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Tuesday, July 1, 2014

Orfeo y Eurídice en Florencia - 77° Maggio Musicale Fiorentino

© Pietro Paolini / TerraProject / Contrasto

Leonardo Monteverdi


En un día de calor insoportable en el Teatro della Pergola de Florencia se estrenó la puesta en escena de “Orfeo ed Euridice” de Gluck, por el factótum Denis Krief autor de la dirección, diseño de escenas, vestuario e iluminación. Es difícil creer que a pocos días se vieran dos puestas de operas con un resultado tan opuesto: el superlativo “L’amour des trois oranges” y este pésimo “Orfeo” sin explicación. La dramaturgia de Ranieri de’ Calzabigi fue totalmente desordenada por Krief que la situó en espacios definidos e indefinidos entre paneles corredizos, céntricos o descompuestos, blancos y donde caminan hombres y almas con pocas decoraciones. Un pequeño sofá o una fábrica de muebles fue mucho,  y ahí transcurrió buena parte de la acción. El coro con trajes modernos y por minutos en trajes del siglo XVIII pelucas blancas, proyecciones inútiles de un túnel, con bailes de discotecas que fue el infierno de Krief. Aquí Orfeo fue un cantante vestido con cuero sin su instrumento la lira. No fueron buenos los movimientos de Anna Bonitatibus, inciertos y exagerados, imputables a la dirección escénica, la artista italiana no estuvo en uno de sus mejores papeles ya que siendo mezzosoprano, su registro grave se not cansado por estar a los límites de una tesitura pensada para una genuina contralto. La artista articulo admirablemente las frases con sentido dramático aunque su canto no voló con libertad. Sin embargo, tuvo mucho éxito con el aria “Che pur ciel” La petulante y colérica Euridice de Hélène Guilmette sobresalió por su brillante voz y elegante, sobre todo en su aria, donde logró buenas frases y gracia escénica.  Amore, vestido como un pilluelo lo cantó Silvia Frigato, sin infamia ni laude homeopática. Las coreografías de Cristina Rizzo estuvieron en sintonía con la pobreza de la producción y desconectada con la dramaturgia. El maestro Federico Maria Sardelli ofreció elegantes sonoridades de la orquesta del Maggio con tiempos bien elegidos, además de un rico y decorativo bajo continuo, donde emergía por su creatividad y suavidad el arpa de Ann Fierens. El coro bien preparado por Lorenzo Fratini tuvo éxito.

77° Maggio Musicale Fiorentino: C.W. Gluck – Orfeo ed Euridice.

© Pietro Paolini / TerraProject / Contrasto


Leonardo Monteverdi

In un giorno caldissimo di giugno abbiamo assistito al Teatro della Pergola di Firenze al nuovo allestimento dell’ “Orfeo” gluckiano, firmato da Denis Krief, factotum, come spesso accade, delle sue messe in scena: regia, scene, costumi e luci. Almeno si sa subito che la responsabilità è tutta sua. È difficile credere che a pochi giorni di distanza si siano potuti accostare due allestimenti operistici di così opposto segno: il superlativo “L’amour des trois oranges” e questo pessimo “Orfeo ed Euridice”. Non si capisce il filo conduttore né il perché di quest’abisso evidentissimo e inspiegabile. La drammaturgia di Ranieri de’ Calzabigi (s)vista da Krief è completamente stravolta e obbligata in spazi definiti o indefiniti da pannelli scorrevoli o concentrici o decomposti, bianchi, dove si muovono uomini e anime (compresi i macchinisti per i cambi a vista… mah!), con pochissimi attrezzi e arredi scenici, anzi meglio parlare al singolare: un unico divanetto di uno stile da trovarobato che avrebbe potuto provenire da un mobilificio in disarmo, da un rigattiere, dall’eredità della zia che lo aveva sempre tenuto caro perché era il corredo di nozze, o riciclato dalle scenografie di “Vogue” di Madonna, e su cui si svolge un po’ tutto: il pianto di Orfeo, o almeno una parte di lacrime; la querelle di Orfeo con Euridice, sposa capricciosissima; il ringraziamento finale, dopo l’happy end, in posa da foto di famiglia in un interno, circondati da un coro inspiegabilmente vestito in costumi settecenteschi (per soli quattro minuti) e orrende parrucche, forse di carta. Un orrore kitsch che però qui era fuori tema: la parodia dell’intoccabile e indissacrabile opera gluckiana l’aveva già fatta Offenbach un secolo e mezzo fa. Molto meglio riuscita, va detto. Proiezioni inutili di un tunnel percorso in auto a folle velocità e di balli discotecari (è questo l’Inferno di Krief, la discoteca? Suvvia, SIAMO NEL 2014!) su veli altrettanto inutili, sui quali in forma di graffito su un muro, forse quello del cimitero dove giaceva la salma di Euridice, campeggiava un verso “chiave” (?): “Ho con me l’Inferno mio”. Grandi trovate, complimenti. Orfeo qui è forse un cantante dal gusto leather, almeno per come è abbigliato, colla coquetterie del foulard di seta, ma sfornito dello strumento con cui ammansisce le belve e addirittura fa smuovere i sassi: nulla, manco un basso elettrico. Eppure la lira, che fu poi traslata nella volta celeste a risplendere come costellazione estiva, gli fu donata dal padre Apollo, e le Muse gli insegnarono come usarla. In tutta l’iconografia relativa al mito, nonché all’opera gluckiana, Orfeo stringe sempre forte la sua lira (peraltro nelle sue arie c’è, appunto, l’arpa), perché forma il tappeto sonoro al suo canto ipnotico e la brandisce, oggetto divino, quasi perché possa essere riconosciuto tale dalle divinità infernali a cui va incontro. È quasi un lasciapassare, una lanterna per l’oscurità… Nulla. Probabilmente quest’Orfeo, secondo Krief, la lira l’ha appesa al chiodo e canta su base registrata. Ma non è niente al confronto di come viene scelto di far muovere la povera Anna Bonitatibus, Orfeo: come un camionista ubriaco, che si trascina da un banco di un bar all’altro, colle braccia penzoloni, con passi incerti e con una gestualità che la fa assomigliare più allo stereotipo della lesbica butch. Effettivamente un camionista sempre colla cetra in mano sarebbe poco credibile. Per di più la Bonitatibus, purtroppo, qui non era a suo agio neanche vocalmente, in quanto mezzosoprano: il registro grave affaticato mostrava i limiti di una tessitura pensata per un vero contralto, e sebbene l’artista resti comunque una fine dicitrice, dall’impeccabile pronuncia e senso drammatico, il canto non era mai veramente libero e non prendeva il volo, con tempi musicali in cui forse, di tanto in tanto, un maggiore respiro sarebbe stato più idoneo. Bella esecuzione, comunque, di “Che puro ciel”. Al contrario, la petulante e bizzosa Euridice di Hélène Guilmette si faceva notare per voce squillante ed elegante, con bei fraseggi, soprattutto nella sua aria, e una qual certa grazia scenica. Amore, vestito come un monello, e ci può pure stare, era cantato da Silvia Frigato, senza infamia e senza lode, omeopatica. Coreografie di Cristina Rizzo in armonia con la povertà dell’allestimento e in (apparente?) scollamento colla drammaturgia, una sorta di “vorrei fare Pina Bausch ma non posso”. Un gioco tra i danzatori con degli occhiali da sole non ci era del tutto chiaro: forse gli spiriti dell’oltretomba non volevano restare abbacinati dalla luce del giorno terrestre o temevano le luci della discoteca delle proiezioni precedenti? Si può dire un solenne “basta!” a tutti questi cascami degli anni Ottanta? Il coro di pastori, che si presentano in abiti da lutto borghesissimi, con una rosa rossa in mano al funerale di Euridice, sembra non cambiar d’abito quando si tratta di diventare spiriti infernali (sembravano dire: ci abbiamo provato ma i camerini erano occupati dai coristi di un’altra opera), salvo vestire, in seguito, delle palandrane bianche per simulare i beati abitatori dei Campi Elisi. Movimenti d’uscita dei coristi dai Campi Elisi: intruppati come nella ricreazione scolastica, non essendoci quinte ma solo pannelli mobili… ma insomma! Tutto sembrava casuale, come se su quel palcoscenico si stessero facendo le prove di più opere contemporaneamente e la compagnia dell’una passeggiava sullo scenario dell’altra rendendosi conto troppo tardi che c’era stato un errore (i coristi di prima…). E le luci? Casual style, come sopra… Unica nota elegante era un tendaggio sullo sfondo, dai lucori cangianti, mosso dal vento. Bello, sì, delle nuance di grigio con qualche pennellata di luminosità… bello. L’azione del ritorno verso il mondo dei vivi era risolta in una claustrofobica stanzetta bianca con uscita, sul famigerato divanetto dove, a un certo punto, Euridice decide di sdraiarsi, esausta probabilmente per la testardaggine di Orfeo a non volerle raccontare il perché e il percome di tutto quello svolgersi di eventi straordinari. Orfeo, che, nella lettura classica, dovrebbe trascinare Euridice in un oscuro tunnel, tirandosela dietro senza mai guardarla, nella lettura krieffiana la abbraccia, sebbene da dietro, e poi si butta disperato sulle pareti, sul divanetto, sempre dinoccolandosi, rendendo assolutamente noioso e incomprensibile il tutto: ma come? Se l’ha vista ripetutamente, l’ha pure abbracciata, e ci si è pure messo a discutere sul sofà, non avrebbe dovuto perderla assai prima? Mah… i misteri orfici secondo il sommo sacerdote Denis Krief. Dal punto di vista musicale, il maestro Federico Maria Sardelli ha trovato belle sonorità orchestrali e ha scelto tempi convincenti, oltre a un elaborato e decorativo basso continuo su cui spiccava per creatività ed eleganza l’arpa di Ann Fierens. Anche il coro, sempre preparato da Lorenzo Fratini, ha dato buona prova di sé. I momenti sinfonici, come l’ouverture e le danze, erano ben risolti e il rapporto tra direttore e palcoscenico era sempre attento e accurato, per quanto possibile, con una simile messa in scena. Dispiace assai che il valente maestro Sardelli sia sempre messo in situazioni difficili (“Il Farnace” dell’anno scorso, registicamente forse anche peggio di quest’ “Orfeo”) da allestimenti assai discutibili che finiscono per far passare in secondo piano la pur pregevole esecuzione musicale. E dategli una messa in scena vera! Si riguardano, con nostalgia, in un catalogo su “I Grandi Spettacoli del Maggio Musicale Fiorentino”, gli allestimenti precedenti dell’ “Orfeo” gluckiano, quello di Luca Ronconi con costumi di Pier Luigi Pizzi, e ci si chiede se ciò a cui abbiamo assistito sia veramente una “modernità” ma passata attraverso un manicomio e che in realtà Euridice sia stata davvero uccisa da Orfeo che mette in atto tutta una pantomima per non perdere la buona reputazione di cantante melodico presso il suo pubblico.



Monday, July 6, 2009

Dama di picche di Čajkovskij - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella & Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.

Massimo Viazzo

Gianandrea Noseda conosce come pochi queste opere, avendole studiate negli anni di apprendistato, direttamente al Mariinsky di San Pietroburgo con Valery Gergiev. Anzi posso affermare che tra i “non russi” il direttore milanese è oggi uno dei più accreditati a livello internazionale in questo repertorio. La sua Dama di Picche, andata in scena al Teatro Regio di Torino, coglie benissimo quel mix di fatalismo e fanatismo che le sono connaturati. Già dalle prime battute del preludio un Noseda ispiratissimo ci scaraventa nel mondo allucinato e claustrofobico del capolavoro čajkovskijano con la sua bacchetta incalzante, ora energica ed appassionata, ma sempre concentrata sul dettaglio e sul fraseggio. Il passo teatrale è spedito senza essere frenetico e la cura degli impasti strumentali (il suono livido degli archi in sordina che apre la scena seconda del secondo atto sarà difficile da dimenticare) assolutamente idiomatica. Bravissimo! Denis Krief (che ha sostituito all’ultimo momento l’annunciato ed emergente Dmitri Cerniakov) ha fatto probabilmente di necessità virtù. La diminuzione rilevante dei finanziamenti statali in Italia evidentemente sta cominciando a farsi sentire… Krief sceglie quindi la via del minimalismo. Ma lo fa con consapevolezza e grande maestria. Tutta l’azione si svolge su una pedana trapezoidale che si palesa fin da subito come il tragico tavolo verde da gioco, letto di morte di German e della sua ossessione nell’ultima scena dell’opera. Una parete riflettente in alto e un fondale semovente (più qualche scarno elemento scenico) sul quale luci di taglio, magistralmente manovrate dallo stesso Krief, proiettano ombre inquietanti ed incombenti completavano la scena. Il regista franco-italiano ha diretto i cantanti ponendo la massima attenzione sulla recitazione, così un semplice sguardo, un movimento minimo, una intenzione appena abbozzata, acquisivano una forza dirompente. Buono nel complesso il cast a cominciare dalla Liza emozionante di Kristine Opolais, sicurissima nel registro acuto, sonoro e penetrante. La sua “Aria” dell’ultimo atto ha strappato l’applauso convinto del pubblico. Il tenore Kor-Jan Dusseljee, German, ha cantato con generosità. La sua voce non mancava di squillo anche se era un po’ penalizzata da una emissione un po’ forzata con una timbrica non proprio bellissima. Anja Silja non ha certo bisogno di presentazioni: la sua Contessa ha fatto letteralmente “paura”! La scena della morte la consacra ancora una volta, alla “tenera” età di 69 anni, come una delle artiste più carismatiche che calcano i palcoscenici. Quando ha intonato “Je crains de lui parler la nuit” ha raggelato il sangue. Brava anche Nadežda Serdjuk, una Polina vigorosa, energica e di forte carattere. Ricordo anche il Tomskij di Jurij Batukov dalla linea di canto non raffinatissima e Vladislav Sulimskij, un Eleckij commosso, ma non immacolato nell’intonazione. E non si può dimenticare, infine, la strepitosa prova del Coro del Teatro Regio diretto da Roberto Gabbiani, che quando canta così ha pochi rivali non solo in Italia!