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Wednesday, March 13, 2024

El Rapto en el Serrallo en el Teatro alla Scala

Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Volvió al Teatro alla Scala el Rapto en el Serrallo (Die Entführung aus dem Serail) en el histórico montaje de Giorgio Strehler con escenografías y vestuarios de Luciano Damiani y la cuidada curada de Marco Filibeck, en un espectáculo que nació en Salzburgo en 1965, y que fue repuesto por última vez en Milán en el 2017 con la conducción de Zubin Mehta.  El montaje luce un poco viejo, pero aún es muy encantador (muy grata y bien lograda fue la reposición hecha por Laura Galmarini) porque juega con el uso de sombras chinas con alas pintadas, algunos gags afables, con los cantantes reducidos a simples siluetas en poses plásticas cuando avanzan en el proscenio y se retiraban a plena luz hacia el fondo blanco, envuelto en un tono pastel, como si se todo se tratara de teatro de cámara. El espectáculo de Strehler, cuyo nombre está estrechamente ligado a la historia del teatro milanés de 1947 a 1990 con 35 direcciones escénicas de 33 títulos diferentes hasta alcanzar un total de 480 funciones, conserva su fascinación convenciendo todavía por el toque ligero y de elegancia con la que se traza la historia amorosa del Singspiel, cuyo libreto se considera que nunca ha estado a la altura de la música, ya que es además una historia de formación con un bosquejo de crecimiento interior de los personajes para los cuales Mozart escribió páginas generalmente arduas técnicamente, y entre cuyos pliegues se inicia a entrever el inimitable talento dramático de sus obras maestras futuras. En el podio debutó Thomas Guggeis, director principal de la Ópera de Frankfurt, quien dirigió con despojo y aplomo, mostrando un buen paso teatral y musicalidad.  El joven director alemán, puso en relieve la lucidez para conducir la rica partitura mozartiana sin perder nunca de vista el escenario, y logrando encontrar una sonoridad brillante y un ritmo incisivo, como también con liviandad y suavidad.  El elenco elegido para esta producción estuvo unido y homogéneo. Jessica Pratt personificó una Konstanze noble y refinada mostrando sin embargo algunas indecisiones para afrontar las agilidades pirotécnicas que esparce su parte; pero pudo ser también expresiva (como en Traurigkeit en el segundo acto) cosa nada simple cuando se está lidiando con una escritura vocal tan virtuosa.  Daniel Behle fue un Belmonte quizás demasiado educado, de un timbre indudablemente viril y de buena proyección, no obstante, su indisposición, anunciada desde el inicio de la función. Cantó con cierta actitud y seguridad. Por su parte, Peter Rose trazó un Osmin simpático e impertinente, un poco desgarbado en su andar, pero divertido en su actitud, todo con un timbre suave y una voz extrovertida pero siempre atenta a la escritura mozartiana. La Blonde de Jasmin Delfs de cualidad clara y ligera en el timbre gustó por la facilidad en la coloratura y por la soltura mostrada en la escena; mientras que el Pedrillo de Michael Laurenz convenció por solidez vocal, comunicación y valentía, como también por la manera correcta en su definición de las frases musicales. Al final, el papel actuado de Selim fue hecho de manera sobria por el notable director teatral y lírico alemán Sven-Erich Bechtolf.



Tuesday, March 12, 2024

Il Ratto dal Serraglio - Teatro alla Scala

Foto: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Torna al Teatro alla Scala il Ratto dal Serraglio (die Entführung aus des Serail) nello storico allestimento di Giorgio Strehler con le scene e i costumi di Luciano Damiani e le luci curate da Marco Filibeck, spettacolo nato a Salisburgo nel 1965 e ripreso l’ultima volta a Milano nel 2017 con la direzione di Zubin Mehta. L’allestimento un po’ datato ma certamente ancora godibile (riuscita e gustosa la ripresa di Laura Galmarini), è giocato sull’uso di ombre cinesi con quinte dipinte, qualche garbata gag e con i cantanti ridotti a semplici silhouette in pose plastiche quando avanzano in proscenio per tornare in piena luce quando retrocedono verso il fondale bianco, avvolti da una tonalità pastello, il tutto quasi si tratti di teatro da camera. Lo spettacolo di Strehler, il cui nome è strettamente legato alla storia del teatro milanese dal 1947 al 1990 con ben 35 regie di 33 titoli diversi per ben 480 recite complessive, conserva il suo fascino convincendo ancora per il tocco leggero e l’eleganza con cui viene tratteggiata la vicenda amorosa del Singspiel, il cui libretto tra l’altro è stato sempre considerato non altezza della musica, vicenda che è anche una storia di formazione, con un abbozzo di crescita interiore dei personaggi per i quali Mozart scrive pagine spesso tecnicamente ardue tra le cui pieghe si inizia ad intravvedere l’inimitabile talento drammatico dei suoi capolavori futuri. Sul podio debuttava Thomas Guggeis, direttore principale dell’Opera di Francoforte, che ha diretto con scatto e spigliatezza, mostrando bel passo teatrale e musicalità. Il giovane direttore tedesco ha messo in mostra lucidità nel condurre la ricca partitura mozartiana senza mai perdere di vista il palcoscenico, riuscendo a trovare sonorità brillanti e una ritmica incisiva, ma anche levità e morbidezza. Cast affiatato e omogeneo quello approntato per questa produzione. Jessica Pratt ha impersonato una Konstanze nobile e raffinata mostrando però qualche indecisione nell’affrontare le agilità pirotecniche che costellano la sua parte. Ma ha saputo anche essere espressiva («Traurigkeit» nel secondo atto), cosa non semplice quando si è alle prese con una scrittura vocale così virtuosistica. Daniel Behle è stato un Belmonte forse un po’ troppo educato, dalla timbrica comunque virile e di buona proiezione vocale nonostante un’indisposizione annunciata prima della recita. Ha cantato con un certo piglio e sicurezza. Peter Rose ha tratteggiato un Osmin simpatico e impertinente, un po’ goffo nell’incedere e divertente nei suoi atteggiamenti. Il tutto con una timbro morbido e una vocalità estroversa ma sempre attenta alla scrittura mozartiana. La Blonde di Jasmin Delfs, dalla timbrica chiara e leggera è piaciuta per la facilità nella coloratura e per la spigliatezza mostrata in scena, mentre il Pedrillo di Michael Laurenz ha convinto per solidità vocale, comunicativa e spavalderia, ma anche per la correttezza nella definizione delle frasi musicali. Il ruolo recitato di Selim, infine, è stato reso con sobrietà dal noto regista teatrale e lirico tedesco Sven-Erich Bechtolf



Monday, December 3, 2018

Il castello di Kenilworth - Donizetti Opera Festival, Bergamo

Foto: Donizetti Opera Festival 

Renzo Bellardone

Bergamo sta divenendo tappa obbligata per i melomani e per i cultori della ricerca e della proposta che al Donizetti Opera Festival sono peculiarità vive e brillanti; ogni elemento della costruzione dell’opera rappresenta un tassello importante e qui ogni tassello è trattato come un gioiello prezioso.  
Il castello di Kenilworth  è la prima opera di Gaetano Donizetti che vede contrapposte due donne, ove le diverse sfumature femminili si confrontano nel duello dei sentimenti, del potere e del perdono. Dopo “Il Castello” vedranno la luce altre opere di ispirazione storica inglese dove sono i ruoli femminili ad essere primari: Anna Bolena,  Maria Stuarda e Roberto Devereux.  Il castello di Kenilworth  rappresenta anche la linea di demarcazione tra le opere donizettiane  che stanno lasciando il classico dramma per raccontare drammi più romantici e lasciare anche alle spalle la fruttuosa impronta di Gioacchino Rossini. In contrapposizione all’Enrico di Borgogna, vista la settimana scorsa, ne Il castello la scenografia di Angelo Sala  è ridotta all’essenziale, ma la pedana con piano inclinato favorisce ottima prospettiva d’insieme impreziosita dalle luci disegnate da Fiammetta Baldisseri che ha privilegiato i chiaro scuri optando per tinte contemporanea come i toni di tortora sfumati di lilla, piuttosto che i grigi che guardano al blu.  Illuminati da queste belle luci i costumi tagliati classicamente da Ursula Patzak hanno un risalto importante che imprime caratterialità ad ogni personaggio. Circa la regia, che ha saputo sfruttare l’ingresso e l’uscita degli arredi di scena a cura del coro in vero e proprio movimento o flash d’immagine che si staglia contro il fondale , è giusto ricordare anche l’Assistente alla  regia Federico Bertolani, così come il merito va riconosciuto anche a Nika Campisi, assistente ai costumi. Il Coro del Donizetti Opera è punto di riferimento sia per le abilità interpretative attoriali, che ovviamente per la resa vocale di pregio e sotto la direzione di Fabio Tartari tratteggia espressività e pregevolezza. 
L’orchestra Donizetti Opera sotto la guida brillante di Riccardo Frizza ha creato belle atmosfere romantiche fin dall’ouverture; sfumato e delicato il momento con l’Armonica a bicchieri, ovvero  la glassa armonica con l’aria di  Amelia che viene veramente vissuto come  il preludio alla Lucia di Lammermoor, che sempre al San Carlo di Napoli verrà rappresentata sei anni dopo.  Proprio a proposito di questo importante tratto dell’opera è bello parlare di   Carmela Remigio che svela tutte le sue capacità interpretative sfoggiando le qualità dell’attrice di teatro unite ad una vocalità di tutto pregio  che morbidamente emoziona e poi coinvolge con acuti brillanti: cammina su un tavolo che diventa passerella e con una carica notevole ipnotizza lo spettatore; in “alimenti ancor nel seno” il bel colore e le agilità esplodono con voce squillante. Fanny è interpretata da Federica Valli che con le poche battute affidatele rivela caratterialità e precisione nella brillante emissione. Dario Russo espone un buon colore nel ruolo di Lambourne, mentre il difficile ruolo di Warney è affidato a Stefan Pop che ha espresso voce possente e ben timbrata, usata con salda tecnica e sicuro coinvolgimento: struggente il duetto con Amelia/Carmela Remigio  al primo atto “vieni dove mi traggi..”.  Francisco Brito è Leicester che interpreta con buona linea di canto: “Veggo ahimé” ed offre un bel timbro tenorile porto con accorato sentimento, apprezzato fin dalla lunga aria al primo atto. Il ruolo principale di Elisabetta 1a,  Regina d’Inghilterra,  è affidato a Jessica Pratt nome ormai noto ed apprezzato sulle scene del mondo: l’interpretazione, non per suggestione del ruolo, è regale sia nel portamento che nel canto dove non lesina i conosciuti inebrianti acuti ed i piani ricchi di pathos “Regnerò felice ognor”.. “In estasi soave”.

Thursday, May 21, 2015

Lucia di Lammermoor en Lima, Peru

Foto: Coro Nacional del Peru

Gonzalo Tello / El Comercio
 
La ópera en Perú pasa por un resurgimiento, pues se entendió que este tipo de arte no puede producirse de manera barata, descuidada y anticuada como fue durante algún tiempo, y por lo que aún quedan prejuicios por desterrar. Una de estas grandes iniciativas es la propuesta que el Festival Internacional de Ópera Alejandro Granda, en su octava edición, con uno de los títulos más famosos del repertorio: “Lucia di Lammermoor”, de Gaetano Donizetti. Basada en una novela de sir Walter Scott, Lucia contiene elementos románticos y música brillante que la hace una de las favoritas. El protagónico es el de una mujer que enloquece bajo las maquinaciones de su hermano Enrico y al no poder ser feliz con Edgardo, el hombre que ama. Para esta producción se convocó a la soprano inglesa Jessica Pratt, quien siendo tan joven posee una voz con gran técnica, bello sonido y agudos impresionantes. Su interpretación se adecúa al más fiel estilo del bel canto, gracias a conocimientos adquiridos de sus maestras Renata Scotto y Lella Cuberli. Pratt fue la estrella y de-mostró por qué es una de las mejores intérpretes de este rol, que ha llevado La Scala de Milán, Ópera de Roma y otros teatros emblemáticos. Junto a Pratt disfrutamos del dramatismo del tenor polaco Arnold Rutkowski como Edgardo, quien dio una interpretación pareja de un rol exigente, sobre todo en su dueto con Enrico y su gran escena final. El barítono coreano Julian Kim demostró oficio con poderosa voz, presencia escénica y enormes agudos como Enrico. El bajo croata Marko Mimica fue un Raimondo de peso, con un bello y noble timbre en su inspirada escena del tercer acto. Los peruanos Juan Pablo Marcos, Edda Paredes y Dangelo Díaz estuvieron a la altura con presencia escénica y voces de nivel. El Coro Nacional, dirigido por Javier Súnico, es un gran elenco que brilló con su participación. La dirección del brasileño Allex Aguilera se ciñe al guion sin proponer profundidad en sus personajes. Su escenografía minimalista funciona dando un ambiente tétrico y sombrío, y consigue efectos visuales interesantes, como la entrada de Lucia en su famosa escena de la locura. Los vestuarios del uruguayo Adán Martínez son ceñidos a la época, por lo que se imponen en contraste a la moderna puesta. El director venezolano Carlos Izcaray impone un efecto sonoro dramático a pesar de la irregularidad de la Orquesta del Festival.

Friday, September 12, 2014

Aureliano in Palmira en Pesaro Italia, ROF 2014

Foto: ROF 2014

Massimo Viazzo

Este año el Rossini Opera Festival programó por primera vez Aureliano in Palmira, ópera que fue estrenada en la Scala  en 1813 y que cuenta con partes utilizadas posteriormente por Gioacchino Rossini en su siguiente obra: el Barbero de Sevilla, comenzando con su reconocida Sinfonía.   El ROF mostró a los apasionados que Aureliano en Palmira es una ópera que se debe conocer por su innegable belleza, en muchas de sus páginas. En esta edición, el festival de Pesaro ha trabajado con la edición crítica de la partitura, cuya elaboración le fue confiada a Will Crutchfield, quien también se le hizo cargo de la baqueta.  Crutchfield concertó la opera con rigor, gran escrúpulo y atención a cada detalle, aunque faltó un poco de teatralidad, en términos generales, a un espectáculo que fue poco cautivante en lo visual. La dirección escénica de Mario Martone pareció apenas esbozada al interno de una instalación escénica creada por Sergio Tramonti, que fue en realidad un poco anónima (una especie de laberinto con paredes divisorias que subían y bajaban).  El elenco vocal estuvo a la altura de la situación.  Michael Spyres (Aureliano) dotado de una sana voz de barí-tenor, cantó con gesto y seguridad. Estuvo notable en la dicción y en el canto declamado, y fueron electrizantes sus frases musicales más osadas. Jessica Pratt tuvo también un gran éxito personal. Su Zanobia fue la perfecta combinación de elegancia, nobleza y determinación. ¡Con que agudos!  Un escalón abajo estuvo la Arsace de Lena Belkina, aun así, la mezzosoprano ucraniana puso en evidencia empeño y dedicación a un papel difícil, que perteneció al mítico castrado Veluti, que sin embargo careció de audacia  en las partes más heroicas, así como una expresividad más genuina en las partes amorosas. La determinada y bien timbrada Publia de Raffaella Lupinacci surgió al final del resto del elenco que no fue más allá de ser simplemente correcto. Dempsey Rivera (Oraspe), Sergio Vitale (Licinio), Dimitri Pkhaladze (Gran Sacerdote) y Raffaele Costantini (Pastor).  La Orchestra Sinfonia G. Rossini no estuvo muy en forma y el Coro del Teatro Comunale de Boloña que tuvo algunos desfases de más.  

Aureliano in Palmira - ROF 2014

Foto: ROF 2014

Massimo Viazzo

Quest’anno il Rossini Opera Festival programmava per la prima volta l’Aureliano in Palmira, opera rappresentata alla Scala nel 1813 nota soprattutto per le parti riutilizzate da Gioacchino Rossini nel successivo Barbiere di Siviglia, a cominciare dalla celeberrima Sinfonia. Il Rof ha mostrato agli appassionati che Aureliano in Palmira è un’opera da conoscere per la indubbia bellezza di molte sue pagine. Anche questa volta il festival pesarese ha lavorato sull’edizione critica della partitura affidandone l’elaborazione a Will Crutchfield al quale è stata consegnata anche la bacchetta. Crutchfield ha concertato l’opera con rigore, grande scrupolo e attenzione ai dettagli. E’ mancata però un po’ di teatralità nella tenuta complessiva di uno spettacolo visivamente poco accattivante. La regia di Mario Martone è parsa solo abbozzata all’interno di un impianto scenico curato da Sergio Tramonti invero un po’ anonimo (una specie di labirinto costituito da pareti divisorie che salivano e scendevano). Il cast vocale è stato all’altezza. Michael Spyres (Aureliano), dotato di una sana voce di baritenore, ha cantato con piglio e sicurezza. Ragguardevole la dizione nel canto declamato ed elettrizzanti le sue frasi musicali più spericolate. Anche Jessica Pratt ha ottenuto un grande successo personale. La sua Zenobia era una perfetta combinazione di eleganza, nobiltà e determinazione. E che acuti! Un gradino sotto l’Arsace di Lena Belkina. Il mezzosoprano ucraino ha messo in evidenza comunque impegno e dedizione nel difficile ruolo che era stato del mitico castrato Velluti per una interpretazione a cui però è mancata sfrontatezza nelle parti più eroiche e una espressività più genuina in quelle amorose. La volitiva e ben timbrata Publia di Raffaella Lupinacci emergeva infine dal resto di un cast che non andava oltre la semplice correttezza: Dempsey Rivera (Oraspe), Sergio Vitale (Licinio), Dimitri Pkhaladze (Gran Sacerdote) e Raffaele Costantini (Pastore). Orchestra Sinfonia G. Rossini non in formissima e Coro del Teatro Comunale di Bologna con qualche sbandamento di troppo.

Tuesday, August 19, 2014

Aureliano in Palmira -Rossini Opera Festival 2014

Foto: Rossini Opera Festival 2014

Renzo Bellardone

Il ventunenne Rossini, con sorprendente ispirazione, nel 1813 compose  “Aureliano in Plamira” e ritenne  la sinfonia ed alcune arie  talmente belle da decidere di riutilizzarle  –per fortuna  dei posteri- nel successivo Barbiere. Il filologico cartellone del Rof 2014,  rispettoso ed attento al suo illustre cittadino,  quest’anno ha proposto le due opere; ed è stato compito  dei due diversi  direttori d’orchestra creare atmosfere diverse e consone allo spirito delle opere. La messa in scena  di Mario Martone è  risultata intenzionalmente tradizionale –vedansi la bucolica visione delle caprette sul palco; le ideazioni sceniche di Sergio Tramonti  si son risolte in  una serie di pannelli in leggero tessuto, le quali hanno creato ‘labirinto’, stanze, prigione, corridoi…insomma i luoghi dell’azione; sulla sinistra del palco un violoncellista ed una calvicembalista che ha seguito con interesse ed attoriale partecipazione  lo svolgersi delle varie azioni. Sul cammino della tradizione anche i costumi di Ursula Patzak  son risultati come l’immaginario collettivo si attende; interessante il disegno luci di Pasquale Mari, soprattutto a centro scena.
Will Crutchfield ha curato l’edizione critica ed ha diretto l’orchestra con meticolosa cura ed attenzione. La cristallinità e la purezza vocale di Jessica Pratt hanno regalmente esaltato la figura di Zenobia; il soprano ha dominato la scena da vera regina incantando con acuti vibranti e purissimi. Michael Spyres ha spaziato dal più profondo tono al più argentino acuto, con dei centri morbidi ed arrotondati pur mantenendo l’autorevolezza che ad Aureliano si confà. Lena Belkina è Arsace: giovane e cauta ha cantato con delicatezza. Orapse è stato interpretato con buona intonazione  da un accattivante Dempsey Rivera, mentre Sergio Vitale ha interpretato possentemente Licinio; efficace Dimitri Pkhaladze nel ruolo del Gran Sacerdote.. Convincente per il timbro anche Raffaella Lupinacci in Publia. La Musica vince sempre.





  

Monday, September 10, 2012

Rossini Opera Festival 2012

Quest’anno il Rossini Opera Festival di Pesaro ha presentato due nuove produzioni (Ciro in Babilonia e Il Signor Bruschino), un riallestimento (Matilde di Shabran) e il consueto Viaggio a Reims curato dall’Accademia Rossiniana. Ciro in Babilonia giungeva, anzi, per la prima volta assoluta sul palcoscenico del Rof, opera di argomento biblico, drammaturgicamente forse un po’ scontata, ma musicalmente assai interessante. Composta nel periodo delle farse giovanili, ebbe la sua première a Ferrara durante la Quaresima del 1812 non riuscendo mai ad entrare stabilmente in repertorio. Anche le riprese moderne sono state piuttosto rare. La responsabilità del Rossini Opera Festival era, quindi, evidente. Il regista Davide Livermore rifacendosi ai primi kolossal di inizio Novecento sistemava il pubblico del Teatro Rossini in una vera e propria sala cinematografica. I personaggi, con i visi incorniciati da barbe posticce, e che indossavano gli splendidi costumi disegnati Gianluca Falaschi caratterizzati da ampie tuniche mosse da motivi geometrici in bianco e nero, enfatizzavano così la recitazione proprio sullo stile del cinema muto, mentre sullo sfondo la proiezione di immagini sbiadite e tremolanti, alternate alle caratteristiche didascalie, completavano la scena. L’estroso regista torinese prevedeva anche la presenza di figuranti in palcoscenico a rappresentare il pubblico del cinematografo che commentava, emozionandosi al prosieguo della vicenda del «film» che si svolgeva sotto i propri occhi. Insomma, una gran bella idea sviluppata con estrema coerenza e un po’ di ironia. Molto apprezzata anche la parte musicale dello spettacolo guidata da una Ewa Podles, nel ruolo del titolo, ancora in grado di entusiasmare il pubblico con quel suo timbro «antico», di grana grossa, ma caldo e battagliero nonostante la carenza di omogeneità nel registro più grave (comunque elettrizzante) e qualche difficoltà nei fiati. Jessica Pratt, nei panni della sposa Amira, ha realizzato un capolavoro di tecnica e finezza. La purezza dell’emissione, l’intraprendenza nella coloratura e la indubbia maturità interpretativa la pongono oggi ai vertici del panorama belcantistico internazionale. L’ardente Michael Spyres ha donato la sua voce da baritenore al «cattivo» dell’opera, il crudele Baldassarre, con una emissione omogenea in tutta la gamma e una manifesta facilità nell’affrontare il canto più virtuosistico senza perdere in peso vocale. Buone anche le parti di fianco, lo Zambri di Mirco Palazzi, l’Argene di Carmen Romeu, l’Arbace di Robert Macpherson e il sonoro Daniello di Raffaele Costantini. Il Coro e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretti con precisione e proprietà stilistica da Will Crutchfield hanno dato, infine, il loro prezioso contributo alla notevole riuscita della serata.

Musicalmente, il nuovo Bruschino, si è retto quasi completamente sulle spalle di Carlo Lepore e di Roberto De Candia, due vecchie volpi del canto rossiniano. Il primo ha donato la sue voce rotonda e ben timbrata (buone risonanze nel grave) al buffo Gaudenzio, mentre il secondo, in scena con una ridicola gamba ingessata, caratterizzava con una dizione perfetta al meglio le smanie e le eccentricità di Bruschino padre. Più uniforme, seppur corretta, la prova di David Alegret nei panni dell’innamorato Florville, mentre Sofia era impersonata dall’evanescente Maria Aleida, dotata di interessanti sovracuti, ma un po’ troppo flebile nel registro medio-grave. Daniele Rustioni ha guidato l’Orchestra Sinfonica G. Rossini con precisione, ma senza molta fantasia. L’allestimento, curato dal Teatro Sotterraneo, ambientava la farsa in una immaginaria Rossiniland, terra in cui i turisti venivano accompagnati alla scoperta delle meraviglie rossiniane. Ma nonostante l’impianto scenico divertente (sul palco oltre alla locanda «Da Filiberto» c’erano anche un distributore automatico di bibite, un negozio di souvenir, una mappa con le indicazioni per trovare la Gazza Ladra, il Gugliemo Tell o il Barbiere di Siviglia, una toilette...) la prova registica non è parsa completamente riuscita a causa di una serie di gags vecchio stile e un po’ scontate, in un ritmo narrativo complessivo privo di verve.

Grandi ovazioni, invece, per la ripresa della Matilde di Shabran, l’opera che quindici anni fa aveva lanciato Juan Diego Florez tra le stelle del canto rossiniano, e che ancora oggi è strettamente legata alla sua carriera. Florez, ancora una volta, ha incantato il pubblico per la perfezione del suo canto in uno dei ruoli tenorili, il bisbetico Corradino, più impervi e faticosi del repertorio: ha saputo essere spavaldo e tenero, prepotente e sognante, in un vero tour de force pirotecnico di emozioni. Olga Peretyatko è stata all’altezza nel difficile compito di rivaleggiare con un interprete di tal raffinatezza, e la sua Matilde è piaciuta per bellezza timbrica, sicurezza nelle agilità e brillantezza. Nei sovracuti, invece, il soprano russo ha palesato qualche difficoltà. Di grande temperamento e ardimentosa, anche se non sempre vocalmente a fuoco in alto, la prova di Anna Goryachova nel ruolo en travesti di Edoardo, ed esilarante l’Isidoro di Paolo Bordogna, fermo negli acuti e simpaticissimo. Debordante Nicola Alaimo (Aliprando), seppur con qualche forzatura nel registro superiore, e sicuro Simon Orfila come Ginardo. Insomma, un cast di alto livello completato dall’eccezionale direzione di Michele Mariotti a capo dei complessi del Teatro Comunale di Bologna. Mariotti ha diretto con fantasia inesauribile, galvanizzando l’orchestra con gesto preciso e intenso. E così anche un semplice accompagnamento con lui poteva acquistare un insolito motivo di interesse. L’ormai classico spettacolo di Mario Martone, costruito intelligentemente attorno ad una grande scala a chiocciola girevole al cui vertice, incombente ma invisibile, sta il castello di Corradino, è stato registrato dai tecnici della DECCA e troverà prossimamente la via del DVD.

In conclusione, ecco il Viaggio a Reims del giovani cantanti dell’Accademia con la semplice, ma efficace regia di Emilio Sagi, allestito ormai da più di un decennio e palestra per i futuri interpreti rossiniani. Nella prima parte dello spettacolo, ambientato in un «centro benessere», in palcoscenico c’erano solo sedie a sdraio disposte una accanto all’altra, mentre nella seconda a ravvivare la scena trovavamo una fila sospesa di luci accese per la festa imminente. Da sottolineare la coerenza stilistica di tutto il cast nel quale emergeva il Don Profondo di Davide Luciano, già maturo vocalmente e dal punto di vista attoriale e pronto per affrontare esperienze più importanti. E’ piaciuta anche la vocalità sana di Filippo Fontana anche se per propria inclinazione la parte buffa di Trombonok non gli si addiceva molto. Di bel timbro e tecnicamente salda la Corinna di Ilona Mataradze e vocalmente esuberante la Melibea di Raffaella Lupinacci. Elegante e ben timbrato nei centri, ma in difficoltà in zona acuta, il Lord Sidney di Baurzhan Anderzhanov mentre un po’ discontinua seppur dotata di ampia estensione la Contessa Folleville di Hulkar Sabirova, e espansivo il Belfiore di Davide Giusti. Corretta, infine, la prova orchestrale affidata alla bacchetta di Pietro Lombardi.





Sunday, September 9, 2012

Rossini Opera Festival de Pesaro Italia, edición 2012

Este año el Rossini Opera Festival de Pesaro presentó dos nuevas producciones (Ciro in Babilonia e Il Signor Bruschino) una reposición (Matilde di Shabran) y el ya conocido Viaggio a Reims por cuenta de la Accademia Rossinia. Ciro in Babilonia, que llegó en su primera presentación absoluta al escenario del ROF, es una opera de argumento bíblico quizás un poco disminuida desde el punto de vista dramatúrgico pero musicalmente muy interesante. Compuesta en el periodo de las farsas juveniles, tuvo su première en Ferrara durante la Cuaresma de 1812 sin lograr entrar nunca de manera estable al repertorio. También las representaciones modernas han sido algo raro. Por la tanto, la responsabilidad del Rossini Opera Festival era mas que evidente. El director de escena Davide Livermore volviendo a los primeros kolossal de inicios del siglo veinte, situó al público del Teatro Rossini en una verdadera sala cinematográfica. Los personajes de caras con barbas pegadas y que vestían los esplendidos vestuarios diseñados por Gianluca Falaschi, caracterizados por amplias túnicas movidas por motivos geométricos en blanco y negro, enfatizaban la recitación justo en el estilo del cine mudo, mientras que al fondo las proyecciones de imagines descoloridas y vibrantes con leyendas que se alternaban a las características escénicas señaladas, completaron la escena. El creativo director de Turín dispuso también de la presencia de figurantes en la escena que representaban al público de un cinematógrafo que emocionado comentaba el transcurso del «film» que se desarrollaba bajo los propios ojos. En suma, fue una buena idea desarrollada con extrema coherencia y un poco de ironía. Muy apreciada fue también la parte musical del espectáculo, encabezada por Ewa Podles, en el papel principal, que aun puede entusiasmar al público con su timbre «antiguo» de gruesa consistencia pero calido y combativo no obstante su carencia de homogeneidad en el registro mas grave (de cualquier manera fue electrizante) y de algunas dificultades en el fiati. Jessica Pratt en el papel de la esposa Amira, realizó una obra maestra de técnica y finura. La pureza de la emisión, el manejo de la coloratura y la indudable madurez interpretativa la colocan en la cúspide del panorama belcantista internacional. El ardiente Michael Spyres prestó su gran voz de baritenor al malo de la opera, el cruel Baldassarre, con una emisión homogénea en toda la gama y una manifiesta facilidad para afrontar el canto mas virtuoso sin perder peso vocal. Bien estuvieron las demás partes como el Zambri de Mirco Palazzi, la Argene de Carmen Romeu, el Arbace de Robert Mcpherson y el sonoro Daniello de Raffaele Costantini. El coro y la orquesta del Teatro Comunale de Bologna dirigidos con precisión y propiedad estilística por William Crutchfield, dieron al final, su valiosa contribución al notable éxito de la velada.


Musicalmente, el nuevo Bruschino, fue soportado casi completamente por las espaldas de Carlo Lepore y de Roberto De Candia, dos viejos lobos del canto rossiniano. El primero prestó su voz rotunda y bien timbrada (con buena resonancia en el grave) al buffo Gaudenzio, mientras que el segundo, en escena con una ridícula pierna enyesada, caracterizó con una perfecta dicción al menos de la mejor manera el nerviosismo y la excentricidad de Bruschino padre. Mas uniforme, aunque correcta, fue la prueba de David Alegret en el papel del enamorado Florville, mientras que Sofia, fue personificada por una Maria Aleida dotada de muy interesantes sobreagudos, pero que exhibió poco peso vocal y estuvo débil en el registro medio-grave. Daniele Rustioni guío a la Orchestra Sinfonica G. Rossini con precisión pero sin mucha fantasía. La producción escénica creada por el Teatro Sotterraneo, ambientó la farsa en una imaginaria Rossinilandia, tierra en la que los turistas llegaban acompañados para descubrir la maravillas rossinianas. Pero a pesar de la divertida instalación escénica (sobre el escenario además del letrero «Da Filiberto» había una maquina de bebidas, un negocio de souvenirs, una mapa con indicaciones para encontrar la Gazza Ladra, Gugliemo Tell o el Barbiere di Siviglia, un baño...) la dirección escénica no pareció cumplir su objetivo debido a una serie de gags de estilo viejo y un poco disminuidos, en un ritmo narrativo que en complejo estuvo privado de verve.

Grandes ovaciones tuvo la reposición de Matilde di Shabran la opera que hace quince años lanzó al estrellato del canto rossiniano a Juan Diego Florez, y ahora esta estrechamente ligado a su carrera. Florez una vez más encantó al público por la perfección de su canto en uno de los papeles para tenor, el del gruñón Corradino, más difíciles y fatigosos del repertorio, con el que supo ser arrogante y tierno, prepotente y soñador en un verdadero tour de force pirotécnico de emociones. Olga Peretyatko estuvo a la altura en la difícil tarea de rivalizar con un intérprete de tal refinamiento, y su Matilde gustó por la belleza de su timbre, la seguridad en las agilidades y en la brillantez. Sin embargo, en los sobreagudos, la soprano rusa tuvo algunas dificultades. De gran temperamento y temeraria, aunque no siempre vocalmente a fuego en las notas altas, estuvo la prueba de Anna Goryachova en el papel en travesti de Edoardo. Comiquísimo y muy divertido fue el Isidoro de Paolo Bordogna, quien mostró firmeza en los agudos. Desbordante estuvo Nicola Alaimo como Aliprando, aunque se le notó algo forzado en el registro superior y Simon Orfila bordó un seguro Ginardo. En suma, fue un elenco de alto nivel complementado por la excepcional conducción de Michele Mariotti de nuevo al frente de la agrupación del Teatro Comunale de Bologna. Mariotti dirigió con interminable fantasía, y galvanizó a la orquesta con un gesto preciso e intenso, y así, tan solo un simple acompañamiento suyo fue un insólito motivo de interés. El hoy convertido en un espectáculo clásico de Mario Martone, construido inteligentemente alrededor de una grande escalera en espiral en cuya parte más alta, colgando pero invisible, se encontraba el castillo de Corradino fue grabado por técnicos de la Decca y encontrará próximamente la vía del DVD.

Para concluir, se realizó un Viaggio a Reims con jóvenes cantantes de la Accademia, y con la simple, pero eficaz dirección escénica de Emilio Sagi, presentada en escena desde hace mas de diez años para futuros interpretes rossinianos. La primera parte del espectáculo, fue ambientada en un spa o «centro de bienestar», con camastros de playa situados uno al lado del otro sobre el escenario, mientras que en la segunda parte, para revivir el espectáculo se veía una fila de luces colgantes que representaban una inminente fiesta. Se debe subrayar la coherencia estilística de todo el elenco, del cual sobresalió el Don Profondo de Davide Luciano, artista ya maduro vocalmente y desde el punto de vista actoral listo para afrontar experiencias más importantes. Gusto también la sana vocalidad de Filippo Fontana aunque por propia inclinación de la parte bufa de Trombonok no agregó mucho. De bello timbre y técnicamente sólida estuvo la Corinna de Ilona Mataradze, como vocalmente exuberante estuvo la Melibea de Raffaella Lupinacci. Elegante y bien timbrado en el centro, pero en dificultad en la zona aguda estuvo el Lord Sidney de Baurzhan Anderzhanov mientras que un poco discontinua, a pesar de estar dotada de una amplia extensión fue la Condesa Foleville de Hulkar Sabirova. Expansivo fue el Belfiore de Davide Giusti y correcta, al final, fue la prueba orquestal confiada a la baqueta de Pietro Lombardi.


Sunday, August 19, 2012

Ciro in Babilonia - Rossini Opera Festival 2012, Pesaro

Foto: Studio Amati Bacciardi
Renzo Bellardone
ROSSINI OPERA FESTIVAL  2012 Teatro Rossini, 16 agosto ‘CIRO IN BABILONIA’ Direttore- Will Crutchfield, Regia- Davide Livermore, Scene e progetto luci- Nicolas Bovey Costumi - Gianluca Falaschi. Baldassarre- Michael Spyres, Ciro- Ewa Podles, Amira- Jessica Pratt, Argene- Carmen Romeu, Zambri- Mirco Palazzi, Arbace- Robert Mchpherson, Daniello- Raffaele Costantini. Orchestra e Coro - Teatro Comunale di Bologna Maestro del Coro- Lorenzo Fratini
Lo spettacolo sta per iniziare: l’operatore cinematografico arriva di corsa avvolto da pellicola sbobinata, le ragazze dello stacco biglietto e  delle sigarette sono pronte, gli spettatori  prendono posto e finalmente iniziano a scorrere  i titolo in bianco e nero del film muto che verrà proiettato. Il Rof presenta ‘Ciro in Babilonia’ e da questo momento in trasposizione spaziale  i personaggi dell'Opera  sono i personaggi del film cui prendono parte attiva anche gli spettatori al cinematografo in una sorta di speculare raddoppio; gli spettatori al cinema altro non sono che i componenti del  Coro ben  diretto da Lorenzo Fratini sempre attento e preciso. Gli abiti di scena di Gianluca Falaschi  ispirati alle antiche scritture si confondono con elementi d’inizio ‘900 nel geniale mix registico di Davide Livermore che con una rilettura intelligente ancorché acuta, non ha snaturato la narrazione, riconducendola in scene virtuali in bianco nero o seppia con le efficaci luci filtrate e disegnate da Nicolas Bovey e  con la collaborazione del Museo Nazionale del Cinema di Torino da cui sono stati tratti elementi, oltre che tecniche. Il cast è tutto adeguato all’impresa, ma il ‘bentornata’ urlato dalla platea ad Ewa Podles alla fine della sua possente cavatina  al primo atto, ha sancito l’importanza e la grandezza della prestazione dell’artista che ha rievocato timbricità , estensioni ed utilizzo dei registri oggi infrequenti.
Con tecnica collaudata giunge a scurissime profondità, per poi elevarsi  al grido straziante, passando da passionali centri invocanti. L’utilizzo dei vari registri da parte dei singoli cantanti è stata una caratteristica di tutta l’opera riscontrabili infatti anche  nelle prestazioni delle voci maschili che affascinano sia negli acuti che nei gravi. Michael Spyres nell’interpretazione significativa di Baldassarre rientra in questo tipo di duttile vocalità  ricca di colori ed imperiosi  sentimenti esaltati dagli scuri che imprimono verità al personaggio. Anche  Robert Mcpherson  in Arbace visita i vari registri con naturalezza ed assoluta pregevolezza timbricamente virile. Il basso Mirco Palazzi segue la sua linea di canto con omogeneità dai colori molto scuri realizzando la figura del principe babilonese  Zambri con possanza e caratterialità. Il profetico Daniello, quasi evocativo del Mosè delle raffigurazioni ha voce profonda e robusta dalle corde di Raffaele Costantini che pur in un ruolo di breve durata imprime la pellicola del ricordo. Amira ha la voce dai mille colori di Jessica Pratt che si lancia in acuti e sovracuti scorrendo poi agevolmente sui velluti più morbidi così come sui vertici tensivi del personaggio in crescenti agilità e coloriture. Carmen Romeu è soprano appassionato e ricco che realizza la confidente Argene come se fuggita dalla proiezione in bianco e nero. L’Orchestra del Comunale di Bologna rende sotto la ricercata direzione di Will Crutchfield attento e costante.  Il ‘Ciro’ non è opera molto frequentata, seppur ricca di diversi momenti di grande liricità poetica e di ingegno compositivo, per cui l’idea del cinema con le didascalie come ai tempi del muto, le trasposizioni dei personaggi sullo schermo, i disturbi della pellicola risultano di marcata  efficacia nell’alleggerimento colto della  proposta. La Musica vince sempre.

Sunday, April 1, 2012

FESTIVAL INTERNACIONAL DE ÓPERA “ALEJANDRO GRANDA” ESTRENA DON CARLO EN TEATRO MUNICIPAL DE LIMA

Foto: Juan Diego Flórez | Photo: Decca / Josef Gallauer

Johnny Teperman

Uno de los principales festivales líricos de Sudamérica, donde ha tenido gran presencia el destacado tenor peruano Juan Diego Flórez, se realizará en Lima el 1, 3 y 6 de mayo. El ya tradicional Festival Internacional de Ópera “Alejandro Granda”, en su quinta edición, presentará en el Teatro Municipal de Lima la espectacular ópera Don Carlo de Giuseppe Verdi, producción de la Ópera de Colombia, diseñada por Nicola Boni y dirigida por Alejandro Chacón. La obra contará con un elenco extraordinario, dentro del cual debutan en Lima el bajo ruso Ildar Abdrazakov como Felipe II y la mezzosoprano italiana Daniela Barcellona, en el rol de Eboli. Completan el reparto principal Giuseppe Filianoti (Don Carlo), Radostina Nikolaeva (Isabel de Valois), Claudio Sgura (Marqués de Posa) y Marco Spotti (Gran Inquisidor). Don Carlo se presentará los días 1, 3 y 6 de mayo y contará con la participación de la Orquesta de la Universidad de Lima, a cargo del reconocido director estadounidense Eugene Kohn. En este importante festival lírico el gran tenor peruano Juan Diego Flórez cantó Rigoletto, en 2008, y El Barbero de Sevilla, el año pasado; y estará nuevamente presente en 2013, interpretando el rol de Gennaro en Lucrezia Borgia, junto a la soprano Jessica Pratt. 

Wednesday, August 31, 2011

Cuatro operas en el Festival de Rossini (ROF) en Pesaro

Foto: Studio Amati Bacciardi

Massimo Viazzo

MOSE IN EGITTO (20 agosto 2011, Adriatic Arena, Pesaro)

El espectáculo que más ha dado que hablar de si en la edición 2011 del Rossini Opera Festival – una edición de alto nivel que ha colocado a la manifestación de Pesaro ¡y con razón! entre las metas mas deseadas del verano para los melómanos de todo el mundo- ha sido sin dudas el Mosè in Egitto firmado por Graham Vick. El director de escena ingles no solo realizó una actualización de los eventos (aquí los eventos bíblicos perdieron su colocación natural de espacio y tiempo para asumir una dimensión universal sobre un escenario dividido en diversos niveles) si no que radicalizó sus elecciones en una óptica pacifista tout court en las cuales las culpas de los integralismos religiosos por demás monoteístas, como fueran el israelí o el islámico, fueron igualmente distribuidas. Es claro que ver a Mosè (Moisés) con un Kalashnikov en mano mientras entonaba la sublime plegaria del tercer acto fue una imagen muy fuerte, pero la idea de Vick de apuntar el dedo acusatorio sin hacer distinción entre los “presuntos” buenos y malos fue llevada hasta el fondo con gran coherencia pera crear un espectáculo de rara fuerza emotiva y espesor espiritual. Me parecían verdaderamente fuera de lugar las cartas enviadas a los periódicos locales de algunos judíos presentes en el festival que se sintieron “ofendidos” por esta visión. Aquí, se trató de hacer arte, pero arte viva, apasionada y no aislada de la realidad. Bien por Graham Vick, quien eligió, quizás, la vía más incomoda entre tantos otros, sobre los escenarios italianos, frecuentemente condicionados por un público perezosamente tradicionalista, lo que hizo parecer las cosas aun mas incomodas. Esta producción entrará por derecho en la historia del ROF, y se espera que sea repuesta en los próximos años, o por lo menos que alcance a ser grabada en video. Es así, porque también la parte estrictamente musical fue de un óptimo nivel, comenzando por el granítico faraón de Alex Esposito de nítida y esculpida dicción. Menos carismático, aunque correcto estuvo el Mosè (Moisés) de Riccardo Zanellato, mientras que la Elcia de Sonia Ganassi, a pesar de mostrarse afligida y apasionada pareció tener una emisión un poco pesada. Seguro e incisivo estuvo Dmitry Korchak en el papel del príncipe Osiride, y muy preparados estuvieron también los dos tenores Enea Scala (Mambre) y Lijie Shi (Aronne). Roberto Abbado dirigió con pulso y rigor sin dejarse malear por fáciles abandonos y apuntó definitivamente hacia la continuidad dramática.

LA SCALA DI SETA (21 agosto 2011, Teatro Rossini, Pesaro)

La Scala di Seta en la producción de Damiano Michieletto era ya un espectáculo probado y puesto en escena aquí mismo en Pesaro hace dos temporadas. Solo un cantante del antiguo elenco se presentó en esta ocasión, se trataba de aquel sobre el cual Michieletto prácticamente había construido todo su espectáculo. Me refiero a Paolo Bordogna, en el papel del distraído y descuidado sirviente filipino, entorno al cual giraron las acciones. La ambientación y los vestuarios modernos le infundieron vitalidad y exuberancia a una intriga que se asimila mucho a la del Matrimonio Segreto de Domenico Cimarosa (de hecho fue por este motivo que en la premier de1812 en el Teatro San Moisè de Venecia, la farsa rossiniana no tuvo el éxito que merecía). Sobre el escenario del Teatro Rossini se montó una escena que representaba un apartamento moderno con sala, cocina y baño. El publico, y aquí es donde estuvo la vivaz ocurrencia, pudo seguir el desarrollo del acontecimiento viendo también desde la parte de arriba, ya que el fondo se colocaron paredes reflejantes. Las situaciones inventadas por el joven director Veneto eran con frecuencia muy divertidas, nunca desbocadas, ni vulgares y sobretodo siempre estuvieron a tiempo con la música de Rossini, como en su momento lo había mostrado Jean-Pierre Ponnelle. Así, todo el elenco brilló por propiedad vocal y osada recitación, comenzando por el divertidísimo Germano de Paolo Bordogna, triunfador de la velada; sin olvidar a la espiritosa Giulia de Hila Baggio, o al volcánico Blansac de Simone Alberghini, para el cual en esta producción se recuperó la difícil aria de concierto “Alle voci dell’amore”, así como al atormentado Dorvil de Juan Francisco Gatell. Brillante y burbujeante fue la dirección de José Miguel Pérez-Sierra quien estuvo acompañado por una Orchestra Sinfónica G. Rossini en muy buena forma.

IL BARBIERE DI SIVIGLIA (22 agosto 2011, Teatro Rossini, Pesaro)

Alberto Zedda, director artístico del ROF, presentó a su publico la nueva edición critica del Barbiere di Siviglia publicada por la Fondazione Rossini de Pesaro. Las diferencias con la versión actual no parecen ser significativas (solo alguna modificación textual y algún retoque musical), pero sobretodo esta la presencia de un nuevo personaje, la criada Lisa, y para llamar la atención, Lisa de hecho interviene en el Fínale I (sus notas habían sido confiadas siempre a Berta, y aquí Lisa canta en una tesitura mas grave). Para la ocasión se pensó en una ejecución en forma de concierto justo para hacer resaltar de la mayor manera posible, las cualidades de la partitura rossiniana. De cualquier manera, los cantantes efectuaron sus entradas y salidas y algunos movimientos escénicos, ofreciendo autenticidad teatral al evento. Zedda demostró gran sensibilidad para guiar a la dinámica orquesta boloñesa obteniendo fluidez ritmica y brillantez timbrica. El director milanes de ochenta y tres años supo acompañar a los cantantes en un modo estilísticamente impecable durante sus gustosísimas y acrobáticas variazioni. Marianna Pizzolato interpretó una agradable Rosina con voz de timbre comunicativo, pero con algunas indecisiones en la zona más aguda de la tesitura. Franco, arrogante, de buen volumen y sonido rotundo y con cuerpo, estuvo el Fígaro de Mario Cassi. Adecuado estuvo Juan Francisco Gatell en el papel del Conde Almaviva, que sobretodo en el centro pareció recordar el fraseo de Luigi Alva. El desbordante Bartolo de Nicola Alaimo, un barítono de voz clara y perfectamente cómodo en el canto en silabas, supo divertir al público también por la calidad de su muy personal mímica; mientras que Nicola Ulivieri acentuó los trazos de astucia de Don Bartolo con voz plena y resonante. Grandes aplausos y ovaciones se dieron también en la Piazza del Popolo, donde la opera fue transmitida en una gran pantalla.

ADELAIDE DI BORGOGNA (23 agosto 2011, Teatro Rossini, Pesaro)

Pier’ Alli el director de escena de Adelaide di Borgogna, opera de una belleza inesperada, que fue presentada por primera ocasión aquí en el ROF (y cuya música terminaría en buena parte en la futura opera Eduardo e Cristina es una demostración de lo mucho que Rossini tenia en consideración a esta partitura) pareció estar mas interesado en las proyecciones al fondo del escenario, de lagos y hierros, de militares y fuertes, de marchas y procesiones de mujeres indudablemente sugestivos y elegantes (con su ligero toque de ironía y surrealismo) y menos interesado en los movimientos escénicos de los cantantes. No fluyó un espectáculo de innegable impacto visual, pero teatralmente un poco pobre. Se pensaba en un elenco de primer orden, acompañado por la musicalidad y la fineza de Dmitri Jurowski bajo la guía del Coro y la Orchestra del Teatro Comunale de Bolonia. (agrupación que participó también en Mosè y en Barbiere), para electrizar la función. Jessica Pratt donó a Adelaide un timbre adiamantado y pastoso sobretodo en el centro, con facilidad en la coloratura, y privilegió la vena más elegiaca de la princesa prematuramente convertida en viuda. El Ottone de Daniela Barcellona se impuso por el acento heroico aunque también patético, por su osada agilidad y por la solidez de su línea. Nicola Ulivieri diseñó un Berengario de notable espesor vocal con color oscuro y esculpido y rotunda dicción. A la vez, Bogdan Mihai (Adelberto) resultó ser el elemento débil del elenco ya que a pesar de demostrar cierta seguridad en la agilidad y una indudable musicalidad, pero el timbre que no era particularmente seductor, el volumen trémulo y cierta carencia de squilo invalidaron en general su participación. Muy cómodos estuvieron el resto de los personajes y un aplauso para la preciosa y muy fantasiosa realización de los recitativos con el fortepiano, aunque casi no nos habíamos dado cuenta que se trataba, en su totalidad, “solo” de recitativi secchi.

Monday, August 22, 2011

Adelaide di Borgogna - Rossini Opera Festival 2011, Pesaro

Foto: Studio Amati Bacciardi

Renzo Bellardone

ROSSINI OPERA FESTIVAL 2011- PESARO Per i 150 anni dell'Unità di Italia. Martedì 16 agosto, ore 20.00 ADELAIDE DI BORGOGNA. Dramma per musica di Giovanni Federico Schmidt. Musica di Gioachino Rossini. Edizione critica della Fondazione Rossini e di Casa Ricordi, a cura di Gabriele Gravagna e Alberto Zedda Direttore. DMITRI JUROWSKI.Regia, Scene, Costumi e Progetto luci: PIER’ALLI Personaggi Interpreti: Ottone DANIELA BARCELLONA, Adelaide JESSICA PRATT, Berengario NICOLA ULIVIERI, Adelberto BOGDAN MIHAI, Eurice JEANNETTE FISCHER, Iroldo FRANCESCA PIERPAOLI, Ernesto CLEMENTE ANTONIO DALIOTTI. ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA. Maestro del Coro Lorenzo Fratini

DAL MEDIOEVO ALL’OTTOCENTO ROMANTICO !!!

Dopo le due rappresentazioni in forma semiscenica al Rof 2006, l’edizione 2011 ripropone quest’opera rossiniana inspiegabilmente dimenticata dai cartelloni dei teatri musicali, seppur ricca di spunti e di piacevolezze. La vicenda si svolge nell’alto Medioevo, ma in questa prima rappresentazione scenica il regista Pier Alli l’ha trasportata in un periodo più vicino e cioè in pieno romanticismo ottocentesco; senza intaccarne l’impianto, ma anche senza marcati coup de theatre, realizza la scena quasi esclusivamente con proiezioni, adottando una certa staticità del palcoscenico che coadiuva il canto. L’orchestra diretta da Dmitri Jurowski ha iniziato con manierismo, per divenire man mano più convincente ed a buon sostegno del palcoscenico: morbida e romantica nei recitativi, sanguigna nella descrizione della battaglia. La Musica e soprattutto le voci, hanno decretato la riuscita di un’opera di spessore , che si è ascoltata volentieri. Le incontrastate regine sono il mezzosoprano Daniela Barcellona ed il soprano Jessica Pratt  che non a caso vengono citate insieme, perché insieme hanno creato momenti di vera bellezza con grande reciproco sostegno ed unità di intenti. Daniela Barcellona è da anni è la regina del Rof e fin dalla comparsa in scena colma il teatro con voce solida e pienamente ricca di quel bel colore conosciuto ed apprezzato; con le agilità convince sempre ed ‘induce’ a sfrenati applausi a scena aperta ‘..soffri la tua sventura..’, ‘tergi..tergi..’, ma con l’aria finale ‘D’Imene il talamo..’incanta la platea con una sventagliata di acuti e con agilità affrontate con morbidezza vellutata. Realizza il personaggio di Ottone con coerente emissione e consolidata presenza scenica, seppur racchiusa in un costume pesante e costrittivo. Oramai allenata ad interpretare personaggi maschili, si sposta sulla scena con passo pesante e cadenzato dall’autorevolezza del comando. La Pratt riveste i panni di Adelaide e con le sue agilità e variazioni risulta attrattiva, per divenire lirica nei vari momenti dei filati, dei pianissimi e dei ben controllati acuti e sovracuti. ‘O cara immagine’ la interpreta sdraiata su uno dei due grandi divani in velluto senape di indefinito stile, come se fosse su una dormeuse… alla Paolina Bonaparte…, ma la voce è talmente limpida e naturalmente sicura che valorizza il momento d’ascolto. Confermatasi belcantista offre filati da brivido ed agilità ricercate. L’opera prevede molti bei recitativi accompagnati da un impeccabile clavicembalo e tanti bei duetti ed insieme. Il giovane tenore rumeno Bogdan Mihai è un Adelberto con una personalità spiccata fin dal duetto con Ottone nel primo atto, crescendo nel soddisfacimento delle attese nell’Aria ‘Grida, o natura, e desta’ nel secondo atto; ‘Noi deponiamo il brando..’lo canta con buone capacità interpretative e soprattutto con apprezzabile, attento controllo dello strumento.
Il ruolo di Berengario è affidato alla possente voce di Nicola Ulivieri che con naturale presenza scenica e facile utilizzo dello strumento è elemento determinante nell’opera, riuscendo nella delineazione del personaggio. ‘Si, si mi svena’ è l’Aria di Eurice, interpretata da Jeannette Fischer che, con questa offerta, rischiara la lieve opacità che aveva avvolto il personaggio fino a quel momento. Francesca Pierpaoli da vita ad un Iroldo focoso e sanguigno, con voce ferma e decisa; Clemente Antonio Daliotti da corpo e voce ad Ernesto con impegno e piglio. Coccarde rosse, fasce verdi e fiori bianchi al finale, inneggiano all’Unità d’Italia. Risultano di non immediata percezione alcune scelte di regia-ombrelli, acqua, ende rosa..-,ma il complesso impianto non invalida la realizzazione e per gli amanti del belcanto questa produzione resterà sicuramente nella memoria cerebrale ed in quella sentimentale: il ‘canto libero’ delle bellissime voci degli interpreti incantano e costruiscono la memoria.  Altrettanto valide sono anche le voci del coro che offrono una prestazione più che interessante grazie anche alle cure del Maestro Lorenzo Fratini.  La Musica vince sempre.

Sunday, November 14, 2010

La Sonnambula en el Teatro Grande de Brescia

Foto: Jessica Pratt - Teatro Grande di Brescia

Roberta Pedrotti

La temporada del bicentenario del Teatro Grande de Brescia continua con un hecho que esperamos sea de buen auspicio como es el reciente nombramiento del sobre intendente Umberto Angelini de cuarenta y dos años de edad. Se montó en escena La Sonnambula con un elenco encabezado por la extraordinaria Jessica Pratt. Confieso una cierta emoción al aplaudirle a esta joven australiana, que es alta, imponente, de hermosa apariencia, muy dulce y teatral, a solo dos semanas de la muerte de Joan Sutherland, pero naturalmente la comparación seria algo ocioso. Jessica Pratt es Jessica Pratt, la mejor revelación belcantista de los últimos años con un grato timbre bien sostenido y homogéneo, emisión fluida en toda la tesitura, óptima coloratura, línea noble y elegante y aun así aromatizada por la ingenua simplicidad de Amina. Sobretodo en el final, la artista se impuso y emocionó sinceramente con un delicado “Ah non credea mirarti” con esplendido legato, para después explotar en un brillante “Ah non giunge uman pensiero”, coronado por variaciones sobreagudas (fa incluido) con el que restituyó el placer de la sorpresa y el fantasioso escalofrío de la artista virtuosa y creadora que creíamos que se había perdido. No hubo nunca complacencia ni exhibicionismo, porque Pratt es una cantante muy musical que sabe conjugar la inspiración con el rigor estilístico y traduce en el canto la tímida inocencia de la virgen alpina. Como ejemplo particular la frase “D’un pensiero, d’un accento” de intima conmoción, estuvo tan elevada y casi abstracta en la esencia de la expresión belcantista. Se agrega la dulzura, la naturaleza escénica de una artista que se conduce con gracia, que confirma el valor de una notable artista con un amplio margen de crecimiento y de la cual esperamos obtener siempre nuevas satisfacciones. La pareja con Enea Scala, como Elvino, estuvo perfectamente de acuerdo en lo escénico (sus efusiones y pequeñas tonterías constituyeron lo mejor de la dirección escénica) y por equilibrio vocal, en virtud de la gran facilidad del tenor para emitir agudos y sobreagudos aunada a un color bronceado de un metal muy particular y una sonoridad corpórea muy agradable. La propiedad estilística se confirmó con las variaciones en el inicio de la cabaletta del segundo acto que se unió a una fresca y viril interpretación del personaje.

Bajo el perfil exquisitamente técnico, apreciamos el continuo progreso de Scala, que podrá posteriormente afinar su media voz y su pasaje, encontrando siempre mayor suavidad. Al lado de los dos protagonistas, el Conde Rodolfo palideció por personalidad y sonoridad. Alexej Yakimov es un cantante correcto y elegante, pero de volumen reducido y muy rígido, casi intimidado en la expresión y en la acción. Mas vivaz e incisiva estuvo la Lisa de Marina Bucciarelli, de voz aun un poco verde, sobretodo en el centro, pero apuntada y picante en los agudos y en los sobreagudos mostrados en su aria del segundo acto, pero fue un poco ignorada ya que hubiera merecido una acogida mas generosa de parte del publico de Brescia. La actriz es fresca y segura. Lastima por la dirección de Stefano Vizioli que la hizo una especie de Carmen de otro tiempo, con las manos perennemente apuntando hacia los lados. Nadija Petrenko fue una Teresa adecuada, así como el Alessio de Michail Dogotari y Luca Granziera hizo el papel del notario. En el podio encontramos a Massimo Lambertini, en su primera experiencia operística, después de haber sido asistente de Riccardo Muti. Los primeros dotes que se apreciaron, raros aun en renombrados directores, fueron los de sostener a los cantantes para trabajar con ellos y no en contra de ellos. De hecho, salvo algunos ataques imprecisos del coro en el primer acto, el equilibrio musical fue Cursivasólido, con tiempos justos, y la ejecución total a excepción de algunos da capo de las cabaletas. La puesta en escena fue quizás el elemento menos interesante de esta producción convencional, didáctica que en vez de estar ambientada en una villa alpina se hizo en un idílico campo. Una idea que permanece al fondo de un espectáculo sin despuntes o sugestiones particulares, bien iluminado por Paolo Coduri de’ Cartosio, pero en general se esperaba mas de un buen director de escena con la experiencia y la fama de Stefano Vizioli. De cualquier forma hubieron voces y artistas que por si solos valieron el espectáculo y que iluminaron la escena en un crescendo de consenso, con autentica aprobación para Jessica Pratt y Enea Scala, quienes recibieron los mayores aplausos.

La Sonnambula - Teatro Grande di Brescia

Foto: Jessica Pratt (La Sonnambula) - Elisabetta Molteni

Roberta Pedrotti
La stagione del bicentenario del Teatro Grande prosegue con un successo che speriamo sia di buon auspicio per la recentissima nomina del primo sovrintendente, il quarantaduenne marchigiano Umberto Angelini. Dopo Medea è di scena La sonnambula, con un cast giovane capitanato da una straordinaria Jessica Pratt. Confessiamo una certa emozione nell’applaudire questa ragazzona australiana, alta, giunonica, dal bel viso dolce e teatrale proprio a due settimane dalla scomparsa di Joan Sutherland, ma naturalmente il confronto sarebbe ozioso. Jessica Pratt è Jessica Pratt, forse la maggiore rivelazione belcantista degli ultimi anni: bel timbro puro, ben sostenuto, omogeneo, emissione fluida in tutta la tessitura, ottima coloratura, linea nobile ed elegante, eppur fragrante dell’ingenua semplicità di Amina. Soprattutto nel finale l’artista si impone, emoziona sinceramente in un delicato “Ah non credea mirarti”, splendidamente legato, per poi esplodere in uno sfolgorante “Ah non giunge uman pensiero”, coronato da variazioni sovracute (fa compreso) che ci restituiscono il piacere creduto perduto della sorpresa, del brivido fantasioso dell’artista virtuosa e creatrice. Non c’è però mai compiacimento, mai esibizionismo, perché la Pratt è cantante musicalissima che sa coniugare l’estro al rigore stilistico, traduce nel canto la timida innocenza della vergine alpina: ne è un esempio anche il finale primo, in particolare le frasi di “D’un pensiero, d’un accento”, intrise d’intima commozione e così elevate, quasi astratte nell’essenza dell’espressione belcantista. Si aggiunga la dolcezza, la naturalezza scenica di un’artista che gestisce con grazia sia la statura sovrastante il resto del cast sia l’improbabile cascata di boccoli biondi imposta dalla costumista e scenografa Susanna Rossi Jost per confermare il valore di un’artista notevolissima con ancora ampi margini di crescita e dalla quale attendiamo sempre nuove soddisfazioni. La coppia con Enea Scala, Elvino, è poi perfettamente assortita, sia per affiatamento scenico (le loro effusioni e piccole schermaglie costituiscono il meglio della regia) sia per equilibrio vocale, in virtù della grande facilità del tenore in acuto e sovracuto abbinata a un colore brunito, dal metallo particolarissimo, e a una sonorità piacevolmente corposa. La proprietà stilistica è confermata dalle belle variazioni nella ripresa della cabaletta del secondo atto e ben si sposa con un’interpretazione fresca e virile del personaggio. Sotto il profilo squisitamente tecnico apprezziamo i continui progressi di Scala, che potrà ulteriormente affinare la mezzavoce e il passaggio, trovando sempre maggiore morbidezza. Accanto ai due protagonisti il conte Rodolfo impallidisce per personalità e sonorità; Alexej Yakimov è cantante corretto, elegante, ma di volume ridotto e troppo compassato, quasi intimidito, nell’espressione e nell’azione. Ben più vivace e incisiva la Lisa di Marina Bucciarelli, voce ancora un poco acerba, soprattutto nel centro, ma puntuta e ficcante negli acuti e nei sovracuti esibiti nell’aria del secondo atto, spesso omessa, che avrebbe meritato un’accoglienza più generosa da parte del pubblico bresciano. L’attrice è fresca e spigliata, peccato solo che la regia di Stefano Vizioli ne faccia una sorta di Carmen d’altri tempi, con le mani perennemente puntate sui fianchi. Nadija Petrenko è una Teresa adeguata, così come l’Alessio di Michail Dogotari, che attendiamo fra poco meno di un mese come Alidoro nella Cenerentola. Luca Granziera è il notaio. Sul podio troviamo Massimo Lambertini, alle sue prime esperienze operistiche, già assistente di Riccardo Muti; la prima dote che si apprezza, rara anche in tanti rinomati concertatori è quella di sostenere i cantanti, di lavorare con loro e non contro di loro. Fatti salvi alcuni attacchi imprecisi del coro nel primo atto, l’equilibrio musicale è solido, i tempi giusti, l’esecuzione integrale ad eccezione di alcuni da capo delle cabalette. Già si è accennato alla messa in scena, forse l’elemento meno interessante di questa produzione: convenzionale, didascalica ma ambientata invece che in un villaggio alpino in un’idillica campagna contrapposta alla sagoma cittadina già protoindustriale che alligna in lontananza. Un’intuizione che rimane comunque sullo sfondo di uno spettacolo senza spunti o suggestioni particolari, ben illuminato da Paolo Coduri de’ Cartosio, ma nel complesso più vicino a quanto ci aspetteremmo da un buon direttore di palcoscenico che da un regista dell’esperienza e della fama di Stefano Vizioli. Abbiamo però voci e artisti che da soli valgono lo spettacolo e illuminano la scena in un crescendo di consensi, con autentici boati d’approvazione per Jessica Pratt ed Enea Scala, complici e sorridenti nel contendersi i maggiori applausi.