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Wednesday, April 26, 2023

Li zite 'ngalera en en Milán

Fotos: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

En estos últimos años la Scala ha mostrado interés por la ópera barroca, interpretada en modo históricamente informado y ha incluido anualmente nuevas producciones (de Handel, Cavalli ..) que han acercado al público a un repertorio no muy frecuentado en este teatro, y permitiéndole también a la orquesta a acostumbrarse a la aproximación filológica.  En esta temporada se ha decidido explorar el siglo XVIII napolitano, en particular la commedia per musica, un género popular, burlón, cuyo libreto está escrito en dialecto napolitano.  La elección ha sido Li zite ngalega ((I fidanzati sulla nave) de Leonardo Vinci.  Se trata de una ópera burbujeante, efervescente, irónica, ingeniosa que se estrenó en el Teato dei Fiorentini de Nápoles en 1722, lugar que se convirtió en referencia para este tipo de obras, y que abrió el camino para ese hilo operístico buffo-farsesco que hemos llegado a amar en las décadas sucesivas.  ¡Li zite ngalera es un baúl de maravillas! Pero en general, la opera napolitana de aquel periodo fue fuente de inspiración para todo el siglo XVIII musical desde Handel hasta Mozart.  Las melodías de las arie da capo que constituyen el esqueleto de la partitura de Vinci fluyeron con simplicidad, naturaleza, extroversión, a veces de manera melancólica, y cuando terminaba un número no se aguantan las ganas de que comenzara el siguiente que parecía aún más bello que el precedente. Todo intercalado con crujientes e imaginativos recitativos en dialecto, a menudo intraducibles al italiano.  La trama, rica de clichés que hacían referencia a la commedia dell’arte de Carlo Goldoni, está basada en el amor, amor no correspondido, amor buscado, amor rechazado y en escena se vieron personajes masculinos cantados por mujeres y papeles femeninos cantados por hombres, como era la costumbre en la época, en un divertido tourbillon hecho de sorpresas, cambio de personas, engaños y golpes de escena.  Para montar una ópera como esta los cantantes deben ser buenos actores, y el desempeño vocal debe ser apoyado y amplificado por el actoral; asi, el elenco de esta producción scaligera fue de alto nivel en todos los sentidos. Francesca Aspromonte (Carlo), Chiara Amarù (Belluccia), Francesca Pia Vitale (Ciomma), Alberto Allegrezza (Meneca), Filippo Mineccia (Titta), Antonino Siragusa (Col’Agnolo), Raffaele Pe (Ciccariello), Marco Filippo Romano (Rapisto), Filippo Morace (Federico), Matias Moncada (Assan) y Fan Zhou (Schiavottella) formaron un equipo de extraordinaria energía teatral, siempre muy dinámicos, brillantes, expansivos, además de que resultaron ser vocalmente eficaces. Para ellos, el director de escena Leo Muscato confeccionó un espectáculo respetuoso del libreto con ambientación y vestuarios de la época, y en particular, la historia se desarrolló en una posada con ambientes que se formaban y deformaban sobre el escenario creando pinturas vivientes, mientras los personajes entraban y salían de la escena continuamente dando casi la impresión de encontrarse de frente a una «folle journée» ante litteram. La dirección de la orquesta le fue confiada a Andrea Marcon a la cabeza de la Orchestra del Teatro alla Scala y de La Cetra Barockorchester de Basilea con instrumentos históricos, que fue la cereza del pastel de esta producción, chispeante, dinámica, ágil, y siempre con tímbrica clara seca, y muy teatral.  Sin dudas, un gran éxito con un público de pie aplaudiendo al final del espectáculo.



Tuesday, April 25, 2023

Li zite ngalera - Teatro alla Scala

Foto: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo 

In questi ultimi anni la Scala ha mostrato interesse per l’opera barocca eseguita in modo storicamente informato prevedendo annualmente nuove produzioni (Handel, Cavalli...) che hanno avvicinato il pubblico ad un repertorio non molto frequentato in questo teatro, consentendo anche all’orchestra di abituarsi all’approccio filologico. In questa stagione si è deciso di scandagliare il Settecento napoletano, in particolare la commedia per musica, un genere popolare, burlesco, il cui libretto è scritto in dialetto napoletano. La scelta è caduta su Li zite ngalera (I fidanzati sulla nave) di Leonardo Vinci, la prima commedeja ppe museca (così in napoletano) di cui sia sopravvissuta la partitura. È un’opera spumeggiante, effervescente, ironica, arguta, che andò in scena al Teatro dei Fiorentini di Napoli nel 1722, luogo divenuto riferimento per questo genere di lavori, opera che ha aperto la via per tutto quel filone operistico buffo-farsesco che abbiamo imparato ad amare nei decenni successivi. Li zite ngalera è uno scrigno delle meraviglie. Ma l’opera napoletana in generale di quel periodo è stata fonte di ispirazione per tutto il Settecento musicale da Handel fino a Mozart. Le melodie delle Arie con da capo che costituiscono l’ossatura della partitura vinciana fluiscono con semplicità, naturalezza, estroversione, a volte malinconiche, e quando un numero termina non si vede l’ora di ascoltare quello successivo che pare ancora più bello del precedente. Il tutto inframmezzato dagli scoppiettanti e fantasiosi recitativi in dialetto, spesso intraducibili in italiano. La trama, ricca di cliché riferibili alla commedia dell’arte di Carlo Goldoni, è basata sull’amore, amore non corrisposto, amore cercato, amore rifiutato, e in scena si vedono personaggi maschili cantati da donne e femminili cantati da uomini, come era consuetudine all’epoca, in un divertente tourbillon fatto di sorprese, scambi di persona, inganni, colpi di scena. Per allestire un’opera come questa i cantanti devono essere validi attori, la prestazione vocale deve essere supportata ed amplificata da quella attoriale. E il cast di questa produzione scaligera è stato di alto livello in tutti i sensi. Francesca Aspromonte (Carlo), Chiara Amarù (Belluccia), Francesca Pia Vitale (Ciomma), Alberto Allegrezza (Meneca), Filippo Mineccia (Titta), Antonino Siragusa (Col’Agnolo), Raffaele Pe (Ciccariello), Marco Filippo Romano (Rapisto), Filippo Morace (Federico), Matias Moncada (Assan) e Fan Zhou (Schiavottella) hanno formato una squadra di straordinaria energia teatrale, sempre molto dinamici, brillanti, espansivi oltre ad essere vocalmente efficaci. Per loro il regista Leo Muscato ha confezionato uno spettacolo rispettoso del libretto con ambientazione e costumi d’epoca, e in particolare la vicenda si è svolta in una locanda con ambienti che si componevano e si scomponevano sul palco creando quadretti viventi, mentre i personaggi entravano ed uscivano di scena di continuo dando quasi l’impressione di trovarsi di fronte ad una «folle journée» ante litteram. La direzione d’orchestra affidata ad Andrea Marcon alla testa dell’Orchestra del Teatro alla Scala su strumenti storici e a La Cetra Barockorchester è stata poi la ciliegina sulla torta di questa produzione, frizzante, dinamica, scattante, sempre timbricamente netta e asciutta, e teatralissima. Un gran bel successo con pubblico in piedi ad applaudire alla fine dello spettacolo.

 

Monday, April 1, 2019

Agnese di Fernando Paer - Teatro Regio di Torino


Foto: Edoardo Piva @ Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone
Alessandro Manzoni non avrebbe esitato a pensare e magari a scrivere “Agnese, chi era costei?” e credo che ce lo siamo chiesti in diversi, ma cultura è anche curiosità, quindi eccomi al regio di Torino per questa “prima” in epoca moderna di Agnese !
AGNESE – Teatro Regio Torino 24 marzo 2019 Agnese Dramma semiserio in due atti Libretto di Luigi Buonavoglia dalla commedia Agnese di Fitz-Henry di Filippo Casari Musica di Ferdinando Paer Edizione critica a cura di Giuliano Castellani Prima rappresentazione in epoca moderna
Quando non si hanno parametri precedenti e non si è musicisti, ma solo amanti della Musica, viene ovviamente difficile  saper commentare sapientemente una nuova produzione, un’opera ascoltata per la prima volta, ma trasporre le emozioni è davvero cosa più facile, in quanto la libertà di sensazioni prima che di espressioni è assolutamente libera! Veniamo quindi ad “Agnese” in Prima assoluta in epoca moderna al Regio di Torino: l’impressione è che si tratti musicalmente di una pagina  intelligente tra Mozart e Rossini! Ci sono tutti i rimandi immaginabili ed anche l’incalzare di certe frasi sono tipiche dell’epoca storica. Diego Fasolis dirige con piglio e grande caratura, da esperto consumato qual è: tiene l’orchestra ed il palco con naturalezza ed evidente conoscenza! Leggendo le note di regia di Leo Muscato e confrontate poi con il palco non si può che concordare con l’ambientazione favolistica e forse anche un po’ magica dei micro mondi realizzate da Federica Parolini  con enormi scatole di latta che riportano ai primi del ‘900 e che magicamente si aprono e scoprono il mondo che vive all’interno di quella scatola, di quel mondo vissuto da quelle persone in quel momento ! 
Ecco quindi la scatola che racchiude la camera del manicomio dove è rinchiuso Uberto, magistralmente interpretato da Markus Werba con sicurezza e colore compatto e massiccio; già apprezzato in altre occasioni ed anche al Regio, recentemente  in  Die Zauberflöte, ha rinnovato la carica interpretativa e la bella modulazione che per pura citazione ricordiamo in  “Come la nebbia al vento”; la stessa aria viene poi ripresa dal soprano madrileno María Rey-Joly che gradevolmente ho scoperto in questa occasione: la presenza scenica è fuori di ogni dubbio ed anche la capacità interpretativa: per quanto concerne il canto ha veramente affascinato in ogni tono, passando dalla poesia del citato ‘Come la nebbia al vento’ alle variazioni e agilità di altri momenti! Una bella scoperta che ci si augura di confermare in altre occasioni italiane e godere così  ancora della sua morbidezza e facilità negli acuti.  L’opera è ricca di duetti e per estrema sintesi mi piace citare quello tra Don Girolamo interpretato con brillantezza e vivacità da Andrea Giovannini che ha caratterizzato molto bene il personaggio e Don Pasquale esaltato dall’interpretazione e da una buona vocalità dal basso comico Filippo Morace; nei rispettivi ruoli di protomedico e di intendente dell’Ospedale dei pazzi il primo esplicita al secondo con impeto esilarante, le vere pazzie dalle false e per veri pazzi si intendono gli avari, i presuntuosi gonfi come un pallone che in preda alla loro esaltazione sfrontatamente balzano qua e là tutto freneticamente abbracciando ;  altri pazzi sono i gelosi, i giocatori viziosi, i miseri poeti e color che si fidano delle femmine! Evidente l’ilarità che trabocca ancor più grazie alle capacità d’intepretazione di Giovannini e Morace. Edgardo Rocha, tenore interessante che pur giovane vanta già un notevole percorso di crescita,  qui interpreta con sicurezza ed estensione,  il fedigrafo poi pentito Ernesto, marito di Agnese la quale era fuggita dalle sue intemperanze con la figlioletta di sei anni interpretata da Sofia La Cara ed appunto la fuga aveva provocato la pazzia del padre Uberto. 
Non dilungarsi è impresa difficile, proverò quindi a sintetizzare: Lucia Cirillo è Carlotta figlia di Don Pasquale che risolve con vivacità e convincimento,  Giulia Della Peruta interpreta Vespina con sorprendente caparbietà ed agilità vocale, davvero interessante e Federico  Benetti è un ottimo custode dei pazzi cui da voce con il bel timbro profondo e scuro. Silvia Aymonino firma i costumi che aiutano ad esaltare la leggerezza e l’ironia della vicenda: esilarante il momento in cui tutte le suore che operano in manicomio sono tutti gli uomini del coro, travestiti appunto da suore in un ilare tratteggio giocoso! Carlo Caputo al cembalo sottolinea con delicata poesia alcuni salienti momenti dell’opera, come si apprezza l’inattesa scena finale quando enormi vasi da farmacia e contenitori  uno dei quali  racchiude anche una enorme vipera sotto aldeide formica,   fanno da contorno ad ‘una cameriera che dentro alla scena suona l’arpa accompagnando la canzone utile al rinsavimento di Uberto. Il coro del Regio è veramente eccezionale e composto da veri artisti del canto e dell’attorialità: efficacemente sotto la guida di Andrea Secchi interloquiscono fra di loro, con le parti principali e con l’insieme registico!  Una nota positiva la riservo anche alle luci ben disegnate da  Alessandro Verazzi che in alcuni momenti contribuiscono sostanzialmente alla narrazione, come quando il colore mattone pervade la scena avvalorando la temporalità del racconto. Evviva le riscoperte, evviva le nuove messe in scena, evviva chi sostiene la cultura! La Musica vince sempre.


Sunday, November 20, 2016

OLIVO E PASQUALE – Teatro SOCIALE di Bergamo

Foto: Teatro Sociale di Bergamo

Renzo Bellardone

L’opera intrapresa dalla Fondazione Donizetti e dal suo direttore Artistico Francesco Micheli è quanto meno meritoria! I soggetti responsabili non lasciano cadere nel totale oblio le composizioni di uno dei GRANDI dell’OPERA, del teatro musicale italiano, vanto in tutto il mondo ed emblema nobile della nostra nazione. In un tempo dove  l’apparenza (sovente vuota di alcun contenuto) ed un selfie con ‘chissà chi’ conta più della sostanza, ineluttabile base per il futuro dell’umanità,  UNA FONDAZIONE ed un DIRETTORE ARTISTICO pensano alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale…che dire! Nulla,  semmai silenziosi  inchiniamoci !

OLIVO E PASQUALE – Teatro SOCIALE di Bergamo (versione di Napoli, 1827)
Melodramma giocoso di Jacopo Ferretti Musica di Gaetano Donizetti Revisione sui materiali coevi a cura di Maria Chiara Bertieri per la Fondazione Donizetti Olivo - Bruno Taddia Pasquale - Filippo Morace Isabella-  Laura Giordano Camillo - Pietro Adaini Le Bross - Matteo Macchioni Columella - Edoardo Milletti Matilde - Silvia Beltrami Diego - Giovanni Romeo Direttore Federico Maria Sardelli Regia operAlchemica (Ugo Giacomazzi, Luigi Di Gangi) Scene e costumi Sara Sarzi Sartori, Daniela Bertuzzi e Arianna Delgado Light designer Luigi Biondi Assistente alla regia Simona Stranci Assistente ai costumi Michela Andreis Coro Donizetti Opera Maestro del coro Fabio Tartari Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala Progetto realizzato con Accademia di Belle Arti “SantaGiulia” di Brescia Associazione Formazione Professionale Patronato San Vincenzo di Bergamo Istituto di Istruzione superiore “Caterina Caniana” di Bergamo Liceo Artistico Statale “Giacomo e Pio Manzù” di Bergamo Nuova produzione e allestimento della Fondazione Donizetti

Una trama variopinta all’interno di una scenografia multicolore, con caleidoscopiche lucentezze musicali per un divertente melodramma giocoso. Il 7 gennaio 1827 al Teatro Valle di Roma avviene la prima rappresentazione assoluta di Olivo e Pasquale di Gaetano Donizetti che ancor risente di influenze rossiniane…e a dire il vero, da dopo la riscrittura e la rappresentazione nel settembre dello stesso anno,  al Teatro Nuovo di Napoli,   non so quanto sia mai stata ancora rappresentata. La Fondazione Donizetti di Bergamo con un’opera di lungimirante salvaguardia, la ripropone ora in una veste contemporanea che nulla toglie all’originale, ma che anzi la rende fruibile ad un pubblico poco avvezzo al teatro musicale e magari anche poco educato ( o tempora ..o mores..) alla bellezza che va salvaguardata in ogni ambito temporale. Alla sinfonia il sipario prende ritmicamente  a muoversi con un ritmar di stoffe, a creare onde scenografiche ed entusiastica aspettativa, che non andrà delusa. Con gesto chiaro e ben leggibile il direttore Federico Maria Sardelli da indicazioni precise (intendibili anche dagli appassionati seppur non musicisti), inizia e permane su una direzione vivace ed allegra, consona al testo, alla partitura e probabilmente anche alle intenzioni ! Un cenno ai bravi musicisti dell’Accademia della Scala. L’accogliente salotto che è il teatro Sociale offre la sua buona acustica ad un cast giovane e ‘giocoso’ Silvia Beltrami entra per prima in scena, che non lascia certamente sgombra seppur unica presenza,  ma che anzi riempie con  interpretazione brillante e con voce piena dai colori e toni definiti e timbricamente rilevanti (memorabile la sua interpretazione –direi di riferimento- del ruolo di Zita nel ‘Gianni Schicchi’ di Parma e poi di Torino…). Camillo è interpretato dal tenore   Pietro Adaini  che fa di tutto per ben seguire l’incalzante ritmo che la partitura  impone con improvvisi quanto impervi acuti; l’assolo del secondo atto lo affronta con agilità, forza e bel timbro. Olivo, di rosso vestito e con i baffi a manubrio (come si diceva nel tempo che fu) è interpretato da un accattivante Bruno Taddia (sentito ed apprezzato anni fa al Rof pesarese); il ruolo non è certamente facile sotto alcun punto di vista, ma Taddia riesce a renderlo simpatico, grazie all’interpretazione, magari caricaturale,  ma puntuale e sicuramente studiata; insomma ben esprime  il burbero ed intemperante Olivo, cui si affianca il pacioso fratello Pasquale. Qui entra in gioco la napoletanità  della composizione, infatti il ruolo  di Pasquale, qui interpretato da un buon  Filippo Morace, prevede si a il canto che i recitativi ed i ‘parlati’ in dialetto napoletano che vivacizza la figura di Pasquale senza virarla al grottesco; sicuramente accattivante e convincente sia per la vocalità pertinente alla partitura che per la compenetrazione nella parte. Matteo Macchioni arriva, nel ruolo di Le Bross, in cima alla poppa di una nave, teatralmente trainata dai componenti il coro maschile , ovviamente abbigliati da marinai; Macchioni riesce simpatico e convincente sia per la parte attoriale (che seppur giovane affronta con piglio) che per la vocalità elegante e misurata. (lo ricordo nel ruolo del Conte d’Almaviva in una produzione semiscenica allo Stresa Festival 2012) Al  girotondo allegro di Olivo e Pasquale rientra in   scena  la partecipazione attiva del bravissimo Coro Donizetti Opera, diretto da Fabio Tartari e si continua a srotolare la vicenda. Il personaggio di Columella  trova in Edoardo Milletti un interprete vivace e gioioso che non teme movenze e mossette clownesche per rallegrare ancor più, senza per questo trascurare il canto che invece offre in modo garbato seppur caricaturale. Giovanni Romeo interpreta Diego ed al pari degli altri interpreti è ricco di inventiva teatrale e non si risparmia vocalmente. Abbiamo iniziato con il parlar di un personaggio femminile e si conclude parlando dell’altra donna sul palcoscenico, ovvero la brava Laura Giordano nei panni di Isabella che affronta con piglio sicuro ed intonazione buona quanto lo sono il timbro e la tonalità che ricavano argentei suoni in particolare negli acuti e nelle agilità. L’allestimento è di tipo ‘moderno, ma non troppo’ riuscendo a rinunciare a costumi d’epoca  ed orpelli vari, ma mantenendo un vago sapor di favola ancorchè di teatrino di piazza con tanti colori, tanti trafori, tante evocazioni. La regia  di Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi è davvero brillante e frizzante e ben interseca con la musica e la vicenda. Ed alla fine che dire? La musica vince sempre!

Thursday, November 17, 2011

Lo FRATE’NNAMORATO di PERGOLESI - Teatro G.B. Pergolesi, Jesi

Foto: Teatro G.B. Pergolesi

Paolo Giorgi

Lo frate ‘nnamorato Commedia per musica in tre atti. Musica di Giovanni Battista Pergolesi. Libretto di Gennarantonio Federico. Nuovo allestimento del Teatro G.B. Pergolesi. Direttore d’orchestra: Fabio Biondi; Regia e scene: Willy Landin; Costumi: Elena Cicorella; luci: Fabrizio Gobbi; Orchestra Europa Galante. Cast: Nicola Alaimo (Marcaniello), Elena Belfiore (Ascanio), Patrizia Biccirè (Nena), Jurgita Adamonyte (Nina), Barbara Di Castri (Luggrezia), David Alegret (Carlo), Laura Cherici (Vannella), Rosa Bove (Cardella), Filippo Morace (Don Pietro).

La stagione lirica del Teatro “G.B. Pergolesi” è stata inaugurata sul finire di questo caldissimo settembre 2011 con un nuovo allestimento de Lo frate ‘nnamorato, commedia per musica (o commedeja pe’ mmuseca, secondo la dizione napoletana) di Giannantonio Federico e musica di Giovanni Battista Pergolesi (andata in scena per la prima volta nel settembre 1732 presso il Teatro dei Fiorentini a Napoli). La commedia per musica (come rivela già il nome) è un genere di teatro musicale tipicamente napoletano, diffuso fin dalla fine del XVII secolo, che mescola italiano e dialetto napoletano tra, parallelamente mescolando in un’atmosfera surreale le più disparate tra le situazioni teatrali e le figure dei personaggi. La complicata vicenda de Lo frate ‘nnamorato (ambientata a Capodimonte, noto luogo di vlleggiatura marittima) ruota attorno a una serie di matrimoni incautamente progettati per convenienza (e senza il consenso delle rispettive interessate) da Carlo, ricco borghese romani, e Marcaniello, attempato popolano napoletano. Carlo dovrebbe sposare Luggrezia, la figlia di Marcaniello, e quest’ultimo vorrebe per sé e per il figlio Don Pietro le nipoti di Carlo, Nina e Nena (orfane dei genitori a causa di un’antica tragedia). Ma le nozze sono destinate a non andare a buon fine in quanto sia Luggrezia che Nina e Nena sono tutte e tre innamorate dal figliastro adottivo di Marcaniello, Ascanio, che sente di ricambiare Luggrezia ma lo blocca la paura dell’incesto. I fili della commedia vengono ancora di più aggrovigliati dagli interventi delle maliziose servette Vannella e Cardella. Tutti i nodi verrano sciolti nell’ultima scena, quando si scoprirà che Ascanio altri non è che il fratello di Nina e Nena: rapito dalla famiglia ancora in fasce, venne trovato e allevato da Marcaniello; Ascanio sposerà dunque Luggreiza, mentre i due anziani pretendenti e lo scapestrato Don Pietro dovranno rassegnarsi alla sorte di restare soli. Si cercherebbe invano un filo logico all’interno della trama, e si incorrerebbe anche in errore nel farlo: nel genere di teatro musicale della commedeja pe’ mmuseca, la trama era un semplice pretesto per delinare una serie di situazioni, dal comico al tragico, dal patetico al sarcastico. Il ‘realismo’ della commedia si concreta precisamente nella disponibilità da parte del librettista a cogliere e riproporr con grande fedeltà e naturalezza modi e aspetti del quotidiano, personaggi, figure, atmosfere familiari. Un grande affresco di vita, senza ideologie deformanti, senza ricerca di una morale o di una giustificazione etica: non a caso, dopo l’improvvisa agnizione di Ascanio, gli altri personaggi rimangono come sospesi, non risolti, senza raffazzonate forzature. Quasi a voler suggerire come, dopo le tante illogiche vicende della vita, un inaspettato colpo del caso può darci un assaggio di felicità, e basta questa coloratissima bolla di sapone a far scomparire nel ricordo tutto il resto. Una delle difficoltà principali relative all’allestimento moderno di un’opera del genere è sicuramente il nodo centrale della relazione tra noi e il mondo dell’opera barocca, ossia capire e rinnovare un immaginario (letterario, musicale, storico) che per noi ha perso di valore com’è quello del barocco. Non esiste una ricetta perfetta che risolva questo problema in ogni situazione, ma sicuramente in casi come questo la responsabilità più grande va al regista. E stasera Willy Landin ha colto appieno i diversi significati impliciti e espliciti del libretto, e li ha saputi rendere attuali e ancora sensati per noi. Landin traspone la vicenda in un’Italia partenopea degli anni Sessanta (come mostrano la foggia degli abiti, la Vespa con cui don Pietro si sposta, le decorazioni dei fondali), un’Italia in cui vigono le leggi non scritte dell’onore, del decoro, del rispetto del grado sociale (esattamente come nel sistema morale implicito al libretto).
La scenografia è molto semplice (due caseggiati, che rappresentano le case delle due famiglie), con qualche minimo dettaglio decorativo (i panni stesi, o le finestre che si aprono sull’interno degli alloggi). In tre situazioni Landin ha deciso di usare anche la proiezione video, ad esempio durante l’aria di Cardella Nun me vedite, nèh, quando la servetta parla dei suoi sogni d’amore e di matrimonio, mentre scorrono immagini in bianco e nero di cortei nuziali. Forse (ed è l’unica nota lievemente negativa alla regia) non sarebbe spiaciuto vedere il regista osare di più con le videoproiezioni. Lo stile di recitazione, curato dallo stesso Landin, ha permesso ai cantanti (sicuramente molto a loro agio sul palcoscenico) di esprimersi in maniera semplice ma efficace, con quella spontaneità che i dialoghi stessi suggeriscono. Il cast vocale è di un livello piuttosto buono: a parte la difficoltà linguistica di cantare in napoletano (soprattutto, è ovvio, da parte dei cantanti ‘nordici’ o stranieri), ognuno ha saputo trovare la propria caratterizzazione nelle inflessioni vocali, nell’enfatizzare la comicità dei personaggi o la loro aulicità. Da segnalare in particolare Laura Cherici (una Vannella spiritosa e mai volgare, dotata di un timbro argentino e di ottime idee interpretative), Filippo Morace (un don Pietro irresistibile, con un timbro baritonale leggero e perfetto per esprimere il carattere di questo viveur partenopeo), e Jurgita Adamonyte (un giovane mezzosoprano di origini lituane, con una voce molto timbrata e versatile, adattissima per rappresentare tutta la gamma dei frequenti sbalzi d’umore del personaggio di Nina). Unica nota veramente dolente della serata è stata la direzione di Fabio Biondi: poco appassionata (e quindi assai poco appassionante), evita accuratamente di enfatizzare i contrasti musicali interni alla partitura, rendendola quasi incolore. Ne è risultata una lettura poco convinta della musica, a cui i cantanti hanno saputo (per fortuna) reagire con un grande impegno espressivo. Nel complesso, però, l’ottima regia e la grandezza del cast vocale hanno reso la serata un azzeccatissimo tentativo di riportare in vita un’opera e un autore (Pergolesi), che ingiustamente solo da pochi anni sta tornando sulla scena.