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Friday, March 1, 2019

Le Nozze di Figaro - Teatro Coccia di Novara


Foto: Teatro Coccia di Novara

Renzo Bellardone

La trilogia Mozartiana con i libretti di Lorenzo da Ponte è veramente molto rappresentata, anche per la facilità all’ascolto e per il riamato riascolto. Certo è, che come per tutte le opere molto rappresentate, diventa difficile mantenere classicità ed innovazione al tempo stesso. Nel caso dell’edizione di cui vado a raccontare anche il cast di tutto rispetto ha giovato alla riuscita! La splendida ouverture riconduce l’animo al divertissement operistico e la direzione della giovane Erina Yashima  appare subito vivace e briosa grazie all’impeto impresso ed al gesto chiaro ed efficace, che ben si attaglia al sorriso costante della direttrice, in simbiosi con l’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, cui va un plauso sincero ed in particolare a Maria Silvana Pavan, maestro al clavicembalo. Simone del Savio, protagonista di Figaro appare molto ‘comodo’ nel ruolo che risolve con caratterizzazioni attoriali ed un bel timbro vocale esposto con esuberante facilità. La storia è cosa nota e forse per questo Giorgio Ferrara, con la regia ripresa da Patrizia Frini ha scelto di non estrinsecare molto movimento, forse anche per lasciare spazio al canto. Le scene classiche di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo  con grande sipario alzato dipinto, raggiungono  il momento clou con i due troni dorati illuminati con gran risalto dell’oro e dei costumi particolari e di gran rilievo creati da Maurizio Galante. Il Coro di San Gregorio Magno è ormai avvezzo alle produzioni operistiche ed è valido punto di rilevanza nel complesso della realizzazione. 
Il Conte di Almaviva è Vittorio Prato, baritono affermato nei più importanti teatri d’opera del mondo; ha  studiato anche con Luciano Pavarotti ed oggi La Stampa dice di lui “L’Opera può essere sexy”, in  virtù anche del fato che è testimonial di Missoni. Venendo al ruolo di Conte d’Almaviva lo ha interpretato con nobile piglio,  emissione sicura e bel fraseggio che affascina. La Contessa di Almaviva incontra Francesca Sassu anch’essa interprete affermata che infonde un carattere fermo al personaggio espresso con voce interessante e bel colore. Lucrezia Drei, è la dolce, ma non troppo, Susanna che rappresenta con limpida estensione di  voce, con brillantezza e facilità negli acuti resi con fermezza e squillanti. Cherubino, ovvero Aurora Faggioli è abbigliato in modo un po’ circense e questo tratteggia il personaggio un po’ al di fuori di quanto risulta dalla scrittura di Mozart e di Da Ponte; in ogni caso le agilità fisiche e vocali manifestano esuberanza ed allegrezza. Isabel de Paoli interpreta Marcellina  in coppia con Bartolo, Ion Stancu ed entrambi risultano gradevoli, come Jorge Juan Morata in don Basilio. Leonora Tess è la scattante Barbarina, che disegna con voce decisa e facile agli acuti; Riccardo Benlodi è interessante caratterista e bella voce  in Don Curzio. Jonathan Kim chiude la carrellata degli interpreti con il personaggio del giardiniere Antonio. La Musica vince sempre.

Thursday, October 20, 2016

La Boheme - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

In occasione del 120° anniversario della prima esecuzione assoluta di ‘La bohème’ di Giacomo Puccini - Torino, Teatro Regio, 1 febbraio 1896 Resta celebre la frase di Massimo d'Azeglio  "abbiamo fatto l'Italia, ora si tratta di fare gli italiani", quando  il 27 gennaio 1861 si svolse il primo turno per le elezioni dei deputati del primo Parlamento nazionale che fu inaugurato il 18 febbraio dello stesso anno presso Palazzo Carignano, residenza reale dei Savoia a Torino. Il primo Parlamento italiano, fu composto, tra gli altri, dagli eroi dell'Unità d'Italia come Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi. Torino, prima capitale d’Italia resta anche la sede della Prima Assoluta di Bohème che la responsabile e visionaria direzione del Teatro Regio ripropone in apertura della stagione 2016/17 in onore dei 120 anni dalla sua prima esecuzione pubblica. Parigi  o forse  un qualsiasi posto all’interno di una grande città europea è l’ambientazione scenica  strutturalmente  innovativa e volumetricamente colossale: a vederla dal palco e guardare verso l’alto è impressionante il groviglio di tubi e scale per tre piani di abitazione metallica. Alfons Flores ha realizzato una scenografia di forte impatto che lascia tutto il sapore e l’aura di Bohème  collocando la vicenda  in una sorta di  gabbia con ampie aperture come è la vita: la gabbia che l’individuo si costruisce intorno, ma che con visione  lascia ricca di aperture verso il mondo in cui entrare e da cui uscire. La regia di Alex Ollè è assolutamente rispettosa della trama e nulla toglie all’emozione che le arie pucciniane inoserabilmente fanno trabordare. I costumi di Lluc Castess sono poveri come spesso la contemporaneità ci propone, ma pertinenti; le luci di Urs Schönebaum, senza ricercare effetti speciali (inutili in una realizzazione del genere) sono puntuali e di assoluta efficacia il finale dove domina il grigio metallico con l’unica nota di colore  rosso della coperta di Mimì appena spirata. 
Veniamo ora alla parte musicale. La consueta vigoria direzionale di Gianadrea Noseda è stata indirizzata alla ricerca della forte emozione e forse di una sorta di intima spettacolarizzazione della stessa, ovvero l’esaltazione dei sentimenti vissuti dai personaggi. L’apparente disconnessione tra l’impeto  e la poesia dei dolci sentimenti viene smentita da un coinvolgente Noseda che con cura ricercata va a trovare stille di  profumi musicali che sottolineano con impalpabile evanescenza i sospiri di Mimì……” si mi chiamano Mimì…il perché non so !” ed il trittico  Noseda, orchestra e cast  è sicuramente vincente. Erika Grimaldi che dopo aver timidamente fatto i primi passi canori proprio al Regio e proprio con Noseda, ora calca i più prestigiosi palcoscenici del mondo, e qui è la dolce protagonista che acuisce l’innata dolcezza grazie all’attesa dell’imminente maternità. La Grimaldi ha un bel colore e buon volume che porta la sua voce a scintillare sia negli acuti che nei toni più sommessamente espressivi. Circa il tenore  Iván Ayón Rivas  che dire? Un ragazzo poco più che ventenne che alla sua prima uscita in palcoscenico riesce a catturare il pubblico è assolutamente meritevole di apprezzamenti ed applausi. La gioventù si percepisce, ma il livello già raggiunto è encomiabile! Bravo Rivas ed ancora una volta bravo a Noseda che crede nei giovani ed offre loro la possibilità di cimentarsi con il palco, con i ruoli ed in fine con se stessi, per studiare e crescere. Francesca Sassu accorata e cristallina Musetta è piaciuta sinceramente ed anche Simone Del Savio nel ruolo del pittore Marcello ha dato prova di maturità. Gabriele Sagona in Colline con la sua “vecchia zimarra” è stato apprezzato per intonazione e bel timbro.  Shaunard il musicista ha incontrato in Benjamin Cho un simpatico e divertente interprete con buon  garbo nell’emissione. Bravi anche gli altri interpreti ed uno per tutti  farei un accenno a Matteo Peirone (alla sua 120 recita in Boheme) nel doppio ruolo dell’inquietante Benoit che porta le bollette dell’affitto da pagare e poi in quello di Alcindoro simpaticamente buffo al Caffè Momus (forse sulla rive gauche? forse sulla rive droite?....non importa!) simpaticamente servito da cameriere tentatrici in abito bianco e parrucca azzurra. Tutta l’opera è pervasa dal leit motiv che affiora qua e là con malcelata indifferenza a creare e mantenere l’attesa dell’emozione che inevitabilmente pervade. La Musica vince sempre!

Saturday, April 25, 2015

I Puritani - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio
Renzo Bellardone
Una narrazione dalle tinte fosche, ben rappresentata dalla scenografia cupa e goticheggiante di Tiziano Santi. La grande cupola rovesciata sparirà parzialmente alla fine del primo atto e completamente al cambio scena del secondo. Le luci di Marco Filibeck hanno grande importanza ed efficacia con tagli decisamente esaltanti dei colori di scena, dai vari toni di grigio, all’azzurro ed al bronzo ramato; luci molto evocative quando illuminano con spaccature di color fuoco i volti dei danzatori mimi in movimento sopra le tombe. Il regista Fabio Ceresa ha diretto con movimento delle masse e atleticità degli interpreti. Senza antiche credenze Giuseppe Palella ha inserito molto viola nei costumi di scena davvero belli ed azzeccati. Michele Mariotti ha dimostrato le proprie capacità di lettura interpretativa estraendo molta poesia e limitando al minimo l’euforia risorgimentale. Il baritono Nicola Alaimo ha offerto un tono dolce ed accorato con chiaro fraseggio. Olga Peretyatko, con agilità fisiche e presenza scenica ha reso il personaggio di Elvira con cristallinità e limpidezza. Dmitry Korchak ha interpretato Arturo con piglio e bei passaggi di colore, con poetica gestione dell’emissione. Nicola Ulivieri ha offerto il bel timbro,  con possanza vocale e forte immedesimazione, riuscendo a coinvolgere fortemente  il pubblico torinese . 
Fabrizio Beggi e Samantha Korbey hanno dato ottima prova. Di grande interesse i movimenti scenici di ‘Fattoria Vittadini’ che completano alcune scene, ravvivando il momento del ‘velo di Elvira’ qui dalle tinte scure. La prima rappresentazione dell’altro cast, che ha riscosso un incredibile successo di pubblico: Sir Valton ha trovato in Mirco Palazzi un parimenti valido interprete, dalla voce naturalmente brunita e molto possente. Simone del Savio ha convinto per alcune rotondità e felici passaggi, porgendo con dolce armonia. Enea Scala si è imposto con una gran bella complessiva interpretazione e con voce matura ed emissione luminosa. Sia per lui che per l’interprete femminile, applausi ripetuti a scena aperta. Desiree Rancatore si è dimostrata una giustamente affermata interprete: sicura nel ruolo, sempre accattivante e preziosa nelle agilità e nelle coloriture. Il Coro del Regio ha raggiunto traguardi sempre più alti sia per la validità del direttore Claudio Fenoglio, che per i coristi di gran vaglia.  La musica vince sempre

Tuesday, January 3, 2012

La Boheme - Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Foto: Maggio Musicale Fiorentino

Leonardo Monterverdi

Alla fine Puccini vince sempre… comunque la realizzi, comunque la canti, comunque la suoni, la musica della Bohème, ma anche la vicenda, molto attuale in un periodo di crisi che ai “nuovi ricchi” di qualche anno fa sta vedendo sostituirsi la classe sociale dei “nuovi poveri”, è talmente forte e resistente al tempo che funziona a distanza di oltre un secolo dalla sua prima. E così è stato anche per la rappresentazione del Maggio Musicale, una ripresa del dignitoso e agile allestimento di Francesco Zito (scene e costumi) e di Mario Pontiggia (regia), colle luci di Gianni Paolo Mirenda. L’allestimento fu pensato dalla direzione del Maggio per un’ingegnosa ministagione di opere di successo per i giovani, proposto in una chiave che strizzava l’occhio al cinema, con scene e costumi basici ed efficaci, non faraonica ma comunque suggestiva, che si intitolava “Recondita armonia”. La vicenda è trasportata dal 1830 all’epoca in cui Puccini la scrisse, intrisa così di atmosfere liberty e borghesi, che forse però non sempre si adattavano alla rappresentazione di una classe sociale povera e derelitta come quella della Parigi di Luigi Filippo. Elegante, comunque. La regia era abbastanza curata nei dettagli, degli artisti soprattutto, meno nelle scene di massa. I due cast che abbiamo ascoltato erano assolutamente all’altezza della situazione e abbiamo enormemente apprezzato le due Mimì, pur se con delle interpretazioni assai diverse. Carmela Remigio ha scavato il suo personaggio facendo leva più sulla malattia della protagonista, quasi ricercando anche nella voce una sonorità malata, affaticata, accompagnandola con gesti essenziali, faticosi anch’essi, dando una bella prova di sé, con invidiabili mezze voci di velluto nell’ultimo atto. Yolanda Auyanet, seconda Mimì, ha sfoderato la sua bella voce morbida e forse più brunita, ma sempre compatta e lirica, puntando anch’essa sulla tisi e sulla sofferenza, ma con un’intima e segreta scintilla di vitalità, che la Remigio aveva invece soppressa, in una visione assolutamente fatalista e oscura. E viene in mente Nicole Kidman in Moulin Rouge, abile pot-pourri di tutti i tipi di mélo d’ogni epoca, una tisica che però ha guizzi di vitalità da rassicurare gli amici e chi la ama. Il loro Rodolfo è sempre stato Lorenzo Decaro, apprezzabile per l’ottima dizione e declamazione, la cui voce, però, possiede più caratteristiche liriche che spinte; infatti l’emissione risultava un po’ meno sonora proprio nel passaggio al registro acuto, prevalentemente di testa e con un unico colore, senza l’intera gamma di armonici che ci si aspetterebbe da un tenore pucciniano. E la cosa era tanto più evidente in un teatro grande e sordo come il Comunale di Firenze.

Può lavorarci, perché il materiale è comunque di buona qualità, ma stando attento a non forzare, rischiando di rovinare il bel materiale. Scenicamente, ogni tanto troppi colpi di testa per sottolineare delle emissioni, hanno un po’ inficiato la sua notevole disinvoltura sul palco. Le due Musetta, Alessandra Marianelli e Rocio Ignacio, sono state imbattibili per la loro vivacità e proprietà sia vocale sia drammatica. Merita nota, oltre all’eccellente esecuzione del famoso valzer del secondo atto, quasi operettistico, la loro commovente partecipazione al disastro finale dell’opera, la preghiera, inutile ma sentita come ultima luce di speranza. Il Marcello di Stefano Antonucci si è distinto per l’eleganza e l’abilità di chi in scena sembra esserci nato, mentre quello di Devid Cecconi, pur dotato di voce interessante e sonora, era un po’ troppo dinoccolato e scenicamente gli nuoceva il piegare costantemente i ginocchi a quasi ogni emissione, oltre a una gestualità generica da curare molto per una carriera interessante a cui potrebbe essere avviato. Simone Del Savio era certamente a suo agio in Schaunard, e la sua bella voce morbida, disinvolta e spiritosa ha illuminato il musicista squattrinato del quartetto di amici, quasi essendo più lui che Colline il decano dei quattro, sempre interagendo cogli altri con discrezione e affetto. E lo splendido Marco Vinco ha disegnato un Colline fin de siècle, più vicino a un personaggio cinematografico che operistico, con i suoi interventi sagaci e pungenti, fino a una commovente “Vecchia zimarra”, aliena da tutti i birignai noti e arcinoti di bassi famosi. L’altro Colline, Felipe Bou, era un altro tipo di filosofo, più lontano dai drammi umani e distratto solo da sé, ma non meno presente vocalmente né meno interessante, e si distingueva per una declamazione più uniforme, senza particolari guizzi interpretativi, ma comunque corretto. I sempre ottimi complessi del Maggio, orchestra e coro, quest’ultimo diretto da Piero Monti, erano agli ordini di Carlo Montanaro, interessante bacchetta delle ultime generazioni di direttori italiani, che sembra aver assecondato l’idea dell’opera come un grande film con colonna sonora. Belle le sonorità dell’orchestra, in un equilibrato rapporto colla scena, anche se di tanto in tanto si percepiva che i cantanti avrebbero gradito essere seguiti un po’ di più, pena fiati supplementari e perdita di tenuta. Cosa che si è regolarmente verificata. A parte questo, ci è parsa una buona lettura della Bohème. Pubblico formato in gran parte di giovani, che significa che l’operazione di rinverdimento del pubblico fiorentino da parte del Maggio ha funzionato: entusiasta ma indisciplinato, questo pubblico non attendeva, prima degli applausi, la fine strumentale d’atmosfera dei brani vocali, che pure, in Puccini, sono così importanti. Speriamo che imparino. La presenza giovanile nelle stagioni fiorentine è una speranza per un pubblico di domani, specialmente in periodi di crisi, dove forse l’unica cosa che può ancora salvarci è proprio la musica, nostra e altrui, unico patrimonio mobile che fa conoscere nel mondo ciò che eravamo e che siamo incerti se potremo continuare a essere.

Sunday, January 1, 2012

La Bohème en el Teatro del Maggio Musicale de Florencia

Fotos: Maggio Musicale Fiorentino

Leonardo Monterverdi

Al final Puccini siempre gana: no importa come se realice, como se cante o se toque. La música de La Bohème, y la trama, es muy actual en una época de crisis donde los “nuevos ricos” avanzan y los remplazan los “nuevos pobres”, y es tan fuerte que resiste al tiempo y funciona después de mas que un siglo de su creación. Así fue también por las funciones del Maggio Musicale, una digna y elegante realización de Francesco Zito (vestuario y escenario) con puesta escénica de Mario Pontiggia e iluminación de Gianni Paolo Mirenda. La realización fue pensada por la dirección artística del teatro para una ingeniosa mini-temporada de operas de éxito para jóvenes, propuestas como si fueran películas melodramáticos, con escenas y vestuarios sencillos y eficaces, sin demasiada pompa pero con sugestión, que fue titulada “Recondita armonia”. La trama de esta Bohème es transferida de 1830 a la época en la que vivía el Puccini, con atmósferas art nouveau y burguesas, que quizás no se adaptaban siempre a la representación de una clase social pobre y desesperada como la de Paris a la época de Louis Philippe. De todas formas es una realización elegante, y la regia cuidó los detalles más de los artistas que de los ensambles.  Los dos repartos estuvieron a la altura de la situación como las dos Mimì, aunque sus interpretaciones fueran distintas. Carmela Remigio diseñó su personaje mas acentuado en el aspecto de la enfermedad de la protagonista, casi buscando en su voz también sonoridades de enferma, cansada, que acompañó con una gestualidad esencial, también cansada, regalándonos una excelente interpretación de envidiables mezze voci en el último acto. Yolanda Auyanet, segunda Mimì, desarrolló su voz suave y quizás más oscura pero siempre compacta y lírica, concentrándose en la tuberculosis y el sufrimiento, pero con un íntimo y secreto brillo de vitalidad, que Remigio había suprimido en una visión completamente fatalista. Rodolfo fue en ambos casos Lorenzo Decaro, apreciable por su óptima pronunciación y recitación, cuya voz posee carácter más lírico que spinto. Su emisión resultaba un poco menos sonora en el agudo, más “di testa” y con un único color, sin la entera gama de harmónicos que se espera de un tenor pucciniano y reducida desenvoltura en la escena. Las dos Musettas, Alessandra Marianelli y Rocío Ignacio, fueron invencibles por su vivacidad y propiedad vocal y dramática.
El Marcello de Stefano Antonucci fue distinguido por su elegancia y desenvoltura escénica, mientras que el de David Cecconi, dotado de voz interesante y sonora, parecía descamado y a él le perjudicaba su encorvar a menudo sobre las rodillas casi a cada emisión; además debería cuidar más su gestualidad escénica, un poco desordenada. Simone Del Savio estuvo seguro y cómodo como Schaunard, y su bella voz, suave, libre e ingeniosa iluminó la figura del músico. El esplendido Marco Vinco dio vida a un Colline fin de siècle, más cercano a un personaje cinematográfico que de opera, con intervenciones sagaces y mordaces, hasta una conmovedora “Vecchia zimarra” El otro Colline, Felipe Bou, fue otro tipo de filosofo pero interesante y presente vocalmente, destacándose por su declamación mas uniforme. Su “Vecchia zimarra” fue de todas maneras conmovedora.  La orquesta y coro, ese ultimo dirigido por Piero Monti, estuvieron como siempre en un alto nivel. Esta vez a la orden de Carlo Montanaro, interesante jefe de las ultimas generaciones italianas, que parecía secundar la idea de la opera como una colosal película sonora. Las sonoridades de la orquesta fueron apropiadas y en equilibrio con el escenario. El público formado en parte por jóvenes, significa que funcionó la operación del reverdecer del público florentino de la dirección del Maggio.

Tuesday, June 28, 2011

Lucia de Lammermoor en el Teatro Regio de Turín

Foto: Ramela&Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.


Renzo Bellardone


Una cortina con cuados escoceses de sobria tonalidad en verde y azul, y en la parte baja de ella escrito en rojo “Lucia di Lamermoor” permaneció abajo durante la obertura que desde la primera nota presagiaba que la tragedia se acercaba. El maestro Bruno Campanella director de amplia experiencia, en su retorno al Teatro Regio del que fue durante varios años su director estable,  demostró su hábil conocimiento adquirida durante continua participación dirigiendo operas de repertorio, por algunos definidas como “bel canto”. Las melodías surgieron del foso con intensidad, exaltando la escritura y manteniendo las voces como una pintura de fuerte tinte sanguíneo. La escena propuesta por Nick Chelton, dio el sabor de ser un cuadro fijo, y fueron los mismos elementos los que se unieron para crear efectos de esencia poética resaltada por las luces y las sombras que se sobreponían sobre un cielo tempestuoso que se convirtió en el leitmotiv de la ambientación.  Los pocos elementos estáticos fueron rocas, arbustos y rosas, así como un árbol seco por un lado del escenario que se erigía de manera simbólica.  Sin embargo, la esencialidad de la eficaz puesta en escena de Paul Brown (con sus vestuarios clásicos recuperados por Elena Cicorella) contribuyó a amplificar diversos momentos, dejando prevalecer la obra musical.  La dirección escénica de Graham Vick fue respetuosa de los cantantes y no apuntó a sorprender ni tampoco a tranquilizar al público repitiendo y proponiendo situaciones ya mencionadas, y logró captar lo útil y lo necesario.  No renunció al duelo didáctico, y en el dueto inicial con Alisa, que fue bien interpretada por Federica Giasanti, no se vio la fuente, que solo hizo intuir por el gesto de la mano de Lucia que simulaba salpicar de agua a la damisela. El símbolo de unión y fidelidad, el anillo, aquí fue sustituido por un collar, que cuando Edgardo descubre ser traicionado, arrancó del cuello de ella.  El barítono Simone del Savio encarnó a Lord Enrico Ashton con desenvoltura ofreciendo una emisión segura y agradable, sobretodo en el segundo acto.  El corto papel de Lord Arturo correspondió  al tenor Saverio Forte quien lo mantuvo bien también desde el punto de visto actoral.  Piero Pretti fue el tenor que cantó la parte de Sir Edgardo con un timbre particular e interesante particularmente en los duetos. Cristiano Olivieri interpretó a Normanno con voz firme y clara. El personaje de Raimondo, fue confiado a  Alessandro Guerzoni  quien con sólida técnica vocal y espontánea presencia física estuvo muy inquieto mientras anunciaba, con voz profunda y bien modulada,  la tragedia ocurrida y la locura de Lucia.  El siempre optimo coro dirigido por el maestro Claudio Fenoglio fue una parte integral y protagonista en diversas situaciones de la opera en la que los cantantes se convirtieron en un grupo que bailaba y festejaba o se mostraron como participativos y asustados espectadores de la sangra que cubría el vestido blanco de Lucia… ‘Ardon gli incensi’…..Maria Grazia Schiavo una indiscutida y optima interprete, fue apreciada durante toda la opera, y en el epilogo de la obra, deliró, sonó y remembró en  ‘Verranno a te sull’aure…’ y con una voz luminosa dio preciosos toques de colores a las variaciones, con la sola intención de trazar un fresco que no debe impresionar o sorprender, si no que debe permanecer, como lo hizo en la vista y los oídos del espectador por la  sobria y armónica elegancia con la que lo hizo.  ¡La música vence siempre!

Lucia di Lammermoor - Teatro Regio di Torino

Foto: Maria Grazia Schiavo (Lucia) -  Ramella & Giannese/Fondazione Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Il sipario a quadretti scozzesi in sobrie tonalità di verde e blu con in basso la scritta in corsivo rosso ‘Lucia di Lammermoor’ resta abbassato per l’ouverture che fin dalle prime note fa presagire che la tragedia incombe; il Maestro Bruno Campanella è direttore di lunga esperienza ed in questo suo ritorno al Regio di Torino di cui è stato per anni direttore stabile, dimostra tutta l’abile conoscenza acquisita con la perpetuata frequentazione delle opere di repertorio, da alcuni definite di ‘bel canto’; le melodie sorgeranno dal golfo mistico con intensità, ad esaltare la scrittura ed a sostenere le voci in un dipinto a forti tinte sanguigne. La scena, pur in movimento ha il sapore di un quadro fisso: sono gli stessi elementi ad incrociarsi ed a creare effetti di poetica essenzialità valorizzate dalle luci e dalle ombre, proposte da Nick Chelton, che si sovrappongono al cielo tempestoso che diventa il leit motiv dell’ambientazione; i pochi elementi statici sono sassi ed erica nel primo atto e rose rosse poi; un albero rinsecchito su un lato del palco, ad ergersi simbolico. Eppure, proprio l’essenzialità della efficace scena di Paul Brown (suoi anche i costumi classici ripresi da Elena Cicorella), contribuisce ad amplificare i vari momenti , lasciando che sia l’opera musicale a prevalere. La regia di Graham Vick è rispettosa dei cantanti e non punta a stupire e nemmeno a tranquillizzare il pubblico replicando e riproponendo situazioni già note, ma tende a cogliere l’utile ed il necessario. Non rinuncia al didascalico duello, ma al duetto iniziale tra Alisa, ottimamente interpretata da Federica Giansanti non propone la fontana, ma la fa intuire solo per un gesto della mano di Lucia che simula di spruzzare la damigella; il simbolo di unione e fedeltà, ovvero l’anello, qui è sostituito dalla collana, ben più efficace registicamente quando Edgardo, scoperto il tradimento, la strapperà dal collo di lei. Il baritono Simone del Savio impersona Lord Enrico Ashton con disinvoltura e propone una emissione sicura e gradevole soprattutto nel secondo atto. La piccola parte di Lord Arturo è affidata al tenore Saverio Forte che la sostiene bene anche attorialmente. Piero Pretti è il tenore che canta la parte di Sir Edgardo e seppur con timbricità particolare è interessante particolarmente nei duetti.  Cristiano Olivieri sostiene la parte di Normanno con voce ferma e chiara.  Il personaggio di Raimondo è affidato ad Alessandro Guerzoni che con salda tecnica vocale e spontanea presenza fisica è superbamente inquieto mentre annuncia, con voce profonda e ben modulata, la tragedia avvenuta e l’incombente follia di Lucia. Il sempre ottimo coro diretto dal Maestro Claudio Fenoglio è parte integrante e protagonista in diverse situazioni dell’opera ed i cantanti diventano popolo festosamente danzante o coinvolti e spaventati spettatori del sangue che ricopre la bianca veste di Lucia…….  ‘Ardon gli incensi’…..e Maria Grazia Schiavo indiscussa ottima interprete, apprezzata durante tutta l’opera, conduce all’epilogo della vicenda; vaneggia, vagheggia e rimembra…. ‘Verranno a te sull’aure…’ e con voce luminosa, dona preziosi tocchi di colore alle variazioni …..con la sola intenzione di pennellare un affresco che non deve impressionare o stupire, ma che deve restare, come resta, negli occhi e nelle orecchie per la sobria armonica eleganza. La Musica vince sempre!