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Tuesday, December 19, 2017

Andrea Chénier en el Teatro Colón Buenos Aires

Fotos  Máximo Parpagnoli - Gentileza: Prensa del Teatro Colón.

Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

Buenos Aires, 09/12/2017. Teatro Colón. Umberto Giordano: Andrea Chénier. Ópera en cuatro actos. Libreto de Luigi Illica. Marías Cambiasso, dirección escénica. Emilio Basaldúa, escenografía. Eduardo Caldirola, supervisión de vestuario. Carlos Trunsky, coreografía. Rubén Conde, iluminación. Gustavo López Manzitti (Andrea Chénier), Daniela Tabernig (Maddalena di Coigny), Leonardo Estévez (Carlo Gérard), María Luján Mirabelli (la mulata Bersi), Vanesa Tomas (la condesa de Coigny), Alejandra Malvino (Madelon), Luis Gaeta (Mathieu), Mario De Salvo (Roucher), Gabriel Centeno (Incredibile), Ernesto Bauer (Fleville), Pablo Politzer (el Abate), Alejandro Meerapfel (Dumas), Víctor Castells (Fouquier Tinville y Mayordomo), Alejandro Spies (Schmidt). Orquesta y Coro Estables del Teatro Colón. Director del Coro Estable: Miguel Martínez. Dirección Musical: Mario Perusso.

El Teatro Colón cerró su Temporada 2017 con Andrea Chénier de Giordano de adecuado nivel musical -en el elenco que reseñamos- y con una puesta escénica pobre, atento a la solución de emergencia que las autoridades tuvieron que decidir por la renuncia de quien debía ocuparse de los aspectos visuales a sólo 24 días del estreno. Para los escasos días de preparación la puesta de Matías Cambiasso lució razonable. Resultó muy apegada a las indicaciones escénicas del libreto aunque quizás faltaron más marcaciones actorales para los solistas principales que parecieron librados a su suerte. La funcional escenografía de Emilio Basaldúa dio buen marco abstracto a las escenas. Eduardo Caldirola seleccionó de los archivos del Colón los trajes de época que lucieron en buen estilo. La rutinaria iluminación de Rubén Conde y los pobres movimientos coreográficos trazados por Carlos Trunsky poco aportaron a esta puesta decorosa pero evidentemente de emergencia. 
La concertación del veterano Mario Perusso siempre tuvo el necesario apoyo a los cantantes, sin desbordes y cuidando el balance entre el foso y la orquesta, la versión tuvo las dosis necesarias de sutileza, lirismo y pasión que la partitura demanda. Gustavo López Manzitti compuso un ‘Andrea Chenier’ al cual no le faltó ninguna nota del registro, la voz se escucha en toda la sala sin inconvenientes y los tintes heroicos del personaje están garantizados. Daniela Tabernig es una soprano de bello registro lírico que se atreve a más y que en esta ocasión no sólo no defraudó, sino que brilló en el rol intenso y difícil de ‘Maddalena de Coigny’ que abordaba por primera vez. Leonardo Estévez fue un muy convincente Carlo Gérard que administró con eficacia sus recursos canoros para logar un resultado altamente encomiable. Emocionante Alejandra Malvino y su cuidada interpretación para encarar a la vieja Madelon, bien trabajada tanto en lo vocal como en lo actoral la Bersi de María Luján Mirabelli, un pequeño lujo el veterano Luis Gaeta como Mathieu, sin nada que objetar el Roucher de Mario de Salvo y en perfecto estilo el intrigante Incredibile de Gabriel Centeno mostrando, también, un solvente crecimiento artístico respecto a anteriores oportunidades. Adecuado y profesional el resto del elenco en sus pequeños, así como el Coro Estable que dirige Miguel Martínez.




Tuesday, December 12, 2017

Andrea Chénier torna al Teatro Colon di Buenos Aires

Foto Prensa Teatro Colón / Máximo Parpagnoli
Gustavo Gabriel Otero
Questo dicempre sembra essere il mese di Andrea Chenier con ben sette produzioni diverse in giro per il mondo a condurre alla ghigliottina lo sfortunato poeta e Maddalena di Coigny a Praga, Oviedo, Monaco, Kassel, Budapest, in apertura della stagione della Scala di Milano e in chiusura di quella del Teatro Colón di Buenos Aires. La genesi di questa nuova produzione del Colón ha sofferto una catena sorpendente di cancellazioni e infortuni. Alla rinuncia degli interpreti principali previsti er le recite in abbonamento si è aggiunto l'intempestivo abbandono - a ventiquattro giorni dalla prima - della regista, la cineasta Lucrecia Martel, e dei suoi collaboratori. Nelle due recite straordinarie previste per sabato 9 e martedì 12 dicembre si sono rispettati tanto la direzione musicale quanto il cast annunciati, il che ha determinato un maggior interesse rispetto alla martoriata locandina delle recite abbonamento e il risultato non ha deluso e, anzi, ha superato le aspettative. Gustavo López Manzitti ha offerto un Andrea Chenier al quale non è mancata alcuna nota della tessitura. Intenso e coinvolto fin dal principio, il suo Improvviso ha dato prova della ualità vocale e della costante crescita artistica del tenore argentino. Credibile ed eroico nel secondo atto, si è amalgamato alla perfezione con il soprano, elettrizando poi con "Sì, fui soldato" nel terzo. Nel quarto ha delineato con fraseggio accurato, acuto brillante e intenzioni impeccabili "Come un bel dì di maggio" per poi far espandere nuovamente intensità drammatica e passione nel duetto finale. Daniela Tabernig è un soprano di belle qualità liriche che osa di più e che in questa occasione non solo non ha deluso, ma ha brillato in un ruolo difficile e intenso, che affrontava per la prima volta. Nel primo atto il suo lirismo si è prestato in maniera eccellente a delineare la giovane ingenua e un poco sognatrice Maddalena. Nel secondo si è imposta per la sua grande presenza scenica e una purissima linea di canto; il suo ingresso come donna provata dalle traversie causate dalla Rivoluzione e dalle sue conseguenze ha dimostrato che può, anche, brillare nei ruoli drammatici. Ha dominato nel duetto con Chénier per la cavata potente e l'espressività immacolata. 
Nel terzo e nel quarto, quando il personaggio si evolve in una donna  senza timori, disposta a tutto per il suo grande amore, Tabernig ha mostrato, senza dubbio, il suo valore e la costante evoluzione tecnica, Nell'aria "La mamma morta" ha gestito con intelligenza drammatica il vibrato e gli accenti, ponendo in ogni frase una profondità espressiva che ha convinto e commosso. Infine, si è unita a meraviglia con Chénier per un duetto pieno di travolgente passione in cui entrambi i cantanti non si sono risparmiati e hanno toccato il cuore del pubblico. Leonardo Estévez è stato un Carlo Gérard molto convincente, che ha amministrato con efficacia i suoi mezzi per un risultato altamente encomiabile. Si è presentato con espressività e buon gusto. Nel secondo atto ha saputo distinguersi nel difficile concertato e nel terzo è stato vibrante nell'arringa "Lacrime e sangue", espressivo e vigoroso in "Nemico della Patria", profondamente coinvolto nel resto dell'opera. Emozionante Alejandra Malvino con il rifinito sentimento che ha conferito alla vecchia Madelon, ben sviluppata nel canto e nella recitazione la Bersi di María Luján Mirabelli, un piccolo lusso il veterano Luis Gaeta come Mathieu, senza pecche il Roucher di Mario de Salvo e stilisticamente perfetto l'intrigante Incredibile di Gabriel Centeno mostrando, parimenti, un'efficace crescita artistica rispetto a precedenti occasioni. Adeguato e professionale il resto del cast, così come il Coro Estable diretto da Miguel Martínez. La concertazione del veterano Mario Perusso ha sempre offerto il necessario appoggio ai cantanti, senza eccessi e cusì da conferire alla partitura tutte le dosi necessarie di sottigliezza, lirismo e passione. Per i pochi giorni di preparazione, la messa in scena di Matías Cambiasso è parsa logica e attinente alle indicazioni del libretto, sebbene mancasse forse una maggior definizione attoriale per i solisti, che parevano lasciati al loro destino. La scenografia funzionale di Emilio Basaldúa è stata una buona cornice astratta mentre i costumi, evidentemente scelti dall'archivio, da Eduardo Caldirola, hanno rispettato lo stile. Le luci di routine di Rubén Conde e i poveri movimenti coreografici di  Carlos Trunsky non hanno aggiunto molto.

Sunday, October 18, 2015

Estaba la Madre de Bacalov en Buenos Aires

Foto gentileza equipo de prensa del CCK

Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

CCK, Sala ‘La Ballena Azul’, 9 de octubre de 2015. Ciclo de conciertos de la Orquesta Sinfónica Nacional: Estaba la Madre de Luis Bacalov. Ópera en un acto, libreto de Carlos Sasano, Sergio Bardotti y Luis Bacalov. Versión semi-montada. Carlos Branca, dirección escénica, diseño escénico y coreográfico. Sergio Massa, vestuario. Paula Almerares (Sara), Cecilia Díaz (Juana), Alejandra Malvino (Ángela), Fernando Grassi (1er. General), Mario De Salvo (2do. General), Leonardo Estévez (3er. General), Alejandro Meerapfel (Narrador), Martín Caltabiano (Rabino), Gustavo Gibert (Obispo), Ricardo González Dorrego (voz de hombre), Eleonora Sancho (voz de mujer). Compañía Nacional de Danza Contemporánea. Orquesta Sinfónica Nacional y Coro Polifónico Nacional. Director del Coro: Darío Marchese. Dirección Musical: Luis Bacalov.

Estaba la madre, la ópera de Luis Bacalov fue comisionada por la Ópera de Roma, con la intención de celebrar la Pascua con un Stabat Mater, estrenándose en abril de 2004 en la sala del Teatro Nazionale. Entre otras ocasiones la obra se representó en 2005 en Roma, en 2007 en la ciudad de La Plata, en carácter de estreno argentino, y en el Festival de Emilia Romagna en 2009. Estaba la madre se estructura en un acto con prólogo y epílogo y siete escenas breves. Narra las historias de cuatro madres de desaparecidos (las personas que consideradas opositoras políticas fueron asesinadas por el gobierno militar que ocupó el poder entre 1976 y 1983), un término tristemente célebre incorporado al lenguaje político por la Argentina. La ópera toma parte de ese horror vivido décadas atrás y se centra en el drama de las madres que han perdido sus hijos y en la lucha posterior para obtener información y justicia. La primera es Sara, modista de origen judío, madre de Samuel, estudiante sin antecedentes judiciales ni militancia política. La segunda es Juana, maestra rural, madre de  Horacio, perito agrónomo desaparecido desde febrero de 1977. Le sigue Ángela, obrera textil, madre de Pablo, cura obrero en un barrio pobre suburbano. La última madre no tiene nombre ni historia, no canta ni habla, sólo recibe en sus brazos el cuerpo muerto de su hija, una sindicalista asesinada mientras el coro y las tres madres entonan el ‘Stabat Mater’ laico que da nombre a la obra. La música compuesta por Luis Bacalov tiene una duración aproximada de ochenta minutos, evoca la música de Buenos aires a través de un eclecticismo que transita desde la tonalidad manifiesta hasta el atonalismo declarado, incorporando solos de bandoneón, evidentes referencias al tango y alguna reminiscencia de ritmos folclóricos. El texto de Carlos Sassano, Sergio Bardotti y el propio Luis Bacalov es breve, sintético, con diálogos cortos y de carácter oratorial. No hay un progreso dramático sino que se muestran las cuatro historias de las madres más algunos frescos sobre las actitudes de los militares en un efecto teatral profundo. La versión semi-escénica presentada acentúa ese carácter oratorial. Carlos Branca a cargo de los aspectos visuales recurrió al vestuario de época diseñado oportunamente para el estreno en el Teatro Argentino de la ciudad de La Plata (provincia de Buenos Aires) por Sergio Massa y utilizó con inteligencia los distintos espacios de una sala destinada a conciertos como es ‘la ballena azul’ del Centro Cultural del Ex - Palacio de Correos de Buenos Aires. Así ubico a la orquesta en el fondo del escenario y por delante unas gradas que dejaban un semi-círculo vacío en el cual se desarrollaron la mayoría de las acciones. En el primer piso se ubicó el Coro y en el segundo -donde está el gran órgano- a los tres generales. Branca hizo de las dificultades para presentar una ópera, que tiene la sala, virtudes. Así la versión tuvo impacto y a la vez cercanía. Luis Bacalov logró un muy buen rendimiento por parte de la Orquesta Sinfónica Nacional. Por su misma estructura oratorial no hay personajes que tengan un protagonismo mayor y por cierto la labor de conjunto resultó ajustada y brillante.
Se destacaron especialmente Cecilia Díaz (Juana) y Alejandra Malvino (Ángela) por profesionalismo, línea de canto, verosimilitud y credibilidad. No desentonó Paula Almerares como Sara un rol escrito originalmente para mezzosoprano y aquí interpretado por una soprano. De los roles masculinos se destacó por belleza vocal y línea de canto Alejandro Meerapfel (narrador). Mientras que amalgamados y creíbles resultaron los tres generales interpretados Fernando Grassi, Mario De Salvo y Leonardo Estévez. Correcto el resto del elenco en sus breves intervenciones El Coro Polifónico Nacional fue el puntal de la versión con una labor destacable por la perfección de su canto amalgamado y potente, en una obra donde los números corales son muchos y la presencia del coro importantísima.


Sunday, June 7, 2015

Carmen en el Teatro Argentino de la Plata, Argentina

Fotos: Perez de Eulate / Guillermo Genitti - Teatro Argentino

Dr. Alberto Leal

Estrenada el 3 de marzo de 1875 en la Opéra-Comique no fue originalmente bien recibida por el público. Sin dudas, su argumento, liderado por una mujer que vive de una forma muy alejada a la moral de la época y termina asesinada por un soldado devenido en desertor y delincuente, desconcertó al público. Ocurrió lo mismo  con la versión presentada en el Teatro Argentino de La Plata, con Dirección escénica de Valeria Ambrosio, pero obviamente por otros motivos. Muy bien dirigida por el Maestro Tulio Gagliardo, cuidando siempre el balance entre foso y escenario, con gran respuesta por parte de la orquesta y gran trabajo vocal de ambos Coros, aunque desaprovechados teatralmente, esto alcanzó para brindar – a duras penas – una correcta función de Carmen. Antes a adentrarnos en la función, es lógico reconocer que el trabajo de Ambrosio, con respecto a la convocatoria de público, está dando sus frutos. La fórmula es simple pero tiene garantía de funcionamiento. Títulos populares, bajos precios – muy bajos – de las entradas justifican el cambio. Y para los que amamos el medio nada más placentero que ver un teatro lleno como estaba el Argentino el domingo. Por otro lado el edificio – exterior e interiormente- continúa deteriorándose a pasos agigantados. Da pena ver tanta destrucción en un teatro relativamente nuevo. La suciedad exterior y el abandono interior son cada vez más notables y no veo solución a corto plazo. Y volvamos a nuestra descolorida Carmen. Luego de su Tosca del año anterior y la presente Carmen es fácil concluir que la Sra. Anbrosio poco tiene para aportar al mundo de la ópera. No creo que se sienta cómoda en este terreno y lo que ha aportado es un leve make-up, nada más. En esta ocasión integró algunos pocos elementos de la comedia musical – que ese si debe ser su fuerte – pero no gravitaron para nada en el resultado final ni aliviaron el marcado aburrimiento del primer acto. Se usó la versión opéra-comique , con diálogos , pero severamente cortados. Con nulas marcaciones para el coro y solo algunas puntuales para los solistas, esta Carmen navegó gracias al respaldo musical y, en alguna medida, vocal. Lograda la simple escenografía de los dos primeros actos, triste la del tercero y kitsch la del último acto, coronado con un cuadro de una mujer desnuda con las banderillas clavadas en su espalda….al mismo tiempo que se proyectaba el hashtag #NiUnaMenos! (René Diviú). El feo vestuario, con variaciones de tiempo y lugar sin razón alguna, con ambos coros vestidos como si hubieron llegado así de sus casas y los soldados con trajes del “Ejercito de Liberación”, camuflados…no tiene coherencia ni explicación alguna y no ayudan a la representación. No parece existir aquí una idea clara de que se buscaba. (Valeria Ambrosio). 
Correcta iluminación de Willy Landin. Adriana Mastrángelo pareció no moverse aquí con la comodidad que lo hizo en la puesta de Marcelo Lombardero. Su altura y su tipo físico la apartan de la figura de Carmen. Pero cantó con su hermoso timbre, siempre afinada, con buena línea de canto y, por momentos sexy. Ella y Sebastián Sorrarain ( Dancairo) fueron claramente los dos que mostraron mejor dicción francesa. En algunos momentos de los 3 primeros actos fue poco audible (por lo menos desde mi butaca 5ta fila de Platea Alta). Pareció guardar su voz para el último y exigente acto, donde se la escuchó con muy buen volumen,  vibrante, con  gran entrega, generando un magnífico dúo con Enrique Folger (Don José). Es notable que ninguna de sus arias fuera aplaudida. Folger, en uno de sus papeles más logrados, volvió a mostrar su hermoso timbre, su notable volumen, gran temperamento y condiciones de actor. Por lejos lo mejor de la función. Así lo entendió el público premiándolo con una ovación luego de su aria y siendo el más aplaudido en su salida final. El “ES” Don José. En algunos momentos podría pedírsele un canto algo mas matizado, pero es tanta su entrega, tanta la emoción que logra generar, sobre todo en una función notablemente aburrida, que cada una de sus salidas levantaban considerablemente el nivel de la misma. Bravo. Leonardo Estévez (Escamillo) no mostró diferencias con la versión de Lombardero. Agudos forzados, tirantes, voz despareja. Aunque tiene la presencia adecuada, Escamillo no parece ser un rol de los adecuados para sus condiciones vocales. María Bugallo (Micaela) cantó con musicalidad y correcta línea de canto, aunque su voz es demasiado ligera para el rol. A pesar de ello se la escuchó toda la función sin problema alguno, en parte a su timbre rico en armónicos. El cuarteto de contrabandistas – Victoria Gaeta – Rocío Arbizu – Patricio Oliveira y Sebastián Sorrarain – cumplieron una excelente actuación. Sorrarain, que hizo del Dancairo su papel fetiche, ya que lo ha cantado en la mayoría de las representaciones de Carmen de los últimos años, da una clase que como aprovechar al máximo un rol comprimario y convertirlo en un personaje de importancia en la trama. Muy buenos trabajos de Sebastián Angulegui (Morales), Walter Schwarz (Zuñiga) Y Fernando Alvar Nuñez ( Lilas Pastia). El trabajo de Alejandro Ibarra, brinda una coreografía que se destaca particularmente en los interludios donde los “Alter ego” de los protagonistas anticipan la acción siguiente, pero mas allá de lo estético poco aportan a la acción. Logrará amigarse alguna vez con la Opera la Sra. Ambrosio?

Thursday, November 17, 2011

Fedra - Ópera comisionada por el Teatro Colón

Fotos: Teatro Colon de Buenos Aires
 
Christian Lauria
 
FEDRA Ópera comisionada por el Teatro Colón. Música de Mario Perusso , Compositor residente del Teatro Colón. Libreto de Marcelo Perusso. Estreno Mundial. ELENCO FEDRA Alejandra Malvino HIPÓLITO Marcelo Puente. TESEO Leonardo Estévez. LA NODRIZA Haydee Dabusti  ARICIA Daniela Tabernig SELENE Florencia Machado HÉCATE Alicia Alduncín TERÁMENES Gustavo Feulien ORQUESTA ESTABLE DEL TEATRO COLÓN Director: Mtro. Mario Perusso. Director de escena, escenografía y vestuario: Marcelo Perusso Coreografía: Guillermina Tarsi. Iluminación: Rubén Conde Función del 26 de Octubre de 2011, Teatro Colón de Buenos Aires
 
BUENAS NUEVAS Asistir a un estreno mundial es siempre un acontecimiento y más aún si se trata de una ópera argentina. La creación lírica nacional resulta siempre una rareza y debe luchar con las prevenciones de un público remiso a valorar lo propio y a Teatros que por lo menos resultan en exceso cautos a la hora de programar títulos de nuestros creadores. Las razones pueden ser diversas y no faltarán quienes cuestionen hasta dónde es posible la creación de óperas “nacionales” o al menos hasta dónde llega ese calificativo. Por mucho tiempo se asoció lo nacional sólo a piezas de inspiración folklórica y se condenó a un segundo orden a aquellas que presentaran una orientación más internacionalista considerándolas meros remedos, demasiado cercanas a corrientes ajenas a nuestra identidad. Marechal solía decir que el Arte argentino habría alcanzado su madurez cuando fuera capaz de mostrar algo tan internacional como una rosa pero haciéndolo como sólo un argentino pudiera hacerlo, con una mirada así de propia, así de única. Pareciera que el Maestro Perusso ha seguido por esa senda al recurrir para su última creación lírica a una de las historias míticas más conocidas y más consustanciadas con la cultura de occidente, la historia de Fedra. Esta mujer y su tragedia nos remite ineludiblemente a la Grecia antigua que le dio origen, pero también a las miradas que sobre ella nos brindaron los franceses, de Racine en adelante, y los italianos, por sólo citar dos casos. Pocos personajes mitológicos llegaron a nosotros a través de un prisma tan cosmopolita y tal vez ese cosmopolitismo sea una de las características más propias de los argentinos. De allí que hablar de Fedra es hablar del personaje en una ubicación espacio temporal precisa, pero también es una manera de hablar de nosotros mismos y del hombre y la mujer en general rodeados de sus dramas y agonías. La obra que subió al escenario del Colón tiene diversos aciertos partiendo de una lograda estructura dramática, no siempre acompañada por el texto que en algunos puntos se vuelve demasiado retórico, pero que sabe generar una progresión de la acción que se desarrolla sin fisuras y nos lleva a una conclusión no por previsible menos estremecedora.
A este basamento literario el Mtro. Perusso supo nutrirlo con una partitura que resulta interesante en general y espléndida en varias de sus escenas clave. Sin caer en el atonalismo pleno, el compositor sabe moverse con una libertad que, sin embargo, no desdibuja la esencia de la concepción musical. La modernidad del planteo no es un dogma sino un medio. No rehuye los momentos líricos como tampoco las pinceladas expresionistas. Sabe lograr que la música cobre un protagonismo revelador en escenas donde se vuelve la cronista de los sentimientos y sensaciones de los personajes más allá del texto (algo así como lo que nos planteaba Wagner ) y si un reparo pudiera hacérsele es que ese nivel de logro no siempre se mantenga a la misma altura. La puesta que hemos apreciada resultó en todo sentido inspirada. No hubo detalle sin tener en cuenta y cada elemento utilizado se puso al servicio del todo con tal nivel de belleza y coherencia que no podemos menos que decir: Bravo! La escenografía estupendamente iluminada creó el ámbito referencial propicio para el desarrollo de la acción lo mismo que el vestuario que, sin pretender recreaciones historicistas optó por aludir y acentuar la modernidad de los clásicos que no pierden vigencia. Otro acierto fue la coreografía que se lució en algunas escenas e intermedios. En lo referente a los cantantes hemos visto un aceitado trabajo en equipo para una obra que presenta parejas exigencias a protagonistas y co-protagonistas los que supieron estar a la altura de las dificultades y salieron airosos del desafío. Alejandra Malvino creó una Fedra deslumbrante, plena de una dramaticidad que fue in crescendo conforme se desarrolló el drama al que sirvió con una voz rica, pareja en todo el registro, de clara dicción y segura emisión. Inolvidables su escena final del I° Acto, la escena con Aricia en el II° Acto y el monólogo final que cierra la obra. El Hipólito de Marcelo Puente fue interpretado con acierto y cantado con una voz que superó una tesitura que se vuelve por momentos cruel. Su limpio fraseo, su caudal y su timbre resultaron armas de buen cuño para darle carnadura al héroe. Haydee Dabusti interpretó una nodriza interesantísima. Segura en los agudos, incisiva en la lectura del texto, con una voz que corre sin fisuras y una vena dramática cada vez más refinada. Su presencia fue sinónimo de calidad. En el rol de Teseo, Leonardo Estévez mostró sus méritos y supo sacar provecho a escenas que corren el riesgo de volverse anodinas si no se las trabaja a conciencia. Daniela Tabernig lució en Aricia su espléndido timbre, su registro parejo, su línea llena de matices y se confirmó una vez más como una de nuestras mejores sopranos. Muy bien Florencia Machado y Alicia Alduncín como Selene y Hécate, y otro tanto puede decirse de Gustavo Feulien. La Orquesta Estable tuvo una noche digna de sus méritos y respondió a la dirección del compositor con eficiencia y talento. Un nuevo título se suma al patrimonio musical argentino, un elenco de artistas nacionales de primerísimo nivel que merecen un lugar cada vez más destacado y un reconocimiento acorde a sus méritos, una puesta que hizo gala de buen gusto… Comprenderás lector que tengamos esperanzas en nuestro arte ante tantas buenas nuevas…





Sunday, March 20, 2011

Carmen de Bizet de Buenos Aires Lírica

Fotos: Liliana Morsia.
Dr. Alberto Leal.

Buenos Aires Lírica decidió iniciar tu temporada anual con una de las obras más populares del repertorio operístico, CARMEN. Estrenada el 3 de marzo de 1875 en la Opéra-Comique no fue originalmente bien recibida por el público. Sin dudas, su argumento, liderado por una mujer que vive de una forma muy alejada a la moral de la época y termina asesinada por un soldado devenido en desertor y delincuente, desconcertó al público. Este hecho afectó mucho a Bizet, quien muere tres meses después del estreno sumido en una profunda amargura. Nunca el maestro pudo imaginar que con el tiempo la música de Carmen sería una de las más reconocidas – incluso por público neófito – de todos los tiempos. No lejos de esta realidad estuvo Tchaikovsky opinando que sería "la ópera más popular del mundo". Una orquestación colorida y rica y una historia fuerte y pasional hacen que Carmen sea siempre bienvenida. Pero también entraña un desafío y un gran esfuerzo, y desde ese punto de vista es muy valiosa la decisión de Buenos Aires Lírica y más aún presentarla con los diálogos originales y con el espíritu que Bizet la imaginó para la Opéra-Comique. Aunque en lo personal prefiero las óperas representadas en la época original, acepto con agrado cuando se realizan cambios y los mismos se mantienen coherentes através de toda la representación, sin traicionar el espíritu del autor. Marcelo Lombardero planteó la acción en época actual, sin que se resintiera el planteo dramático y dándole algunas connotaciones de absoluta actualidad. Sin dudas el haber elegido la versión con los diálogos originales y no la habitual, con los recitativos de Ernest Giraud, ayudó en gran forma, haciéndola más liviana y con más posibilidades de generar algunos momentos jocosos. Carmen es una mujer libre, en todo sentido y padece violencia de género por parte de Don José. Este tema – desgraciadamente de total actualidad – fue la base de la puesta de Lombardero. Culminado la misma con una escena estremecedora donde, fichas policiales de mujeres golpeadas, se sobreponen a la filmación de una corrida de toros. El ambiente fue todo lo sórdido que se corresponde con el drama y – aunque esta vez con bailarines de hip-hop (excelentes) – la trama nunca perdió fuerza dramática. Dentro del contexto elegido, la escenografía, el vestuario y la iluminación fueron totalmente coherentes a la idea original, acentuando el clima hostil y sórdido. Pero para ser totalmente creíble esta puesta se necesitaban verdaderos cantantes – actores, y por suerte allí estuvieron.
Adriana Mastrángelo, con un imponente físico, más asimilable a una modelo que a una cantante de ópera, y totalmente contrario a la descripción de Merimée, brindó un trabajo consagratorio. Cantó con su hermoso timbre de voz, buen volumen, totalmente en estilo y creó un personaje de irresistible sensualidad. Sus cualidades vocales y sobre todo físicas fueron favorecidas por el tipo de puesta elegida. El tenor Martín Muehle fue la revelación de esta versión. Posee una excelente voz muy rica en armónicos y gran volumen. Tiene un temperamento adecuado con gran capacidad dramática y generó un excelente Don José.
Es un cantante para tener en cuenta para el futuro, no solo por Buenos Aires Lírica. Puede ser un valor muy positivo para cualquiera de los teatros de Buenos Aires. Oriana Favaro posee una exquisita voz de soprano lírica, brindó la pureza necesaria a su personaje. Sin dudas será un excelente valor a corto tiempo. En lo personal creo que todavía debe seguir trabajando. Cantó muy bien su aria pero no supo darle un cierre adecuado. Una gran promesa. Escamillo parece no ser el papel más adecuado para Leonardo Estévez. Canto de mayor a menor y con un resultado general claramente mediocre. Voz despareja, emisión poco clara, problemas técnicos notables. Es un cantante apto para otros papeles pero el toreador parece quedarle grande en este momento. El cuarteto de contrabandistas cantó y actuó con total solvencia. Esta versión le da más posibilidades actorales y tanto Sebastián Sorarrain como Santiago Bürgui supieron sacar claramente partido de la misma. Correcto el resto del elenco. Alejo Pérez dirigió la orquesta con excelentes tiempos, siempre en estilo y cuidando la relación foso - escenario. Un párrafo aparte merece el logrado preludio del tercer acto.  El coro de Buenos Aires Lírica tuvo una buena actuación, sobresaliendo el sector femenino. Igualmente fue positiva la prestación del Coro de Niños del Teatro Argentino. Una Carmen distinta, testimonial, exponiendo una problemática actual sin dejar de lado a Bizet, una Carmen con indudables valores individuales que debe ser vista, con total independencia de la época en que transcurre y a la cual es necesario ir con la mente abierta.