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Monday, October 12, 2009

Agrippina - Teatro La Fenice, Venezia

Foto: Veronica Cangemi, Ann Hallenberg. Regie, scene, costumi e luci Facoltà di Design IUAV Venezia
Credito: Michele Crosera


Massimo Viazzo

Agrippina rappresenta senz’altro la summa musicale italiana del giovane Händel. La première del 1709 al Teatro Grimani di San Giovanni Crisostomo (oggi Teatro Malibran) si rivelò un clamoroso successo con le sue quasi trenta repliche consecutive, e nonostante sia costituita per più di 4/5 da autoimprestiti e citazioni di lavori di altri musicisti, l’opera mantiene una compattezza stilistica che ha del miracoloso.
L’allestimento, programmato in coda a questa stagione in occasione del 300° anniversario della prima rappresentazione veneziana, è stato curato dagli studenti del corso di laurea specialistica in «Scienze e tecniche del teatro» dell’Università IUAV di Venezia diretto da Walter Le Moli con il coordinamento generale di Paola Donati. E, dico subito, l’operazione è riuscita in pieno! Sul palcoscenico del Malibran si è potuto assistere ad uno spettacolo semplice, ma efficacissimo: muri non paralleli che delimitavano geometricamente lo spazio, sipari dorati che salivano e scendevano per isolare i protagonisti in proscenio al momento delle loro effusioni liriche, qualche elemento scenico su un palco sostanzialmente vuoto - un letto (luogo principe dell’intrigo), un trono, delle colonne… - ma soprattutto vorrei segnalare le luci sapientemente manovrate da Claudio Coloretti (uno dei tutor che hanno seguito il lavoro dei ragazzi) che è riuscito a contraddistinguere l’idiomaticità dei diversi ambienti con grande sensibilità artistica e maestria tecnica. L’allestimento, inoltre, ha saputo cogliere con leggerezza quell’ironia che pervade il libretto del cardinal Grimani e che rende così attuali le vicende dei protagonisti. Sono alcuni anni che l’Università IUAV collabora con la stagione d’opera del Teatro La Fenice di Venezia (la Didone di Francesco Cavalli è addirittura approdata un anno fa al Teatro alla Scala) e credo si possa dire, senza tema di smentita, che questo modo così vitale e dinamico di coinvolgere laureandi e giovani laureati sia un esempio da imitare.
Fabio Biondi ha compiuto un ottimo lavoro di concertazione avendo a disposizione, questa volta, non il suo ensemble storico, la duttilissima Europa Galante (solo tre elementi rinforzavano il continuo), ma l’Orchestra del Teatro La Fenice, complesso poco abituato alle pratiche barocche. Un’attenzione costante alle dinamiche, la fantasia inesauribile alla ricerca di un fraseggio mai ingessato e soprattutto una cantabilità tutta italiana (Biondi stesso, dal podio, ha imbracciato più volte il suo violino) sono parse le cifre caratterizzanti di questa esecuzione, ritmicamente eccitata e tesissima nella resa teatrale. La presenza degli strumenti moderni ha, poi, prodotto una timbrica più corposa e rotonda, che peraltro non ha compromesso gli equilibri con il palcoscenico.
Il cast vocale è stato dominato dalla splendida Agrippina di Ann Hallenberg. Il soprano svedese, con voce sontuosa, ma anche ricca di pathos, ha delineato un personaggio altamente carismatico la cui determinazione scenica andava perfettamente a braccetto con la straordinaria sicurezza vocale. Il punto più alto della sua prestazione lo si è raggiunto nella grande aria del secondo atto «Pensieri, voi mi tormentate» trasformata dalla Hallenberg in una vera e propria scena di follia. Veronica Cangemi, prudente nel registro acuto (la sua «Se giunge un dispetto» che chiude il primo atto è parsa comunque scoppiettante al punto giusto), ha fatto di Poppea un personaggio credibile mettendo in evidenza, con una timbrica limpida e suadente, quella frivolezza e inconsistenza che le sono proprie. Debordante scenicamente Lorenzo Regazzo. Il suo Claudio, fanfarone e comicamente truce, è stato risolto con una vocalità giustamente ruvida e sempre molto comunicativa. «Io di Roma il Giove sono» cantato pavoneggiandosi con nonchalance era davvero irresistibile. Molto bravo nel canto intimo e patetico Xavier Sabata, un Ottone commovente e toccante (applauditissimo in «Voi che udite il mio lamento»), mentre più spericolato, seppur un po’ aspro, è parso il Nerone di Florin Cezar Ouatu. Sicuro il Pallante di Ugo Guagliardo, un po’ troppo leggeri, invece, Narciso e Giunone interpretati entrambi da Michela Storti. Menzione speciale, infine, per Roberto Abbondanza la cui dizione nitida e scolpita ha saputo rendere giustizia al piccolo ruolo di Lesbo. Alla fine applausi convinti di un pubblico molto soddisfatto.
Versión en Español

Agrippina representa la summa musical italiana del joven Händel. La première de 1709 en el Teatro Grimani di San Giovanni Crisostomo (hoy Teatro Malibran) se reveló como un clamoroso suceso con sus casi treinta reproducciones consecutivas, y a pesar de que fue formada mas de 4/5 con partes prestadas o citas de obras de otros músicos, la opera mantiene una conjunción estilística milagrosa.
La producción programada en coda esta temporada para conmemorar el 300º aniversario de la primera representación veneciana, fue creada por los estudiantes del curso de licenciatura especializada en «Ciencias y Técnicas del Teatro» de la universidad Università IUAV di Venezia dirigido por Walter Le Moli con la coordinación general de Paola Donati, y me apresuro a decir que la operación fue ¡un éxito pleno! Sobre el escenario del Teatro Malibran de Venecia se pudo ver un espectáculo simple, pero muy eficaz: de muros no paralelos que delimitaban geométricamente el espacio, cortinas doradas que subían y bajaban para aislar a los protagonistas en el proscenio al momento de sus efusiones líricas, y algunos elementos escénicos sobre un escenario sustancialmente vacío –una cama (lugar principal de la intriga), un trono, algunas columnas….- pero sobretodo quisiera señalar la iluminación sabiamente maniobrada por Claudio Coloretti (uno de los tutores que han seguido el trabajo de los jóvenes) que logró distinguir lo idiomático de los diversos ambientes con gran sensibilidad artística y maestría técnica. La puesta escénica, además, pudo captar con ligereza la ironía que domina al libreto del cardenal Grimani dándole actualidad a las vivencias de los protagonistas. Son ya algunos años que la Università IUAV colabora con la temporada de opera del Teatro La Fenice de Venecia (como la Didone de Francesco Cavalli que fue además representada hace un año en el Teatro alla Scala de Milán) y se puede decir, sin negarlo, que esta manera casi vital y dinámica de involucrar estudiantes del ultimo año y ya licenciados es un ejemplo para imitar.
Fabio Biondi completó un trabajo de concertación teniendo a su disposición esta vez, no a su ensemble histórico, la muy dúctil Europa Galante (solo tres elementos reforzaron el continuo), si no a la Orquesta del Teatro La Fenice, agrupación poco habituada a las practicas barrocas. Una atención constante a las dinámicas, la ilimitada fantasía en la búsqueda de un fraseo nunca enyesado y sobretodo un canto o “cantabilità” completamente italiano (Biondi mismo, desde el podio, tocó varias veces con su violín) parecieron ser las cifras características de esta ejecución, rítmicamente estimulada y mantenida en la interpretación teatral.
La presencia de los instrumentos modernos produjo un timbre más corpóreo y redondo que sin embargo no comprometió el equilibrio con el escenario. El cast vocal fue dominado por la esplendida Agrippina de Ann Hallenberg. La soprano sueca, con voz suntuosa, y también rica de pathos delineó un personaje altamente carismático cuya determinación escénica marchó perfectamente del brazo de la extraordinaria seguridad vocal. El punto mas alta de su prestación lo alcanzó en la gran aria del segundo acto «Pensieri, voi mi tormentate» transformada por Hallenger en una verdadera y apropiada escena de locura. Verónica Cangemi, estuvo prudente en el registro agudo (su «Se giunge un dispetto» que cerró el primer acto, pareció crujir al punto justo) e hizo de Poppea un personaje creíble, poniendo en evidencia con una timbrica cristalina y convincente, la frivolidad e inconsistencia que le pertenecen. Desbordante escénicamente estuvo Lorenzo Regazzo. Su Claudio, fanfarrón y cómicamente cruel fue resuelto con una vocalidad justamente áspera y siempre muy comunicativa «Io di Roma il Giove sono» cantada pavoneándose con nonchalance fue verdaderamente irresistible. Muy bueno en su canto intimo y patético Xavier Sabata, un Ottone conmovedor y enternecedor (muy aplaudido en «Voi che udite il mio lamento»), mientras que mas arrebatado, casi amargo, pareció el Nerone de Florin Cezar Ouatu. Seguro el Pallante de Ugo Guagliardo, y a la vez demasiado ligeros Narciso y Giunone, ambos interpretados por Michela Storti. Mención especial al final para Roberto Abbondanza que con nítida y esculpida dicción supo hacerle justicia al pequeño papel de Lesbo. Al final, convincentes aplausos de un publico muy satisfecho.

Saturday, September 19, 2009

Götterdämmerung- Teatro la Fenice, Venezia

Foto: Götterdämmerung (il crepuscolo degli dei) di R. Wagner.Fondazione Teatro La Fenice.
Credito: © Michele Crosera

Massimo Viazzo


E’ con una copiosissima, gelida, pioggia liberatoria, purificatrice che si conclude il Ring des Nibelungen di Robert Carsen. Brünnhilde nel suo ultimo, catartico viaggio viene accompagnata da quello che potrebbe essere l’inizio di uno straordinario fenomeno atmosferico, forse un nuovo diluvio universale, che tutto sommerge, che tutto cancella, termine ed inizio di un mondo (si spera) rinnovato, un mondo in cui il seme dell’odio sarà estirpato, un mondo dal quale saranno escluse guerre e conflitti, un mondo in cui la natura rigogliosa vincerà. E’ questo il messaggio che intuiamo dal Ring di Carsen, fondamentalmente ecologista e pacifista (in questa Tetralogia tutti - Dei, eroi, uomini - vivono in una condizione di guerra perenne e il Reno con i suoi abitanti – le Rheintochter - è ridotto ad una squallida discarica!). Qui al Teatro La Fenice di Venezia alla conclusione effettiva della Teatralogia manca ancora un capitolo: tra un anno, infatti, verrà rappresentato Das Rheingold in quanto il ciclo era iniziato tre anni fa con Die Walküre. Ma intanto godiamoci le emozioni intense che questa Götterdämmerung ha saputo elargire. E iniziamo dal grande artefice di questa serata trionfale, Jeffrey Tate, un direttore che ancora una volta ha dimostrato la sua congenialità con la musica di Richard Wagner. Una direzione che ha fatto del lirismo, della bellezza degli impasti timbrici, della cura del dettaglio le caratteristiche vincenti. Ma è soprattutto l’ «anima» che Tate ha saputo trasmettere agli orchestrali, e poco importa se qualche sbavatura strumentale ne ha un po’ inficiato la resa. Una grande lezione di stile che il pubblico ha saputo ben comprendere. Non credo siano molti i direttori in circolazione che sanno plasmare così bene la materia wagneriana: Jeffrey Tate è uno di questi! Il cast nel complesso si è rivelato abbastanza omogeneo. Jayne Casselman, Brünnhilde, non senza fatica, ha portato a termine una prova di grande impegno, mai al risparmio. Ma la sua voce in alto si rimpiccioliva e difettava di proiezione. Spavaldo il Siegfried di Stefan Vinke, sicuro sugli acuti anche se non molto vario nel fraseggio. Vinke, dotato di una voce sonora, ha saputo dosare le forze arrivando comunque fresco alla fine della recita e confezionando, senza cedimenti, un emozionante «Brünnhilde! Heilige Braut!». Pallido è parso, invece, il Gunther di Gabriel Suovanen, un po’ forzato sugli acuti, mentre persino eccessivo, stentoreo e muscolare l’Hagen imponente di Gidon Saks. Riuscita la caratterizzazione di Alberich (che appare in sogno al figlio) da parte di un fiero Werner van Mechelen, di voce ben timbrata e di linea fermissima. Con un canto elegante e una ricerca di sostanza timbrica anche sugli acuti Nicola Beller Carbone ha saputo rendere con introspezione le ansie di Gutrune, pavida, completamente irretita dalle turpi trame del fratellastro, dando così notevole rilievo scenico ad un personaggio spesso relegato in secondo piano. Appassionata la Waltraute di Natascha Petrinsky dotata di un timbro suadente e di preziosa musicalità. Il suo straordinario monologo, che domina la quarta scena del primo atto in cui la valchiria tenta di persuadere sua sorella a restituire l’anello maledetto, è stato percorso da brividi di angoscia bruciante. Bene le Norne e le Rheintocher, e preciso e compatto il Coro. Dopo quasi sei ore di spettacolo – Wagner pretende dal suo pubblico! – l’applauso è scattato scrosciante siglando un trionfo inequivocabile.

VERSIÓN EN ESPAÑOL


Con una copiosa, gélida, liberadora y purificadora lluvia, es como concluye el Ring des Nibelungen de Robert Carsen. Brünnhilde en su último y catártico viaje aparece acompañada de lo que podría ser el inicio de un extraordinario fenómeno atmosférico, quizás un nuevo diluvio universal, que sumerge y que anula todo, el fin y el inicio de un mundo (se espera) renovado, un mundo en el que la semilla del odio sea eliminada, un mundo en el que sean excluidas las guerras y los conflictos, un mundo en el que la profusa naturaleza vencerá. Este es el mensaje que se intuye del Ring de Carsen, fundamentalmente pacifista y ecologista (en esta Tetralogía, todos los dioses, héroes, hombres viven en una condición de guerra perenne y el Rin con sus habitantes –el Rheintochter- es reducido a una escuálido basurero). Para la conclusión efectiva de la Tetralogía en el Teatro la Fenice de Venecia falta un capitulo: de hecho, en un año, será representado Das Rheingold, de un ciclo que inició hace tres años con Die Walküre. Mientras tanto, disfrutamos las emociones intensas que este Götterdämmerung ha aportado. Iniciamos con el gran artífice de esta velada triunfal, Jeffrey Tate, director que una vez mas ha demostrado su afinidad con la música de Richard Wagner. Una dirección que ha hecho del lirismo, de la belleza de las mezclas timbricas, del cuidado al detalle, la característica triunfadora. Pero es sobretodo el “alma” que Tate ha sabido transmitir a la orquesta, y poco importa si algunas fallas instrumentales han incidido un poco en la interpretación. Fue una gran lección de estilo que el público ha comprendido. No creo que haya muchos directores en circulación que sepan plasmar así de bien la materia wagneriana. ¡Jeffrey Tate es uno de estos! El elenco en conjunto se ha presentó bastante homogéneo. Jayne Casselman, Brünnhilde, aunque no sin fatiga, llevó al final una prueba de gran empeño, sin ahorrarse nada. Pero su voz, en la parte alta, se achicó y careció de proyección. Desafiante fue el Siegfried de Stefan Vinke, seguro en los agudos aunque con poca variedad en el fraseo. Vinke, dotado de una sonora voz, supo dosificar la fuerza llegando fresco al fin de la función y confeccionando, sin desmoronamiento, un emocionante «Brünnhilde! Heilige Braut!» A la vez, pareció pálido el Gunther de Gabriel Suovanen, un poco forzado en los agudos, mientras que excesivo, estentóreo y muscular fue el imponente Hagen de Gidon Saks. Exitosa fue la caracterización de Alberich (que aparece en los sueños del hijo) de parte de un fiero Werner van Mechelen, de voz bien timbrada y línea muy firme. Con un canto elegante y una búsqueda de sustancia timbrica, también en los agudos, Nicola Beller Carbone, pudo lograr con introspección las ansias de Gutrune, temerosa y completamente atraída por la vil trama del hermanastro, ando así un notable relieve a un personaje que es frecuentemente relegado a un segundo plano. Apasionada fue la Waltraute de Natascha Petrinsky dotada de un convincente timbre y de preciosa musicalidad. Su extraordinario monologo, que domina la cuarta escena del primer acto en el cual la Valquiria intenta convencer a su hermana a devolver el anillo maldito, estuvo cubierto de escalofríos de ardiente angustia. Bien por las Nornas y las Rheintocher, y por el coro, que se mostró preciso y compacto. Después de casi seis horas de espectáculo- así como Wagner lo pretende de su público- se escuchó un ensordecedor aplauso que marcó un triunfo inequívoco.