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Friday, May 19, 2017

Katia Kabanova en el Teatro Regio de Turín, Turin


Fotos: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino
Ramón Jacques
El Teatro Regio dejó una impronta en el público que presenció las primeras representaciones locales de Káťa Kabanová, obra maestra de Leoš Janáček. El primer acierto fue escenificar la ópera con la propuesta de Robert Carsen, coproducción con la ópera de Amberes que ha circulado ya por importantes escenarios. Carsen, ofreció quizás su mejor trabajo, atemporal y en el que el agua es un elemento preponderante, tanto por las tormentas que marca el libreto como por el rio Volga, junto al cual transcurre la escena y que incide en los personajes porque es ahí donde ocurre la trágica muerte de Káťa, ahogada en agua, como también en la deshonra, la desesperación y la humillación. El agua, que sobre el escenario es un espejo que refleja la vida y el contexto en el que viven los personajes, regala sobrecogedoras y armoniosas imágenes, fundiéndose con el cielo triste de tenues colores al fondo del escenario, pero brillante en intensidad y angustia. Los artistas se desplazan sobre unas pasarelas que movían constantemente de posición un grupo de bailarinas, en sus coreografías. La escena comunica y toca al espectador, y los elegantes vestuarios contribuyen al sencillo marco cargado de brío y dramatismo. La producción forma parte del proyecto del teatro denominado Janáček-Carsen.  Otro acierto, fue el encomendar el personaje principal a la soprano Andrea Danková, referente en la actualidad porque lo ha cantado cientos de veces en importantes escenarios.
La soprano eslovaca, brilla por su belleza física, pero además por la credibilidad que imprime al papel, el acento vocal e intención que imprime a cada nota y frase, y que solo pocos que logran una compenetración y dominio total de un personaje pueden hacerlo. Su canto es brillante, grato en tonalidad y color, sin mengua de la emotividad, el carácter dramático y la sensualidad que derrocha en escena. El resto del elenco no desmereció por ser artistas que han frecuentado este repertorio, como la maligna y cínica Kabanicha de la mezzosoprano Rebecca de Pont Davies; el timorato Tichon del tenor Štefan Margita de timbre punzante; el tenor Misha Didyk por su personificación de Boris Grigorjevič; y la corrección con la que se desempeñaron el bajo-barítono Oliver Zwarg como Dikoj, la mezzosoprano Lena Belkina como Varvara y el resto de cantantes en papeles menores. Mención para el Coro del Regio sólido y uniforme en sus intervenciones. Al frente de la orquesta estuvo el maestro Marco Angius, reconocido por su relación con el repertorio del siglo veinte, quien extrajo de los músicos sutileza y la carga emotiva presente en la música de Janáček, que hizo con argucia y tenacidad.

Tuesday, February 28, 2017

Katya Kabanova - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese  Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Le giornate, seppur al nord ci siano ancora isolate giornate di nebbia, mandano ormai segnali di ripresa della vita ed il desiderio di vita all’aperto  può essere rimandato solo in presenza di una proposta coinvolgente. Nell’ambito del progetto Janáček- Carsen pensato dal Teatro Regio di Torino, in questi giorni  è di scena Katia Kabanova! Opera poco conosciuta agli amanti del solo repertorio italiano, ma si tratta invece di una vera eccellenza da non perdere e per la quale si rimanda pure una passeggiata in campagna ! Lo spirito e la mente non restano delusi o rinunciatari. Acqua: elemento in movimento che ad ogni soffio crea increspature, disegni che si dissolvono nel momento stesso della loro creazione! Luci ( eccezionali dello stesso Robert Carsen e di Peter Van Praet) ed ombre che si riflettono nell’acqua e che dall’acqua si proiettano sui fondali! Un costante  azzurro polvere interrotto da evanescenti  macchie di luminosità o di cupezza accecante! L’emozione che se ne trae impedisce addirittura di trasferire tutte le sensazioni seppur in una ‘recensione emozionale’. Qui c’è un incontro di geni: Janáček ha scritto delle pagine che solo chi soffre di  totale incapacità di emozionarsi, di provare sentimenti ed affettività quotidiane  non riesce a farsi travolgere e stravolgere dall’intensità di quelle pagine meravigliose! E l’altro indiscutibile genio è Robert Carsen che allagando il palco ed utilizzando passerelle  con piccole parti in continua evoluzione e luci incredibilmente avvolgenti e comunicative, riesce ad ambientare una vicenda umana ricca di sentimenti, passioni e crudeltà. La regia per la messa in scena al Regio di Torino è stata ripresa da Maria LamontPhilippe Giraudeau porta in scena fanciulle che muovendosi nell’acqua  creano di volta in volta le passerelle su cui si muoveranno i cantanti. Le fanciulle in tunica bianca: forse l’anima del Volga? Forse Kabanova replicata? In ogni caso efficaci e coinvolgenti  e di grande effetto coreutico e scenografico. Mi dilungherei assai per cercare di descrivere i particolari, ma tenterò invece in poche righe di trasmettere almeno un soffio di quella poesia che traspare elegantemente dall’insieme. La scena è quasi sempre soffusamente proiettata a fondo palco dove realtà e ombre si confondono creando geometriche proiezioni  che amplificano la crudezza della realtà che come in questo caso può portare ad estreme decisioni per la paura di vivere da ‘giudicati’ e con l’ossessione del giudizio. Il connubio quasi mistico tra musica, canto e scena intacca la forza degli animi creando dolce commozione. La melodia parlata acuisce la realtà e  crea poetica liricità sconfinando nell’evanescenza dell’essere in una dimensione emotiva di forte intensità; l’orchestra diretta da un puntuale quanto emozionante Marco Angius ha creato atmosfere di sentimento e di sensazioni intime. Il gesto di Angius è preciso, sicuro ed in buona armonia con i professori in buca e la bontà della direzione come dell’intero allestimento è stata riconosciuto da un pubblico entusiasta. Di Andrea Dankova nei panni della Kabanova è doveroso riconoscere la forza interpretativa e la padronanza vocale: nel suo assolo coinvolge trasferendo la passione ed il terrore di vivere; Tichon, il marito tradito e figlio sottomesso, è stato interpretato da Štefan Margita con presenza in scena e vocalità appropriata.  Rebecca de Pont Davies ha dato superbamente voce e consona  interpretazione all’austera quanto perfida Kabanicha che gelidamente indifferente ringrazia gli amici accorsi per il suicidio di Katia. Misha Didyk  è il tenore ben nel ruolo dell’amante Boris il quale cacciato dallo zio dopo la rivelazione di Katia, porta questa alla delusione definitiva. Varvara è il personaggio interpretato da Lena Belkina che qui raggiunge una buona maturazione intepretativa-vocale. Il Vania di Enrico Casari è perfetto secondo lo stile di Janáček e nel suo assolo cantato in mezzo all’ideale Volga colpisce realmente al cuore. Solo per semplicità annoto che tutti gli interpreti hanno toccato un livello di alto segno e che, ognuno nel ruolo, ha dato un plus alla realizzazione: Oliver Zwarg, Lukáš Zeman, Lorena Scarlata, Sofia Koberidze, Roberta Garelli. Altrettanto degno di nota il sempre apprezzato coro del Regio diretto da Claudio FenoglioLa stessa realizzazione era già stata  vista alla Scala di Milano nel 2007 ed il bel ricordo che se ne conservava (una delle più belle produzioni mai viste),  ha condotto nuovamente a sedersi con grande soddisfazione  in una fila di teatro per rivederla. La Musica vince sempre.

Friday, April 13, 2012

Khovanshchina di Musorgskij - Metropolitan Opera House, NY

Foto: Anatoli Kotscherga - Ken Howard Metropolitan Opera

Considerato come un dramma musicale popolare perchè basato su fatti storici del secolo diciassettesimo, quando tre diverse correnti: esercito, stato e chiesa si contentevano il controllo del paese; Khovanshchina di Modest Musorgskij è attualmente un’opera poco frequentata e conosciuta e proprio per questo la sua proposta al MET ha generato aspettativa, trattandosi di un’opera non appartenente al repertorio tradizionale, e soprattutto per il cast di cantanti russi radunati per l’occasione.In scena è andata la produzione di August Everding, già vista in questo teatro nel 1985 con la scenografia disegnata da Ming Cho Lee e gli eleganti costuni di John Conkllin che però oggi sembravano vecchi e sbiaditi e che in scene come quella della Piazza Rossa e quella della cappella deludevano per essere quasi rudimentali. Solamente l’ottimo lavoro sullelle luci curato da Gil Weschler ha saputo captare il dramma e il carattere lugubre e oscuro della trama di quest’opera offerta qui nella versione riorchestrata da Shostakovic, con la scena finale di Stravinsky. Dal punto di vista musicale la serata è stata ampiamente soddisfacente a cominciare dalla lettura sicura e ispirata di Kirill Petrenko che estraeva al meglio le sontuose melodie e i temi popolari russi così come le arie orientali della danza delle schiave contenute nella partitura e lo ha fatto con dinamismo orchestrale permettendo alle scene di scorrere fluidamente.Solido e omogeneo il Coro nei suoi interventi monumentali. Olga Borodina si è fatta apprezzare per una attuazione elegante del ruolo di Marfa e per la sua ombreggiata e sontuosa tonalità da mezzosoprano. Anatoly Kotcherga ha mostrato una voce di basso dal timbro vellutato dando vita ad un Ivan Khovansky disturbato, e il basso Ildar Abdrazakov è piaciuto per la profondità vocale del suo Dosifei. Minaccioso e perverso si è mostrato il baritono Georg Gadnize e afflitto ma sicuro il Golytsin di Vladimir Galouzine nonostante una emissione nasale un po’ sgradevole. Il tenore Misha Didyk ha convinto sia vocalmente che scenicamente come Andrei Khovansky e corretti tutti i componenti del numeroso cast. RJ

Monday, April 9, 2012

Khovanschina en el Metropolitan

Foto: Olga Borodina (Marfa) - Ken Howard/Metropolitan Opera

Considerada como un “drama musical popular” porque se basa en hechos históricos de la Rusia del siglo diecisiete, cuando tres diversas corrientes: ejército, estado e iglesia se disputaban el control del país; Jovánschina (Khovanshchina) del compositor Modest Músorgski es actualmente una opera poco conocida y representada, es por ello que su reposición en el Metropolitan generó expectación, por tratarse de una opera no perteneciente al repertorio tradicional pero sobretodo por el sólido elenco de cantantes rusos que se conformó para la ocasión. Sobre la escena se vio la producción concebida por August Everding, estrenada en este teatro en 1985 con escenografias diseñadas por Ming Cho Lee, y los elegantes vestuarios de John Conkllin, que hoy lucen antiguas y deslucidas, y que en escenas como la de la Plaza Roja y la de la capilla ardiente decepcionaron son francamente rudimentarias. Solo el óptimo trabajo de iluminación de Gil Weschler logró captar el dramatismo y el carácter lúgubre y sombrío de la trama, de la opera que fue ofrecida en la versión reorquesta en 1959 por Shostakovich, con la escena final de Stravinsky. Desde el punto de vista musical la velada fue ampliamente satisfactoria comenzando con la segura e inspirada lectura de Kiril Petrenko quien extrajo las suntuosas melodías y temas de estilo folclórico ruso, así como el aire oriental de la danza de las esclavas, contenidos en la partitura y lo hizo con tal dinamismo orquestal que ayudó a que las escenas trascurrieran con fluidez. Sólido y homogéneo sonó el coro en sus monumentales intervenciones. Olga Borodina cautivó con elegante actuación del papel de Marfa y por su oscura y fastuosa tonalidad de mezzosoprano.  Anatoly Kotscherga desplegó una briosa y aterciopelada voz de bajo y actuó a un perturbado Ivan Khovansky,  y el bajo Ildar Abdrazakov agradó por su profundidad vocal como Dosifei. Amenazador y perverso se mostró el barítono George Gadnize y afligido pero seguro el Golitsyn del tenor Vladimir Galouzine a pesar de una ingrata emisión nasal. El tenor Misha Didyk convenció en lo vocal y lo escénico como Andrei Khovansky y correctos estuvieron los demás cantantes del amplio elenco. RJ