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Wednesday, June 24, 2026

Carmen - Teatro alla Scala Milano

Foto: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Carmen, il capolavoro di Georges Bizet (1838-1875), che all’Opéra- Comique di Parigi alla première del 3 marzo 1875 fu accolto con un mezzo fiasco, torna al Teatro alla Scala dopo il grande successo dell’edizione che inaugurò la stagione 2009/2010 con la direzione di Daniel Barenboim, la regia di Emma Dante e i ruoli principali affidati a Anita Rachvelishvili al suo debutto, Jonas Kaufmann e Erwin Schrott, spettacolo ripreso alcune volte successivamente con altro cast. La regia della nuova produzione è stata affidata a Damiano Michieletto, (supportato dai suoi validi collaboratori Paolo Fantin per le scene, Carla Teti per i costumi, Alessandro Carletti alle luci e Elisa Zaninotto per la drammaturgia) il quale ha concepito uno spettacolo di notevole intelligenza, drammaticamente coinvolgente e teatralmente vivido. Da ricordare che questo allestimento è una coproduzione con The Royal Opera Covent Garden di Londra (dove ha debuttato due anni fa) e con il Teatro Real di Madrid. Chi si aspettava una rappresentazione di Carmen convenzionale e stereotipata è rimasto deluso. Il regista veneziano ha infatti deliberatamente omesso gli elementi tipici del couleur local, minimizzando la presenza di riferimenti folcloristici spagnoli. Non sono stati inclusi, pertanto, momenti di danze spagnoleggianti, con l’eventuale utilizzo di nacchere o sistri sulla scena, né i consueti gesti ammiccanti o movenze sensuali più o meno esplicite della protagonista. Michieletto ha ambientato la sua Carmen in una sorta di wild west spagnolo, un luogo desolato e assolato negli anni ’70 del secolo scorso. La scenografia, concepita come una piazza (una sorta di plaza de toros sulla quale si svolge la narrazione della vicenda umana dei personaggi), presentava diversi ambienti interni, uno per atto, al fine di agevolare la comprensione immediata della trama. Tra le ambientazioni rappresentate, si annoveravano la stazione di polizia, un locale notturno di provincia non particolarmente lussuoso, una baracca destinata alle attività illecite dei contrabbandieri e, infine, il camerino in cui il torero si preparava per la corrida conclusiva. Ogni scena, grazie all’ausilio di una efficacissima piattaforma girevole, subiva anche trasformazioni, consentendo la rivelazione degli interni e degli esterni dell’ambiente rappresentato. Damiano Michieletto ha affermato che il conflitto principale di Carmen non è da attribuire alla gelosia, bensì all’incapacità di Don José di accettare l’autonomia della protagonista, nonché di emanciparsi dalle dinamiche familiari oppressive, una forma di coercizione culturale rappresentata in scena dalla presenza tangibile della madre. In questo allestimento, e questa rappresenta la novità più significativa, la figura della madre si manifestava fin dall’inizio dell’opera come una presenza reale, silenziosa ma incisiva, configurandosi come la vera antagonista di Carmen.Nella visione registica di Michieletto, Carmen è rappresentata come un individuo solitario, simbolo di libertà ma anche di inevitabile isolamento. Don José, al contrario, viene descritto come un individuo immaturo, la cui propensione all’omicidio è attribuibile a un’infantilismo derivante dall’incapacità di emanciparsi da atavici modelli patriarcali di comportamento. Micaëla è più sfaccettata del consueto, affrancata da quell’immagine di verginella angelicata che spesso le si attribuisce, e sembra assumere il ruolo di vero e proprio strumento nelle mani manipolatrici della madre di Don José. Escamillo pare invece essere, infine, quasi un espediente esterno che aiuta a scatenare la trasgressione e a indirizzare la tragedia. L’intera vicenda del libretto sembra così essere orientata verso il baratro finale fin da quando si ascolta in orchestra il celebre tema del destino, suonato per la prima volta alla fine del Prélude, che dà inizio a un rito fatalistico tragicamente inarrestabile. L’interpretazione contemporanea di Michieletto, pur non essendo convenzionale, si è comunque distinta nettamente da certo Regietheater, ormai ripetitivo e privo di sostanza, dimostrandosi pienamente efficace sul palcoscenico. Ciò è dovuto al fatto che le connotazioni emotive e psicologiche dei personaggi e le loro interazioni non sono stati traditi, anzi! E questa visione contemporanea rende giustizia ad un libretto che ormai spesso ancora oggi viene utilizzato per costruire uno spettacolo soprattutto folcloristico. Michieletto ha realizzato invece uno spettacolo incalzante, avvincente, che recupera la forza dirompente di Carmen, forza dirompente che si é persa nelle anni e che aveva stordito il pubblico dell’epoca. La direzione di Myung-whun Chung ha riscosso un notevole apprezzamento durante questa che era la sua prima prova operistica in qualità di direttore musicale del teatro, pur se l’incarico ufficiale avrà inizio con l’Otello che inaugurerà la prossima stagione. Il direttore coreano si è distinto per la varietà dinamica e agogica del suo approccio. I tempi, spesso tesissimi e ritmicamente irresistibili, si alternavano a momenti di rara poesia davvero seducenti, come testimoniato dall’applauso all’orchestra da parte dello stesso Chung al termine di un Prélude del terzo atto estatico e sognante. In generale Chung ha mostrato una attenzione ai particolari e alla timbrica cogliendo al meglio le sottigliezze della partitura, sapendo però sempre imprimere quella forte teatralità che ben si sposava con la concezione registica. Passando al cast vocale non si può che iniziare da Vittorio Grigolo. Il tenore toscano ha offerto una performance di notevole qualità. Il suo strumento vocale si è dimostrato sicuro, corposo e al contempo duttile. Oltre alla consueta passione e coinvolgimento emotive che caratterizzano le sue interpretazioni, Grigolo ha saputo modulare la linea musicale con un eccellente controllo del fiato, garantendo una dizione chiara e precisa. Dal punto di vista strettamente vocale, il momento culminante della serata è stato rappresentato dall’esecuzione impeccabile de La fleurque tu m’avais jetée, in cui ha saputo esprimere al meglio i tormenti del protagonista senza rinunciare alle qualità intrinseche del proprio stile vocale. La voce di Clémentine Margaine si è contraddistinta per la sua notevole ampiezza e sonorità. La sua interpretazione di Carmen ha presentato una minore sensualità rispetto alle interpretazioni consuete, pur non mancando di una certa aggressività. Il mezzosoprano francese ha mostrato un bel colore vocale brunito, sebbene siano emerse occasionali asprezze, prevalentemente nella zona acuta. Fin dall’inizio dell’opera, la Margaine ha emanato dal proprio canto un’aura di fatalità, sottolineando l’ineluttabilità del proprio destino. Tale caratteristica potrebbe aver contribuito a una minore partecipazione al gioco seduttivo. Convincente anche Natalia Tanasii nel ruolo di Micaëla, un ruolo riletto da Michieletto, come si diceva prima, contro i canoni abituali. Il soprano moldavo si è disimpegnato con musicalità evidenziando una sana voce lirica e un accento volitivo, nei panni quasi goffi da campagnola voluti dal regista. Mentre l’Escamillo di Giorgi Manoshvili, pur cantato con timbrica piena e rotonda e una emissione salda e virile è parso un po’ ingessato. Ottime tutte le parti di fianco, a cominciare dal quartetto dei contrabbandieri, Pierre Doyen Le Dancaire, Loïc Félix Le Remendado, Sarah Dufresne Frasquita e Marine Chagnon Mercedes, per giungere a Simone Del Savio Moralès e Xhieldo Hyseni Zuniga. Solita prova maiuscola del Coro del Teatro alla Scala diretto da Alberto Malazzi e un plauso agli scatenati monelli del Coro di voci bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala diretto da Brunella Clerici.

Monday, February 6, 2023

Gala de arias, dúos y oberturas en Friburgo, Suiza

Fotos: Moreno Gardenghi

Ramón Jacques

En el Aula Magna de la Universidad de Friburgo, en la pequeña pero pintoresca y medieval ciudad de Friburgo, capital del cantón homónimo en Suiza, la agrupación musical más importante de la región; la Orquesta de Cámara de Friburgo (Orchestre de chambre fribourgeois) programó un atractivo y ameno concierto titulado: Dis-moi vénus! (¡dime Venus!) que consistió en arias y dúos de diversos compositores de operetas, en especial de Jacques Offenbach (1819-1880).  El concierto que forma parte de la temporada 2022-2023 de la orquesta se hizo en colaboración con la asociación musical Société des Concerts de Fribourg, que anualmente lleva a esa ciudad a importantes orquestas y solistas.  El evento comenzó con una alegre ejecución de la obertura de La Belle Hélène (la opéra bouffe en tres actos de Offenbach), seguida del aria de Hélène, ”Amours divins!” así como la Invocación de Venus “On me nomme Hélène la blonde” interpretados por la mezzosoprano Marie-Claude Chappuis, artista local, con una reconocida carrera en el ambbito música antigua, quien es también una sobresaliente interprete del repertorio operístico francés, la música de concierto y el lied, quien aportó una voz cálida, tersa y delicada en su interpretación, que supo dar sentido a la emisión de cada palabra. De la opera romántica en tres actos, titulada Monsieur Beaucaire (1919) del compositor francés André Messager (1853-1929) se escuchó el aria “La Rose Rouge” en la voz del tenor francés Loïc Félix interprete que posee un sugestivo y rico timbre lirico, preciso y muy claro en su dicción.  De la misma obra se cantó el dúo entre Mary y Beucaurie “Vouz demandez une rose” en el que se acoplaron bien ambas voces para regalar una emocionante ejecución.  De la opéra comique Véronique (1898), una de las obras menos conocidas de Messager, se escuchó el Dúo de l'escarpolette; y de la opereta Phi-Phi (1918) del compositor franco-suizo Henri Marius Christiné (1867-1941) el tenor divirtió con su actuación y canto de las coplas de Phidias “Ces’t une gamine charmante”.  En una gala de opereta, no podía faltar de piezas de El Murciélago de Johann Strauss, su obertura, así como las coplas de Orlovski en voz de Marie-Claude Chappuis, quien lo hizo con gracia y una voz de tonalidad oscura que sabe adaptar a diversos estilos dandole luminosidad, y de Franz Lehar de Das Land des Lächelns (1929) la conocida aria del tenor Dein ist Mein Ganzes Herz.  Offenbach se hizo presente con las arias y dúos más representativos de:  Belle Lurette (1880), La grande Duchesse de Gérolstein (1876); así como de su opéra bouffe La Périchole (1829) cuya aria Je suis grise en la luminosa voz de la mezzosoprano fue uno de los momentos más celebrados del concierto. La abundante y balanceada selección concluyó con el conocido dueto Lippen schweigen de La Viuda Alegre de Franz Lehár.  Por su parte, la orquesta que estuvo bajo la conducción de su titular el maestro Laurent Gendre creó un buen marco musical, dinámico y  acorde con el espíritu entusiasta de cada una de las partituras escuchadas, mostrando afinidad y entendimiento.






Friday, January 9, 2015

Une affaire domestique : Barbe-Bleue d’Offenbach à l’Opéra de Rennes


Foto: Jef Rabillon

Suzanne Daumann

C’est la période des fêtes : entre fin d’année et carnaval, Angers Nantes Opéra et l’Opéra de Rennes font la fête avec Barbe-Bleue et Jacques Offenbach, avec une production d’Opera Zuid, co-produit aussi avec l’Opéra National de Lorraine. Chez Offenbach, Barbe-Bleue est une espèce de Don Juan aux méthodes quelque peu radicales, son histoire, tout compte fait, tourne autour du mariage et des affaires domestiques. Par conséquent, Waut Koeken la met en scène dans des décors domestiques. Dans la scénographie de Yannick Larrivée, un plan incliné couvre la scène presque en entier et fait tour à tour office de lit dont la literie fleurie évoque champs et prairies, de canapé rouge et de table de cuisine nappée aux carreaux rouges et blancs gigantesque. S’y ajoutent maints détails loufoques et colorés, que ce soit un cadre doré de travers sur le mur de fond, habité par les personnages et situations les plus diverses, des parapluies à pompons qui font office de « palanquin à baldaquin », une télévision d’où sortent et où disparaissent des personnages…L’ambiance est parfaitement offenbachienne : légère sans être facile, encore moins vulgaire. Les costumes sont autant de variations multicolores du thème du linge de nuit, donnant à l’ensemble des allures de pyjama-party. Avec les chorégraphies d’Elsa Baumann, tout part dans un tourbillon irrésistible de chants, danses, gags et rebondissements. L’excellente distribution n’est pas en reste : on court, danse, saute, chevauche des coussins et chante, mine de rien, apparemment sans effort, ces parties difficiles, on caricature et parodie en se donnant à cœur joie sans jamais en faire de trop. Mathias Vidal, ténor, campe un Barbe-Bleue bien vivant, humain, attachant. Son beau timbre clair et naturel le rend parfaitement crédible, et il est évident qu’il maîtrise le bel canto tout autant que les partitions baroques. Tout aussi admirable, pétillante et énergique, la mezzo-soprano au timbre argentin Carine Séchaye dans le rôle de Boulotte.  Boulotte est une jeune paysanne, aux mœurs et au patois bien campagnards, qui se trouve par hasard mariée à Barbe-Bleue. Précédemment, elle était amoureuse du prince Saphir, déguisé en berger, qui aime, de son côté, la bergère Fleurette qui est en réalité la princesse Hermia, fille du roi Bobêche. Au moment où la vraie identité de Fleurette est connue et elle est transportée au château du roi, surgit Popolani, l’alchimiste de Barbe-Bleue, chargé de trouver une nouvelle épouse pour son maître. Il organise alors un tirage au sort : c’est Boulotte qui sera la femme de Barbe-Bleue. Pendant ce temps, le roi Bobèche, interprété en vrai roi d’opérette par le ténor Raphaël Brémard, est jaloux du comte Alvarez qu’il soupçonne d‘être l’amant de la reine Clémentine, et ordonne au comte Oscar de l’exécuter. Flannan Obé, ténor, interprète ce courtisan avec brio con fuoco.  Pour le mariage de la princesse Hermia et le prince Saphir, Barbe-Bleue avait présenté sa nouvelle femme au roi. Or, Boulotte à la cour, c’est un peu Eliza Doolittle à Ascot, patois et mœurs rurales détonnent dans ce cadre guindé et Barbe-Bleue décide qu’il a besoin d’une nouvelle nouvelle épouse sur-le-champ. D’autant plus qu’il est tombé raide amoureux de la fille du roi, Hermia, interprétée tout en charme et innocence, par la soprano Gabrielle Philiponet.  Il charge alors Popolani d’envoyer Boulotte rejoindre ses autres femmes. Pierre Doyen, baryton, est Popolani, et lui donne des airs de savant fou. Fou mais point furieux : Popolani n’a pas tué les femmes de son maître, il leur a donné une potion magique pour les endormir. Dans une finale déchaînée, il s’avère que le comte Oscar a fait de même avec les victimes du roi Bobêche, les amants supposés de son épouse. On assiste alors à un quintuple mariage arrangé, aux noces de la princesse Hermia et du prince Saphir (très comique également Loïc Félix, hystérique en pyjama turquoise) et à la réconciliation de Barbe-Bleue et Boulotte. Laurent Campellone dirige l’Orchestre Symphonique de Bretagne avec tout ce qu’il faut de verve et de tendresse, et fait preuve de son talent d’acteur dans un intermezzo arrosé lors du changement de décor pour le final. Une fête réussie, une coupe de Champagne musical pour ce début d’année : bravi tutti ! À voir au Grand Théâtre d’Angers les 11, 13 et 15 janvier.