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Monday, October 13, 2025

Francesca da Rimini - Teatro Regio di Torino

Foto: Gaido Ratti - Teatro Regio di Torino 

Massimo Viazzo

Francesca da Rimini, composta da Riccardo Zandonai (1883-1944) nel 1914, è la sua opera più celebre. L’opera si basa sulla tragedia omonima di Gabriele D’Annunzio, scritta per Eleonora Duse, la più grande attrice teatrale del suo tempo, la cui prima rappresentazione avvenne nel 1901. Quest’ultima, a sua volta, si ispirava ai celebri versi danteschi del V Canto dell’Inferno della Divina Commedia, che si basavano, si dice, forse su una storia vera. Ambientata nella Romagna medievale, narra la tragica storia di Francesca, sposata allo storpio Gianciotto Malatesta, ma innamorata del fratello Paolo il bello, in una vicenda di passione e morte che culmina con l’assassinio dei due amanti.  La musica di Zandonai fonde lirismo, raffinate sonorità orchestrali e intensi momento drammatici, riflettendo l’influenza del tardo romanticismo mitteleuropeo e dell’impressionismo, e offrendo un ritratto emotivamente vivido dei personaggi e del loro mondo. Da sottolineare che l’opera ha un significativo legame con il Teatro Regio di Torino, essendo stata rappresentata in prima assoluta proprio nel capoluogo piemontese il 19 febbraio 1914, sotto la direzione di Ettore (Héctor) Panizza. Andrea Bernard ha allestito uno spettacolo pulito, comprensibile, semplice e lineare. L’unica licenza che si è preso è stata quella di creare doppi infantili dei protagonisti (Paolo e Francesca ragazzi), quasi a voler affermare che questa storia, questa triste storia, fosse forse già tutta scolpita, fin dalla giovinezza, nel loro destino. Il regista ha dichiarato che «la stanza di Francesca rappresenta il fulcro scenico: un rifugio sicuro che la protagonista ha costruito per proteggersi dal mondo esterno, violento e maschilista». Lo spettacolo, infatti, è interamente ambientato in una stanza dalle pareti bianche, quasi a definire una collocazione atemporale della vicenda, pur in presenza di un’ambientazione generale che colloca l’opera nella seconda metà dell’Ottocento. Si possono ammirare in tal senso i costumi appropriati creati da Elena Beccaro. La stanza di Francesca, ben congegnata dalla scenografo Alberto Beltrame, assume quasi la funzione di una prigione, ma al contempo ore protezione a Francesca stessa, la quale vive la storia del libretto dannunziano tra sogno e realtà, tra memoria e ricordo, in un contesto che sfiora la psicanalisi. Da ricordare la notevole riuscita del finale del primo atto, con la prima apparizione di Paolo: il fondale si alzava per lasciare spazio a un giardino lussureggiante e incantato, all’interno del quale si stagliava potente la sua bellissima figura, mentre in orchestra lo splendido assolo di violoncello commentava l’estasi di quel momento supremo. Anche ilfinale del terzo atto, con in scena sia i due amanti che i loro doppi, a simboleggiare la sublimazione di un legame assoluto, fuori dal tempo, è stato un altro momento di forte emozione. Andrea Battistoni, nuovo direttore musicale del Teatro Regio, alla sua prima inaugurazione, ha trovato proprio in queste pagine musicali ranate, sospese, vaporose, souse, trascoloranti, il giusto equilibrio timbrico e dinamico. Battistoni ha dimostrato inoltre sensibilità nella cura delle transizioni armoniche, rendendole sempre ricche di sottigliezze e significati. D’altronde, nell’opera di Zandonai l’orchestra ha un ruolo tutt’altro che secondario! La sua è stata una direzione teatrale, drammatica, impetuosa, anche se forse non sempre sfumata nei forti, che a volte sono parso un po’ plateali (finale secondo atto). Per quanto riguarda il cast, era evidente che le aspettative fossero concentrate sulla performance di Roberto Alagna. Il tenore francese, nonostante alcune stimbrature, ha oerto uninterpretazione di grande spessore. Alagna, profondamente a suo agio con questo ruolo, ne ha saputo cogliere ogni sfumatura, delineando un personaggio completo, fresco, appassionato e credibile, interpretato con trasporto ma senza eccessi o manierismi. Il suo fraseggio, curato e musicale, ha pienamente convinto, così come la sua spontanea capacità di immedesimazione. Dal punto di vista vocale, la Francesca di Barno Ismatullaeva ha convinto per l’omogeneità timbrica, la fluidità nell’emissione e la facilità nei passaggi di registro. Anche la timbrica si è rivelata adeguata al ruolo. Unico aspetto migliorabile della sua seppur convincente interpretazione, una certa mancanza di emozione, passione e turbamento, che dovrebbero caratterizzare il personaggio. Truce e feroce la rappresentazione di Gianciotto da parte di George Gagnidze. Il baritono georgiano ha oerto sostanzialmente un’interpretazione unidirezionale. Sottilmente maligno e perverso, invece, il Malatestino di Matteo Mezzaro, reso con voce penetrante e di grande impatto comunicativo. Un lusso, poi, la schiava Smaragdi interpretata con voce brunita da Silvia Beltrami, e aatate, brillanti e vocalmente attraenti le quattro damigelle: Valentina Mastrangelo (Biancofiore), Sofia Koberidze (Donella), Albina Tonkikh (Garsenda) e Martina Myskohlid (Altichiara), le due ultime facenti parte del Regio Ensemble. Ottima presenza per l’Ostasio di Devid Cecconi ed espressiva Valentina Boi nei panni di Samaritana. Francesca da Rimini è un’opera corale e quindi l’intero cast nella sua interezza riveste un ruolo di grande importanza. E a Torino nessuno ha deluso: Enzo Peroni come Ser Toldo, Janusz Nosek il giullare, Daniel Umbelino (Regio Ensemble) il balestriere ed Eduardo Martínez (Regio Ensemble) iltorrigiano. Il Coro del Teatro Regio, in ottima forma, è stato diretto con la consueta competenza e professionalità da Ulisse Trabacchin. Grande successo di pubblico con ovazioni per i protagonisti.



Friday, July 28, 2017

Madama Butterfly en la Arena de Verona

Foto: Ennevi

Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

Verona (Italia), 22/07/2017. Festival de la Arena de Verona. Giacomo Puccini: Madama Butterfly. Ópera en tres actos. Libreto de Luigi Illica y Giuseppe Giacosa Franco Zeffirelli, dirección escénica y escenografía. Emi Wada, vestuario. Maria Grazia Garofoli, movimientos coreográficos. Oksana Dyka (Madama Butterfly), Marcello Giordani (Pinkerton), Silvia Beltrami (Suzuki), Stefano Antonucci (Sharpless), Francesco Pittari (Goro), Deyan Vatchkov (Tío Bonzo), Nicolò Ceriani (Príncipe Yamadori), Alice Marini (Kate Pinkerton), Marco Camastra (Comisario Imperial), Dario Giorgelè (Oficial del Registro). Orquesta y Coro de la Arena de Verona. Director del Coro: Vito Lombardi. Dirección Musical: Jader Bignamini.

La sola posibilidad de concurrir a un espectáculo en el tercer anfiteatro romano más grande que se conserva representa una experiencia única. La Arena de Verona ocupa una enorme elipse de unos 110 x 150 metros con capacidad total para unas 22.000 personas, construida a partir de 72 arcos alrededor del año 30 del siglo I de nuestra era y, a diferencia de otros grandes anfiteatros contemporáneos como el Coliseo de Roma, aún está en funcionamiento. Desde 1913 ofrece ópera entre junio y agosto habiendo alcanzado en sus 95 ediciones 59 óperas distintas ofrecidas en su escenario. La más representada es Aida a la que le siguen Carmen, Nabucco, Turandot, La Traviata y ToscaEn principio una obra intimista como Madama Butterfly no parece la mejor opción para este Festival al aire libre de proporciones grandilocuentes. No obstante es la décima temporada en el historial de la Arena que se ve la obra de Puccini y la quinta que se repone la puesta de Franco Zeffirelli original de 2004. Las dimensiones de la escena permiten al mítico puestista mostrar al inicio del primer acto la colina de Nagasaki poblada por todo tipo de personajes. La escenografía se abre en dos con la entrada de Cio Cio-San mostrando la casa. En el inicio del tercero se ve la colina al amanecer con el gentío que desfila para dar paso luego, nuevamente, a la casa de Butterfly-Pinkerton. 
Como es habitual en la producción de Zefirelli la puesta es suntuosa, tradicional y plena de marcaciones y detalles. De excelente calidad el vestuario de Emi Wada tanto por diseño como por confección y razonables los movimientos coreográficos trazados por Maria Grazia GarofoliDesde lo musical lo más interesante fue la calidad de la Orquesta y el convincente trabajo de dirección de Jader Bignamini quien eligió tiempos vivaces, adecuada dinámica y preciosismo en los detalles de orquestación permitiendo apreciar de manera amplia el excelente trabajo Pucciniano. El elenco vocal fue de adecuado nivel sin puntos descollantes. Oksana Dyka, cantante de sólidos medios vocales e interesante carrera internacional, no logró -a pesar de su profesionalismo- dar todo el realce que merece el rol de Cio-Cio San. Irregular en le primer acto fue afianzándose en el curso de la representación con mejor rendimiento en el segundo acto -especialmente en el aria ‘Un bel di vedremo’- y un tercero de adecuada expresividad. La sutileza no parece ser una de las cualidades del tenor Marcello Giordani que fue un Pinkerton cantado a plena voz, sin demasiados matices y con algún problema en el agudo. Stefano Antonucci no defraudó como Sharpless mientras Silvia Beltrami fue convincente como Suzuki. Francesco Pittari resultó un muy solvente Goro así como fue adecuado el resto del elenco y el Coro que dirige Vito Lombardi.

Sunday, November 20, 2016

OLIVO E PASQUALE – Teatro SOCIALE di Bergamo

Foto: Teatro Sociale di Bergamo

Renzo Bellardone

L’opera intrapresa dalla Fondazione Donizetti e dal suo direttore Artistico Francesco Micheli è quanto meno meritoria! I soggetti responsabili non lasciano cadere nel totale oblio le composizioni di uno dei GRANDI dell’OPERA, del teatro musicale italiano, vanto in tutto il mondo ed emblema nobile della nostra nazione. In un tempo dove  l’apparenza (sovente vuota di alcun contenuto) ed un selfie con ‘chissà chi’ conta più della sostanza, ineluttabile base per il futuro dell’umanità,  UNA FONDAZIONE ed un DIRETTORE ARTISTICO pensano alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale…che dire! Nulla,  semmai silenziosi  inchiniamoci !

OLIVO E PASQUALE – Teatro SOCIALE di Bergamo (versione di Napoli, 1827)
Melodramma giocoso di Jacopo Ferretti Musica di Gaetano Donizetti Revisione sui materiali coevi a cura di Maria Chiara Bertieri per la Fondazione Donizetti Olivo - Bruno Taddia Pasquale - Filippo Morace Isabella-  Laura Giordano Camillo - Pietro Adaini Le Bross - Matteo Macchioni Columella - Edoardo Milletti Matilde - Silvia Beltrami Diego - Giovanni Romeo Direttore Federico Maria Sardelli Regia operAlchemica (Ugo Giacomazzi, Luigi Di Gangi) Scene e costumi Sara Sarzi Sartori, Daniela Bertuzzi e Arianna Delgado Light designer Luigi Biondi Assistente alla regia Simona Stranci Assistente ai costumi Michela Andreis Coro Donizetti Opera Maestro del coro Fabio Tartari Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala Progetto realizzato con Accademia di Belle Arti “SantaGiulia” di Brescia Associazione Formazione Professionale Patronato San Vincenzo di Bergamo Istituto di Istruzione superiore “Caterina Caniana” di Bergamo Liceo Artistico Statale “Giacomo e Pio Manzù” di Bergamo Nuova produzione e allestimento della Fondazione Donizetti

Una trama variopinta all’interno di una scenografia multicolore, con caleidoscopiche lucentezze musicali per un divertente melodramma giocoso. Il 7 gennaio 1827 al Teatro Valle di Roma avviene la prima rappresentazione assoluta di Olivo e Pasquale di Gaetano Donizetti che ancor risente di influenze rossiniane…e a dire il vero, da dopo la riscrittura e la rappresentazione nel settembre dello stesso anno,  al Teatro Nuovo di Napoli,   non so quanto sia mai stata ancora rappresentata. La Fondazione Donizetti di Bergamo con un’opera di lungimirante salvaguardia, la ripropone ora in una veste contemporanea che nulla toglie all’originale, ma che anzi la rende fruibile ad un pubblico poco avvezzo al teatro musicale e magari anche poco educato ( o tempora ..o mores..) alla bellezza che va salvaguardata in ogni ambito temporale. Alla sinfonia il sipario prende ritmicamente  a muoversi con un ritmar di stoffe, a creare onde scenografiche ed entusiastica aspettativa, che non andrà delusa. Con gesto chiaro e ben leggibile il direttore Federico Maria Sardelli da indicazioni precise (intendibili anche dagli appassionati seppur non musicisti), inizia e permane su una direzione vivace ed allegra, consona al testo, alla partitura e probabilmente anche alle intenzioni ! Un cenno ai bravi musicisti dell’Accademia della Scala. L’accogliente salotto che è il teatro Sociale offre la sua buona acustica ad un cast giovane e ‘giocoso’ Silvia Beltrami entra per prima in scena, che non lascia certamente sgombra seppur unica presenza,  ma che anzi riempie con  interpretazione brillante e con voce piena dai colori e toni definiti e timbricamente rilevanti (memorabile la sua interpretazione –direi di riferimento- del ruolo di Zita nel ‘Gianni Schicchi’ di Parma e poi di Torino…). Camillo è interpretato dal tenore   Pietro Adaini  che fa di tutto per ben seguire l’incalzante ritmo che la partitura  impone con improvvisi quanto impervi acuti; l’assolo del secondo atto lo affronta con agilità, forza e bel timbro. Olivo, di rosso vestito e con i baffi a manubrio (come si diceva nel tempo che fu) è interpretato da un accattivante Bruno Taddia (sentito ed apprezzato anni fa al Rof pesarese); il ruolo non è certamente facile sotto alcun punto di vista, ma Taddia riesce a renderlo simpatico, grazie all’interpretazione, magari caricaturale,  ma puntuale e sicuramente studiata; insomma ben esprime  il burbero ed intemperante Olivo, cui si affianca il pacioso fratello Pasquale. Qui entra in gioco la napoletanità  della composizione, infatti il ruolo  di Pasquale, qui interpretato da un buon  Filippo Morace, prevede si a il canto che i recitativi ed i ‘parlati’ in dialetto napoletano che vivacizza la figura di Pasquale senza virarla al grottesco; sicuramente accattivante e convincente sia per la vocalità pertinente alla partitura che per la compenetrazione nella parte. Matteo Macchioni arriva, nel ruolo di Le Bross, in cima alla poppa di una nave, teatralmente trainata dai componenti il coro maschile , ovviamente abbigliati da marinai; Macchioni riesce simpatico e convincente sia per la parte attoriale (che seppur giovane affronta con piglio) che per la vocalità elegante e misurata. (lo ricordo nel ruolo del Conte d’Almaviva in una produzione semiscenica allo Stresa Festival 2012) Al  girotondo allegro di Olivo e Pasquale rientra in   scena  la partecipazione attiva del bravissimo Coro Donizetti Opera, diretto da Fabio Tartari e si continua a srotolare la vicenda. Il personaggio di Columella  trova in Edoardo Milletti un interprete vivace e gioioso che non teme movenze e mossette clownesche per rallegrare ancor più, senza per questo trascurare il canto che invece offre in modo garbato seppur caricaturale. Giovanni Romeo interpreta Diego ed al pari degli altri interpreti è ricco di inventiva teatrale e non si risparmia vocalmente. Abbiamo iniziato con il parlar di un personaggio femminile e si conclude parlando dell’altra donna sul palcoscenico, ovvero la brava Laura Giordano nei panni di Isabella che affronta con piglio sicuro ed intonazione buona quanto lo sono il timbro e la tonalità che ricavano argentei suoni in particolare negli acuti e nelle agilità. L’allestimento è di tipo ‘moderno, ma non troppo’ riuscendo a rinunciare a costumi d’epoca  ed orpelli vari, ma mantenendo un vago sapor di favola ancorchè di teatrino di piazza con tanti colori, tanti trafori, tante evocazioni. La regia  di Ugo Giacomazzi e Luigi Di Gangi è davvero brillante e frizzante e ben interseca con la musica e la vicenda. Ed alla fine che dire? La musica vince sempre!

Friday, January 16, 2015

Goyescas y Suor Angélica en el Teatro Regio de Turín

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone 
Goyescas es una ópera casi desconocida que meritoriamente el Teatro Regio (siguiendo la filosofía de proponer obras inéditas o casi) incluyó en su cartelera. Música de sabor sinfónico con acentos de alegría y un poco de lirismo que al final estuvieron inmersos en tragedia. La conducción de Donato Renzetti fue apreciable por lograr que esta novedad estuviese ya en la mente del público, y lo hizo con sobria elegancia. La efectiva producción de Andrea De Rosa, con colores ámbar y soleados de la tierra hispánica, con fuerte inspiración de Goya, se valió también del oscuro color negro, opacado solo por  incorrecto uso de luces de linternas. Aunque la iluminación diseñada por Pasquale Mari exaltó el momento de la fiesta, como el momento de la muerte. En un largo pasaje de música se insertó un ballet de matriz española ideado por Michela Luccenti, con vestuarios clásicos y eficaces de Alessandro Chiammarughi.  La protagonista Rosario fue interpretada por una valiosa Giuseppina Piunti quien con voz oscura de transparente claridad se insertó bien entre la armonía de la bien timbrada voz del tenor Andeka Gorrotxategui, en el papel de Fernando, y la profunda y pulida voz de Fabián Veloz, el barítono que dio vida al rival Paquiro.  Anna Maria Chiuri, quien estuvo también en la segunda ópera, aquí dio voz firme a Pepa la muchacha del pueblo.  La insólita combinación entre Goyescas y Sor Angélica tuvo un denominador común, la mujer y el sufrimiento femenino. En el primer caso el dolor fue causado por la muerte del amante a manos del rival y en segundo la expiación de la culpa que en esa época era una vergüenza, tener un hijo sin estar casada. La primera obra fue ambientada en una especie de cráter y la segunda en un manicomio, con lo que se puede asegurar que esta realización se aproximó a la perfección. Sor Angélica tenía la llave de la entrada de una puerta, que en medio de unas rejas se abría para acceder al jardín de las plantas que la hermana cuidaba con amor. Detrás de las rejas del manicomio femenil se movían las “locas” bien interpretadas por mimos capaces. Alli transitaba la hermana enfermera, la doctora y las demás hermanas.  La primera que encantó con su voz, la monja de la mezzosoprano Silvia Beltrami una voz profundamente relevante y rica, de buen timbre y preciosos matices. Amarilli Nizza interpretó a la protagonista con acentos dolorosos y gran pathos, con el que realizó una Suor Angelica verdaderamente condenada, voz bella, decididamente pertinente para el papel. Anna Maria Chiuri diseñó con gran credibilidad al papel de la tía princesa, valiéndose también de la potencia de su voz bruñida y bien modulada. Verdaderamente numerosa la lista de intérpretes que con bravura contribuyeron a la realización de una interesante producción. Bella intuición al final de no parir como de costumbre al niño rubio, soñado y deseado, sino de hacer dar de una enferma mental y Angélica una marioneta, una muñeca de trapo, que ella, fuera de sí y cercana a la muerte abrazaba amorosamente entre los brazos. Como es habitual un fuerte aplauso va al coro del Regio dirigido por Claudio Fenoglio y a todos los maestros de la orquesta y al staff del teatro. ¡La música venció como siempre!

La Sofferenze Femminile – Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino
Renzo Bellardone
Goyescas un’opera pressoché sconosciuta ai più, che meritevolmente il Teatro Regio (seguendo la filosofia di proporre anche inediti o quasi)  ha inserito in cartellone. Musica dal sapore sinfonico con accenti prima gioiosi poi di liricità, ed al fine immersi nella tragedia! La direzione  di Donato Renzetti è stata apprezzata, per essere riuscita a porgere  il nuovo come se fosse già nelle menti dell’ascoltatore, con sobria eleganza. L’allestimento d’effetto di Andrea De Rosa, con i colori ambrati e assolati della terra ispanica con forte ispirazione a Goya, si è avvalso anche del buio color nero, spaccato solo da impudici fasci di luce di torce led. A proposito di luci, quelle  ben disegnate da Pasquale Mari hanno esaltato il momento della festa, come il momento della morte! In un lungo ascolto di sola musica è stato  inserito un balletto di matrice  spagnola ideato da Michela Lucenti; classici ed efficaci i costumi di Alessandro Chiammarughi. La protagonista Rosario è stata interpretata da una valida Giuseppina Piunti con voce sicura  e limpidezze trasparenti che ben si è inserita tra l’armoniosità della voce ben timbrata di Andeka Gorrotxategui, tenore nel ruolo di Fernando e la profonda voce brunita di  Fabián Veloz il baritono che ha interpretato il rivale Paquiro. Anna Maria Chiuri che ritroveremo nella seconda opera, qui dà ferma voce a Pepa la ragazza del popolo. L’insolito accostamento della proposta di Goyescas e Suour Angelica ha un denominatore comune, ovvero la donna e la sofferenza femminile. Nel primo caso il dolore è causato dalla morte dell’amante per mano del rivale e nel secondo caso dall’espiazione di una colpa che all’epoca era certamente una vergogna: partorire un figlio senza essere sposata. La prima opera è stata ambientata in una sorta di cratere, mentre la seconda in un manicomio e si può assicurare che questa  realizzazione ha rasentato la perfezione. Suor Angelica ha le chiavi di un cancello che al centro delle sbarre si può aprire e da li accedere al giardino delle erbe che la suora cura con tanto amore. Dietro le sbarre del manicomio femminile si muovono le ‘pazze’ ottimamente interpretate da mime di rara capacità, transita la suora infermiera, la dottoressa e le varie suore. La prima ad incantare con la voce è la suora zelatrice che ha trovato nel mezzosoprano Silvia Beltrami una voce profondamente autorevole e ricca di buon timbro con  sfumature preziose. Amarilla Nizzi ha interpretato la protagonista e con accenti dolorosi e di grande pathos ha realizzato una Suor Angelica veramente dannata: voce bella e decisamente pertinente al ruolo. Anna Maria Chiuri nel ruolo della zia principessa, ha disegnato con grande credibilità il personaggio, avvalendosi anche della possanza della sua voce brunita e ben modulata.    Veramente numerose le interpreti che con bravura hanno contribuito tutte alla realizzazione di un allestimento di interesse! Bella l’intuizione al finale di non far apparire come di consueto il bimbo biondo sognato ed agognato, ma di far porgere da una malata di mente ad Angelica un fantoccio, una bambola di pezza che lei, ormai fuor di senno e prossima alla morte accoglie amorevolmente tra le braccia. Come oramai d’abitudine un forte plauso va  al coro del Regio diretto da Claudio Fenoglio ed ai professori d’orchestra tutti, così a come tutto lo staff del teatro. La Musica vince sempre.

Tuesday, April 1, 2014

Tragedia Florentina de Zemlinsky y Gianni Schicchi de Puccini en el Teatro Regio de Turín

Foto: Ramella&Giannese
Renzo Bellardone
Zemlinsky y Puccini son dos universos musicales diferentes entre sí, pero que en un cierto punto espacial de reencuentran sobre un escenario para narrar musicalmente dos eventos que suceden en la misma casa, en dos diferentes apartamentos. La sobriedad de las escenografías de Santoliquido y Boasso es meritoria cuando la música es muy bella y las historias se asemejan.  La dirección escénica de Vittorio Borrelli tendió a narrar con ojo fotográfico y Stefan Anton Rock dirigió de manera seguro imprimiendo vigor a la obra. Tragedia Florentina es turbulenta y lasciva, más allá de los límites del comportamiento y lo moral. En ambos montajes hubo una cama, que mientras en Schicchi fue un lecho de muerte y engaños, aquí fue una alcoba es de traiciones y satisfacciones carnales. Ángeles Blancas Gulín fue la traicionera Beatrice papel que interpretó con voz caustica o insinuante, pero indudablemente con virtuosas acrobacias.  El papel de Simone el mercante se encontró en Tommi Hakala un buen barítono con timbre adptado a la escritura, mientras que el tenor Zoran Todorovich fue el príncipe Guido Bardi que se movió elegantemente por el escenario infundiendo de crudo realismo al personaje, con una voz límpida y claro fraseo.   Antes de la composición de Schicci, Puccini escribió la connotada frase “Después de la tinta negra de Il Tabarro, tengo el deseo de burlarme” y por un transcendental efecto del destino después de la sombría Tragedia Florentina, el Teatro Regio ofreció precisamente a Gianni Schicchi.  Clásica fue la ambientación te la recamara con mesa, sillas y una gran cama en la que yacía el difunto Buoso Donati; y los parientes en lagrimas por su partida, lloraban mas al saber que estaban casi desheredados. El barítono bufo Carlo Lepore, conocido y apreciado por el público de Turín cantó el papel de Gianni Schicchi  modulando su voz a placer y manteniendo un tono completo de un grato color potentemente oscuro. Rinuccio fue Francesco Meli, talentoso y joven tenor que utilizó su buen instrumento con ágil y expresivo lirismo de luminosos colores. Lauretta fue Serena Gamberoni quien por su “Oh mio babbino caro” recibió un meritorio aplauso, y por la poética modulación y ofrecimiento del aria con voz clara y participe.  Silvia Beltrami quien interpretó a Zita, como también lo hizo en el Regio de Parma, pueda ya ser considerada como una referencia en el papel que sabe interpretar de modo bufo e impecable. Su voz profunda y muy oscura se enriqueció de un temperamento fuertemente teatral. Un reconocimiento global para el resto del elenco y una mención particular a Gabriele Sagona como Simón. ¡Una vez más venció la música!

FIRENZE : UN FILO CONDUTTORE PER UN DITTICO INCONSUETO - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese
Renzo Bellardone
Zemlinsky e Puccini sono due universi musicali diversi tra di loro, che ad un certo punto spaziale si ritrovano postumi sullo stesso palco a narrare musicalmente due avvenimenti che accadono nella stessa casa, in due differenti appartamenti. La sobrietà di entrambi gli allestimenti di Santoliquido e Boasso diventa pregio, quando la musica è molto bella e le storie avvincenti. La regia di Vittorio Borrelli tende a narrare con occhio fotografico. Stefan Anton Reck dirige con piglio sicuro ad imprimere vigore alle vicende. La vicenda di tragedia fiorentina è torbida e lasciva, oltre il  limite comportamentale,   oltre il morale. In entrambi gli allestimenti è previsto un letto, ma mentre nello Schicchi sarà un gran letto di morte e di inganni, qui è alcova di tradimenti e di soddisfazione carnali. Angeles Blancas Gulin è la viscida Bianca ingannatrice che rappresenta con voce graffiante o insinuante, ma indubbiamente con acrobazie virtuosistiche. Simone il mercante trova i panni in Tommi Hakala, buon baritono con timbrica ben attagliata alla scrittura, mentre il tenore Zoran Todorovich è il principe Guido Bardi che muovendosi elegantemente sul palco infonde crudo realismo al personaggio, con voce limpida e chiaro fraseggio. Puccini prima della composizione dello Schicchi scrisse la ben nota frase “Dopo il “Tabarro” di tinta nera, sento la voglia di beffeggiare” e quasi in un trascendentale effetto del destino ecco che dopo le fosche tinte della Tragedia Fiorentina, Il Teatro Regio di Torino inserisce proprio il Gianni Schicchi. Classica l’ ambientazione della camera con tavolo, sedie e gran letto in cui giace il defunto Buoso Donati. Ed i parenti in lacrime per la scomparsa, piangeranno ancor più alla scoperta di essere stati pressoché diseredati. Il baritono Carlo Lepore, ben conosciuto ed apprezzato dal pubblico torinese anche nei panni di Gianni Schicchi ha riscosso il meritato consenso: baritono buffo, modula la voce a suo piacimento, mantenendo un tono compiuto di un bel colore possentemente scuro.  Rinuccio è Francesco Meli il talentuoso giovane tenore che utilizza il buon strumento  con agile liricità espressiva dai colori luminosi. Lauretta è Serena Gamberoni  che al “Oh mio babbino caro” riceve meritato applauso per la poetica modulazione ed offerta dell’aria con voce chiara e partecipe. Silvia Beltrami reduce dal Regio di Parma per lo stesso personaggio di Zita può ormai essere considerata di riferimento per il ruolo, che sa rendere in modo buffo ed impeccabile. Voce profonda ed all’occorrenza molto scura viene arricchita da un temperamento fortemente teatrale. Un apprezzamento globale a tutto il cast con una nota particolare a Gabriele Sagona nel ruolo di Simone. La Musica vince sempre.

Friday, January 24, 2014

Dos operas en el Teatro Regio de Parma

Foto: Teatro Regio de Parma
Renzo Bellardone
Sin efectos especiales, en una especie de teatro de tradición con influencias cinematográficas, el director de escena Federico Grazzini creó un agradable espectáculo que inauguró la temporada 2014 del prestigioso Teatro Regio de Parma.  No solo se trata de Verdi en Parma y con Pagliacci  y Gianni Schicchi inicio la opera en el templo musical de Parma. De un tren de vapor que arriba a una estación de provincia descendió la compañía que se presentaría en el teatro local, así comenzó “Pagliacci” La obertura marcó la frescura de la juventud en la dirección de Francesco Ivan Ciampa, quien no renuncio a la poesía y a la pasión que permea las páginas de Pagliacci, y en el posterior Gianni Schicchi mantuvo una apreciable homogeneidad haciendo que el leitmotiv de la opera fuera el verdadero protagonista musical, con la Orquesta Regional de Emilia Romagna.  Con trucos y vestidos de payasos, en una pista de circo repleta, nos encontramos en el teatro de provincia donde se consuma la obra como en un film del realismo italiano, con muchos personajes en escena gracias al coro del teatro. En su debut en el teatro como Nedda/ Colombina Serena Daoglio fue haciéndose más convincente sobre todo en los agudos, en las coloraciones y en su interpretación global. Canio fue un sobresaliente Rubens Pelizzari que se entregó al público con pasión e ímpetu al unisonó con la voz que igualmente cautivó y generó diversas opiniones.  Tonio fue interpretado por Elia Fabbian con voz de buen sonido bronceado y envolvente que se adaptó al perverso papel. Bien Davide Giusti como Peppe Arlecchino por su briosa juventud y vitalidad y Marcello Rosiello un Silvio de homogénea línea de canto. El atractivo espectáculo continuó con la comicidad de Gianni Schicchi.  Un habitación sucedió todo, con la cama de Buoso Donati a la izquierda, en el centro un estudio con libros y la derecha un saloncito.  Un aplauso para la dirección por el gran movimiento que hubo en la opera y no solo en la búsqueda del famoso testamento! Elia Fabbian mantuvo las mismas características vocales bien adaptadas al papel principal.  Ekaterina Sadovnikova estuvo agraciada y luminosa, como en en su aria final con el Rinuccio de David Giusti, que mostró tono límpido y claro en la voz. Matteo Mezzaro, Eleonora Contucci, Ernest Stancanelli  Gianluca Margheri, Matteo Ferrara, Marcello Rosiello, Romina Boscolo, y Stefano Rinaldi Miliani demostraron ser óptimos interpretes, pero la mención especial va para Silvia Beltrami por su formidable Zita de peluca gris y anteojos antiguos, muy irascible, intrigante y dominante con voz naturalmente armoniosa.  Buenos los vestuarios de Valeria Donati Bettella y funcional la escena diseñada por Andrea Belli. Contento de haber asistido a esta producción no puedas más que concluir que la Música vence siempre.

Pagliacci - Gianni Schicchi - Teatro Regio di Parma

Foto: Teatro Regio de Torino

Renzo Bellardone

Senza effetti speciali, in una sorta di teatro di tradizione, riveduto e rivisitato con  influenze cinematografiche, il regista Federico Grazzini ha realizzato un gradevole spettacolo che ha inaugurato la stagione 2014 del prestigioso Teatro Regio di Parma. Non solo Verdi a Parma,  si potrebbe dunque dire! Infatti è con Pagliacci di Leoncavallo e Gianni Schicchi di Puccini che prende l’avvio “l’opera” nel tempio musicale parmense. Sbuffando tra i vapori, il treno  arriva in una stazioncina di provincia e dalle carrozze della terza classe scende ‘la compagnia’ che si esibirà nel piccolo teatro locale: così inizia “Pagliacci”. L’Ouverture segna già la freschezza della giovanile direzione di Francesco Ivan Ciampa che non però rinuncia alla poesia ed alla struggente passione che pervadono le pagine di ‘Pagliacci’; nel successivo ‘Gianni Schicchi’  manterrà apprezzabile omogeneità facendo diventare il leit motiv dell’opera, il verso musicale  protagonista. L’orchestra è la regionale dell’Emilia Romagna. Via i trucchi e gli abiti da Pagliaccio, sgomberato il campo dalla pista del circo, siamo appunto nel teatro di provincia e nel camerino di questo, dove si consuma la vicenda,  come in un film del realismo italiano. Molti personaggi in scena grazie al Coro del Teatro Regio di Parma diretto da Martino Faggiani e dal Coro di Voci Bianche e Giovanili ‘Ars Canto Giuseppe Verdi’ altrettanto ben diretto da Gabriella CorsaroNon nuova, ma qui realmente valida,  l’idea della  doppia platea, quella vera e quella realizzata sul palco per gli spettatori /attori ed entrambe vedranno la tragedia consumarsi in diretta. Serena Daoglio al suo debutto al Regio di Parma, è Nedda/Colombina che man mano procede nel ruolo diventa sempre più convincente negli acuti, nelle colorazioni  e nella globale interpretazione; Canio è un superbo Rubens Pelizzari che si dà al pubblico con passione ed impeto all’unisono con la voce che parimenti accattiva e trae diversi consensi. Tonio è invece interpretato da Elia Fabbian (che ritroveremo anche nella seconda opera): ha buona voce con bel colore brunito ed avvolgente che ben si addice al ruolo perverso che la scrittura gli affida. Peppe/Arlecchino è il sorridente Davide Giusti (anche lui sarà presente poi in Schicchi) interpreta con con  briosità giovanile e vitalità, indispensabili a creare bene il personaggio cui dà pure chiara voce dai bei toni e definiti colori. Marcello Rosiello interpreta Silvio che qui non è contadino, ma marinaio, con  omogenea  linea di canto facilitata da voce ben timbrata che agilmente spazia sul rigo, e che manterrà le stesse gradevolezze anche nel successivo Schicchi. Adeguati anche Alessandro Bianchini e Demetrio  Rabbito e decisamente appropriato ed efficace l’intervento delle ballerine d’avanspettacolo. In sostanza uno spettacolo attrattivo come pure, se non addirittura di più  per l’insita comicità nel “Gianni Schicchi” che segue. Una camera tutto fare: a sinistra il letto con Buoso Donati appena spirato, al centro lo studio con libreria e scrivania e a destra il salotto un po’ consunto di quel velluto giallo che ha impreziosito tutte le case “per bene” dal dopo guerra in poi,  e per qualche decennio. Un plauso alla regia per il gran movimento che pervade tutta l’opera e non solo alla ricerca del famoso testamento! Gli interpreti: bravi e ben attagliati ai personaggi! Ritroviamo Elia Fabbian che mantiene  le stesse  caratteristiche vocali ben adattate all’ironia del ruolo. La figlia Lauretta è impersonata da Ekaterina Sadovnikova, aggraziata e luminosa nell’aria clou “Oh mio babbino o caro..”; l’amor suo Rinuccio prende voce e volto di Davide Giusti che ancor più frizzante che in Pagliacci, salta sulla scrivania, corre sul palco senza intaccare il suono chiaro e limpido della voce. Matteo Mezzaro, Eleonora Contucci, Ernest Stancanelli  (gradevolissima la sua voce bianca) Gianluca Margheri, Matteo Ferrara, Marcello Rosiello, Romina Boscolo, e Stefano Rinaldi Miliani, sono stati tutti ottimi interpreti dando prova d’attore (indispensabile nella comicità) e prova di canto senza incrinature o cali. I personaggi nello Schicchi sono davvero molti ed il numero impone una scelta di sintesi nel commento, ma un apprezzamento particolare va a Silvia Beltrami per la sua formidabile Zita: parrucca grigia e occhiali d’altri tempi, è irascibile, intrigante e dominatrice della famiglia Donati e della scena; la voce naturalmente armoniosa esce con accenti timbrati a caratterizzare con i colori e le modulazioni. Azzeccati i costumi firmati da Valeria Donati Bettella e funzionali le scene disegnate da Andrea Belli, come efficaci le luci di Pasquale Mari Ben lieto di aver assistito alla produzione, posso al solito concludere con: La Musica vice sempre.

Saturday, March 16, 2013

La Traviata en el Teatro Regio de Turín, Italia

Foto:Ramella&Giannese- Teatro Regio
 
Renzo Bellardone
 
Con la cortina cerrada se anunció que a pesar de una indisposición Patrizia Ciofi había aceptado participar en la función.  Al final del espectáculo una pregunta circulaba entre el conmovido publico ¿si estando indispuesta cantó así, hasta donde hubiera llegado en óptimas condiciones? Patrizia Ciofi conmovió al público con su bravura interpretativa a todos los niveles recreando y proponiendo una Violetta creíble para nuestros días, desvergonzada y desdeñosa en el primer acto, dubitativa y tierna en el segundo y óptimamente consiente en el final, demostrando un fraseo claro y una participación emotiva con la que regaló colores de excepcional brillantes, sombreados solo por lagrimas musicales de rara belleza. El elenco de óptimo nivel, contribuyó a distraer la atención de una escenografía y dirección escénica, de Laurent Pelly, de difícil lectura y aceptación (la obra inició con la obertura en el funeral de Violetta, con féretros y paraguas que cubrían la intensa lluvia). Piero Pretti en el papel de Alfredo,  expresó una fuerte evolución tímbrica y realizó una interpretación muy madura con decisión que le permitió emitir tonos y colores limpios, pero desvanecidos de sentimiento.  El barítono Nicola Alaimo, de fuerte presencia escénica convenció sobre todo al final donde la conmoción era palpable y a través de los tonos profundos de su potente voz. La mezzosoprano Silvia Beltrami delineó al persona de Flora con habilidad escénica y con voz ámbar oscura. Annina fue interpretada por Francesca Rotondo con voz segura y clara. Bien por el resto de los personajes. La baqueta de Corrado Rovaris fue puntual y eficaz delinendo los momentos de mayor conmoción como en el ‘Addio al passato’, donde, siendo cómplice de la expresividad de Ciofi, la orquesta y la voz crearon una suspensión temporal hipnotizando mentes y corazones, traicionados solamente por la brillantez de los ojos. El Coro del Regio estuvo a la altura de la situación. La Musica vince sempre.

Friday, March 15, 2013

La Traviata - Teatro Regio di Torino

 Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio
 
Renzo Bellardone
 
La Traviata Melodramma in tre atti Libretto di Francesco Maria Piave dal dramma La Dame aux camelia di Alexandre Dumas figlio. Musica di Giuseppe Verdi Allestimento del Regio coprodotto con il Santa Fe Opera Festival. Orchestra diretta dal M° Corrado Rovaris. I protagonisti dell’opera: Patrizia Ciofi (Violetta), Piero Pretti (Alfredo Germont), Nicola Alaimo (Giorgio Germont), Silvia Beltrami (Flora Bervoix), Francesca Rotondo (Annina), Enrico Iviglia (Gastone), Paolo Maria Orecchia (il barone Douphol) e Scott Johnson (il marchese D’Obigny); la regia di Laurent Pelly è ripresa da Anna Maria Bruzzese, i costumi sono di Laurent Pelly, le scene di Chantal Thomas e le luci, di Gary Marder, sono riprese da Andrea Anfossi. Il Maestro del Coro è Claudio Fenoglio.

A sipario chiuso viene annunciato che nonostante una indisposizione che dura da una settimana la signora Patrizia Ciofi ha accettato di partecipare alla prova generale. Alla fine della recita una sola domanda circolava tra il pubblico commosso: ‘Ma se non in forma ha cantato così, fin dove può arrivare in condizioni ottimali? Patrizia Ciofi ha sconvolto la platea per bravura interpretativa a tutti i livelli, ricreando e proponendo una ‘Violetta’ credibile ai giorni nostri; sfrontata e sprezzante nel primo atto, dubbiosa e tenera nel secondo, superbamente cosciente al finale; con fraseggio chiarissimo e partecipazione emotiva ha regalato colori di eccezionale brillantezza, ombreggiati solo da lacrime musicali di rara bellezza. Il cast, tutto di ottimo livello ha contribuito a distogliere l’attenzione da una scenografia e regia non sempre di facile lettura ed accettazione (l’opera apre con all’ouverture il funerale di Violetta, con tanto di feretro e didascalici ombrelli a riparare dall’uggiosa pioggia). Piero Pretti nei panni di Alfredo, ha esplicitato forte evoluzione timbrica ed ha reso una interpretazione molto matura con piglio sicuro che gli ha permesso toni e colori netti, ma sfumati dal sentimento. Il barítono Nicola Alaimo, di forte presenza scenica ha convinto sopratutto al finale dove la commozione era palpabile anche attraverso i toni profondi della possente voce. Il mezzosoprano Silvia Beltrami ha tratteggiato il personaggio di Flora con abilità scenica e con voce ambrata scura che apre ad interpretazioni ben più corpose e di ruolo. Annina è interpretata da Francesca Rotondo con voce sicura e chiara. Bene anche per Enrico Iviglia e Scott Johnson, come pure per gli altri interpreti: Paolo Maria Orecchia, Davide Motta Frè, Dario Prola, Enrico Speroni, Enrico Bava, oltre ai ballerini Simona Tosco e Luca Martini. La bacchetta del M° Corrado Rovaris è stata puntuale ed efficace a sottolineare i momenti di maggior commozione come nell ’Addio al passato’ quando, complice la bravura espressiva della signora Ciofi, orchestra e voce hanno creato una sospensione temporale ipnotizzando menti e cuori, traditi solo dal luccicore degli occhi. Il Coro del Teatro Regio, diretto dal M° Claudio Fenoglio, è sempre egregiamente all’altezza della situazione ed anche in Traviata ha confermato la bravura e la preparazione. Pubblico ricco di applausi durante tutta la rappresentazione, è andato letteralmente in delirio al finale, tant’è che la direzione del palcoscenico ha deciso la chiusura del sipario sull’incessante applauso. La Musica vince sempre.

 

Monday, May 17, 2010

Teatro Rossini di Lugo: la cantata escénica de Rossini no va a Reims.

Fotos: Teatro Rossini di Lugo
El viaje al manicomio.

Athos Tromboni

LUGO – La restauración borbónica resultante de la caída de Napoleón Bonaparte y el renacimiento del absolutismo monárquico, comenzó en Francia el 6 de abril de 1814, día en el cual, el senado otorgó el trono francés a Luis XVIII. A estos sucesos, el 25 de mayo de 1825, el hermano Carlos X, y el clima festivo de los días de la coronación, en pleno periodo de restauración, le ofrecieron la oportunidad Gioachino Rossini para la composición de una opera bufa (con libreto de Luigi Balocchi), causada por el frenesí y la excitación suscitada en la gente del evento real. En el libreto, que es una sátira de las costumbres de la época, se imaginó a un grupo de personas de diversas nacionalidades que se encontraban cercanos al albergue del Giglio d’ Oro, en la ciudad termal de Plombières, y que decidían organizar un viaje a Reims para asistir a dicha coronación. La opera tuvo su primera representación el 19 de junio de 1825 en el Théâtre des Italiens de Paris con un elenco estelar, con prácticamente los cantantes mas grandes de aquel entonces. Desde aquella legendaria ejecución la opera no fue representada mas y Gioachino Rossini retomó y readaptó la mayor parte de la música en Le Comte Ory. Abandonada en un cajón por deseo del propio Rossini, la partitura original fue estudiada y llevada nuevamente a la luz en 1984 en el Rossini Opera Festival de Pesaro, con una producción escénica y una compañía de cantantes por demás estelar, que fue dirigida musicalmente por Claudio Abbado y escénicamente por Luca Ronconi. Desde entonces la opera (o mejor dicho la cantata escénica porque de eso se trata, mas que de una verdadera opera) ingresó establemente en el repertorio operístico y se ha representado frecuentemente no solo en Italia si no también en el extranjero, por lo que es significativo decir que el Il viaggio a Reims tuvo el honor en el 2007 de ser representada en el teatro Marinskij de San Petersburgo, bajo la dirección de Valerij Gergiev. Además, pequeños teatros italianos han descubierto la obra, y en el 2009, el teatro Municipal de Piacenza le confió a la regista Rosetta Cucchi y al director de orquesta Aldo Sisillo la puesta en escena de una nueva producción: misma que fue repuesta el 7 y 8 de mayo pasados en el Teatro Rossini de Lugo di Romagna (Ravenna), resultando ser un gran éxito como el que tuvo también en Piacenza.

Existe una frase en el libreto de Balocchi, que es fundamental para definir lo absurdo que Rossini transformó en farsa jocosa, y que la dice Don Álvaro, “Se habla de partir y permanecemos aquí” De hecho ese viaje a Reims no se hizo nunca, porque no se encontraron caballos ni carrozas libres. Aquella imposibilidad por salir de Albergue del Giglio d’Oro encendió la inventiva de la directora de escena quien imaginó el desarrollo de la escena dentro de un manicomio, del que no se puede salir (y en el final la imagen de la asunción de Carlos X al trono real fue sustituida por la entrada en escena del Primer psiquiatra, el medico de los locos, recibido por todos como un deus ex machine). Definida y creada la ambientación, los caracteres de los personajes fueron así: Madama Cortese fue una completa histérica, Don Prudenzio un medico del manicomio completamente miope y tonto, la Condesa de Foleville, una mujer obstinada que además de llevar el sombrero estilo Marlene de Coco Chanel, tuvo que apoyó siempre los pies sobre una almorada de plumas de ganso, el Barón de Trombonok un director de orquesta con la baqueta perennemente en mano, Don Profundo un anticuario que llevaba cerca de el un mapamundi, Don Álvaro un toreador que llevaba una inseparable espada de Madera, la Marquesa Melibea una vieja con un collar en mano en el que debía llevar un perro que no estaba, il Conte Libenskof un personaje de la Gran Rusia que en realidad vive en los tiempos de la Urss, Corinna una fiel poetisa del Mantra que discutía. Pero las ideas son insignificantes si la acción no se apoyaba en lo sonoro: así el canto, pero sobretodo la recitación de los personajes se convirtió en gags, improvisaciones extemporáneas que sin traicionar el espíritu del libreto, tuvieron el efecto de divertir mucho al publico.
Los colores predominantes de la escena fueron el blanco del hospital y el azul, mientas que el rojo carmíneo y el negro fueron usados por la creadora de los vestuarios Claudia Pernigotti en algunos trajes (Don Álvaro, Lord Sidney, Melibea, Libenskof) para crear un eficaz constaste cromático. Los cambios de escena se realizaron a la vista, con los coristas entrando, moviendo, inflando, ondeando, arranstrando la utileria, pero tales y tantos movimientos contribuyeron a la jocosidad del espectáculo, una suerte de variación que implementó perspectivas geométricas diseñadas por Tiziano Santi. La iluminación de Marco Cittadoni mantuvo la escena con luminosidad solar, no solo en las introspectivas y en la simbologías, salvo que en la discurso cantada por Don Profondo ("Medaglie incomparabili/Cammei rari impagabili") cuando el fondo se convierte en una sucesión de colores blanco rojo y verde como la bandera italiana.

Con esta exactitud de ambiente y puntillosa recitación, la música se expresó con mucha eficacia y buena cualidad. El director Aldo Sisillo, en el podio de la Orchestra dell'Emilia Romagna, encontró las mejores matices para el lirismo rossiniano (tiempos cómodos, non cerrados) y ha realizó los crescendos y los concertantes con el pulso necesario a la vehemencia musical del Pesarese. El elenco, conformado por jóvenes artistas estuvo sobresaliente: tos muy bien como actores y como cantantes, con un aplauso de mas para el tenor Enrico Iviglia (Libenskof) quien fue capaz de emitir sobreagudos timbrados y svettanti (respecto a Rossini, nos agradaría escucharlo en el Stabat Mater y pasando a Bellini, seguramente lo escucharíamos si hiciera a Gualtiero del Pirata). Los demás cantantes del elenco fueron: Natalia Lemercier Miretti (Corinna), Silvia Beltrami (Marquesa Melibea), Elena Bakanova (Condesa Folleville), Enrica Fabbri (Madama Cortese), Alessandro Luciano (Caballero de Belfiore), Graziano Dallavalle (Lord Sidney), Marco Filippo Romano (Don Profondo), Salvatore Salvaggio (Baron de Trombonok), Omar Montanari (Don Alvaro), Diego Arturo Manto (Don Prudenzio), Bettina Block (Maddalena), Alessio Manno (Don Luigino), Gloria Contin (Delia), Luisa Staboli (Modestina), Donato Scorza (Zefirino), Kwang Soun Kim (Antonio), Alessio Manno (Gelsomino) e Marco Vito Chitti (Primario Psichiatra, figurante). Caluroso fue el aplauso del público para una exitosa función.

Monday, May 10, 2010

Lugo: la cantata scenica di Rossini non va a Reims - Il viaggio al manicomio

Foto: Teatro Rossini di Lugo ©
Athos Tromboni
La restaurazione borbonica, conseguente alla sconfitta di Napoleone Bonaparte e alla rinascita dell'assolutismo monarchico, cominciò in Francia il 6 aprile 1814, giorno in cui il Senato chiamò sul trono francese Luigi XVIII. A questi succedette, il 25 maggio 1825, il fratello Carlo X e il clima festaiolo dei giorni dell'incoronazione, in pieno periodo di restaurazione, offrì gli spunti a Gioachino Rossini per la composizione di un'opera buffa (su libretto di Luigi Balocchi), tesa a raccontare la frenesia e l'eccitazione suscitate nella gente dall'evento regio. Nacque così Il viaggio a Reims, una delle opere più originali e più misconosciute di Rossini. Nel libretto, che è una satira del costume dell'epoca, vi si immagina un gruppo di persone di nazionalità diverse che si trovano presso l’Albergo del Giglio d’Oro, nella città termale di Plombières, e decidono di organizzare una viaggio a Reims per assistere all’incoronazione. L’opera ebbe la sua prima rappresentazione il 19 giugno 1825, al Théâtre des Italiens di Parigi, con un cast stellare: praticamente tutti i più grandi cantanti di allora. Dopo quella leggendaria esecuzione l’opera non venne più eseguita, ma Gioachino Rossini riprese e riadattò la maggior parte della musica per Le Comte Ory.

Abbandonata in un cassetto per volere dello stesso Rossini, l’originale partitura fu studiata e riportata alla luce solo nel 1984 dal Rossini Opera Festival di Pesaro, con un allestimento e una compagnia di cantanti altrettanto stellare, sotto la direzione di Claudio Abbado e per la regia di Luca Ronconi. Da allora l'opera (anzi, la cantata scenica, perché di questo si tratta, più che di un'opera vera e propria) è entrata stabilmente nel repertorio e viene frequentemente rappresentata non solo in Italia ma anche all'estero: non è privo di significato che Il viaggio a Reims abbia avuto l'onore, nel 2007, d'essere rappresentata al Marinskij di San Pietroburgo, nume tutelare Valerij Gergiev. Anche i piccoli teatri italiani l'hanno riscoperta, e così nel 2009 il Municipale di Piacenza affidò alla regista Rosetta Cucchi e al direttore d'orchestra Aldo Sisillo il compito d'una nuova produzione: quell'allestimento è stato ripreso, il 7 e 8 maggio scorsi, dal Teatro Rossini di Lugo di Romagna (Ravenna), riportando anche qui il grande successo di pubblico che già aveva avuto a Piacenza.
C'è una frase, nel libretto di Balocchi, che è fondamentale per definire l'assurdo che Rossini ha tramutato in farsa giocosa, la dice Don Alvaro, ed è questa: "Si parla di partir e si rimane qui". Infatti quel viaggio a Reims non sarà mai fatto, perché non si trovano cavalli e cocchieri liberi. Quella impossibilità d'uscire dall'Albergo del Giglio d'Oro accende l'inventiva della regista che immagina svolgersi la scena dentro un manicomio, da dove non si può uscire (e nel finale l'immagine di Carlo X che assurge al soglio regale, sarà sostituita dall'entrata in scena del Primario Psichiatra, il medico dei matti, accolto da tutti come un deus ex machina). Definita e creata l'ambientazione, i caratteri dei personaggi vengono da sé: così Madama Cortese sarà una isterica conclamata, Don Prudenzio un medico del manicomio completamente miope e tonto, la Contessa di Folleville una fisima che oltre a portare il cappellino stile Marlene by Coco Chanel deve appoggiare sempre i piedi sopra un cuscino di piume d'oca, il Barone di Trombonok un direttore d'orchestra con la bacchetta perennemente in mano, Don Profondo un antiquario che si porta appresso un inseparabile mappamondo, Don Alvaro un toreador dall'altrettanto inseparabile spada di legno, la Marchesa Melibea una donna attempata con un guinzaglio in mano a cui dovrebbe essere attaccato un cane che però non c'è, il Conte Libenskof un résumé della Grande Russia che invece vive ai tempi dell'Urss, Corinna una poetessa seguace del Mantra e dedita agli oppiacei, e via discorrendo. Ma le idee sono insignificanti se non sorrette dalle azioni a loro più consonanti: così il canto, ma soprattutto la recitazione, dei personaggi diventa un panegirico di trovate, gag, improvvisazioni estemporanee che - senza tradire lo spirito del libretto - hanno l'effetto di divertire molto il pubblico.

I colori di scena predominati sono, come ovvio, il bianco ospitaliero e il blu, mentre il rosso carminio e il nero vengono usati dalla costumista Claudia Pernigotti per alcuni abiti (Don Alvaro, Lord Sidney, Melibea, Libenskof) quale efficace contrasto cromatico. I cambi scena sono eseguiti a vista, con i coristi che entrano, spostano, insufflano, sventolano, trascinano l'attrezzeria, ma tale e tanto movimento contribuisce alla giocosità dello spettacolo, una sorta di variazione implementata alle geometrie prospettiche disegnate da Tiziano Santi. Le luci di Marco Cittadoni mantengono la scena luminosissima, solare, non sono né introspettive né simboleggianti, salvo che nella tiritera cantata da Don Profondo ("Medaglie incomparabili/Cammei rari impagabili") quando il fondale diventa fantasmagoria di bianco rosso e verde come la bandiera italiana. In siffatta esattezza d'ambiente e puntigliosità di recitazione, la musica si è espressa con altrettanta efficacia e buona qualità. Il direttore Aldo Sisillo, sul podio dell'Orchestra dell'Emilia Romagna, ha trovato le migliori sfumature per il lirismo rossiniano (tempi comodi, non serrati) ed ha eseguito i crescendo e i concertati con il polso necessario all'irruenza musicale del Pesarese.
Il cast, costituito da giovani artisti, è stato ineccepibile: tutti molto bravi, sia come attori che come cantanti, con un plauso in più per il tenore Enrico Iviglia (Libenskof) capace di sovracuti timbrati e svettanti (restando a Rossini, ci piacerebbe sentirlo nello Stabat Mater; passando a Bellini, l'andremmo a sentire se fosse Gualtiero del Pirata). Gli altri del cast erano: Natalia Lemercier Miretti (Corinna), Silvia Beltrami (Marchesa Melibea), Elena Bakanova (Contessa Folleville), Enrica Fabbri (Madama Cortese), Alessandro Luciano (Cavaliere di Belfiore), Graziano Dallavalle (Lord Sidney), Marco Filippo Romano (Don Profondo), Salvatore Salvaggio (Barone di Trombonok), Omar Montanari (Don Alvaro), Diego Arturo Manto (Don Prudenzio), Bettina Block (Maddalena), Alessio Manno (Don Luigino), Gloria Contin (Delia), Luisa Staboli (Modestina), Donato Scorza (Zefirino), Kwang Soun Kim (Antonio), Alessio Manno (Gelsomino) e Marco Vito Chitti (Primario Psichiatra, figurante). Caloroso, come si è detto, il successo di pubblico.