardone

Da Palermo...al mondo, non nascondendosi, ma contribuendo a sottolineare con la musica i volti dell’umanità! Giovanni Sollima con altri musicisti di valia ritorna allo Stresa Festival e lo impreziosisce.

ZAPPA & ZAPPA Giovanni Sollima Vanni Moretto Il Pomo d’Oro WILD LOVE G. SOLLIMA, Intersong I FRANCESCO ZAPPA, Gran Sinfonia Concertata FRANK ZAPPA, Questi cazzi di piccione G. SOLLIMA, Aquilarco 7 “Rotating Dance” FRANCESCO ZAPPA, Trio op. 1 n 1 in sol maggiore G. SOLLIMA/FRANK ZAPPA, B flat Bop Flow FRANK ZAPPA, None of the above G. SOLLIMA, Aquilarco 5 “Leonardo’s Ornithopterus” VANNI MORETTO/FRANK ZAPPA, da Zappa’s Revenge: Atti I, II, III FRANK ZAPPA/G. SOLLIMA, Wild love

Certamente sul palco dello Stresa Festival si sono avvicendati artisti di grande interesse e tra questi Giovanni  Sollima considerato un gradito ritorno! Con Vanni Moretto ed il ‘Pomo d’Oro’ hanno proposto musica davvero interessante e coinvolgente. L’abbinamento tra le composizioni di Frank Zappa (1940-1993) e Francesco Zappa (1717-1803) intercalate con quelle degli stessi Sollima e Moretto  è risultato vincente...ed avvincente. Sonorità insolite e curiose ed applausi e risate cadenzate inserite nella partitura, hanno creato un effetto attrattivo che ha stuzzicato la voglia di musica nuova  e di arrangiamenti colti. Tra le varie composizioni di Sollima ricordo per tematiche il "Requiem per le vittime della mafia”, eseguita per la prima volta nella Cattedrale di Palermo ad un anno esatto dalla strage di Capaci  e poi  “Ellis Island” , presentata insieme ad Elisa! Queste opere non sono state parte del concerto allo Stresa festival, ma vale la pena citarle. L’altro compositore ed anche interprete nella serata allo Stresa Festival Hall è Vanni Moretto,  direttore d’orchestra, compositore, violinista e  contrabbassista, che ha collaborato con entità musicali di grande rilievo. Come Sollima può vantare una bella produzione discografica. Come di consueto l’efficacia de libro di sala induce a pubblicarne almeno uno stralcio ed in questo caso recita “ Frank e Francesco. Tutto comincia con un equivoco. Nei primi anni Ottanta Frank Zappa scopre il proprio cognome sul dizionario musicale New Grove appena uscito, ma la voce non parla di lui, bensì di un compositore milanese del Settecento quasi omonimo e praticamente sconosciuto.”  Da questo omento Francesco viene scoperto e apprezzato grazie all’opera di Frank. A oltre quarant’anni di distanza dall’ideale incontro tra Frank e Francesco, l’ensemble ‘Il Pomo d’oro’ presenta questo progetto che ha notevolmente segnato la ricerca musicale ed ha favorito l’interesse per generi che sono apparentemente  diametralmente opposti, ma che alla fine si congiungono nell’ideale finalità della musica: farsi amare ed aiutare ad amare, permettendo alla mente, durante l’ascolto, di librarsi al di sopra delle soventi difficili quotidianità. La Musica vince sempre



Luzener Sinfonierorchester & Mario Brunello - Stresa Festival 2026

Foto: Stresa Festival 2026

Renzo Bellardone

Quando l’essere umano entra in contatto con l’impalpabile e la fantasia positiva, si trova trasportato in mondi altri, dove il tempo e lo spazio non hanno più senso! 

Mario Brunello, violoncello Luzerner Sinfonieorchester Michael Sanderling, direttore DVOŘÁK A. DVOŘÁK, Concerto per violoncello e orchestra in si min. op. 104 A. DVOŘÁK, Sinfonia n. 7 in re min. op. 70

Nella serata dedicata a DVOŘÁK, si è assistito e partecipato ad un concerto eccezionale per intensità e pura bellezza. Qualche spettatore ha commentato che dopo un concerto simile non ci si può più accontentare di esecuzioni mediocri, a sottolineare l’estrema bellezza coinvolgente del concerto offerto dallo Stresa Festival che ha visto sul palco la Luzerner Sinfonieorchester (in attività da oltre 200 anni) e diretta per l’occasione dal Maestro Michael Sanderling ed interprete d’eccezione al violoncello il direttore artistico del Festival, Mario Brunello. Mario Brunello affermato violoncellista italiano si è esibito come solista o in formazioni e con direttori di fama internazionale, veramente in occasioni di assoluta importanza e non a caso vanta una discografia di rilievo; suona un violoncello Pietro Santo Maggini, ritenuto uno strumento dal suono luminoso che ad ogni nota libera colori chiari e scuri. La Luzerner  con la chiara direzione di Sanderling fa veramente volare il suono  che arriva a commuovere, tanto risulta espressivo e penetrante. La Musica da sempre fa compiere viaggi immaginifici, quando poi la maestosità e solennità della composizione si avvale di una esecuzione memorabile, certamente vien da dire che La Musica vince sempre



 


 

Tuesday, September 1, 2026

Bach and Beyond - Francesco Tristano - Stresa Festival 2026

Foto: Stresa Festival 2026

Renzo Bellardone

La sede storica dello Stresa Festival è il Palazzo dei Congressi, negli anni ammodernata con le nuove tecnologie per le luci, il suono e le proiezioni, rendendola una vera sala elegante e polifunzionale, che ospita Cultura a tutto raggio e tanta bella e buona musica !

Stresa Festival 2026 - BACH & BEYOND – 29 agosto Francesco Tristano, pianoforte ed elettronica F. TRISTANO, Introit; Hello, G. FRESCOBALDI, Toccata Quarta dal Libro Secondo, J. S. BACH, Suite francese n. 1 in re min. BWV 812, F. TRISTANO, Toccata; La franciscana; Pastoral, J. S. BACH, Preludio da Suite inglese n. 3 in sol min. D. SCARLATTI, Sonata in sol min. K. 450, F. TRISTANO, Electric mirror; Neon city; The third bridge at Nakameguro

Francesco Tristano , giovane pianista  lussemburghese emergente, coniuga la musica classica ed anche il monumentale Bach, con sperimentazioni di elettronica che condivide anche con gruppi tecno in esibizioni internazionali. Tristano si può considerare una voce nuova e colta in un ambito musicale classico, dal barocco al contemporaneo,  che non disdegna la sperimentazione, senza eccedere in inutili e provocatori eccessi. Interessante ed esaustivo il commento dal libro di sala del concerto “ Nel 2023 ha fondato la sua etichetta, intothefuture, lanciando un progetto ambizioso e duraturo: la registrazione dell’opera completa per tastiera di Bach. Senza tuttavia tralasciare l’interesse per le sue sperimentazioni nel campo della musica elettronica” Il concerto allo Stresa Festival, mix tra pianoforte, acustica e luci, è risultato vincente e, con evidente bravura, l’artista ha ricordato come ogni rumore sia suono e se opportunamente inserito nella partitura è in grado di creare un effetto avvincente e seducente. La Musica vince sempre



 


 

Monday, August 31, 2026

Ensemble Sjaella -Stresa Festival 2026

Foto: Stresa Festival 2026

Renzo Bellardone

L’Isola Bella, forse la più conosciuta delle Isole Borromee sul Lago Maggiore, è sicuramente un luogo di magia e fascino… e quando alla meraviglia della costruzione e del cielo avvolgente si aggiunge la musica, l’incanto è davvero irretente.

Stresa Festival 2026 - Isola Bella Salone Nuovo di Palazzo Borromeo – 27 agosto

DOLCE CANTAVI Ensemble Sjaella Viola Blache, soprano Marie Fenske, soprano Marie Charlotte Seidel, mezzosoprano Luisa Klose, alto Felicitas Erben, alto Helene Erben, alto

H. PURCELL, A bird’s Prelude C. JANEQUIN, Le Rossignol C. SHAW, Dolce cantavi H. PURCELL, Thus the ever grateful spring (Spring) Here’s the summer, sprightly, gay (Summer) See my many coloured fields (Autumn) Now winter comes slowly (Winter) MEREDI, Crystallized W. GUNN, What would Circe do?

«La metà della mia voce è umana. L’altra metà parla come il muschio e i licheni e intona le canzoni dimenticate degli uccelli», così recita il testo riportato anche sul programma di sala della serata e certamente questa piccola frase racchiude l’essenza del concerto che spazia dalla voce umana alla voce della natura e degli uccelli facendo risplendere la tavolozza dei colori di brillantezze naturali ed evocazioni silvestri. Il concerto spettacolo si snoda tra sussurri ed echi lontani impreziositi da movimenti coreografici misurati, ben ritmati e cadenzati che sciolgono il fluire del canto, veleggiando tra colori ambrati e toni  acuti, nell’ampiezza del Salone Nuovo dalle cui vetrate occhieggiano il lago e le luci della riviera opposta. Il programma si libra dal barocco al rinascimento per giungere al contemporaneo in un tempo magico e mistico che tra mille evocazioni  giunge ad interrogare la Maga Circe. L’Ensemble Sjaella giunge da Lipzia e le sei donne che lo compongono (eleganti negli abiti Herno e poi quasi domenicane), percorrono un viaggio che fa risuonare e bisbigliare la Selva e giungono alle Isole greche  ricche di miti e fantasie. Certamente la location, anche esaltata dall’Ensemble, ha favorevolmente contribuito alla riuscita fascinosa della serata, ma alla fine...come sempre scrivo: La Musica vince sempre!



Sunday, August 23, 2026

Bach Solo Suites - Sergey Malov - Stresa Festival 2026

Foto: Stresa Festival 2026

Renzo Bellardone

L’Eremo di Santa Caterina del Sasso a Leggiuno è certamente uno dei luoghi più suggestivi ed affascinanti d’Italia ed in comunione con la Musica di Bach crea un momento di puro fascino e sentimento.

Stresa Festival 2026 -BACH SOLO SUITES (I)- S.Caterina del Sasso- 21 agosto- Sergey Malov, violoncello da spalla J. S. BACH Suite n. 1 in sol magg. BWV 1007 Suite n. 2 in re min. BWV 1008 Suite n. 3 in do magg. BWV 1009

Le Sei suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach sono sicuramente  tra le più celebri e virtuosistiche composizioni per violoncello, anche se si può supporre che almeno le ultime siano state scritte per strumenti diversi dal violoncello.Nella prima serata all’eremo di Santa Caterina del Sasso, storica sede per l’esecuzione delle Suites allo Stresa Festival, si sono ascoltate le prime tre nella emozionane interpretazione di Sergey Malov, musicista che  suona violino, viola, violino barocco ed in questo evento il violoncello da spalla che ha caratterizzato l’esecuzione. Lo strumento raro è stato più usato in epoca barocca ed anziché aver un puntale di sostegno a terra viene trattenuto alla spalla da una piccola tracolla. Lo strumento  è stato ascoltato per la prima volta da diversi spettatori, affascinati dall’abilità esposta nell’interpretare una dello opere in assoluto più monumentali di tutti i tempi.In questa occasione festivaliera la partitura bachiana è stata letta ed interpretata con virtuosismo ed offerta in modo toccante e coinvolgente. Oltre che abile ed affermato violoncellista vincitore di parecchi concorsi, Malov ha dato prova di essere poliglotta, rivolgendosi al pubblico in italiano ed inglese, in considerazione di presenze internazionali. La Musica vince sempre!



Saturday, August 22, 2026

Fasil Say & Kammerorchester Basel - Stresa Festival 2026

Foto: Stresa Festival Sara Prataiolo

Renzo Bellardone

Musica, atmosfere e sensazioni positive: ecco di cosa ha bisogno l’essere umano in un momento storico fatto di violenze, brutture e paure! Ed i momenti offerti dallo Stresa Festival tendono  proprio a regalare  la quintessenza del bello e della serenità interiore!

STRESA Festival 2026 - MIRRORS & NATURE - Stresa Festival Hall 19 agosto Fazil Say, pianoforte Kammerorchester Basel,  Bar Avni, direttrice

J. HAYDN, Sinfonia n. 39 in sol min. “Tempesta di mare”
F. SAY, Yürüyen Kösk (The moving mansion)
W. A. MOZART, Ouverture da La Finta giardiniera
D. ŠOSTAKÓVIČ, Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa magg. op. 102

Il 19 agoso prende il via la seconda parte ed il cuore storico e pulsante dello Stresa Festival e quest’anno la scelta per l’inaugurazione è risultata più che vincente! Bel programma interpretato con abilità e grande efficacia: è tornata la celebre,  Kammerorchester Basel, ampiamente conosciuta in tutta Europa e per l’occasione diretta  da Bar Avni, direttrice principale dei Bayer Philharmoniker Leverkusen, con la partecipazione preziosa di Fazil Say, pianista e compositore di grande talento che da oltre trent’anni appassiona il pubblico di tutto il mondo e già ospite sul palco stresiano. In questa occasione ha offerto l’esecuzione di una sua  composizione “La villa galleggiante” ispirata a una famosa villa in Turchia. La seconda parte del  concerto ha previsto sempre l’intervento di Say con l’esecuzione del Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Šostakovič e poi l’interpretazione di “Summer time” con pause di sensibile attesa e quasi immaginifiche, creando un’emozione dilagante. Bar Avni vista sul palco per la prima volta, ha diretto con gesto molto ampio, coinvolgente e partecipe e con un atteggiamento di semplicità e condivisione, dimostrando l’affiatamento con i professori d’orchestra. La Musica vince sempre!

Thursday, August 20, 2026

La Tabernera del Puerto en Bogotá

Fotos: La Tabernera del Puerto de Juan Diego Castilloy Ensamble Barroco de Bogota Andrés Riaños para el Teatro Mayor Julio Mario Santo Domingo

Ramón Jacques 

Desde su fundación el 26 de mayo del 2010, el Teatro Julio María Santo Domingo, se ha convertido en el escenario más importante de la capital colombiana ofreciendo anualmente una amplia variedad de espectáculos de música (popular, clásica, antigua) así como de danza, teatro, y por supuesto, una temporada lírica, que para la edición actual eligió ofrecer tres funciones de La Tabernera del Puerto, zarzuela con música del compositor Pablo Sorozábal (1897-1988), prolífico autor donostiarra de obras sinfónicas y del género lirico, formado en Alemania, quien además realizó una carrera de director de orquesta que lo llevo a conocer el lenguaje sinfónico y a entender la voz humana, e infundir sus obras de un variado refinamiento orquestal, rico en colores y matices.  Si bien La tabernera del puerto no es un título tan conocido, ni forma parte del repertorio lirico habitual que ofrecen los teatros internacionales; si es conocida a nivel mundial, gracias a su celebre romanza para tenor: ¡No puede ser! (cuyo auge y regularidad para ser programada surgió especialmente a raíz de haber sido incluida en los conciertos de los tres tenores (Domingo, Carreras y Pavarotti).  Pero más de ello, la obra está considerada una notable composición musical, y es considerada un pináculo de la zarzuela, por la brillantez de sus melodías orquestales y por la solidez de su partitura que entrelaza y une de manera notable y uniforme la música, con el drama y  con el desarrollo de sus personajes, con una construcción teatral realizada con extremo cuidado.  La tabernera del puerto tuvo su estreno el 6 de mayo de 1936, y forma parte de la modalidad conocida como “genero grande” de la zarzuela (un estilo que se acerca más al género operístico, a diferencia del “género chico” que son obras breves, cortas y de historias sencillas. El género grande, permitió precisamente, mayor amplitud para desarrollar tramas con fuerza dramática, mayor teatralidad y personajes más completos, que expresan, como sucede en esta historia, sentimientos de amor, ambición, engaño, incluso de redención. La historia de la Tabernera transcurre en la localidad marítima imaginaria de Cantabreda, en el norte de España, en 1936 el año mismo año de su estreno, y la localidad, aunque es imaginaria, por el origen del compositor, que era originario de San Sebastián, Guipúzcoa y el apellido Eguía, de uno de los personajes principales, evocan indudablemente a un lugar en la costa del País Vasco.  En el puerto existe una taberna, propiedad del contrabandista Juan de Eguía, donde la que la joven Marola,  atiende a los marineros que allí se reúnen o los que pasaban por el puerto. Pensando que Marola es esposa de Eguía, que es pretendida por el joven trovador Abel, aunque ella en realidad esta enamorada del pescador Leandro, un grupo de mujeres le reprochan a Marola que enamora a todos los hombres del puerto, lo que ocasiona que Eguía la golpee y la maltrate.  Eguía, que es en realidad es el padre de Marola, le ofrece la mano de su hija a Leandro, a cambio de que introduzca cocaína en la ciudad.  Leandro acepta y acompañado de Marola, se dirigen en una embarcación hacia una cueva a la que se puede acceder por el mar, para recoger las drogas, pero desaparecen en el mar por una fuerte tormenta.  El entristecido Eguía les cuenta a los presentes que Marola era en realidad su hija. El viejo marinero ingles Simpson, les da la noticia que Marola y Leandro aparecieron vivos y llegan al pueblo detenidos por la policía.  El arrepentido contrabandista Eguía confiesa ser el culpable de lo sucedido, por lo que es detenido, mientras que Marola y Leandro quedan en libertad.  La zarzuela, como se le conoce al género lirico, musical y escénico creado España -que contiene diálogos hablados y partes cantadas- toma su nombre del Palacio de la Zarzuela, la mansión de la realeza española, situada en las proximidades Madrid, y en cuyo teatro comenzaron a realizarse las primeras representaciones del género. La zarzuela podría entenderse, aunque en sentido quizás no tan estricto o correcto, como la opéra-comique francesa o el singspiel alemán, por el uso de partes habladas y recitadas, aunque la zarzuela se apega más al carácter, a la música, las fiestas, las costumbres, la literatura, en suma, al folclor español. Los orígenes de la zarzuela datan del siglo XVI, cuando el dramaturgo Lope de Vega escribió una obra titulada La selva sin amor, una comedia con orquesta, a la que el autor se refirió como “una cosa nueva en España” años más tarde, en 1629, el otro celebre dramaturgo español  Calderón de la Barca, adoptó por primera vez el termino zarzuela, para su obra titulada El golfo de las Sirenas. Desde entonces, comenzaron a surgir diversos compositores españoles que compusieron zarzuelas barrocas, muchas de ellas se perdieron durante el tiempo, y otras han sido rescatadas y escenificadas a lo largo del tiempo. El 10 de octubre de 1856, se fundó oficialmente el Teatro de la Zarzuela en Madrid, y en 1873 el Teatro Apolo donde se representaban, y a la fecha se hace, solo obras pertenecientes a este estilo musical.   La zarzuela compartió su época de mas gloria con la ópera, el teatro de prosa y en verso en el siglo XIX y posteriormente con el cinematográfico en el XX.  Gracias a las giras que realizaban compañías españolas, el genero se dio a conocer y se difundió especialmente en Hispanoamérica.  Actualmente, los teatros importantes de España incluyen con regularidad títulos de zarzuela en sus temporadas, y las ocasiones que teatros fuera de España han programado zarzuela, generalmente han sido bien recibidas y aceptadas. Sin embargo, los teatros importantes de Hispanoamérica, no la programan con la frecuencia que se debería.  Es por ello importante la labor del Teatro Mayor de Bogotá, por incluir zarzuelas en su temporada y mantener vivo el género.  Cabe mencionar que, como parte de la presente temporada, en el mes de febrero de este año, se realizó el montaje de El Vizconde, zarzuela cómica de Francisco Asenjo Barbieri (1823-1894) en una coproducción entre el Teatro Mayor, el Teatro de la Zarzuela, la Fundación Juan March (que busca fomentar la cultura y música en España) y el Teatro Metropolitano de Medellín.   El montaje con el que se ofreció  La tabernera del puerto en Bogotá fue traído del Teatro de la Zarzuela de Madrid, que a lo largo del tiempo ha ido incorporando a destacados directores de escena y escenógrafos.  Las escenografías fueron ideadas por el director italiano Ezio Frigerio, y los coloridos, y elegantes vestuarios de  la Franca Squarciapino, con iluminación de Vinicio Cheli.  La dirección escénica fue del celebre actor y director de escena catalán Mario Gas, conocido por su trayectoria dirigiendo obras de teatro y lirica. Un conocedor de la zarzuela, que supo explotar los momentos dramáticos de la partitura, y resaltar con gracia y naturalidad la verve cómica, que le permite el libreto, con precisión gestualidad, movimientos y coreografías, haciendo resaltar la parte humana y los sentimientos que muestran los personajes y resaltando problemas que planteó en su tiempo Sorozábal, y que resultan ser temas de actualidad como la violencia, el maltrato a las mujeres, el narcotráfico. La escena nos traslada dentro de una oscura y lúgubre taberna, el fondo del escenario fue representado con enorme muro de piedra, un elemento fijo, que cuando se retiraban las sillas y mesas de la taberna, lucían como calles oscuras y un muelle.   La iluminación en tonos oscuros sirvió acompañó los momentos de dramatismo con tonalidades azul oscuro, y brillantes y radiantes blancos durante las partes mas alegres y emotivas. No podría faltar la pareja cómica, con sus partes habladas y la comicidad que les aportaron a los personajes de Chincorro y Antigua, recreados por el actor español Pep Molina  y la mezzosoprano Amelia Font, conocida por amplia experiencia en la lírica.  El mejor momento de la producción de Frigerio, fue la escena de la embarcación atravesando una intensa tormenta y hundiéndose, que se realizó detrás de una tenía cortina blanca, con atractivas proyecciones e iluminación que representaban la tupida lluvia, los rayos y truenos y el agua del mar.   El elenco de cantantes, con amplia experiencia y la zarzuela y en obras operísticas fue encabezado por la joven y delicada Marola, que interpretó la soprano andaluza Leonor Bonilla, de voz brillante, nítida y muy musical, especialmente segura en los penetrantes agudos. El barítono César San Martín, dio vida al malévolo Juan de Eguía con lirismo y fuerza dramática en su canto, como también el respiro cómico que le da su divertida romanza “La mujer de los quince a los veinte” El tenor Antonio Gandía, tuvo un  buen desempeño como Leandro, alguna vez un tenor ligero, su voz ha adquirido cuerpo y fuerza, y aunque su canto no es precisamente refinado logró muchos aplausos y entusiasmo de parte del publico después de su apasionado “No puede ser”.  Experiencia, buenos recursos musicales con su voz profunda y robusta, el versátil bajo Rubén Amoretti hizo resaltar al personaje del Simpson el viejo lobo de mar inglés. Agradó por su candor y radiante canto y su naturalidad escénica la soprano María Paula Pataquiva. Buen trabajo realizó el resto de los cantantes en sus respectivos personajes que complementan el extenso elenco; como gracia, participación escénica y conjunción mostro el Coro Filarmónico Juvenil.  En el foso estuvo el maestro español, Miquel Ortega, quien ha dedicado gran parte de su carrera a conducir y difundir la zarzuela, quien extrajo una lectura muy vivaz y alegre de la partitura, al frente de los músicos de la Orquesta Filarmónica Juvenil de Colombia.  La partitura ofrece muchos pasajes musicalmente emocionantes, alegres y dramáticos, y Ortega supo encontrar la variedad de timbres y colores necesarios para hacer de la parte orquestal una de las fortalezas de esta obra.  Un día previo a la función de la tabernera del puerto, el Teatro Mayor, ofreció en la intimidad del Teatro Estudio, una pequeña sala utilizada para conciertos de música de cámara y antigua, el concierto titulado “El barroco tardío: reino compartido” a cargo del Ensamble Barroco de Bogotá que ejecutó, en un formato pequeño de violín y clavecín, composiciones de compositores pertenecientes al barroco francés, aderezados de obras de los más destacadas compositores del repertorio de música antigua como Handel y J.S.B. de los cuales se escucharon: la Sonata para violín y bajo continuo en la menor, del primero, y la Sonata para violín y bajo continuo en mi menor del segundo.  Se pudieron escuchar piezas poco conocidas como La Du Duq y el Rondeau Suite 1, primer libro del  Jacques Duphy, compositor francés del siglo XVII, dedicado al estudio y la ejecución del clavecín.  Se escucho también el tercer preludio de otro notable compositor de su tiempo François Couperin, conocido como el Couperin le Grand por su contribución a la composición del clavecín y su virtuosismo con ese instrumento, así como el concierto 7 en sol menor perteneciente a Les Goûts réunis que forma parte de la creación de diez suites compuestas por este compositor en 1724, para finalizar con la Sonata académica en re menor Op 12 no 12 de Francesco María Veracini, florentino, otro compositor italiano poco conocido, pero que dejo un amplio legado de sonatas para violín. En un formato a pequeña escala el Ensamble Barroco de Bogotá contó con la presencia de su director, el maestro francés Julien Faure, quien, al clavecín, mostró habilidad y expresividad de su instrumento del que supo sacarle las mejores notas, cincelando una ejecución, plena de colorido, dramatismo y timbres que se adaptan a los diferentes estilos compositivos, que surgieron en diferentes países europeos en el siglo XVIII, que muestran su carácter, su sonido particular, lleno de variedad, colores y matices.  Faure interpretó sus piensas en solitario con sentimiento y emoción, y fue acompañado por el vigoroso virtuosismo que emanó del instrumento, el violín, del maestro Santiago Medina. Ambos lograron conjunción y cohesión, pero más que nada conjunción, homogeneidad e instrumento para transmitir al público presente que abarroto todas las butacas del teatro estudio.  Había tenido ya la fortuna de escuchar el año pasado el Ensamble Barroco de Bogotá en un concierto en el que acompañando el contratenor alemán Andreas Scholl. En mi opinión, el grupo ha adquirido la experiencia necesaria para participar en una puesta operística del repertorio barroco.