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Friday, May 5, 2023

Lucia di Lammermoor - Teatro alla Scala Milano

Foto:Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Riccardo Chailly ci teneva molto a questa Lucia. Inizialmente prevista per l’inaugurazione della stagione 2020/21, poi annullata a causa della pandemia, Lucia di Lammermoor di Donizetti finalmente viene recuperata e Chailly torna sul podio firmando una Lucia oserei definire storica. Chailly si rifà alla edizione critica di Gabriele Dotto e Roger Parker eseguita integralmente con la presenza di nuove battute e la riapertura dei tagli di tradizione che hanno frequentemente costellato la partitura privandola spesso di continuità drammatica. Forse la più celebre manomissione avvenne proprio alla première del 26 settembre 1735 al San Carlo di Napoli, quando il suonatore della glassarmonica, l’armonica a bicchieri che Donizetti con una geniale intuizione coloristica aveva previsto per accompagnare la scena della pazzia, diede forfait costringendo il compositore bergamasco a ripiegare sull’uso del flauto. In seguito furono tagliate intere scene (o parti di esse), come quella di Raimondo nel secondo atto, o la cosiddetta scena della torre tra Edgardo ed Enrico nel terzo. Stavolta alla Scala abbiamo potuto finalmente ascoltare tutto ciò che era stato previsto da Donizetti. Solitamente il nome del direttore d’orchestra Riccardo Chailly non viene associato al repertorio belcantistico. E quindi la sorpresa è stata ancora maggiore per quanto riguarda l'esito musicale. L’attenta cura dei timbri orchestrali e la notevole capacità nel creare atmosfere fiabesche, brumose, incantate, con un tocco di romanticismo nordico, unite al lavoro di concertazione minuzioso e precisissimo, hanno portato ad un risultato di forte compattezza e suggestione facendo ritrovare alle memorabili pagine donizettiane quella teatralità che spesso è stata tralasciata privilegiandone i soli valori vocali. Chailly ha utilizzato l’orchestra come voce interiore plasmando i luoghi dell’opera, e riuscendo a sottolineare al meglio le interazioni tra i personaggi, mai limitandosi al solo accompagnamento delle voci, ma anzi valorizzando i valori intrinsechi della partitura. Una grande direzione che ci ha fatto scoprire una Lucia del tutto nuova. Yannis Kokkos, regista, scenografo e costumista di questo nuovo allestimento, ha confezionato uno spettacolo lineare ed elegante, perfettamente in linea con l’idea di valorizzare la drammaturgia dell’opera, che ha puntato sulla sobrietà della recitazione facendo respirare la musica ed evitando di riempire il palcoscenico di controscene o di ricorrere ad altri movimenti distraenti. Che dire infine del cast? Eccezionale! A cominciare da Lisette Oropesa, una Lucia dalla voce emozionante, espressiva, tecnicamente perfetta, saldissima nell’intonazione e a proprio agio nella coloratura. Una Lucia credibile anche come attrice. La scena della pazzia, con il fondamentale recupero della glassarmonica (che per dovere di cronaca era già stata utilizzata alla Scala nel 2006 da Roberto Abbado), è stata la vetta di una interpretazione che più volte ha entusiasmato facendo venire in mente le interpreti storiche del ruolo. Juan Diego Florez ha sfoderato la sua innata musicalità, la sua classe e raffinatezza tratteggiando un Edgardo più eroico che romantico. Florez è da decenni il campione della musica rossiniana e questo retaggio lo si è percepito nella ricercatezza e meticolosità dell’emissione vocale. Qui in Donizetti a volte si è notata una parziale mancanza di peso vocale, ma il tenore peruviano l’ha ampiamente compensata avvalendosi di una linea di canto sostenuta da un fraseggio sempre accurato, una dizione esemplare e dalla solita spavalderia nel registro acuto. Il baritono russo Boris Pinkhasovich ha interpretato con slancio e tormento il ruolo di Enrico, mostrando timbrica chiara e facilità in alto, mentre il Raimondo di Michele Pertusi è piaciuto per brunitura timbrica, sicurezza d’accento, persuasività e presenza scenica. Completavano il cast in modo idoneo Michele Pertusi  (Arturo), Giorgio Misseri (Normanno) e Valentina Pluzhnikova (Alisa). Infine, il Coro del Teatro alla Scala diretto da Valentina Pluzhnikova ha saputo cogliere al meglio i diversi stati d’animo di cui è pervasa la partitura cantando con timbrica omogenea e precisione.



Sunday, November 2, 2014

La Favorite en Salzburgo

Foto: /Salzburger Festspiele/Marco Borrelli
Luis Gutiérrez
Confieso que para mí la ópera es un dramma per musica en el que una obra literaria escrita para representarse en escena se une a la música como medio de expresión. Esta forma artística une a mis bellas artes favoritas literatura y música (aunque a veces no son de la máxima calidad), con otras como la pintura, la arquitectura y hoy en día el video. Podríamos definir la ópera como El espectáculo sin límites, como las titulaba la televisión mexicana cuando las transmitía en vivo desde el Palacio de Bellas Artes. Ahora bien ir a un concierto con música operística, comparable a una sinfonía concertante, implica desprenderse casi totalmente del aspecto dramático aunque, en ocasiones, el uso de la voz pueda hacer que el drama “se percibe”. Declaro abyectamente que una de las pocas razones por las que voy a una “ópera en concierto” es para admirar la belleza vocal y física de Elīna Garanča. Si además la acompañan Juan Diego Flórez, Ludovic Tézier y Carlo Colombara la tentación se hace insoportable. No puedo escribir una reseña amplia, pero sí puedo decir que  la Léonor de Guzman de la Garanča fue impresionante. Fue dramáticamente convincente al cantar el número principal de la ópera, que me perdonen los tenores, “Ô mon Fernand!” –por fortuna está grabado en su disco The best of Elīna Garanča. Es cierto que Juan Diego Flórez también brilló al canta el aria “Ange si pur, que dans un songe”, que el barítono Ludovic Tézier fue un varonil y amenazador Alphonse XI y que Carlo Colombara al interpretar a Balthazar demostró que hay pocos bajos verdianos como él al cantar bellamente sus notas sepulcrales. Pocas casas o festivales son capaces de reunir esta pléyade, a la que se unieron cantantes de la talla de Eva Liebau como Inès y David Portillo como Don Gaspar. Roberto Abbado dirigió la Orquesta de la Radio de Múnich y el Coro Philarmonia de Viena con simpatía hacia los solistas. Al final, salí del Festpielhaus de muy buen humor pues asistí a un muy buen concierto y pude ver y oír a quien creo es la prima donna assoluta de nuestros días, Elīna Garanča. Perdón Anna.

Monday, September 10, 2012

Rossini Opera Festival 2012

Quest’anno il Rossini Opera Festival di Pesaro ha presentato due nuove produzioni (Ciro in Babilonia e Il Signor Bruschino), un riallestimento (Matilde di Shabran) e il consueto Viaggio a Reims curato dall’Accademia Rossiniana. Ciro in Babilonia giungeva, anzi, per la prima volta assoluta sul palcoscenico del Rof, opera di argomento biblico, drammaturgicamente forse un po’ scontata, ma musicalmente assai interessante. Composta nel periodo delle farse giovanili, ebbe la sua première a Ferrara durante la Quaresima del 1812 non riuscendo mai ad entrare stabilmente in repertorio. Anche le riprese moderne sono state piuttosto rare. La responsabilità del Rossini Opera Festival era, quindi, evidente. Il regista Davide Livermore rifacendosi ai primi kolossal di inizio Novecento sistemava il pubblico del Teatro Rossini in una vera e propria sala cinematografica. I personaggi, con i visi incorniciati da barbe posticce, e che indossavano gli splendidi costumi disegnati Gianluca Falaschi caratterizzati da ampie tuniche mosse da motivi geometrici in bianco e nero, enfatizzavano così la recitazione proprio sullo stile del cinema muto, mentre sullo sfondo la proiezione di immagini sbiadite e tremolanti, alternate alle caratteristiche didascalie, completavano la scena. L’estroso regista torinese prevedeva anche la presenza di figuranti in palcoscenico a rappresentare il pubblico del cinematografo che commentava, emozionandosi al prosieguo della vicenda del «film» che si svolgeva sotto i propri occhi. Insomma, una gran bella idea sviluppata con estrema coerenza e un po’ di ironia. Molto apprezzata anche la parte musicale dello spettacolo guidata da una Ewa Podles, nel ruolo del titolo, ancora in grado di entusiasmare il pubblico con quel suo timbro «antico», di grana grossa, ma caldo e battagliero nonostante la carenza di omogeneità nel registro più grave (comunque elettrizzante) e qualche difficoltà nei fiati. Jessica Pratt, nei panni della sposa Amira, ha realizzato un capolavoro di tecnica e finezza. La purezza dell’emissione, l’intraprendenza nella coloratura e la indubbia maturità interpretativa la pongono oggi ai vertici del panorama belcantistico internazionale. L’ardente Michael Spyres ha donato la sua voce da baritenore al «cattivo» dell’opera, il crudele Baldassarre, con una emissione omogenea in tutta la gamma e una manifesta facilità nell’affrontare il canto più virtuosistico senza perdere in peso vocale. Buone anche le parti di fianco, lo Zambri di Mirco Palazzi, l’Argene di Carmen Romeu, l’Arbace di Robert Macpherson e il sonoro Daniello di Raffaele Costantini. Il Coro e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretti con precisione e proprietà stilistica da Will Crutchfield hanno dato, infine, il loro prezioso contributo alla notevole riuscita della serata.

Musicalmente, il nuovo Bruschino, si è retto quasi completamente sulle spalle di Carlo Lepore e di Roberto De Candia, due vecchie volpi del canto rossiniano. Il primo ha donato la sue voce rotonda e ben timbrata (buone risonanze nel grave) al buffo Gaudenzio, mentre il secondo, in scena con una ridicola gamba ingessata, caratterizzava con una dizione perfetta al meglio le smanie e le eccentricità di Bruschino padre. Più uniforme, seppur corretta, la prova di David Alegret nei panni dell’innamorato Florville, mentre Sofia era impersonata dall’evanescente Maria Aleida, dotata di interessanti sovracuti, ma un po’ troppo flebile nel registro medio-grave. Daniele Rustioni ha guidato l’Orchestra Sinfonica G. Rossini con precisione, ma senza molta fantasia. L’allestimento, curato dal Teatro Sotterraneo, ambientava la farsa in una immaginaria Rossiniland, terra in cui i turisti venivano accompagnati alla scoperta delle meraviglie rossiniane. Ma nonostante l’impianto scenico divertente (sul palco oltre alla locanda «Da Filiberto» c’erano anche un distributore automatico di bibite, un negozio di souvenir, una mappa con le indicazioni per trovare la Gazza Ladra, il Gugliemo Tell o il Barbiere di Siviglia, una toilette...) la prova registica non è parsa completamente riuscita a causa di una serie di gags vecchio stile e un po’ scontate, in un ritmo narrativo complessivo privo di verve.

Grandi ovazioni, invece, per la ripresa della Matilde di Shabran, l’opera che quindici anni fa aveva lanciato Juan Diego Florez tra le stelle del canto rossiniano, e che ancora oggi è strettamente legata alla sua carriera. Florez, ancora una volta, ha incantato il pubblico per la perfezione del suo canto in uno dei ruoli tenorili, il bisbetico Corradino, più impervi e faticosi del repertorio: ha saputo essere spavaldo e tenero, prepotente e sognante, in un vero tour de force pirotecnico di emozioni. Olga Peretyatko è stata all’altezza nel difficile compito di rivaleggiare con un interprete di tal raffinatezza, e la sua Matilde è piaciuta per bellezza timbrica, sicurezza nelle agilità e brillantezza. Nei sovracuti, invece, il soprano russo ha palesato qualche difficoltà. Di grande temperamento e ardimentosa, anche se non sempre vocalmente a fuoco in alto, la prova di Anna Goryachova nel ruolo en travesti di Edoardo, ed esilarante l’Isidoro di Paolo Bordogna, fermo negli acuti e simpaticissimo. Debordante Nicola Alaimo (Aliprando), seppur con qualche forzatura nel registro superiore, e sicuro Simon Orfila come Ginardo. Insomma, un cast di alto livello completato dall’eccezionale direzione di Michele Mariotti a capo dei complessi del Teatro Comunale di Bologna. Mariotti ha diretto con fantasia inesauribile, galvanizzando l’orchestra con gesto preciso e intenso. E così anche un semplice accompagnamento con lui poteva acquistare un insolito motivo di interesse. L’ormai classico spettacolo di Mario Martone, costruito intelligentemente attorno ad una grande scala a chiocciola girevole al cui vertice, incombente ma invisibile, sta il castello di Corradino, è stato registrato dai tecnici della DECCA e troverà prossimamente la via del DVD.

In conclusione, ecco il Viaggio a Reims del giovani cantanti dell’Accademia con la semplice, ma efficace regia di Emilio Sagi, allestito ormai da più di un decennio e palestra per i futuri interpreti rossiniani. Nella prima parte dello spettacolo, ambientato in un «centro benessere», in palcoscenico c’erano solo sedie a sdraio disposte una accanto all’altra, mentre nella seconda a ravvivare la scena trovavamo una fila sospesa di luci accese per la festa imminente. Da sottolineare la coerenza stilistica di tutto il cast nel quale emergeva il Don Profondo di Davide Luciano, già maturo vocalmente e dal punto di vista attoriale e pronto per affrontare esperienze più importanti. E’ piaciuta anche la vocalità sana di Filippo Fontana anche se per propria inclinazione la parte buffa di Trombonok non gli si addiceva molto. Di bel timbro e tecnicamente salda la Corinna di Ilona Mataradze e vocalmente esuberante la Melibea di Raffaella Lupinacci. Elegante e ben timbrato nei centri, ma in difficoltà in zona acuta, il Lord Sidney di Baurzhan Anderzhanov mentre un po’ discontinua seppur dotata di ampia estensione la Contessa Folleville di Hulkar Sabirova, e espansivo il Belfiore di Davide Giusti. Corretta, infine, la prova orchestrale affidata alla bacchetta di Pietro Lombardi.





Tuesday, August 21, 2012

Matilde di Shabran - Rossini Opera Festival


Foto Studio Amati Bacciardi

Renzo Bellardone

ROSSINI  OPERA  FESTIVAL  2012 Adriatic Arena - Venerdì 17 agosto MATILDE DI SHABRAN. Direttore- Michele Mariotti. Regia- Mario Martone. Costumi- Ursula Patzak Scene - Sergio Tramonti. Progetto Luci- Pasquale Mari. Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna. Maestro del Coro- Lorenzo Fratini. Matilde di Shabran- Olga Peretyatko, Edoardo- Anna Goryachova. Raimondo López- Marco Filippo Romano Corradino- Juan Diego Florez. Ginardo- Simon Orfila. Aliprando- Nicola Alaimo Isidoro- Paolo Bordogna. Contessa d'Arco- Chiara Chialli. Egoldo- Giorgio Misseri. Rodrigo- Luca Visani
Un ambiente buio e tetro,come buia e tetra è  l'atmosfera creata dal padrone di casa,Corradino: la scena si componeessenzialmente di due scale concentriche che ruotando come il soleintorno alla terra nel sistema solare, creando diverse ambientazionie configurazioni che visualizzano  l'imponente scala padronale, lavia di fuga, e forse anche una gigantesca  chiave di violino. Sergio Tramonti ha colto nel segno con la sobria eleganza  che il progetto luci di Pasquale Mari ha raffinatamente essenzializzato. Mario Martone ha diretto il palcoscenico con fedele lettura e con occhio ironico. Sul podio, a dirigere l'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna il giovane talentuoso Michele Mariotti che con grande ispirazione e ricercaha diretto entusiasmando sia il pubblico che la buca fin dallasinfonia iniziale prima dolcissima e poi ricca di movimenti. Il Coro -sempre del Comunale di Bologna- è stato diretto dal maestro Lorenzo Fratiniche sa ricavare belle atmosfere e gradevoli vocalità. Il cast di tutta eccellenza, già sulla carta crea fremente attesa, immediatamente confermata e superata dalla realtà del palcoscenico. Nel ruolo del titolo  Olga Peretyatko, duttile e con colorazioni vivide e fresche che estende in virtuosistiche agilità; ben duetta con il grande Juan Diego Florez che da un'interpretazione di Corradino stilisticamente ineccepibile con brillantezza di emissione e puntuali colori confermando il suo essere interprete di riferimento. Corradino, burbero da sempre,  lascia che  il suo cuor di ferro venga tramutato in un cuore innamorato gestito dalle abili scaltrezze femminine, che ricordano l'altro personaggio rossiniano, Rosina...Una Voce poco fa.... Anna Goryachiova è Edoardo: voce piena ed ambrata dai bei riflessi solari. Si muove con piglio deciso, interpretando con sentimento partecipato chiaramente evidenziato attraverso l'emissione.
Il basso Simon Orfila è il torriere  Ginardo: presenza scenica e timbro pieno dalle bellerotondità e colorazioni sta molto in scena, creando addirittura unascenetta esilarante col basso Paolo Bordogna: indossate tendedi scena mimeranno con  un girotondo i corteggiamenti di Matilde a Corradino. Bordogna, molto amato al Rof, offre sempre prestazioni dagrande attore buffo e da grande cantante lirico, come in quest'operadove poetastro da quattro soldi -Isidoro- cerca di ingraziarsi iricchi cantando  loro le lodi e le gesta in un napoletano colorato:voce robusta  e ben dosata viene modulata con tecnica consolidata edefficace. Marco Filippo Romano è il giovane basso che si sta sempre più affermando per la sua vocepotente, il fraseggio chiaro ed i colori scuri che impreziosiscono il bel timbro qui riservato al personaggio di Raimondo Lopez. Aliprando il dottore,rivive attraverso Nicola Alaimo che vivacemente  arricchiscela scena con imponente presenza ed imponenete voce definita nelregistro  basso ricca di sfumature e colorature.  La stizzosa Contessa d'Arco prende vita con la limpida voce di Chiara Chialli  chesi estende in agilità colorate. Apprezzabili  anche le prestazioni di Giorgio Misseri e Luca Visani. La Musica vince sempre.

Monday, September 21, 2009

Zelmira- Rossini Opera Festival, Pesaro


Foto: Alex Esposito, Kate Aldrich, Gregory Kunde
Credito: Studio Amati Bacciardi- Rossini Opera Festival

Giosetta Guerra

L’opera che ha aperto il R.O. F. 2009, Zelmira nella versione parigina del 1826 (anno di nascita del tenore Tiberini) in cui Rossini aggiunse un rondó finale per far brillare la protagonista Giuditta Pasta. Nell’Adriatic Arena rinnovata ed ampliata, dove l’opera è stata allestita, l’ascolto musicale è stato un po’ inficiato da un certo eco o riverbero dei suoni. La direzione musicale di Roberto Abbado, alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, rispetta la descrittività della bellissima musica, che aderisce alle situazioni, per cui la sentiamo ritmata e brillante sotto l’aria di Antenore “Che vidi amici”, drammatica nella presentazione del vecchio Polidoro e poi morbida nell’incontro del vecchio con la figlia Zelmira, in crescendo nel terzetto Polidoro-Zelmira-Emma, cadenzata e leggera nel coro dei guerrieri “S‘intessano gli allori”, troppo presente nella cavatina di Ilo “Terra amica”, molto espressiva con fremiti d’orchestra che a volte tace per lasciare scoperto il dialogo nel duetto Ilo-Zelmira “A che quei tronchi accenti?”, frizzante o piena di delicatezze, con la scansione ritmica e i tempi dilatati dell’accompagnamento bandistico dei funerali nell’ingresso dei sacerdoti al tempio, delicatissima nel patetico duettino dell’addio della madre al figlioletto “Perché mi guardi e piangi” con la voce dell’arpa e dell’oboe, gloriosa per l’incoronazione di Antenore, col ghigno di Rigoletto nel tentato omicidio di Ilo, delicata (con arpa e fiati) nell’aria di Emma “Ciel pietoso”, triste nella pagina orchestrale (con arcate dei violoncelli che ricordano il Don Carlo e pizzicati dei violini per gli sbalzi vocali) nel recitativo di Ilo “A che difendi una sleale”, piangente sotto la disperazione di Zelmira nel recitativo “Chi sciolse i lacci miei?”, agitata nel Finale secondo. L’edizione di quest’anno va ricordata più per l’aspetto vocale che per quello scenico. Tenori come Gregory Kunde e Juan Diego Flórez hanno sviscerato i vari aspetti del belcantismo rossiniano con una padronanza ed una precisione da manuale. Il baritenore Gregory Kunde esordisce con voce bella e sicura in ogni registro, in grado di lanciarsi in acuti e sovracuti decisi e luminosi (“Che vidi! Amici!”), acuti la cui bellezza viene inficiata da un’emissione basata sulla forza e non sulla flessibilità nell’aria “Mentre qual fera ingorda”, ma poi tutto procede a meraviglia, l’impeto vocale s’interseca col canto di sbalzo e Kunde brilla per classe, padronanza scenica, stile di canto, dizione chiara, squillo e volume vocale. Il tenore Juan Diego Florez, belcantista doc, tiene un canto morbido e calibrato, ma anche infiorettato di abbellimenti, di strepitose scale ascendenti e di impennate acute (cavatina “Terra amica”), ha soavità d’accento e di emissione rivolgendosi alla sposa nel duetto molto aereo e nel contempo sbalzato e virtuosistico “A che quei tronchi accenti?”, duetto che diventa un concertato con l’aggiunta del coro. Strepitoso in tutto il suo splendore di funambolo e di amoroso nel recitativo “A che difendi una sleale” e nel duetto molto sbalzato con Polidoro “In estasi di gioia”, per la naturalezza d’emissione e la facilità di toccare tutti i registri. La cantante americana Kate Aldrich (Zelmira) è una virtuosa che si esprime con intensità nei momenti lirici. La voce è indefinibile, può essere di mezzosoprano acuto o di bel soprano con gravi densi e acuti svettanti e pieni (recitativo con Polidoro “Ma m’illude il desio”), il suono è denso anche nel patetico recitativo “Emma fedel” e morbido del dettino “Perché mi guardi e piangi” che è quasi una nenia rivolta al figlio, nel recitativo “Chi sciolse i lacci miei?” esce la voce robusta estesa e vibrante del mezzosoprano coi centri bruniti Nel terzetto Zelmira-Polidoro-Emma “Soave conforto”, accanto ai gorgheggi della Aldrich, svetta Marianna Pizzolato (Emma), un bravo mezzosoprano dal suono pieno e corposo che fa leva sulla morbidezza del canto, modula bene e fa uso della messa di voce nella delicata aria “Ciel pietoso”, ma nella cabaletta gli acuti sono un po’ gridati. Mirco Palazzi (Leucippo), di ottima presenza vocale e scenica, esibisce voce di basso dal bel colore, ampia e robusta, dal suono denso e corposo. Il basso Alex Esposito (il vecchio Polidoro dall’aspetto cadaverico, calvo, barba bianca e poveramente vestito con un lungo pastrano marrone) ha un ruolo abbastanza difficile, perché richiede grandi sbalzi dall’acuto al grave. La sua voce, estesa e flessibile, grazie ad un preciso stile di canto, si piega a morbidezze, s’impenna in slanci drammatici e sostiene lunghi fiati (cavatina “Ah! Già trascorse il dì”), non è molto scura, sì che a volte il registro sembra più da baritono, come si evidenzia anche nel primo recitativo con Zelmira dove la tessitura è piuttosto alta. Savio Sperandio è un corretto Gran Sacerdote, vestito di rosso. Francisco Brito un discreto Eacide. Il coro del Teatro Comunale di Bologna, sempre diviso per sesso, ha una presenza rilevante. Il coro femminile tiene un magnifico canto sul fiato (“Pian piano inoltrisi”). Maestro del coro Paolo Vero. Per quanto concerne l’allestimento non voglio spendere tante parole, sono un po’ stanca di dover passare gran parte della serata all’opera a domandarmi il significato di certe scenografie, per me l’opera è musica e canto e la scenografia deve favorire l’ascolto non disturbarlo. Mi limiterò pertanto a dire che l’allestimento di Giorgio Barbiero Corsetti (regista e scenografo) e di Cristian Taraborrelli (scenografo) è cervellotico ed ermetico, seppur originale ed immaginifico, crea molto disturbo all’ascolto e ci fa arzigogolare il cervello nella ricerca dei significati oscuri, tanto più che nel libretto di sala non c’è una guida alla lettura della regia, che è statica, mentre la vicenda richiede azione. L’ambientazione scura (luci di Gianluca Cappelletti) e l’omologazione dei costumi di foggia moderna (creati da Cristian Taraborrelli e Angela Buscemi) rende difficile la distinzione dei personaggi. Risultato: il pubblico l’ha buato.

VERSION EN ESPAÑOL

Zelmira es la opera que abrió el Rossini Opera Festival de 2009, en la versión parisina de 1826 en la que Rossini agregó un rondo final para hacer brillar a la protagonista Giuditta Pasta. En la renovada y ampliada Adriatic Arena, donde se representó la opera, lo que se escucho musicalmente fue un poco afectado por un cierto eco y reverberación en el sonido. Al frente de la Orquesta del Teatro Comunal de Bolonia, Roberto Abbado respetó la descripción de la bellísima música que se adhería a cada situación, por lo que se escuchó rítmica y brillante en el aria de Antenore “Che vidi amici”, dramática en la presentación del viejo Polidoro, y suave en el encuentro del viejo con la hija Zelmira, in crescendo en el terceto Polidoro-Zelmira-Emma, y después brillante, delicada, gloriosa, triste, melancólica y agitada. La versión de este año será recordada mas por el aspecto vocal que por el escénico. Los tenores. Gregory Kunde y Juan Diego Flórez mostraron varios aspectos del belcanto rossiniano con autoridad y una precisión de manual. Kunde se presentó con una hermosa voz, segura en cada registro, al grado de lanzarse a decididos y luminosos agudos y sobreagudos, (“Che vidi! Amici!”), brillando por autoridad escénica y estilo de canto, clase dicción clara, squillo y volumen vocal. Por su parte, el tenor Flórez, es un resonante belcantista, un virtuoso en todo su esplendor por la naturaleza de emisión y la facilidad de tocar todos los registros. Mostrando un timbre suave y calibrado, de resonantes escalas ascendentes y agudos (como en la cavatina “Terra amica”).La estadounidense Kate Aldrich (Zelmira) es una virtuosa que se expresó con intensidad en los momentos más liricos. Su voz es indefinida, ya que puede ser de mezzosprano aguda o de bel soprano con densos y sobresalientes graves, y plenos agudos. Marianna Pizzolato como Emma, fue una buena mezzosoprano de sonido pleno y corpóreo, que eleva la suavidad del canto, modula bien y hace uso de la media voz. Mirco Palazzi (Leucippo), mostró una óptima presencia vocal y escénica, exhibiendo voz de bajo de agradable color, amplio y robusto. El bajo Alex Esposito (el viejo Polidoro), calvo, con barba blanca y mal vestido tuvo un papel bastante difícil, porque requirió de grandes cambios del agudo al grave. Su voz es flexible gracias a un preciso estilo de canto. Savio Sperandio fue un correcto Gran Sacerdote, Francisco Brito un discreto Eacide. El coro del Teatro Comunal de Bolonia, dirigido por Paolo Vero, dividido por genero, tuvo una presencia relevante, y la parte femenina un magnifico canto “sul fiato”. La producción de Giorgio Barbiero Corsetti (director y escenógrafo) fue demasiado elaborada y hermética. Aun siendo original e imaginaria creó mucho distracción a lo que se escuchaba. La ambientación oscura y la actualización con vestuarios modernos, hicieron difícil la distinción de cada personaje. El resultado, fue el abucheo del público.