Showing posts with label Marco Angius. Show all posts
Showing posts with label Marco Angius. Show all posts

Tuesday, February 28, 2017

Katya Kabanova - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese  Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Le giornate, seppur al nord ci siano ancora isolate giornate di nebbia, mandano ormai segnali di ripresa della vita ed il desiderio di vita all’aperto  può essere rimandato solo in presenza di una proposta coinvolgente. Nell’ambito del progetto Janáček- Carsen pensato dal Teatro Regio di Torino, in questi giorni  è di scena Katia Kabanova! Opera poco conosciuta agli amanti del solo repertorio italiano, ma si tratta invece di una vera eccellenza da non perdere e per la quale si rimanda pure una passeggiata in campagna ! Lo spirito e la mente non restano delusi o rinunciatari. Acqua: elemento in movimento che ad ogni soffio crea increspature, disegni che si dissolvono nel momento stesso della loro creazione! Luci ( eccezionali dello stesso Robert Carsen e di Peter Van Praet) ed ombre che si riflettono nell’acqua e che dall’acqua si proiettano sui fondali! Un costante  azzurro polvere interrotto da evanescenti  macchie di luminosità o di cupezza accecante! L’emozione che se ne trae impedisce addirittura di trasferire tutte le sensazioni seppur in una ‘recensione emozionale’. Qui c’è un incontro di geni: Janáček ha scritto delle pagine che solo chi soffre di  totale incapacità di emozionarsi, di provare sentimenti ed affettività quotidiane  non riesce a farsi travolgere e stravolgere dall’intensità di quelle pagine meravigliose! E l’altro indiscutibile genio è Robert Carsen che allagando il palco ed utilizzando passerelle  con piccole parti in continua evoluzione e luci incredibilmente avvolgenti e comunicative, riesce ad ambientare una vicenda umana ricca di sentimenti, passioni e crudeltà. La regia per la messa in scena al Regio di Torino è stata ripresa da Maria LamontPhilippe Giraudeau porta in scena fanciulle che muovendosi nell’acqua  creano di volta in volta le passerelle su cui si muoveranno i cantanti. Le fanciulle in tunica bianca: forse l’anima del Volga? Forse Kabanova replicata? In ogni caso efficaci e coinvolgenti  e di grande effetto coreutico e scenografico. Mi dilungherei assai per cercare di descrivere i particolari, ma tenterò invece in poche righe di trasmettere almeno un soffio di quella poesia che traspare elegantemente dall’insieme. La scena è quasi sempre soffusamente proiettata a fondo palco dove realtà e ombre si confondono creando geometriche proiezioni  che amplificano la crudezza della realtà che come in questo caso può portare ad estreme decisioni per la paura di vivere da ‘giudicati’ e con l’ossessione del giudizio. Il connubio quasi mistico tra musica, canto e scena intacca la forza degli animi creando dolce commozione. La melodia parlata acuisce la realtà e  crea poetica liricità sconfinando nell’evanescenza dell’essere in una dimensione emotiva di forte intensità; l’orchestra diretta da un puntuale quanto emozionante Marco Angius ha creato atmosfere di sentimento e di sensazioni intime. Il gesto di Angius è preciso, sicuro ed in buona armonia con i professori in buca e la bontà della direzione come dell’intero allestimento è stata riconosciuto da un pubblico entusiasta. Di Andrea Dankova nei panni della Kabanova è doveroso riconoscere la forza interpretativa e la padronanza vocale: nel suo assolo coinvolge trasferendo la passione ed il terrore di vivere; Tichon, il marito tradito e figlio sottomesso, è stato interpretato da Štefan Margita con presenza in scena e vocalità appropriata.  Rebecca de Pont Davies ha dato superbamente voce e consona  interpretazione all’austera quanto perfida Kabanicha che gelidamente indifferente ringrazia gli amici accorsi per il suicidio di Katia. Misha Didyk  è il tenore ben nel ruolo dell’amante Boris il quale cacciato dallo zio dopo la rivelazione di Katia, porta questa alla delusione definitiva. Varvara è il personaggio interpretato da Lena Belkina che qui raggiunge una buona maturazione intepretativa-vocale. Il Vania di Enrico Casari è perfetto secondo lo stile di Janáček e nel suo assolo cantato in mezzo all’ideale Volga colpisce realmente al cuore. Solo per semplicità annoto che tutti gli interpreti hanno toccato un livello di alto segno e che, ognuno nel ruolo, ha dato un plus alla realizzazione: Oliver Zwarg, Lukáš Zeman, Lorena Scarlata, Sofia Koberidze, Roberta Garelli. Altrettanto degno di nota il sempre apprezzato coro del Regio diretto da Claudio FenoglioLa stessa realizzazione era già stata  vista alla Scala di Milano nel 2007 ed il bel ricordo che se ne conservava (una delle più belle produzioni mai viste),  ha condotto nuovamente a sedersi con grande soddisfazione  in una fila di teatro per rivederla. La Musica vince sempre.

Sunday, June 28, 2015

En Boloña el estreno de “El sonido amarillo” de Alessandro Solbiati

Foto: Rocco Casaluci

Anna Galletti

“Cada obra nace en el inconsciente... Con paciencia y verdadero amor suavemente o hirviendo la fuerza interior, fluye del alma, conduce la mano... y se encarna en la obra” (Vassilij Kandinskij). “El sonido amarillo” fue comisionado por el Teatro Comunale de Bolonia y estrenado el 13 de junio de 2015. Se trata de una ópera contemporánea, que el compositor italiano Alessandro Solbiati realizó inspirándose libremente en el homónimo “Der Gelbe Klang” di Vasily  Kandinsky. Kandinsky fue un gran pintor conocido cómo padre del arte abstracto, y como un teórico del arte total, refiriéndose a una arte que involucre totalmente al destinatario, y que lo atraiga dentro de la obra, echa de sonido, movimiento y color. Sus composiciones escénicas son textos destinados a ser representados en los teatros. El teatro para Kandinsky es el lugar donde se puede realizar la liberación del alma a través de la unión de los tres elementos mencionados. Solbiati recorrió hábil e intensamente el camino trazado por Kandinsky y creo ochenta minutos de verdadera emoción, por la belleza de la música y el uso del sonido (instrumentos acústicos y voces). En su búsqueda de un resultado de sinestesia – también se podría decir de alquimia – fue perfectamente acompañado por la batuta de Marco Angius, quien tiene gran experiencia en dirigir música contemporánea. Angius llevó la orquesta a una interpretación de gran respeto del lirismo intrínseco de la opera. Compañeros de viaje bien integrados en el proyecto fueron el director Franco Ripa di Meana y el diseñador del vestuario y escenógrafo Gianni Dessì. La contribución de ellos, ambos autores del proyecto escénico, a esta creación tan compleja resultó positivo y coherente.  Al éxito de este estreno cintribuyeron igualmente los cantantes, los que no tuvieron una tarea fácil, al interpretar música atonal y textos descarnados y abstractos. La apreciación va en primer lugar a los solistas, en el rol de los cinco gigantes, figuras que, así cómo lo explica el mismo Solbiati, evolucionan de un estado casi vegetal a un estado cada vez más vivo, “hasta sublimar el estado individual en una unidad ideal superior”:  Alda Caiello (soprano), Laura Catrani (mezzosoprano), Paolo Antognetti (tenor), Maurizio Leoni (barítono), Nicholas Isherwood (bajo). La misma evaluación positiva hay que darla al Coro del Teatro. Distribuido en “coro chico” y “coro grande”, que fue también un óptimo protagonista de esta composición en la que no hay partes secundarias y todos los elementos, vocales, instrumentales y escénicos tienen la misma importancia.  Los alumnos de la Escuela de Teatro de Boloña de Alessandra Galante Garrone llevaron la escena con seguridad y eficacia, asi como la corporeidad necesaria para dar vida y substancia a esta nueva creación. Queda preguntarse si la obra puede considerarse una ópera lírica en su sentido tradicional. Quizás esta pregunta no tenga respuesta hoy en día y solamente con el tiempo se sabrá. Lo que le falta es una verdadera narración, con inicio, final y conexiones internas, y la posibilidad de atribuir a la música y a los escasos textos de Kandinsky significados y representaciones totalmente diferentes que no impidan percibir la unidad de la composición. Es probable que la definición genérica de teatro musical sea más coherente con esta propuesta. O bien se trata solamente de desprenderse de las definiciones y etiquetas, conformándose con apreciar a los autores y realizadores de este interesante experimento, por lo que es, a pesar del nombre que se le quiera dar. 

A Bologna la prima assoluta di “Il suono giallo” di Alessandro Solbiati

Foto: Rocco Casaluci

Anna Galletti

“Ogni opera nasce nell’inconscio … Con pazienza e vero amore dolcemente o ribollendo la forza interiore fluisce dall’anima, guida la mano … e si incarna nell’opera” (Vassilij Kandinskij). “Il suono giallo”, realizzato su specifica commissione del Teatro Comunale di Bologna, è stato presentato in prima assoluta il 13 giugno scorso. Si tratta di un’opera contemporanea, che il compositore italiano Alessandro Solbiati ha realizzato ispirandosi liberamente all’omonimo “Der Gelbe Klang” di Vassilij Kandinskij. Kandinskij, oltre al grande pittore che tutti conoscono come padre dell’astrattismo, è stato anche un teorico dell’arte totale, intesa come arte che coinvolga completamente il fruitore, che lo attiri dentro l’opera, fatta di suono, movimento e colore. Le sue composizioni sceniche sono testi destinati al teatro quale luogo in cui può avvenire la liberazione dell’anima tramite l’unione di questi tre elementi. Solbiati percorre con abilità e intensità la strada indicata da Kandinskij, creando ottanta minuti di vera emozione, per la bellezza della musica e l’uso del suono, creato sia dagli strumenti (solo acustici) sia dalla voce. Nella sua ricerca di raggiungere un risultato sinestetico – e si potrebbe dire anche alchemico – è stato perfettamente accompagnato dalla bacchetta di Marco Angius, che vanta grande esperienza nella direzione della musica contemporanea e che qui guida l’orchestra ad un’interpretazione di grande rispetto del lirismo intrinseco all’opera. Compagni di viaggio ben integrati al progetto sono il regista Franco Ripa di Meana e il costumista e scenografo Gianni Dessì. L’apporto di entrambi, autori congiuntamente del progetto scenico, ad una creazione così complessa risulta positivo e coerente.   Al buon successo di questa prima hanno contribuito in misura non minore i cantanti, chiamati ad un compito tutt’altro che facile, dovendo interpretare una musica atonale e testi scarni e astratti. L’apprezzamento va in primo luogo ai solisti, nel ruolo dei cinque giganti, figure che, come spiega lo stesso Solbiati, evolvono da uno stato quasi vegetale a uno stato sempre più vivente, “fino a sublimare lo stato individuale in una superiore unità ideale”: Alda Caiello (soprano), Laura Catrani (mezzosoprano), Paolo Antognetti (tenore), Maurizio Leoni (baritono), Nicholas Isherwood (basso). La stessa valutazione positiva deve essere riservata al Coro del Teatro Comunale, che – ripartito in “piccolo coro” e “grande coro” –, è stato ugualmente ottimo protagonista di questo componimento in cui non ci sono parti minori o prevalenti e dove tutti gli elementi, vocali, strumentali e scenici sono da considerare parimenti importanti.  Gli allievi della Scuola di Teatro di Bologna di Alessandra Galante Garrone hanno portato con sicurezza ed efficacia sulla scena la corporeità necessaria a dare vita e sostanza a questa nuova creazione.  Resta, tuttavia, da chiedersi se “Il suono giallo” possa essere considerato un’opera lirica, nel significato tradizionale dell’espressione. Forse a questa domanda non si può rispondere oggi, ma solo con il tempo. La mancanza di una vera narrazione, con un inizio, una fine e le sue connessioni interne, e la possibilità, in fondo, di dare alla musica e agli scarni testi di Kandinskij significati e rappresentazioni completamente diversi, impediscono di percepire il senso di unità proprio dell’opera. Probabilmente, la definizione generica di teatro musicale è più coerente rispetto al tipo di proposta presentata. Oppure si tratta soltanto di staccarsi dalle definizioni e dalle etichette, limitandosi ad apprezzare autori e realizzatori di questo interessante esperimento per ciò che è, comunque lo si voglia definire.