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Thursday, November 17, 2011

Lo FRATE’NNAMORATO di PERGOLESI - Teatro G.B. Pergolesi, Jesi

Foto: Teatro G.B. Pergolesi

Paolo Giorgi

Lo frate ‘nnamorato Commedia per musica in tre atti. Musica di Giovanni Battista Pergolesi. Libretto di Gennarantonio Federico. Nuovo allestimento del Teatro G.B. Pergolesi. Direttore d’orchestra: Fabio Biondi; Regia e scene: Willy Landin; Costumi: Elena Cicorella; luci: Fabrizio Gobbi; Orchestra Europa Galante. Cast: Nicola Alaimo (Marcaniello), Elena Belfiore (Ascanio), Patrizia Biccirè (Nena), Jurgita Adamonyte (Nina), Barbara Di Castri (Luggrezia), David Alegret (Carlo), Laura Cherici (Vannella), Rosa Bove (Cardella), Filippo Morace (Don Pietro).

La stagione lirica del Teatro “G.B. Pergolesi” è stata inaugurata sul finire di questo caldissimo settembre 2011 con un nuovo allestimento de Lo frate ‘nnamorato, commedia per musica (o commedeja pe’ mmuseca, secondo la dizione napoletana) di Giannantonio Federico e musica di Giovanni Battista Pergolesi (andata in scena per la prima volta nel settembre 1732 presso il Teatro dei Fiorentini a Napoli). La commedia per musica (come rivela già il nome) è un genere di teatro musicale tipicamente napoletano, diffuso fin dalla fine del XVII secolo, che mescola italiano e dialetto napoletano tra, parallelamente mescolando in un’atmosfera surreale le più disparate tra le situazioni teatrali e le figure dei personaggi. La complicata vicenda de Lo frate ‘nnamorato (ambientata a Capodimonte, noto luogo di vlleggiatura marittima) ruota attorno a una serie di matrimoni incautamente progettati per convenienza (e senza il consenso delle rispettive interessate) da Carlo, ricco borghese romani, e Marcaniello, attempato popolano napoletano. Carlo dovrebbe sposare Luggrezia, la figlia di Marcaniello, e quest’ultimo vorrebe per sé e per il figlio Don Pietro le nipoti di Carlo, Nina e Nena (orfane dei genitori a causa di un’antica tragedia). Ma le nozze sono destinate a non andare a buon fine in quanto sia Luggrezia che Nina e Nena sono tutte e tre innamorate dal figliastro adottivo di Marcaniello, Ascanio, che sente di ricambiare Luggrezia ma lo blocca la paura dell’incesto. I fili della commedia vengono ancora di più aggrovigliati dagli interventi delle maliziose servette Vannella e Cardella. Tutti i nodi verrano sciolti nell’ultima scena, quando si scoprirà che Ascanio altri non è che il fratello di Nina e Nena: rapito dalla famiglia ancora in fasce, venne trovato e allevato da Marcaniello; Ascanio sposerà dunque Luggreiza, mentre i due anziani pretendenti e lo scapestrato Don Pietro dovranno rassegnarsi alla sorte di restare soli. Si cercherebbe invano un filo logico all’interno della trama, e si incorrerebbe anche in errore nel farlo: nel genere di teatro musicale della commedeja pe’ mmuseca, la trama era un semplice pretesto per delinare una serie di situazioni, dal comico al tragico, dal patetico al sarcastico. Il ‘realismo’ della commedia si concreta precisamente nella disponibilità da parte del librettista a cogliere e riproporr con grande fedeltà e naturalezza modi e aspetti del quotidiano, personaggi, figure, atmosfere familiari. Un grande affresco di vita, senza ideologie deformanti, senza ricerca di una morale o di una giustificazione etica: non a caso, dopo l’improvvisa agnizione di Ascanio, gli altri personaggi rimangono come sospesi, non risolti, senza raffazzonate forzature. Quasi a voler suggerire come, dopo le tante illogiche vicende della vita, un inaspettato colpo del caso può darci un assaggio di felicità, e basta questa coloratissima bolla di sapone a far scomparire nel ricordo tutto il resto. Una delle difficoltà principali relative all’allestimento moderno di un’opera del genere è sicuramente il nodo centrale della relazione tra noi e il mondo dell’opera barocca, ossia capire e rinnovare un immaginario (letterario, musicale, storico) che per noi ha perso di valore com’è quello del barocco. Non esiste una ricetta perfetta che risolva questo problema in ogni situazione, ma sicuramente in casi come questo la responsabilità più grande va al regista. E stasera Willy Landin ha colto appieno i diversi significati impliciti e espliciti del libretto, e li ha saputi rendere attuali e ancora sensati per noi. Landin traspone la vicenda in un’Italia partenopea degli anni Sessanta (come mostrano la foggia degli abiti, la Vespa con cui don Pietro si sposta, le decorazioni dei fondali), un’Italia in cui vigono le leggi non scritte dell’onore, del decoro, del rispetto del grado sociale (esattamente come nel sistema morale implicito al libretto).
La scenografia è molto semplice (due caseggiati, che rappresentano le case delle due famiglie), con qualche minimo dettaglio decorativo (i panni stesi, o le finestre che si aprono sull’interno degli alloggi). In tre situazioni Landin ha deciso di usare anche la proiezione video, ad esempio durante l’aria di Cardella Nun me vedite, nèh, quando la servetta parla dei suoi sogni d’amore e di matrimonio, mentre scorrono immagini in bianco e nero di cortei nuziali. Forse (ed è l’unica nota lievemente negativa alla regia) non sarebbe spiaciuto vedere il regista osare di più con le videoproiezioni. Lo stile di recitazione, curato dallo stesso Landin, ha permesso ai cantanti (sicuramente molto a loro agio sul palcoscenico) di esprimersi in maniera semplice ma efficace, con quella spontaneità che i dialoghi stessi suggeriscono. Il cast vocale è di un livello piuttosto buono: a parte la difficoltà linguistica di cantare in napoletano (soprattutto, è ovvio, da parte dei cantanti ‘nordici’ o stranieri), ognuno ha saputo trovare la propria caratterizzazione nelle inflessioni vocali, nell’enfatizzare la comicità dei personaggi o la loro aulicità. Da segnalare in particolare Laura Cherici (una Vannella spiritosa e mai volgare, dotata di un timbro argentino e di ottime idee interpretative), Filippo Morace (un don Pietro irresistibile, con un timbro baritonale leggero e perfetto per esprimere il carattere di questo viveur partenopeo), e Jurgita Adamonyte (un giovane mezzosoprano di origini lituane, con una voce molto timbrata e versatile, adattissima per rappresentare tutta la gamma dei frequenti sbalzi d’umore del personaggio di Nina). Unica nota veramente dolente della serata è stata la direzione di Fabio Biondi: poco appassionata (e quindi assai poco appassionante), evita accuratamente di enfatizzare i contrasti musicali interni alla partitura, rendendola quasi incolore. Ne è risultata una lettura poco convinta della musica, a cui i cantanti hanno saputo (per fortuna) reagire con un grande impegno espressivo. Nel complesso, però, l’ottima regia e la grandezza del cast vocale hanno reso la serata un azzeccatissimo tentativo di riportare in vita un’opera e un autore (Pergolesi), che ingiustamente solo da pochi anni sta tornando sulla scena.

Sunday, July 4, 2010

IESI: Il Flaminio, commedia per musica in tre atti di Gennarantonio Federico, musica di Giovanni Battista Pergolesi

Foto: Fondazione Pergolesi Spontini-Jesi

Giosetta Guerra

Nel terzo centenario dalla nascita di Giovanni Battista Pergolesi la Fondazione Pergolesi Spontini onora il suo concittadino allestendo alcune opere del compositore jesino. Il 4 e il 6 giugno 2010 nel Teatro "Valeria Moriconi", uno spazio teatrale ricavato nella chiesa sconsacrata del convento di San Floriano, va in scena l’ultima opera composta da Pergolesi prima della sua prematura morte per tubercolosi all’età di ventisei anni, Il Flaminio.

In questa occasione viene introdotto il nuovo sistema tecnologico myKoiné, che permette di visualizzare sul display di un piccolo apparecchio touch screen che si tiene in mano i sopratitoli dell’opera, il programma di sala, l’argomento dell’opera, il cast, la sinossi, le immagini dell’allestimento ai video di backstage. MyKoiné nasce da una Joint Venture di due dinamiche società, la NetResults, azienda Spin-off dell'Università di Pisa, e la Eikon di Firenze, e dall’esperienza nel teatro di Cristian Venturini. Il Flaminio, rappresentato al Teatro Nuovo di Napoli nel 1735, è un’ opera di grandi dimensioni, in tre atti, per complessive 55 scene con una introduzione strumentale molto elegante in tre movimenti, recitativi di grande effetto, 24 arie, 4 pezzi d’insieme, 2 duetti, un terzetto ed il finale. Le arie, molto belle, hanno un’introduzione strumentale che ne annuncia il clima.

L’esecuzione musicale è affidata ad Ottavio Dantone, direttore e maestro al cembalo, e al complesso Accademia Bizantina, grandi esperti di musica del 700 e della prassi esecutiva barocca e ad una compagnia di canto specializzata. L’intreccio è complicato e stravagante, ruoli buffi convivono con ruoli seri, il dialetto napoletano si intreccia con la lingua italiana. In scena agiscono sette personaggi ognuno con le proprie specificità: i borghesi Flaminio e Giustina, parti serie derivate dall’esperienza barocca, Agata, Ferdinando e Polidoro parti di “colore”, Checca e Vastiano, parti buffe. Juan Francisco Gatell (Polidoro, fratello di Agata, innamorato di Giustina) fin dalla prima aria che è di gioia “Amor che si sta accolto” (atto II sc. I) dimostra di essere un tenore con bella proiezione vocale, bel timbro chiaro, robusto e deciso, corretto nel porgere e nel rispettare le dinamiche del canto.
Vito Priante (Vastiano, servo di Polidoro) è un basso dalla bella voce ampia, di buon peso, timbratissima sia nei recitativi che nel canto (“Con queste paroline”), ha note gravi importanti (“Quando voi vi arrosseggiate”), bellissima estensione e notevole capacità di alleggerire. Marina De Liso (Giustina, vedova innamorata di Flaminio) esibisce voce densa e di bel colore mezzosopranile, corpo vocale interessante, vibrante, ricco di pathos, luminoso in zona acuta, sia nelle arie di dolore (“D’amor l’arcano ascoso”), sia in quelle di furore (“In mezzo a questo petto”) sia in quelle che esprimono dolcezza (“Più, crudel, non mi dirai”). Laura Polverelli con un vestito bianco da uomo è Flaminio col nome di Giulio, amante di Giustina; nell’aria di furore, con introduzione strumentale e accompagnamento vigoroso, “Scuote e fa guerra” (atto I sc. IX) è una virtuosa con voce estesissima e solida, anche se piuttosto chiara per essere un mezzosoprano. Nell’Aria di disperazione molto lunga “O Dio. Sei troppo barbara” la voce è usata sia con impeto che con morbidezza. Serena Malfi in abito maschile grigio, scarpe e cappello neri, baffi, capelli brizzolati, occhiali, è fortemente caratterizzata nel ruolo di Ferdinando, un uomo pieno di fisime, promesso sposo di Agata; scenicamente bravissima, è un mezzosoprano dotato di voce pulita, ricca di sonorità e vibrazioni e luminosissima, canta bene sia le arie di dolore del tipo “Non si’ cchella ch’io lassaie” accompagnata da una musica struggente, sia quelle di rabbia come “Lo caso mio”.
Sonia Yoncheva (una provocante Agata, innamorata di Flaminio), è un soprano d’agilità che si destreggia benissimo nell’aria agitata “Non vo’ tal sposo” e alterna abilmente una vocalità lanciata con trilli, mezze voci e delicatezze su musica agitata nell’aria “Da rio funesto turbine”. Il soprano Laura Cherici (Checca, fante di Giustina) esegue con maestria arie brillanti del tipo “A lui donai mio core”.

Molto originale e funzionale il nuovo allestimento scenico di Benito Leonori. La chiesa a pianta centrale ospita il pubblico, in palcoscenico è disposta l’orchestra dietro un reticolato di corde e foglie, i personaggi agiscono in tutti gli spazi possibili e inimmaginabili, in palcoscenico, in platea, negli spazi laterali divisi da tende di corda (in quello a destra si vede Agata a mollo in una tinozza), dietro porte che si aprono intorno alla platea e nei terrazzini del piano superiore della chiesa, niente arredi, se non quattro sedie, ma quanta abilità a far sembrare pieno un palcoscenico praticamente inesistente e a coinvolgere il pubblico in un carosello di apparizioni, in cui le luci hanno ampio gioco (regia scherzosa con immagini anche in controluce e luci di Michal Znaniecki, costumi di Klaudia Koniecki). Spettacolo ben fatto e molto interessante. E sicuramente sarà stato bellissimo ed interessantissimo anche l’altro spettacolo, Adriano in Siria con gli intermezzi Livietta e Tracollo, che io non ho visto, e mi dispiace molto, per ragioni di orario: non si possono iniziare alle 21 opere che durano più di quattro ore (il barocco ha bisogno di gente sveglia) e rimettere le persone non residenti e non alloggiate in loco alla guida della propria auto a notte inoltrata. C’è tanto bene la domenica pomeriggio per queste operazioni…………..