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Monday, March 30, 2015

Una bella opera poco rappresentata! Il Turco in Italia, Teatro Regio Torino

Foto: Ramella&Gianesse - Teatro Regio Torino

Renzo Bellardone

Al teatro Regio di Torino, nella stagione 2014-2015, l’opera ‘Il Turco in Italia’ viene riproposta in chiave onirica  con la regia di  Christopher Alden e con le scenografie non accattivanti realizzate da  Andrew Liebermann. Il tutto si svolge in un contenitore che vagamente ricorda mosaici turchi con sempre sulla scena la polena della nave, simbolo dell’arrivo e partenza del turco, una linea di neon ed un siparietto di velluto verde che sale e scende quasi come in avanspettacolo. L’ambientazione non è di facile intuizione, mentre risultano  particolarmente simpatici i cambi si scena e di costume “in diretta” sul palco ed i travestimenti del coro maschile, oltre agli spostamenti manuali di arredi e degli elementi di scena. Anche i costumi non hanno entusiasmato. Decisamente bravi i cantanti, anche nel movimentare il palcoscenico. Ottima la direzione allegra e divertita di Daniele Rustioni che ha riversato la giovanile effervescenza nello spartito rossiniano, riproponendolo con una lettura approfondita  e ricca, ben accolta dall’orchestra che ha saputo trasmettere il vigore e gli scintillii del rigo stesso amplificati dalla bacchetta. Il prezioso coro del Regio diretto da Claudio Fenoglio,   è risultato anche divertente coprotagonista sul palco, con gags e travestimenti del coro maschile con coloratissimi e trasparenti abiti femminili. Nella recita di domenica 15 marzo, Don Narciso è stato impersonato dal giovane  Edgardo Rocha che, ben calato nel ruolo,  ha espresso il personaggio con voce chiara e ferma. Il turco Selim ha trovato in Carlo Lepore un ottimo interprete dalla voce profonda  ed amabile, impreziosita da un chiaro fraseggio, valorizzato dalla padronanza della scena oltre che dal bel timbro ed i bei colori. Cantante ‘tutto buffo’ di provata bravura è Paolo Bordogna: qui in Don Geronio, si è presentato  ancora una volta  quale  eccellente baritono  che padroneggia talmente bene l’emissione da cantare arrampicato sulla polena della nave e precipitare con un capitombolo studiato.  Nino Machaidze è stata la capricciosa donna Fiorilla che più che fedele al marito è ben attratta dal nuovo, dallo sconosciuto, quindi dal turco; il soprano ha cantato con voce squillante e carica interpretativa. Il poeta Prosdocimo, in scena ancor prima dell’inizio, all’ouverture e poi per tutta l’opera, è alla ricerca di ispirazione che alla fin trova nelle vicende di amori, certezze ed indecisioni che costruiscono la trama: risulta interessante interprete Simone Del Savio che con naturalezza è entrato nella parte ed ha cantato con bel timbro. Samantha Korbey ed Enrico Iviglia hanno fatto ottima coppia: la Korbey-Zaida-  ha una bella voce ricca di colori che ha offerto con grinta; Iviglia – Albazar- ha trasformato il personaggio con atleticità e simpatia imprimendo alla sua aria ‘Ah sarebbe troppo dolce’ una carica musicale e vitale tale, da renderla protagonista. Nella recita del 21 marzo si sono nuovamente apprezzate la possente brunita vocalità di Carlo Lepore nei panni di Selim, la Korbey in Zaida ed Enrico Iviglia sia per la limpidezza della voce che per la danzante interpretazione. Barbara Bargnesi, sicura nel ruolo di Fiorilla è risultata molto gradevole per la bella emissione ferma e vellutata con colori amabilmente dolci ed arrotondati  sia nell’aria che nelle agilità. Marco Filippo Romano ha sfoggiato forte carica comica associata alla voce profonda, calda  e sicura, decisamente convincente,  interessante e di spicco.  Vincenzo Taormina, nella regia di Alden e nel ruolo di Prosdocimo, risulta  più regista che poeta ed assiste a tutta l’opera permanendo  sempre in scena: interprete  con spiccate doti attoriali oltre che vocali, che sa ben usare lo suadente strumento per arrotondare e porgere gradevolmente.Il maestro Luca Brancaleon al fortepiano è stato una presenza importante ed efficace alla buona riuscita dell’opera. La Musica vince sempre.

Thursday, May 8, 2014

Los Pescadores de Perlas de Bizet en Módena

Foto: Teatro Comunale di Modena

Renzo Bellardone

Para vivir y sobrevivir entre las olas de la intemperie a las la vida inevitablemente nos enfrenta, el género humano necesita de fantasía, de ilusiones imaginarias, de historias imposibles pero con final feliz. Los Pescadores de Perlas se insertan justamente en esas paredes mentales que se cierran para ofrecer una vía de evasión y un ilusorio mundo fantástico, y entre mitos y fantasía en una difícil realidad es como se desarrolla la trama de la ópera de Georges Bizet.  El texto no es particularmente lirico, pero en compensación, la partitura es increíblemente bella y rica de tonalidades poéticas y dolorosas vibraciones La lectura que fue conservada en su totalidad en la puesta escénica de fin siècle para abrirse a un nuevo mundo. Patrick Fournillier propuso una lectura armoniosa, lineal y homogénea, siguiendo la filosofía madre de la ópera. La puesta en escena de Giorgio Ricchelli fue simple y eficaz a través de insertar algunos elementos escénicos distintivos y claramente individuales. La dirección de Fabio Sparvoli creó movimientos fieles a la idea primaria de la ópera distinguiendo la vida real de la imaginaria. El ballet dirigido por Annarita Pascualli fue sobre la misma longitud de onda con movimientos de danzas tribales y una sinuosidad soñadora en el imaginario colectivo. Filológicos y ricos fueron los vestuarios de Alessandra Torella. Martino Faggiani fue el director del protagonista coro del Teatro Regio de Parma, apreciado en otras producciones como Payasos, tanto por su claridad coral como por la búsqueda de coloridas emociones. Muy bello fue el dueto y el terceto de llenaron de estrellas la línea y el claro fraseo de los intérpretes. Frescos y envueltos los intérpretes, infundieron delicadeza y vigor a los sentimientos de amor, casi fraterno, y a las pasiones de sentimientos, y de carne a la traición y al perdón que caracterizan la obra. En Módena el personaje de Nadir fue encomendado al joven tenor mexicano Jesús León quien ofreció una prueba de calidad, apreciada por un público que tiene la voz de Pavarotti en el corazón.  En particular en el aria “Je crois entendre” el resultado fue límpido, diamantino logrando a infundir gran sentimiento participativo y comunicativo. Leila fue interpretada por Nino Machaidze con limpio y rotundo cuerpo vocal, con interesante dúctil agilidad y segura y brillante emisión sobre una grata homogeneidad linear. Luca dall’Amico fue el bajo que dio voz al sacerdote Nourabad, que no es muy larga pero lo suficiente para externar profundidad en su timbre. Zurga fue el imponente (en físico y voz) Vincenzo Taormina quien realizó el papel con gran atención vocal y prestancia de actoral. El grato color bronceado de su voz se redondeó en los momentos de tierno sentimiento y delineó autoridad en la escena de celos. Fuerte presencia escénica que encontró exaltación al final cuando se encontró solo sobre el escenario, rico por el perdón concedido. ¡La música vence siempre!

Thursday, April 17, 2014

Les Pecheurs de Perles (I pescatori di perle) di Bizet - Teatro Comunale di Modena

Foto: Teatro Comunale di Modena

Renzo Bellardone

Il genere umano per vivere e sopravvivere tra i flutti delle intemperie che la vita inevitabilmente propone e necessita  di fantasia, di immaginarie illusioni, di storie impossibili , ma dal lieto fine. “Le pecheurs des perles” va ad inserirsi proprio in quegli anfratti mentali che si schiudono per offrire una via di evasione, un illusorio mondo fantastico… ed è appunto tra miti e fantasia e faticose realtà che  si snoda la vicenda narrata nell’opera di George Bizet. Il testo non è particolarmente lirico, ma in compenso la partitura è incredibilmente bella e  ricca di sfumature poetiche e vibrazioni accorate. La lettura che è stata conservata  nel complesso dell’allestimento è quella da fin siècle per aprirsi ad un nuovo mondo. Patrick Fournillier propone infatti una lettura armoniosa, lineare ed omogenea, seguendo la filosofia madre dell’opera. La messa in scena curata da Giorgio Ricchelli è semplice  ma efficace attraverso  l’inserimento degli elementi scenici distintivi e chiaramente individuabili. La regia di Fabio Sparvoli crea  movimenti fedeli all’idea primaria dell’opera distinguendo la vita reale da quella immaginaria. Il balletto diretto da Annarita Pasculli è sulla stessa lunghezza d’onda con movenze da danza tribale o sinuosità sognate  nell’immaginario collettivo. Filologici  e ricchi i costumi di Alessandra Torella. Martino Faggiani è il bravo direttore del coro del Teatro Regio di Parma, protagonista  apprezzato anche in altre recenti produzioni quali  “I  Pagliacci”,  sia per limpidezza  corale che per la ricerca di sfumate emozioni. Molto belli i duetti ed il terzetto che costellano il rigo ed apprezzato il chiaro fraseggio degli interpreti. Freschi e coinvolti gli interpreti infondo delicatezza  o vigore nei vari sentimenti di amore quasi fraterno, passione di sentimenti e di carne, , vendetta e perdono che caratterizzano l’opera.  Nelle rappresentazioni modenesi il ruolo di Nadir è affidato al giovane tenore messicano Jesus Leon  che ha offerto una prova di qualità, apprezzata da un  pubblico che ha ancora nel cuore la voce di Pavarotti. In particolare  nell’aria “Je crois entende” è risultato limpido e diamantino, riuscendo  ad infondere gran sentimento partecipativo e comunicativo. Leila è stata interpretata da Nino Machaidze con limpidezza e corposa rotondità vocale; interessanti le duttili agilità e l’emissione sicura e brillante, su un velluto di lineare omogeneità. Luca dall’Amico è il basso che da voce al sacerdote Nourabad: la parte non è certamente estesa ma sufficiente per esternare  profondità timbrica . Zurga è stato  interpretato dall’imponente (sia nel fisico che nella voce) Vincenzo Taormina  che ha realizzato il ruolo con grande attenzione vocale e prestanza attoriale; il bel colore brunito della voce si è arrotondato nei momenti di tenero sentimento, ha delineato l’autorevolezza del capo  ed abilmente irrobustito nelle scene di gelosia.  Forte presenza scenica che trova esaltazione  al finale quando resta solo sul palco, ricco del perdono concesso. La Musica vince sempre!

Saturday, February 15, 2014

Firenze, Maggio Musicale 2014. Puccini, Madama Butterfly.

Foto: Maggio Musicale Fiorentino
 
Massimo Crispi
 
La vicenda della farfalla collezionata e trafitta dallo yankee vagabondo che usa e getta tutto ciò che trova intorno a sé ha fatto centro anche stavolta. L’allestimento del Maggio Musicale Fiorentino, preso in prestito dal Teatro Comunale di Bologna, curato dal regista Fabio Ceresa, con scene di Giada Tiana Claudia Abiendi e funzionali e discreti costumi di Massimo Carlotto, e, soprattutto, le sapienti luci di Pamela Cantatore, ha fatto rivivere il dramma solipsistico di questa moglie-bambina orientale inizio secolo, così ben esposto da Illica e Giacosa e reso immortale dalla musica di Puccini. Le scene erano davvero essenziali ed efficaci: la casa a soffietto di Cio-Cio-San delimitata da bambù laccati, rossi come il sangue, che nel secondo atto diventavano una barriera contro l’ostile mondo esterno, dopo il ripudio familiare; il giardino semplicemente immaginato; un sistema di pedane su acqua anch’essa immaginaria; elementi scenici che si assottigliano sempre più fino a svanire completamente nell’ultimo atto, lasciando tutti i personaggi nel vuoto più assoluto, colle loro solitudini e i loro drammi personali. Momenti magici sia visivamente che musicalmente. Efficace, durante il coro a bocca chiusa, il sogno di Cio-Cio-San, che anela un impossibile ritorno del marito al letto coniugale, in un atteggiamento affettuoso che non si sarebbe mai più verificato ma che lei, ormai diciottenne vissuta per tre anni nel mito solitario della moglie americana, ormai totalmente estranea in casa propria, coccola nella sua mente infantile e avulsa dalla realtà. Bella idea registica. Bravissima Fiorenza Cedolins nel ruolo principale, con drammaticità vocale e gestuale ormai consolidate e sicure, con passaggi commoventi nella sua aria e in “Tu, piccolo Iddio”, con una maternità sofferta e conscia a poco a poco del tragico epilogo scritto nel suo karma. Peccato ogni tanto per qualche caduta d’intonazione, ma abbiamo apprezzato filati assai belli e incantati. Buon partner vocale è risultato Stefano Secco, F.B. Pinkerton, dalla chiarissima dizione e dai bei suoni, riportandoci quasi a vocalità alla Di Stefano a cui non eravamo più abituati. L’umanissimo e toccante console Sharpless di Vincenzo Taormina è stata una gradevole sorpresa, con un sapiente uso delle mezze voci e una recitazione assai chiara. L’affetto quasi paterno del console davanti alla totale cecità di Cio-Cio-San, pur dettata dall’amore incondizionato, il disprezzo per la superficialità di Pinkerton, le estreme decisioni che non spettavano a lui, ma sui cui Sharpless stesso avrebbe forse volentieri influito, erano così ben espressi come quasi mai si riesce ad apprezzare. Buona la Suzuki di Enkelejda Shkosa così come il resto del cast. Il coro del Maggio, ça va sans dire, sempre ottimo, curato da Lorenzo Fratini, ha espresso tutta l’incanto del coro a bocca chiusa, pagina che è diventata il leitmotiv sia dell’opera sia un tema sviluppato anche nella canzone commerciale italiana del XX secolo: Tornerai (1936) di Olivieri-Rastelli. Per dire quanto la musica di Puccini abbia influenzato composizioni future. Ottima la concertazione di Juraj Valciuha, che ha diretto un’orchestra in piena forma e un palcoscenico che lo ha seguito senza indugi.

Madama Butterfly de Giacomo Puccini - Firenze, Maggio Musicale 2014


Foto: Maggio Musicale Fiorentino
 
Massimo Crispi
La historia de la mariposa coleccionada y agujereada por el yankee vagabundo, que utiliza y tira a la basura todo lo que encuentra, ganó esa vez también. La puesta en escena del Maggio Musicale Fiorentino, viniendo del Teatro Comunale de Bologna, cuidado por el regista Fabio Ceresa, con escenas de Giada Tiana Claudia Abiendi y funcional y discreto vestuario de Massimo Carlotto, y, sobre todo, la apropiada iluminación de Pamela Cantatore, nos hizo vivir otra ves el drama solipsista de esa mujer-niña oriental del inicio del siglo XX, tan bien contado por Illica y Giacosa y hecho inmortal por la música de Puccini. Las escenas eran de verdad muy esenciales y eficaces: la casa “a soffietto” de Cio-Cio-San limitada por bambús lacados rojos sangre, que en el segundo acto se volvían en barrera cerrada contra el mundo exterior, ahora ya hostil después del repudio familiar de la mujer; el jardín simplemente imaginado; un sistema de pasajes sobre agua, esa también imaginaria; elementos escénicos que disminuyen poco a poco desapareciendo totalmente en el ultimo acto, dejando todos los personajes en la nada, con sus propias amargas y personales soledades. Momentos mágicos visivamente y musicalmente. Eficaz, durante el coro “a bocca chiusa”, el sueño de Cio-Cio-San, anhelando una imposible vuelta de su marido a la cama conyugal, en una actitud con cariños que nunca mas podía ocurrir otra vez pues que ella, mujer con diez y ocho años, ahora ya totalmente extraña en su propia casa, viviendo en el mito de la mujer americana, imagina en su pequeña cabeza infantil y lejana de la realidad. Buena idea dramática. Magnifica estuvo Fiorenza Cedolins en el papel principal, desplegando dramaticidad vocal e gestual ya seguras y solidas, con conmovedores pasajes en su aria y en “Tu, piccolo Iddio”, mostrando una maternidad sufrida pues consciente que un trágico epilogo ya estaba escrito en su karma. Lastima por unas pocas faltas de afinación, de vez en cuando, pero apreciamos mucho sus “filatos” encantadores.  Buen partner vocal resultó Stefano Secco, F.B. Pinkerton, con clarísima dicción y agradables sonidos, casi resucitando memorias a la manera de Di Stefano que ya no estamos mas acostumbrados. Fue una grata sorpresa el humano y tocante cónsul Sharpless de Vincenzo Taormina, que utilizó con sabiduría sus mezzavoces y una recitación muy clara. El cariño casi paternal del cónsul delante la total ceguera de Cio-Cio-San, aun causada por su amor sin condiciones, el desprecio por la superficialidad de Pinkerton, las extremas decisiones de las que él no era responsable pues que él mismo hubiera voluntariamente influenciado,  eran tan bien exprimidos esa vez como casi nunca es difícil apreciar. Buena la Suzuki de Enkelejda Shkosa así como el resto del reparto.  El coro del Maggio, ça va sans dire, siempre optimo, cuidado por Lorenzo Fratini, expresó todo el encanto del “coro a bocca chiusa”, pagina que se ha vuelto el leitmotiv sea de la opera sea un tema utilizado también en la canción comercial italiana del siglo XX: Tornerai (1936) de Olivieri-Rastelli. Para decir cuanta influencia tuvo la música de Puccini en las composiciones sucesivas de otros autores. Muy buena y elegante fue la concertación de Juraj Valciuha, dirigiendo una orquesta del Maggio en buena forma y un escenario que lo segundó sin vacilaciones.

Tuesday, January 31, 2012

Florencia. Teatro del Maggio Musicale. Inauguración de la temporada 2012: Gioachino Rossini “Il Viaggio a Reims”.

Foto: Maggio Musicale Fiorentino

Leonardo Monteverdi

No se puede decir que las escenas de Italo Grassi no fuesen bien hechas o que no se lucieran agradables: era una estructura arquitectónica bastante bella, muy geométrica, estilo IKEA si se permite la comparación, con su esquina comedor, el gimnasio, también piscina interior, que lujo!, decorada con un mapa azul de la Unión Europea actual. No se puede decir que los vestuarios de Maurizio Millenotti fuesen feos, al contrario eran muy elegantes y bien confeccionados, y le quedaban bien a todos, también a los que no tenían físico de modelo. Quizás le pediría de hacer uno para mi, como yo tampoco tengo físico de modelo… La iluminación de Marco Filibeck enriqueció escenas y vestuario de una manera fría y destacada, casi evidenciando la inmovilidad de la situación, de los gestos y caracteres.  La partitura, además, era sublime, una de las mas bellas de Rossini.  Tampoco se puede decir que los artistas no estuviesen en buen nivel, casi todos, pues si consideramos la dificultad de los papeles, eran buenos, o que al final, la orquesta dirigida por Daniele Rustioni tocara mal, ni es posible que una orquesta tan buena como la del Maggio pueda tocar mal…  Pero de vez en cuando pasa que aunque todas las cosas sean singularmente buenas, no se combinen como uno esperara y no se alcanzara el resultado. La magia del teatro, su alquimia, es tan compleja y necesita unos ingredientes más y unas condiciones particulares para que se realice. Si no todas cosas aparecen separadas.

Claro, hay que decir que al libreto de esta opera, de Luigi Balocchi, no ayuda una realización escénica donde no ocurre nada: damas y caballeros, burgueses y nobles, artistas, de todas las nacionalidades de Europa, se encuentran en un hotel termal esperando partir el día siguiente para ir a la coronación de Carlos X en Reims, pero no hay caballos para el viaje y solo podrán cambiar sus planes yendo a las fiestas posteriores en Paris, todos huéspedes de la Contessa de Folleville. Todo, en esta edición, fue desplazado a un siglo XX impreciso, pues mas en la secunda mitad que en la primera, si tenemos que dar por bueno el mapa de la UE, pero con un vestuario retro. A nivel de la acción no pasa nada si no la presentación de cada personaje con su aria, acompañada de vez en cuando por instrumentos solistas como el arpa (la valiosa Susanna Bertuccioli) y una flauta (fluida y elegante, Guy Eshed). Batallas amorosas entre amantes es lo único que ocurre en un hotel termal, un poco como los personajes del Gran Hermano, al fondo todas figuras inútiles que solo pueden ser objeto de periodismo de basura y nada mas… La condesa se apartó con el barón al jardín mientras su marido, celoso como Otelo, siempre la controlaba, y se daban charlas y charlas y más charlas...

Aquí está el problema del director de escena: ¿Cómo pueden actuar esos personajes por tres horas? Las elecciones de Marco Gandini, sus ideas, no aparecieron tan funcionales como quizás eran sus intenciones, que además no estaban tampoco expresadas en las notas del programa: solo se hablaba de referencias históricas y nada de su realización. Un abuso de la piscina en el escenario (quizás porque una vez que la construyeron habia que utilizarla…) con gente bañándose, jugando, buceando etc.  Al final resultó repetitivo, pesado y aburrido. Ni el aburrimiento desapareció cuando llegaron los payasos, porque al final, toda esa movida molestaba sin añadir nada. Ni hablamos de los enormes balones-estandartes - ¿símbolos? de las naciones que en ese hotel se encontraban -  que los clowns lanzaban por todos lados, por demasiado tiempo, también flotando en la piscina… ni hablaremos de la multitud de masajistas, atletas, nadadores, camareros y camareras, todos guapos como los en el Gran Hermano… Pero entre los personajes no parecía haber una complicidad, todos eran como mónadas  autónomos, sin autenticas interacciones, solo unas pocas. Se puede decir ¿una “zeffirellata” con mucho balasto? La ambientación siglo XX pudo haber sido mas interesante si se hubiera situado poco antes de la primera guerra mundial, al final del mundo a menudo acolchonado y fatuo de la Belle Époque, cargada de sentido, la época donde desaparecieron desmoronándose la  paz y el progreso que se creían alcanzados e inmutables, quizás osando añadir un final no escrito por Rossini, porque, como Gandini justamente señaló en el programa, la opera de celebración de Rossini hoy dice poco.  Así todo era puramente estético, pero tampoco en ese hotel había unos juegos de sociedad, así por variar, excepto lo que estaba en la partitura, las imitaciones de los himnos nacionales cantados por los mismos personajes, un poco naif… Un poco de aburrimiento, o, como se dice en Florencia: sabe a poco. Del punto de vista musical fueran apreciadas muchas voces, excelentes, también para las dificultades técnicas de todos papeles, sin excepción.
Sobre todos emergieron Michele Pertusi, Lord Sidney, elegantísimo, cuya voz siempre perfecta solo se puede elogiarse y Marianna Pizzolato, cuya Marchesa Melibea parecía su habito desde siempre, con coloraturas acrobáticas en una voz cálida y nunca forzada, siendo hoy una mezzosoprano punto de referencia por Rossini. El tenor chino Yijie Shi sorprendió por su desenvoltura vocal y declamatoria, una voz muy bien cuidada y, más apreciable, una impecable pronunciación italiana y una consciencia prosódica que tampoco algunos artistas italianos poseen. Solo escénicamente de vez en cuando parecía un poco raro… pero no sabemos si era por órdenes del director. Inevitable su baño en la piscina… que aburrimiento. Discreta fue Eva Mei, Madama Cortese, aunque su personaje estuvo penalizado por su constante silla de ruedas (¿tuvo un accidente y no lo sabíamos? De todas formas mejor que esa silla la empujaba un figurante. Mejor que haciendolo por si misma y desconcentrando del canto) pues siempre soltando como perlas sus sobreagudos diamantinos. Expresivo como siempre fue Bruno Praticò, un cómico barón Trombonok, y creíble fue Don Profondo de Marco Camastra, remplazando a un enfermo Bruno de Simone. Auxiliadora Toledano, Corinna, cantó bien su primera aria detrás del escenario, pero no mantuvo el nivel de dirección del sonido en la escena, aunque fuera muy desenvuelta actriz.

El tenor Lawrence Brownlee, Libenskof, mostró una de envidiable coloratura, pero su sonido pareció pálido y sin orientación en el resto de la voz,  acompañando casi todas notas con vibraciones de su cuerpo, que raro. Vincenzo Taormina, Don Alvaro, muy ceñido en su traje altanero, ofreció una vocalidad apreciable sin ser inolvidable. Leah Partridge, Contessa di Folleville, cantó sin duda todas sus notas y con buena voz pero poco había de rossiniano en su canto: su lectura del mundo de Rossini parecía solo hecho en la superficie, o poco mas bajo, mientras había mucho que profundizar el carácter parodista y grotesco de su personaje, aun solo vocalmente. Pero Partridge actuó convincentemente, ayudada por una bella figura y con una cierta verve, aun si en el complejo quizás no era idónea a un primer reparto para un teatro como lo es el Maggio. Rustioni, en su debut a los 28 años, dirigió la opera sacando quizás un sonido unas veces demasiado uniforme y eso no ayudó a una variedad en la escena, no extrajo todos los colores requeridos usualmente por Rossini a sus interpretes. En unos momentos, como en el acrobático dúo de Melibea-Libenskof de la segunda parte, todo parecía reducido casi a un paroxismo vocal por causa de la rapidez elegida, mientras los dos artistas desgranaban agilidades sobrehumanas, chapeau! Pero al final hubiera sido quizás mas oportuna una mayor diferenciación de la orquesta, que hubiera ayudado a la puesta en escena, muy estática por si misma, comprimida por una escenografía invariable y anodina y una dramaturgia inmóvil primeramente. Optimo el coro de Piero Monti y discretos los artistas comprimarios. La hipercinesia afectaba de vez en cuando también el fortepiano en los recitativos, Andrea Severi tocando demasiadas notas. Tibio éxito y unos disentimientos por el director de escena de la parte del público.