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Saturday, April 25, 2015

I Puritani - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio
Renzo Bellardone
Una narrazione dalle tinte fosche, ben rappresentata dalla scenografia cupa e goticheggiante di Tiziano Santi. La grande cupola rovesciata sparirà parzialmente alla fine del primo atto e completamente al cambio scena del secondo. Le luci di Marco Filibeck hanno grande importanza ed efficacia con tagli decisamente esaltanti dei colori di scena, dai vari toni di grigio, all’azzurro ed al bronzo ramato; luci molto evocative quando illuminano con spaccature di color fuoco i volti dei danzatori mimi in movimento sopra le tombe. Il regista Fabio Ceresa ha diretto con movimento delle masse e atleticità degli interpreti. Senza antiche credenze Giuseppe Palella ha inserito molto viola nei costumi di scena davvero belli ed azzeccati. Michele Mariotti ha dimostrato le proprie capacità di lettura interpretativa estraendo molta poesia e limitando al minimo l’euforia risorgimentale. Il baritono Nicola Alaimo ha offerto un tono dolce ed accorato con chiaro fraseggio. Olga Peretyatko, con agilità fisiche e presenza scenica ha reso il personaggio di Elvira con cristallinità e limpidezza. Dmitry Korchak ha interpretato Arturo con piglio e bei passaggi di colore, con poetica gestione dell’emissione. Nicola Ulivieri ha offerto il bel timbro,  con possanza vocale e forte immedesimazione, riuscendo a coinvolgere fortemente  il pubblico torinese . 
Fabrizio Beggi e Samantha Korbey hanno dato ottima prova. Di grande interesse i movimenti scenici di ‘Fattoria Vittadini’ che completano alcune scene, ravvivando il momento del ‘velo di Elvira’ qui dalle tinte scure. La prima rappresentazione dell’altro cast, che ha riscosso un incredibile successo di pubblico: Sir Valton ha trovato in Mirco Palazzi un parimenti valido interprete, dalla voce naturalmente brunita e molto possente. Simone del Savio ha convinto per alcune rotondità e felici passaggi, porgendo con dolce armonia. Enea Scala si è imposto con una gran bella complessiva interpretazione e con voce matura ed emissione luminosa. Sia per lui che per l’interprete femminile, applausi ripetuti a scena aperta. Desiree Rancatore si è dimostrata una giustamente affermata interprete: sicura nel ruolo, sempre accattivante e preziosa nelle agilità e nelle coloriture. Il Coro del Regio ha raggiunto traguardi sempre più alti sia per la validità del direttore Claudio Fenoglio, che per i coristi di gran vaglia.  La musica vince sempre

Friday, August 23, 2013

L'occasione fa il ladro de Rossini, ROF Pesaro Italia 2013


Foto: Amati Bacciardi

Massimo Viazzo

La tercera propuesta del ROF 2013 fue la reposición de la histórica producción de la farsa juvenil L’occasione fa il ladro, firmada por Jean Pierre-Ponnelle, creada aquí en Pesaro por el director frances en 1987, una año antes de su muerte. Ponnelle (aquí repuesto por Sonja Frisell) exhibió una consanguinidad casi total con la música de Gioacchino Rossini.  Todo estuvo sincronizado como en un perfecto mecanismo de reloj, sin exageraciones ni invenciones en ámbitos súper modernos. Cuando se tienen las ideas, puede ser suficiente solamente una valija para hacer teatro. Es justamente de una valija (el subtitulo de la opera es por cierto Il cambio della valigia) que durante la sinfónica introductoria, aparecen las escenografías voladoras, los elementos escénicos y los personajes de carne y hueso. Divertido. Todo sin ser forzado, con suma gracia y naturaleza.  Al final de la farsa, todo se ordenó milagrosamente como al inicio, y la famosa valija se tragó todo. El elenco fue dominado por el Don Parmenione del experto Roberto de Candia y por el muy simpático Martino de Paolo Bordogna, un verdadero deus ex – maquina de la obra, casi un precursor del Poeta en el Turco in Italia, y es quien tiro los hilos de la trama construyéndola y descomponiéndola a su gusto. La Berenice de Elena Tsallagova mostró sus mejores dotes en el canto más lírico e intimo, mientras que Enea Scala interpretó un conde Alberto determinado y apasionado. Por su parte, la Ernestina de Viktoria Yarovaya tuvo algunos problemas de entonación, mientras que el Don Eusebio de Giorgio Miseri fue preciso y pertinente. Al final, pareció un poco monocorde la dirección de la china Yi Chen-Li al frente de la Orchestra G. Rossini.

Tuesday, August 20, 2013

L’occasione fa il ladro - Rossini Opera Festival, 2013

Foto: Amati Bacciardi
 
Massimo Viazzo
 
La terza proposta del Rof 2013 era la riedizione dello storico allestimento della farsa giovanile L’occasione fa il ladro firmato da Jean-Pierre Ponnelle, creato proprio qui a Pesaro dal regista francese nel 1987, un anno prima della sua morte. Ponnelle (qui ripreso da Sonja Frisell) esibisce una consanguineità pressoché totale con la musica di Gioacchino Rossini. Tutto è sincronizzato come in un perfetto meccanismo ad orologeria, senza esagerazioni né invenzioni in ambienti supermoderni. Quando si hanno idee può essere sufficiente anche solamente una valigia per fare teatro! Ed è proprio da una valigia (il sottotitolo dell’opera è, appunto, Il cambio della valigia) che, durante la sinfonia introduttiva, fuoriescono le svolazzanti scenografie, gli attrezzi scenici e… i personaggi in carne e d’ossa! Esilarante. E tutto senza forzature, con somma grazia e naturalezza. E alla fine della farsa tutto torna miracolosamente in ordine come all’inizio, inghiottita ogni cosa dalla ormai famosa valigia. Il cast è stato dominato dal Don Parmenione dell’esperto Roberto de Candia e dal simpaticissimo Martino di Paolo Bordogna, vero deus ex-machina della vicenda, quasi un precursore del Poeta nel Turco in Italia: è lui che tira le fila della trama costruendola e scomponendola a proprio piacimento. La Berenice di Elena Tsagallova ha mostrato le sue migliori doti nel canto più lirico e intimo, mentre Enea Scala ha interpretato un Conte Alberto volitivo e appassionato. Qualche problema di intonazione, invece, per l’Ernestina di Viktoria Yarovaya, mentre preciso e pertinente il Don Eusebio di Giorgio Misseri. Un po’ monocorde, infine, è parsa la direzione della cinese Yi Chen-Lin a capo dell’Orchestra G. Rossini.

 

Monday, August 22, 2011

COMMOZIONE E PAURA, ALL’INTERNO DI UNA “ POSSIBILE REALTA’ “ MOSÈ IN EGITTO, Rossini Opera Festival, 2011

Foto: Studio Amati Bacciardi

Renzo Bellardone
 
ROSSINI OPERA FESTIVAL 2011-08-18 per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Mercoledì 17 agosto, ore 20.00 - Adriatic Arena. MOSÈ IN EGITTO Azione tragico-sacra di Andrea Leone Tottola. Musica di Gioachino Rossini. Edizione critica della Fondazione Rossini, in collaborazione con Casa Ricordi, a cura di Charles S. Brauner. Direttore: ROBERTO ABBADO. Regia: GRAHAM VICK. Scene e Costumi: STUART NUNN. Progetto luci: GIUSEPPE DI IORIO. Personaggi Interpreti: Faraone ALEX ESPOSITO, Amaltea OLGA SENDERSKYA, Osiride DMITRY KORCHAK, Elcia SONIA GANASSI, Mambre ENEA SCALA, Mosè RICCARDO ZANELLATO, Aronne YIJIE SHI, Amenofi CHIARA AMARÙ. ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA. Maestro del Coro Lorenzo Fratini.

COMMOZIONE E PAURA, ALL’INTERNO DI UNA "POSSIBILE REALTA’"

Ben consci che l’Opera è la massima espressione artistico-teatrale e scevri da influenze opinionistiche, ma sensibili percettori ‘super partes’ dei messaggi senza tempo e senza età, non si può che applaudire ad una messa in scena dove tutti si è parte attiva e coinvolta in una toccante e realistica rappresentazione ai confini della finzione dentro ad una terribile, ma possibile realtà. L’Opera inizia all’ingresso: allo strappo del biglietto il personale d’accoglienza veste camicioni usurati adatti a lavori umili, come quelli che indosseranno in scena gli schiavi, …..fotografie di dispersi in guerra alle pareti. Il palcoscenico è l’immagine troppe volte trasmessa dai telegiornali, ed a cui ci siamo superficialmente assuefatti: case distrutte, vesti insanguinate, sguardi cancellati dagli orrori della guerra, madri in cerca dei propri figli, bambini in cerca della propria madre e attoniti padri che attraversano la strada con l’esanime corpo del figlio tra le braccia… Graham Vick va ben oltre il ruolo di regista asservendosi ad attento osservatore con il solo diritto di denuncia; guarda il mondo, i popoli, le religioni usate per scopi di potere economico e militare,  i muri eretti in nome della pace, i bambini e le donne kamikaze, le stragi nei teatri e gli attentati nelle metropolitane, gente che non ha più nulla da perdere! Vick ha guardato il mondo e mentre lo descrive senza provocazioni, lancia un monito ai popoli di tutte le terre a non continuare a distruggere il mondo di tutte le latitudini con l’inganno e la mistificazione. Realizzazione intelligente, efficace, pertinente ed equilibrata che non permette fraintesi territoriali, politici, religiosi e d’identità . L’azione (termine cinematografico che si attaglia spontaneamente) si svolge in Medio Oriente, in Egitto, ma potrebbe essere ovunque nel mondo, come tristemente troppe volte è! Stuart Nunn altrettanto attento osservatore ‘non ha inventato nulla’ e qui sta il pregio della realizzazione; fedele alla fotografica realtà ha creato costumi che potrebbero essere abiti del quotidiano medio orientale e le scene sono metafore e messaggi: scale interrotte dall’esplosione di una bomba, pilastri non finiti e con ancora le armature in ferro sporgenti in attesa della sopraelevazione, stracci, filo spinato, squarcio di sala cinematografica, laboratorio di intercettazione informatica ed altri mille particolari rendono inquietante e coinvolgente la scena.  Giuseppe di Iorio progetta le luci non per necessità di migliorare l’allestimento, ma solo per calarlo nella realtà e ci riesce ; il momento della narrazione è quello delle ‘Tenebre’ (che qui saranno squarciate dalle voci), ovvero la penultima piaga inflitta all’Egitto secondo i racconti biblici ed i colpi di buio contribuiscono nelle descrizione , mentre i colpi di luce improvvisi sul palco, sulla platea o specularmente sui ritratti laterali, incrementano il lievitare della tensione partecipativa. Roberto Abbado legge la partitura come una sinfonia messa a disposizione delle voci;  Direzione meditata sullo spartito e calibrata sul messaggio registico colpisce in più di un momento per l’espressione di grande respiro. Ottima l’Orchestra del Comunale di Bologna, che ha messo a disposizione anche il Coro diretto da Lorenzo Fratini: sapientemente dislocati nei vari punti di platea i coristi-attori creano ‘effetti speciali’ di musicalità, esaltando il ruolo che il coro riveste nel ‘Mosè’, non relegandosi a corollario dell’impianto globale, ma integrandosi quale parte dominante e coadiutrice nella offerta musicale e scenica. Alex Esposito prende il sembiante del Faraone e forse per commentare la prestazione basterebbe dire ‘Bravo!’ ma ovviamente non risulta esaustivo ed allora si può descrivere la continuità di emissione, la profondità ed il marcato colore scuro nell’imperio o morbido nella sconfortata ammissione d’errore…o nel dolore per la morte del figlio all’avverarsi della profezia…….

Ottima presenza scenica, agilità nei movimenti e nel canto sono il ricordo che Esposito lascia. Amaltea è impersonata da Olga Senderskaya che la tratteggia con un bel colore che non risparmia e che accentua con sentimento nei vari recitativi, e che esalta nell’aria ‘La pace mia smarrita..’ Dmitry Korchak è Osiride figlio del Faraone e come in tutti i tempi i figli superprotetti da un genitore perde di vista le proprie responsabilità, per finire qui travolto dalla predizione maledetta. Gentile d’aspetto e nella voce emette con chiarezza e trasparenza, riuscendo aggraziato sia nei tanti recitativi che nelle arie. Sonia Ganassi riesce a sacrificare l’interprete per valorizzare il personaggio con una l’accettazione della personalità di Elcia; ‘Qual assalto…qual cimento…’ lo rende efficacemente realistico in piena sintonia con l’idea della rappresentazione. Voce sicura e con il buon timbro riconoscibile affronta con piglio anche le agilità. Enea Scala è Mambre, un ruolo piccolo, che però riesce a caratterizzare fortemente sia con la fisicità che con la voce rotonda e fresca emessa con salda tecnica; serio impegno, giovanile spontaneità e buon risultato gli devono essere riconosciuti senza ombra di dubbio. Il ruolo del titolo ovvero Mosè, investe Riccardo Zanellato cui la regia impone lo stile del condottiero più che del salvatore; brandirà il kalaschnikov quasi fosse un simbolo religioso che da una certa angolazione di platea può sembrare una croce. Zanellato è credibile con voce adeguata cui cerca di infondere la passionalità del trascinatore. Yijie Shi è un buon Aronne che rende con bella voce sicura e luminosa e timbro gradevole. Piace e convince in questa parte che gli è consona: voce melodica e romantica fraseggia compiutamente . Risulta ben descritta anche l’Amenofi di Chiara Amarù, adeguata vocalmente ed attorialmente. Abile nei ruoli rossiniani ha sortito un buon risultato.Durante lo svolgimento della vicenda, sguardi impauriti si aggirano tra il pubblico improvvisamente illuminato da una torcia per vedersi poi puntare un’arma……ed il terrore serpeggiante induce anche i più superficiali a sentire un po’ di quella paura che inevitabilmente passa da un cuore all’altro durante un’azione terroristica che non serve a nulla se non a distruggere. Al finale cade un pezzo di muro ed appare un carro armato sullo sfondo da cui scende un soldato che cautamente si avvicina all’unico superstite: …..un bambino che ha già indossato la cintura dinamitarda ed ha già disinserito la sicura…..E’ il soldato che prima di tentare un contatto offrendo cioccolato deve alzare le mani in segno di disarmo……, ma le luci sull’ultima nota si spengono e non si sente la defraglazione , che divampa però nella più profonda e nascosta anima dell’uomo civile.  La Musica vince sempre










Sunday, November 14, 2010

La Sonnambula en el Teatro Grande de Brescia

Foto: Jessica Pratt - Teatro Grande di Brescia

Roberta Pedrotti

La temporada del bicentenario del Teatro Grande de Brescia continua con un hecho que esperamos sea de buen auspicio como es el reciente nombramiento del sobre intendente Umberto Angelini de cuarenta y dos años de edad. Se montó en escena La Sonnambula con un elenco encabezado por la extraordinaria Jessica Pratt. Confieso una cierta emoción al aplaudirle a esta joven australiana, que es alta, imponente, de hermosa apariencia, muy dulce y teatral, a solo dos semanas de la muerte de Joan Sutherland, pero naturalmente la comparación seria algo ocioso. Jessica Pratt es Jessica Pratt, la mejor revelación belcantista de los últimos años con un grato timbre bien sostenido y homogéneo, emisión fluida en toda la tesitura, óptima coloratura, línea noble y elegante y aun así aromatizada por la ingenua simplicidad de Amina. Sobretodo en el final, la artista se impuso y emocionó sinceramente con un delicado “Ah non credea mirarti” con esplendido legato, para después explotar en un brillante “Ah non giunge uman pensiero”, coronado por variaciones sobreagudas (fa incluido) con el que restituyó el placer de la sorpresa y el fantasioso escalofrío de la artista virtuosa y creadora que creíamos que se había perdido. No hubo nunca complacencia ni exhibicionismo, porque Pratt es una cantante muy musical que sabe conjugar la inspiración con el rigor estilístico y traduce en el canto la tímida inocencia de la virgen alpina. Como ejemplo particular la frase “D’un pensiero, d’un accento” de intima conmoción, estuvo tan elevada y casi abstracta en la esencia de la expresión belcantista. Se agrega la dulzura, la naturaleza escénica de una artista que se conduce con gracia, que confirma el valor de una notable artista con un amplio margen de crecimiento y de la cual esperamos obtener siempre nuevas satisfacciones. La pareja con Enea Scala, como Elvino, estuvo perfectamente de acuerdo en lo escénico (sus efusiones y pequeñas tonterías constituyeron lo mejor de la dirección escénica) y por equilibrio vocal, en virtud de la gran facilidad del tenor para emitir agudos y sobreagudos aunada a un color bronceado de un metal muy particular y una sonoridad corpórea muy agradable. La propiedad estilística se confirmó con las variaciones en el inicio de la cabaletta del segundo acto que se unió a una fresca y viril interpretación del personaje.

Bajo el perfil exquisitamente técnico, apreciamos el continuo progreso de Scala, que podrá posteriormente afinar su media voz y su pasaje, encontrando siempre mayor suavidad. Al lado de los dos protagonistas, el Conde Rodolfo palideció por personalidad y sonoridad. Alexej Yakimov es un cantante correcto y elegante, pero de volumen reducido y muy rígido, casi intimidado en la expresión y en la acción. Mas vivaz e incisiva estuvo la Lisa de Marina Bucciarelli, de voz aun un poco verde, sobretodo en el centro, pero apuntada y picante en los agudos y en los sobreagudos mostrados en su aria del segundo acto, pero fue un poco ignorada ya que hubiera merecido una acogida mas generosa de parte del publico de Brescia. La actriz es fresca y segura. Lastima por la dirección de Stefano Vizioli que la hizo una especie de Carmen de otro tiempo, con las manos perennemente apuntando hacia los lados. Nadija Petrenko fue una Teresa adecuada, así como el Alessio de Michail Dogotari y Luca Granziera hizo el papel del notario. En el podio encontramos a Massimo Lambertini, en su primera experiencia operística, después de haber sido asistente de Riccardo Muti. Los primeros dotes que se apreciaron, raros aun en renombrados directores, fueron los de sostener a los cantantes para trabajar con ellos y no en contra de ellos. De hecho, salvo algunos ataques imprecisos del coro en el primer acto, el equilibrio musical fue Cursivasólido, con tiempos justos, y la ejecución total a excepción de algunos da capo de las cabaletas. La puesta en escena fue quizás el elemento menos interesante de esta producción convencional, didáctica que en vez de estar ambientada en una villa alpina se hizo en un idílico campo. Una idea que permanece al fondo de un espectáculo sin despuntes o sugestiones particulares, bien iluminado por Paolo Coduri de’ Cartosio, pero en general se esperaba mas de un buen director de escena con la experiencia y la fama de Stefano Vizioli. De cualquier forma hubieron voces y artistas que por si solos valieron el espectáculo y que iluminaron la escena en un crescendo de consenso, con autentica aprobación para Jessica Pratt y Enea Scala, quienes recibieron los mayores aplausos.

La Sonnambula - Teatro Grande di Brescia

Foto: Jessica Pratt (La Sonnambula) - Elisabetta Molteni

Roberta Pedrotti
La stagione del bicentenario del Teatro Grande prosegue con un successo che speriamo sia di buon auspicio per la recentissima nomina del primo sovrintendente, il quarantaduenne marchigiano Umberto Angelini. Dopo Medea è di scena La sonnambula, con un cast giovane capitanato da una straordinaria Jessica Pratt. Confessiamo una certa emozione nell’applaudire questa ragazzona australiana, alta, giunonica, dal bel viso dolce e teatrale proprio a due settimane dalla scomparsa di Joan Sutherland, ma naturalmente il confronto sarebbe ozioso. Jessica Pratt è Jessica Pratt, forse la maggiore rivelazione belcantista degli ultimi anni: bel timbro puro, ben sostenuto, omogeneo, emissione fluida in tutta la tessitura, ottima coloratura, linea nobile ed elegante, eppur fragrante dell’ingenua semplicità di Amina. Soprattutto nel finale l’artista si impone, emoziona sinceramente in un delicato “Ah non credea mirarti”, splendidamente legato, per poi esplodere in uno sfolgorante “Ah non giunge uman pensiero”, coronato da variazioni sovracute (fa compreso) che ci restituiscono il piacere creduto perduto della sorpresa, del brivido fantasioso dell’artista virtuosa e creatrice. Non c’è però mai compiacimento, mai esibizionismo, perché la Pratt è cantante musicalissima che sa coniugare l’estro al rigore stilistico, traduce nel canto la timida innocenza della vergine alpina: ne è un esempio anche il finale primo, in particolare le frasi di “D’un pensiero, d’un accento”, intrise d’intima commozione e così elevate, quasi astratte nell’essenza dell’espressione belcantista. Si aggiunga la dolcezza, la naturalezza scenica di un’artista che gestisce con grazia sia la statura sovrastante il resto del cast sia l’improbabile cascata di boccoli biondi imposta dalla costumista e scenografa Susanna Rossi Jost per confermare il valore di un’artista notevolissima con ancora ampi margini di crescita e dalla quale attendiamo sempre nuove soddisfazioni. La coppia con Enea Scala, Elvino, è poi perfettamente assortita, sia per affiatamento scenico (le loro effusioni e piccole schermaglie costituiscono il meglio della regia) sia per equilibrio vocale, in virtù della grande facilità del tenore in acuto e sovracuto abbinata a un colore brunito, dal metallo particolarissimo, e a una sonorità piacevolmente corposa. La proprietà stilistica è confermata dalle belle variazioni nella ripresa della cabaletta del secondo atto e ben si sposa con un’interpretazione fresca e virile del personaggio. Sotto il profilo squisitamente tecnico apprezziamo i continui progressi di Scala, che potrà ulteriormente affinare la mezzavoce e il passaggio, trovando sempre maggiore morbidezza. Accanto ai due protagonisti il conte Rodolfo impallidisce per personalità e sonorità; Alexej Yakimov è cantante corretto, elegante, ma di volume ridotto e troppo compassato, quasi intimidito, nell’espressione e nell’azione. Ben più vivace e incisiva la Lisa di Marina Bucciarelli, voce ancora un poco acerba, soprattutto nel centro, ma puntuta e ficcante negli acuti e nei sovracuti esibiti nell’aria del secondo atto, spesso omessa, che avrebbe meritato un’accoglienza più generosa da parte del pubblico bresciano. L’attrice è fresca e spigliata, peccato solo che la regia di Stefano Vizioli ne faccia una sorta di Carmen d’altri tempi, con le mani perennemente puntate sui fianchi. Nadija Petrenko è una Teresa adeguata, così come l’Alessio di Michail Dogotari, che attendiamo fra poco meno di un mese come Alidoro nella Cenerentola. Luca Granziera è il notaio. Sul podio troviamo Massimo Lambertini, alle sue prime esperienze operistiche, già assistente di Riccardo Muti; la prima dote che si apprezza, rara anche in tanti rinomati concertatori è quella di sostenere i cantanti, di lavorare con loro e non contro di loro. Fatti salvi alcuni attacchi imprecisi del coro nel primo atto, l’equilibrio musicale è solido, i tempi giusti, l’esecuzione integrale ad eccezione di alcuni da capo delle cabalette. Già si è accennato alla messa in scena, forse l’elemento meno interessante di questa produzione: convenzionale, didascalica ma ambientata invece che in un villaggio alpino in un’idillica campagna contrapposta alla sagoma cittadina già protoindustriale che alligna in lontananza. Un’intuizione che rimane comunque sullo sfondo di uno spettacolo senza spunti o suggestioni particolari, ben illuminato da Paolo Coduri de’ Cartosio, ma nel complesso più vicino a quanto ci aspetteremmo da un buon direttore di palcoscenico che da un regista dell’esperienza e della fama di Stefano Vizioli. Abbiamo però voci e artisti che da soli valgono lo spettacolo e illuminano la scena in un crescendo di consensi, con autentici boati d’approvazione per Jessica Pratt ed Enea Scala, complici e sorridenti nel contendersi i maggiori applausi.

Thursday, September 16, 2010

Sigismondo de Rossini en el Rossini Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival
Giosetta Guerra

Michieletto… Michieletto … ¡yo sabia que debíamos tenerte en cuenta! Ya que nos has dado una lección de cómo debe ser un luminoso hospital psiquiátrico, pulido, lineal y con médicos y enfermeras listas para atender, como le sucede a Sigismondo enloquecido por una elección criminal contra su mujer pero que recobra el sentido cuando se reencuentra con ella. Los ataques de locura de Sigismondo, rey de Polonia, con gritos animalescos y la visión de fantasmas con el aspecto de su mujer Aldimira, entre otros, le dieron a Damiano Michieletto la idea para ambientar este drama en dos actos de Rossini, en el amplio pabellón de un moderno nosocomio, todo blanco, con ventanas altas, camas blancas ocupadas por enfermos mentales. En el segundo acto las paredes se cambiaron a madera marrón y las ventanas se convierten en vitrales, para estar en la sala de un palacio real. El espectáculo fue estudiado y refinado en cada detalle. Las producciones de este director escénico continúan sorprendiéndonos y dejan una sensación de frescura. Su idea fue apoyada por Paolo Fantin, quien se encargó de las escenografías y de Carla Teti, con el vestuario. Otra magia fue la magnifica prueba de Daniela Barcellona en el papel travesti de Sigismondo. Vocalmente dejo salir toda la voz de mezzosoprano que hay en ella, con un sonido cálido y rotundo, agudos estratosféricos, naturaleza en la emisión y línea de canto perfecta. Olga Peretyatko (Aldimira) posee una voz de soprano melodiosa, y fue una virtuosa en la zona grave cantando con buena técnica. Antonino Siragusa interpretó con incisivo acento y propiedad de estilo las arias de Ladislao. Andrea Concetti, en el doble papel del medico Ulderico y del noble polaco Zenovito, tuvo una bella forma de interpretación con voz suave, densa y oscura. Manuela Bisceglie, como Anagilda, y Enea Scala como Radoski, estuvieron correctos. Michele Mariotti, debutando en su ciudad, dirigió con mano ligera a la orquesta y al coro del Teatro Comunale de Bolonia y contribuyo al éxito del espectáculo.

Friday, September 3, 2010

Sigismondo - Rossini Opera Festival 2010, Pesaro

Teatro Rossini: Sigismondo non giace più tra i ceppi e le ritorte.
(edizione critica di Paolo Pinamonti).
(replica del 15 agosto 2010)

Giosetta Guerra

Michieletto… Michieletto … lo sapevo che dovevo tenerti d’occhio! Ci hai dato una bella lezione di come deve essere un ospedale psichiatrico: luminoso, pulito, lineare, senza fronzoli, con medici e infermieri pronti e disponibili e chissà che poi qualcuno non rinsavisca, come succede a Sigismondo, impazzito per una scelta criminale contro la moglie e rinsavito per averla ritrovata.
Gli attacchi di follia di Sigismondo, re di Polonia, che esplodono in gridi animaleschi, la visione di pluri fantasmi con l’aspetto della moglie Aldimira, la presentazione che il librettista Giuseppe Foppa fa del re (“con tutto il disordine della più tetra fissazione e senza conoscimento… gira l’occhio stupidamente ed ascolta”) e del suo primo ministro Ladislao che non è tanto sano di mente, se, come Jago, trama sotto sotto contro il re e la regina, hanno dato a Damiano Michieletto l’idea di ambientare il primo atto di Sigismondo, dramma per musica in due atti di Gioachino Rossini, in un’ampia corsia d’un moderno nosocomio, tutta bianca, con alti finestroni, letti bianchi occupati da malati mentali con tic e deambulazione precaria, un tavolo centrale, dottori e infermiere che somministrano medicine. Sigismondo, scarmigliato, sguardo assente, dentro un camicione incolore, è trasportato su una sedia a rotelle. Anche il coro è formato da un branco di matti che crea un certo scompiglio. È vero che non si vedono gli appartamenti di Sigismondo, né la casa di Aldimira ai margini della foresta, ma per chi ha perso la ragione un posto vale l’altro ed è certo più salutare stare in ospedale.

Nel secondo atto le pareti diventano di legno marrone e i finestroni divengono vetrages, perché siamo in una sala del palazzo reale di Sigismondo, che fisicamente ha perso i connotati del folle ed è in abiti militari come tutti i coristi. Variando a vista la posizione degli arredi, l’ambiente assume l’aspetto di una sala consiliare, una sala da pranzo, una sorta di ufficio. E i matti? Son rimasti in ospedale? No, no! Quando ti sembra di averli seminati, te li vedi ricomparire sospettosi dietro le grandi finestre, che tentano di aprire anche graffiando i vetri, e pure il re alterna momenti di lucidità a momenti di grande insicurezza. Lo spettacolo è studiato e rifinito in ogni dettaglio e, se non sei un osservatore acuto, neanche ti accorgi che la naturalezza del risultato è l’insieme di una gran quantità di particolari. Gli allestimenti di Michieletto continuano a sbalordirti anche nel ricordo e ti lasciano una sensazione di freschezza. L’idea registica di Michieletto trova un valido sostegno in Paolo Fantin che realizza le scene, in Carla Teti che cura i costumi e in Alessandro Carletti, disegnatore delle luci: un quartetto doc, che riesce a darci in contemporanea la visione di ciò che accade in scena e di ciò che c’è e che succede al di fuori dell’ambiente scenico. Strabiliante. Ricordate l’anno scorso, in quella Scala di seta si vedeva addirittura ciò che accadeva sotto la finestra che si apriva sul fondale. Cioè si vedeva ciò che avveniva nella parte posteriore del palcoscenico sotto il livello del palcoscenico stesso. E anche in Sigismondo si vedono vari piani d’azione: la sala chiusa da pareti, un altro ambiente dietro, i corridoi laterali che vanno fino in fondo. Una magia di vetri e di specchi per dare una sensazione di ordine ad una casa di matti. Roba da matti! Mi piacerebbe veder lavorare questo team. Come regista Damiano Michieletto cura con precisione certosina lo studio dei personaggi e la preparazione attoriale degli interpreti, isola ed esalta le fobie dei malati mentali che gesticolano in modo ossessivo o convulsivo (Sigismondo ripete un informe gesto con le mani tremolanti e vede l’immagine triplicata della moglie, un matto si gratta la testa per tutta la serata).

Altra magia è stata la prova superba di Daniela Barcellona en travesti. Mai l’artista m’apparve sì brava sia nell’arte scenica sia nell’arte del canto. Quasi irriconoscibile nel primo atto nelle vesti informi di un personaggio difficile, estremo e teatralmente scomodo, interpreta col corpo (a volte contorto, a volte raggomitolato per terra, accanto alla gamba di un letto quasi a proteggersi), con le mani (che stringono un cuscino o cercano di togliersi qualcosa dalle dita), con lo sguardo carico di spavento e la faccia percorsa da brividi d’insicurezza, interpreta, dicevamo, le ossessioni, le allucinazioni, gli smarrimenti, le paure, le trepidazioni di un essere mentalmente disturbato. Bisogna vederla e si rimane sconvolti. Nel secondo atto invece prende forma l’uomo nella sua divisa militare di re e anche le criticità mentali appaiono attenuate ma non cancellate. Vocalmente è uscito tutto il mezzosoprano che è in lei, con suoni caldi e rotondi, acuti stratosferici, naturalezza d’emissione anche negli affondi, linea di canto perfetta con grande equilibrio tra i vari registri; la scrittura fiorita e complessa dell’aria di coloratura “Alma rea” seguita dalla cabaletta “Ah, se m’ ami, idol mio”, con la quale Sigismondo chiede perdono alla moglie ritrovata, è eseguita alla perfezione; la voce è solida ed è in un momento di grazia particolare, ma, a mio avviso, è anche la scrittura della partitura che non segue la comune routine rossiniana, anche se alcune parti sono come al solito reimpiegate, ha lunghe frasi musicali, assolutamente adatte alla vocalità del mezzosoprano, una tinta diversa dalle opere che la Barcellona ha interpretato en travesti. Olga Peretyatko (Aldimira che magicamente si moltiplica, prima in tailleur chiaro e cappello maschile e poi in abito bianco con cappellino) ha voce sopranile melodiosa, è una virtuosa con zona grave corposa e zona acuta perlacea, splendida tecnica d’ emissione con l’uso della messa di voce e dei filati. Antonino Siragusa esegue con incisività d’accento e proprietà stilistica gli ampi sbalzi delle arie di Ladislao, la voce chiara e asprigna è ben proiettata nel registro centrale, ma ha minor facilità del solito a svettare in tessitura acuta e sovracuta, dove i suoni sono ingolati. Andrea Concetti, nel duplice ruolo del medico Ulderico e del nobile polacco Zenovito, ha un bel modo di porgere una voce morbida, densa e scura. Manuela Bisceglie, come Anagilda, è un sopranino corretto. Enea Scala nel ruolo di Radoski, confidente di Ladislao, è un bravo tenore.

Michele Mariotti, al debutto nella sua città, dirige con mano leggera l’Orchestra e il Coro del Teatro Comunale di Bologna (preparato da Paolo Vero) e contribuisce al successo di questo spettacolo, che non ci aspettavamo così ben fatto e con tanta bella musica che spesso allenta le tensioni, che ha trasparenze e leggerezze quasi sinfoniche e/o pastorali, delicati duetti carichi di poesia, brevi intermezzi danzanti, oltre al frizzo del crescendo rossiniano. Un’opera da rivedere così com’è rinata a Pesaro. sono sempre stati garanzia al ROF di impegno e qualità, garanzia pienamente soddisfatta anche in questa occasione.

Wednesday, January 6, 2010

Il Barbiere di Siviglia di Rossini - Teatro Pergolesi, Jesi

Foto: Teatro Pergolesi, Jesi©
Giosetta Guerra

Ero curiosa di vedere un’altra creazione del trentenne regista veneziano Damiano Michieletto, dopo la fantasiosa Gazza ladra e la splendida Scala di seta viste a Pesaro. Per Il Barbiere di Siviglia la regia e le scene, che Michieletto aveva firmato per il Maggio Musicale Fiorentino quattro anni fa, sono qui riprese dal trentaduenne Matteo Mazzoni, il regista jesino che il 4 gennaio 2010 ha riprodotto la casa di Pergolesi nel trecentesimo del suo genetliaco. Poco spreco di materiale e molte idee.L’azione inizia con la simulazione di un treno che arriva da Siviglia e di tutto ciò che accade in una stazione, rumori e annuncio compresi, i movimenti e la deambulazione dei passeggeri seguono il ritmo della musica, non mancano le gags dei bagagli che si aprono spargendo intorno il contenuto e dei passeggeri che corrono tra i lampi aggrappati a dei parapioggia di vari colori. Bello l’effetto, ma non sulla Sinfonia, vi prego. Tutti i brani strumentali, purtroppo, come l’introduzione alle arie, sono animati e tutto il ritmo della musica rossiniana viene mimato. Questo non va bene. Alcuni ingressi avvengono dalla platea. Durante il temporale molti corrono attraverso la platea con pile accese e ombrelli. Nel duetto All’idea di quel metallo due figuranti disegnano la bottega di Figaro con bombolette spray su un telo giallo. Bell’idea! Alla fine dell’opera se ne ripartono tutti col treno. I pochissimi e semplicissimi elementi scenografici (sedie rosse, ombrelli colorati, enormi palloni, cuscini e una scala blu a libro, quella che serve per la fuga finale dei due innamorati, ma che funge anche da balcone nel primo atto), opportunamente gestiti dalla fantasia del regista, sono sufficienti a simulare gli ambienti e a far risparmiare le casse del teatro. Onore al merito. Ottime le luci di Alessandro Carletti, che valorizzano questo gioco fantasioso di colori e d’azione. La gestualità è forte, caricaturale ma non caricata. I personaggi, truccati come animali che rispecchiano i loro caratteri, sono vestiti dalla brava Carla Teti. Figaro, bardato da pagliaccio con parrucca cornuta, sembra il grillo parlante o una volpe, Basilio è un orripilante ramarro con lunga coda e tuba in testa, tutto verde anche in viso. Bartolo è un bulldog, un temibile cane da guardia. La “Forza” è composta di poliziotti con in viso la maschera di Paperino e in mano colorate pistole ad acqua, i loro movimenti scenici sono accompagnati da tanti palloni bianchi.
Tutti calzano scarpe rosse. Soddisfacente il cast vocale, formato prevalentemente di giovani cantanti provenienti dall’Accademia Rossiniana 2009 di Pesaro e dalla Scuola dell’Opera Italiana di Bologna che si destreggiano bene anche sul piano scenico. Il Conte D'Almaviva è interpretato dal giovanissimo tenore siciliano Enea Scala con timbro vocale chiaro alla Florez (gli somiglia anche fisicamente), suono pulito, slancio negli acuti, ma con qualche lieve ingolatura e nasalità nelle agilità (Ecco ridente in cielo, cantata in cima ad una scala, indossando un abito maschile con gilè di raso rosso scuro e ombrello in testa); il tenore canta bene, riesce ad ammorbidire i suoni e sarà un vero belcantista quando con l’esperienza acquisirà maggior fluidità e naturalezza d’emissione. Come Alonso, maestro di musica, indossa una redingote bianca e una parrucca con corna e una cetra al centro.
Nel finale, nel proclamare la sua identità “Almaviva son io”, doveva mettere più passione. Bartolo è un “panzone” pelato vestito di bianco e fuma il sigaro. Bravissimo il baritono romano Roberto Abbondanza che ha fisico e timbro vocale alla Praticò, il gesto è caricaturale ma non caricato, la voce possente è usata nelle giuste dinamiche, il sillabato è ben fatto (A un dottor). Rosina, tutta rossa dalla testa ai piedi, entra dal fondo della platea pavoneggiandosi. Il soprano moscovita ventiquattrenne Victoria Zaytseva ha un bel colore vocale denso ma costruito, ha voce lanciata e scintillante in acuto, flessibile nella coloratura, ma manca di spessore nei gravi, eccede nell’accentare e la dizione è incomprensibile nei recitativi. Deve mettere a posto la tecnica di canto (Dunque son io la fortunata) e affinare l’interpretazione (Oh che colpo inaspettato). Figaro lo interpreta il baritono chiaro Marcello Rosiello, che ha voce acuta, lanciata, sonora, imponente, estesissima, ma poco incline alle agilità che sono un po’ scivolate (All’idea di quel metallo). Basilio Alexey Yakimov (basso ventiquattrenne di Mosca) ha una buona voce, importante anche nei gravi, ma le agilità della calunnia (disturbata dai mimi e da sacchi neri volanti) sono “abbaiate”, perché i tempi non sono corretti e c’è uno scollamento tra canto e suono orchestrale. Come Berta, la pugliese Anna Maria Sarra, un bel soprano pulito, leggero, brillante di soli 21 anni, emerge nell’esilarante concertato del finale dell’atto primo. Vestita di nero con crestina e grembiulino bianchi, canta “Il vecchiotto cerca moglie” mentre stira col ferro a vapore vero e in preda a bollori erotici. Mattia Olivieri (baritono venticinquenne di Sassuolo) ha una bella voce sonora, possente ed estesa nel duplice ruolo di Fiorello e di un ufficiale. Alla guida della FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana il giovane direttore milanese Giampaolo Maria Bisanti, restituisce la leggerezza e il ritmo serrato della partitura rossiniana, trascinando e coinvolgendo il pubblico in un’esilarante euforia sonora. Molto bravo. Ruolo importante, peraltro ben sostenuto sia scenicamente che vocalmente, quello del Coro Lirico Marchigiano, preparato da David Crescenzi. Il pubblico si è divertito ed ha apprezzato il lavoro degli artisti.