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Thursday, October 10, 2024

Manon Lescaut en Turín

Fotos: Simone Borrasi

Massimo Viazzo

«Manon Manon Manon» es el título del muy original proyecto que el Teatro Regio de Turín ha preparado para el mes de octubre. En una especie de tríptico inédito, en el que se podrán escuchar de manera rápida y sucesiva (y en orden cronológico inverso) las tres óperas líricas enfocadas en el personaje de Manon, ideado en el siglo XVIII por el escritor e historiador francés Antoine François Prévost, que son: Manon Lescaut de Puccini (1839), Manon de Massenet (1884) y Manon Lescaut de Auber (1856). Tres visiones complementarias de la protagonista, siendo la de Puccini la más pasional y rebelde, la de Massenet que a la vez es introspectiva y atormentada, mientras que en la de Auber era más frívola.  El trait de unión de las tres producciones es el director de escena Arnaud Bernard quien, en la búsqueda de homogeneidad y congruencia, se inspiró en tres diversas épocas del cine francés. Quizás, por casualidad, justamente aquí en Turín, es donde se encuentra uno de los Museos de Cine, absolutamente más hermosos. Manon Lescaut de Giacomo Puccini (185401925), compositor a quien el teatro Regio le ha dedicado en esta temporada un robusto homenaje al corolario de las celebraciones del centenario de su muerte, la montó en escena por primera ocasión, justo aquí en Turín, la noche del 1 de febrero de 1893, con la presencia del compositor y que fue todo un triunfo. Para el título pucciniano, el primero de este original tríptico, Bernard lo compensa con el realismo poético, la corriente cinematográfica que se desarrolló en Francia en los años 30 del siglo pasado. Por lo tanto, la ambientación jugaba mucho con el blanco y el negro, los claroscuros y mientras más avanzaba la ópera, se notaba más la intimidad del rasgo de dirección entre continuas referencias entre las proyecciones cinematográficas y las escenas en vivo.  En el fondo aparecían imágenes maravillosas de Les Enfants du Paradis (Amantes Perdidos) y Le Quai des Brumes, (El puerto dela niebla), ambas de Marcel Carné, así como La Bête humaine (La Bestia Humana) de Jean Renoir y Manon de Henri-George Clouzot para lograr una combinación entre el escenario y el cine, en general, acertada, aunque especialmente en la parte final de la ópera, la presencia de imágenes proyectadas lució tan potente (fue emocionantemente perturbador el final de la película Manon de Clouzet) que provocó una cierta desorientación en el espectador que no sabía si concentrarse más en las imágenes o en el canto.  Sin embargo, en un balance, el espectáculo estuvo equilibrado, fino en muchos puntos, y encontró una vía segura y eficiente entre la tradición y la innovación. El elenco fue elegido de manera adecuada, con Erika Grimaldi quien interpretó a Manon con voz lírica, de timbre luminoso, y dio lo mejor de sí en las piezas cerradas (arias y duetos).  El Des Grieux generoso y voluntarioso de Roberto Aronica convenció sobre todo cuando la tesitura salivaba y el canto se hacía más pasional.  Viril y extrovertido fue el Lescaut esbozado por Alessandro Luongo con voz sana y timbre rotundo. Además, fue un lujo tener a Carlo Lepore como Geronte di Revoir.  Entre los comprimarios, se puede recordar especialmente, la prueba de Didier Pieri, en el doble papel del farolero y del profesor de baile, un tenor con una voz bien timbrada y homogénea, y con una musicalidad franca. Renato Palumbo dirigió sin destellos particulares, pero fue capaz de mantener un ritmo teatral convincente, mientras que las intervenciones del Coro del Teatro Regio fueron coordinadas con atención y cuidado por UlisseTrabacchin.



Manon Lescaut - Teatro Regio di Torino

Foto: Simone Borrasi

Massimo Viazzo

«Manon Manon Manon» è il titolo di un originalissimo progetto che il Teatro Regio di Torino ha approntato per il mese di ottobre. In una sorta di inedito Trittico si potranno ascoltare in rapida successione (e in ordine cronologico inverso) le tre opere liriche incentrate sul personaggio di Manon ideato nel XVIII sec dallo scrittore e storico francese Antoine François Prévost: Manon Lescaut di Puccini (1893), Manon di Massenet (1884), Manon Lescaut di Auber (1856). Tre visioni complementari della protagonista, quella pucciniana più passionale e ribelle, quella di Massenet invece molto più introspettiva e tormentata, mentre per Auber Manon è più frivola. Il trait d’union delle tre produzioni è il regista Arnaud Bernard, che per cercare omogeneità e congruenza si è spirato a tre epoche . diverse del cinema francese. E forse non a caso proprio qui a Torino, dove si trova uno dei Musei del Cinema più belli in assoluto.Manon Lescaut di Giacomo Puccini (1858-1924), compositore a cui il Regio ha dedicato nella stagione un robusto omaggio a corollario delle celebrazioni del centenario della morte, andò in scena per la prima volta proprio a Torino la sera del 1 febbraio 1893 alla presenza del compositore, e fu un trionfo. Per il titolo pucciniano, primo di questo originale Trittico, Bernard si è rifatto al realismo poetico, corrente cinematografica che si sviluppò in Francia negli anni 30 del secolo scorso.  L’ambientazione quindi giocava parecchio sul bianco e nero, sui chiaroscuri e più l’opera procedeva più si notava l’intimità del tratto registico tra continui rimandi tra le proiezioni cinematografiche e la scena live.  Sul fondale scorrevano le immagini meravigliose di Les Enfants du paradis (Amanti perduti) e Le Quai des brumes (Il porto delle nebbie), entrambi di Marcel Carné, La Bête humaine (L’angelo del male) di Jean Renoir e Manon di Henri-George Clouzot,  per un connubio tra palcoscenico e cinema in generale ben riuscito, anche se soprattutto nella parte finale dell’opera, la presenza delle immagini proiettate è parsa talmente potente (emotivamente sconvolgente il finale del film Manon di Clouzot) da provocare un certo disorientamento per lo spettatore che non sapeva se concentrarsi di più sulle immagini o sul canto.  Lo spettacolo comunque è stato complessivamente equilibrato, garbato in molti punti, trovando una via sicura e efficiente tra tradizione e innovazione. Il cast è stato organizzato in modo adeguato. Erika Grimaldi ha interpretato Manon con voce lirica, timbricamente luminosa, dando il meglio di sé nei pezzi chiusi (arie e duetti). Il De Grieux generoso e volitivo di Roberto Aronica ha convinto soprattutto quando la tessitura saliva e il canto si faceva più passionale. Virile e estroverso il Lescaut tratteggiato da Alessandro Luongo con voce sana e timbro rotondo. Un lusso poi avere Carlo Lepore come Geronte di Ravoir. Tra i comprimari da ricordare soprattutto la prova di Didier Pieri nel doppio ruolo del lampionaio e del maestro di ballo, tenore dalla voce ben timbrata e omogenea, e dalla schietta musicalità. Renato Palumbo ha diretto senza particolari guizzi, ma ha saputo comunque tenere un passo teatrale convincente, mentre gli interventi del Coro del Teatro Regio sono stati coordinati con attenzione e cura da Ulisse Trabacchin.



Thursday, February 8, 2018

Turandot - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Con un atto di superbia che non mi è né consono nè abituale, asserisco che nulla mi interessa dei conservatori e dei  detrattori in riferimento alla conteporaneizzazione della messa in scena delle opere liriche dei secoli scorsi. Senza visione, curiosità e forte introspezione prospettica di ’analisi del mondo che ci circonda, si resta ancorati a tempi che non tornano più e che i più giovani non possono nemmeno più comprendere. La salvaguardia della trama ed il profondo rispetto della scrittura sono sacri, ma EVVIVA a chi sa analizzare, creare , amare, divulgare e magari anche far discutere! Ebbene dopo aver visto la Turandot al Regio di Torino con la maestosa direzione orchestrale di Gianandrea Noseda e la visionaria messa in scena di Stefano Poda,  credo che si possano definitivamente mandare in soffitta archetipi  ammuffiti e stereotipate convinzioni! Per chi non l’avesse capito …ne sono uscito stregato ! E non perché (come dice qualcuno) parteggio per gli amici, ma perché le opere d’arte vanno riconosciute ed io non metto bende sugli occhi, paraorecchi e cerniere chiuse alle labbra…. Ed in grande rispetto ho atteso qualche giorno prima di trasferire le emozioni, per non cadere nella trappola dell’eccessivo entusiasmo scatenatosi nell’immediato.

La sublimazione di Turandot è avvenuta! Si, Turandot, Liù e tutti i personaggi della narrazione sono stati sublimati e da uno status che tutti gli amanti dell’opera conoscevano, si è passati ad un etereo livello impalpabile, ma tremendamente  reale. Quando a dirigere è un ispirato Gianandrea Noseda e la messa in scena è realizzata genialmente da Stefano Poda ben poco resta da aggiungere, salvo voler essere cavillosi, pretestuosi  e conservatori a tutti i costi! Arcieri in bianco, il colore dominante della scena insieme al nero, appaiono sul palco e vigorosa prorompe la musica  ed il primo livello di beatidutine viene raggiunto. Rebeka Lotar nel ruolo del titolo si vede sottratto il finale, ma riesce comunque ad esprimere la limpidezza del suono e la sicurezza nell’emissione. Liù commuove fino all’ultima corda grazie alla voce di Erika Grimaldi (cui il pubblico riserva il più ampio tributo): è poesia allo stato puro, con modulazioni soffici e vellutate armonizzate da un forte sentimento partecipativo ‘Signore ascolta...’ Jorge de León cresce man mano che l’opera procede per giungere al ‘Nessun dorma’ del principe ignoto con convinzione e gradevolezza. Timur è molto ben interpretato da In-Sung Sim che esprime una cifra notevole per colore, autorevolezza e grazia. 
Antonello Ceron è l’apprezzato Imperatore Altoum, parimenti a Roberto Abbondanza nel ruolo di un mandarino. Le tre maschere sono interpretate da voci interessanti, anche Luca Casalin per il quale hanno annunciato in apertura la non piena forma vocale, ma che ben sa rendere Pang, come Mikeldi Atxalandabaso nei panni di Pong; mi sento di spendere un particolare positivo accenno a Marco Filippo Romano che con sicurezza vocale e timbricità possente realizza Ping con la giusta impronta portandolo con autorevolezza ad essere protagonista. Validi tutti gli interpreti ed un plauso al coro che ogni volta miracolosamente incanta, quindi un plauso anche al direttore Claudio FenoglioGianandrea Noseda, visibilmente soddisfatto canta tutta l’opera mentre la dirige con una particolare dolcezza, votata alla totale sensibilità in un crescendo di emozioni: se ancora serviva la prova che il maestro si attesta fra le stelle di massima grandezza del firmamento musicale, dopo la direzione di  Turandot, non se ne ha più bisogno!  In sintonia epidermica con l’orchestra trae echi di solennità imperiale che affascinano, quasi fosse la prima volta che quei suoni si odono! Dalla buca e dal gesto di Noseda , si alzano emozioni evocative dal sapore quasi intimisticamente religioso, di grande suspense e di totale avvolgimento. L’atmosfera si fa a tratti rarefatta, complici la musica e l’essenzialità delle scene del creatore Stefano Poda, il quale con la collaborazione di Paolo Giani Cei ha curato regia, scene, luci, costumi e coreografie. Le scene: il bianco è imperante e si replica anche nei costumi, contaminati da qualche tratto di nero; anche le parrucche sono bianche ed anche i succinti costumi che impediscono la nudità totale. A questo proposito desidero sottolineare che l’utilizzo del nudo in questo caso è frutto di ricerca ed indagine psicologica e di comunicazione; pur trattandosi di una realizzazione sensuale risulta una delle più asessuate, per scelta registica (vedi nota di regia riportata sotto). L’utilizzo del Butō  con la tenebrosità dei movimenti lenti ed improvvisamente convulsi e frenetici affascinano e sorprendono sempre, così come è interessante la moltiplicazione dei personaggi che muovendo la bocca paiono cantare all’unisono, rendendo addirittura difficile l’individuazione dell’esatto punto di canto. Forte l’immagine dei tavoli da obitorio con i cadaveri dei giovani decapitati per ordine della ‘fredda’ Turandot e particolari le luci che la fanno da padrone con suggestione ed avvolgente scelta. Della regia si può solo pensare a  tutto il tempo che è stato necessario per raggiungere una narrazione visionaria, che partendo dalla favola del Gozzi, arriva al novecento e lo supera proiettandosi verso spazi indefiniti e forse solo sognati.  

Saturday, December 9, 2017

Falstaff - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

Per introdurre alla lettura del commento al Falstaff andato in scena al Teatro Regio di Torino, credo che nulla sia più efficace delle ultime battute del libretto di Arrigo Boito, lietamente condiviso da un Verdi ormai al suo ultimo capolavoro, che sigilla la fine della sua scrittura con una ironica risata : “Tutto il mondo è burla, L’uom è nato burlone, nel suo cervello ciurla sempre la sua ragione. Tutti gabbati! Irride l’un l’altro ogni mortal, ma ride ben chi ride la risata final… Tutti gabbati! ah!ah!ah! tutti gabbati!”

’amore di Verdi per Shakespeare, dopo le frequentazioni in Macbeth e Otello,  raggiunge la somma vetta quando oramai anziano si prende il tempo, senza gli assilli imposti dalle commissioni,  per dedicarsi a Falstaff ed alle Allegri comari di Windsor; da questo diletto scaturisce una lieta scrittura che ironicamente asseconda le vicende in burla e dove le foreste non son più minacciosamente avanzanti come quella di Birnam in Macbeth, ma racchiudono elfi,  folletti e fate che si divertono a spaventare un impaurito Falstaff.

L’allestimento proposto dal Regio di Torino e firmato da Daniele Abbado alla regia e Graziano Gregori alle scene riflette un po’ l’influenza dell’ultima Tosca dove l’impianto scenico già era una pedana rotonda, che nel caso di Falstaff  raccoglie però la modernità, citando una ridente emoticon che si evidenza quando la linea curva in basso  (la bocca) si illumina e le due botole laterali si sollevano quasi ad indicare gli occhi….

Regia contemporanea che non rifugge rimandi classici ed impianto scenico pressoché fisso, salvo il sipario rosso che delimita le scene e gli arredi sospesi in aria, calati solo all’occorrenza. Buoni i tagli di luce di Luigi Saccomandi e scelte tra il moderno ed il classicheggiante per i costumi di Carla Teti. Il coro seppur con breve intervento risulta sempre rilevante sotto la direzione di Claudio Fenoglio.

Il giorno 19 la recita prevedeva la voce chiara e possentemente timbrata di Carlos Alvarez  per realizzare sir John Fastaff, mentre Tommi Hakala ha sfoderato un fraseggio chiaro ed un tono importante per dar vita a Ford, mentre Francesco Marsiglia ha interpretato Fenton con un tratto quasi poetico della voce ben calibrata e morbida. Il soprano Erika Grimaldi è risultata ottima Alice Ford con la ben nota voce limpida e facile nei passaggi che incanta sempre il pubblico; Valentina Farcas  ben esprime il carattere della giovane Nannetta, mentre Sonia Prina, seppur indisposta, ha affrontato con piglio e sicurezza Mrs Quickly e Monica Bacelli ha sottolineato Mrs. Meg Page.

Come Sonia Prina anche Andrea Giovannini ottimo caratterista e buon interprete di Dottor Cajus era presente ad entrambe le recite insieme a Patrizio Saudelli, comicissimo Bardolfo, e Deyan Vatchkov prestante Pistola. Gli altri interpreti della recita del 18 novembre sono stati Carlo Lepore che con emissione ed interpretazione del tutto naturali ha dato vita a Falstaff, Simone del Savio a Ford ed il giovane Ivan Ayon Rivas ad un dinamico Fenton.  Rocio Ignacio ha interpretato con fresca voce Alice Ford e Clarissa Leonardi con limpidezza ha cantato Mrs Meg Page e Damiana Mizzi decisamente agile e facile negli acuti ha interpretato Nannetta.


La direzione di Donato Renzetti è risultata equilibrata ed attenta e tra una cesta nel fiume, un fuoco ad asciugare i mutandoni di Falstaff, ninfe e Cacciator Nero nella foresta a mezzanotte si snoda la brillante vicenda di corna mancate e gelosie assurde. Musicalmente la scrittura è molto vivace ed i fil rouge musicali qui assurgono a puro divertissment “..dalle due alle tre….”, “ bocca baciata non perde ventura…anzi rinnova come fa la luna…” .La Musica vince sempre.

Friday, January 20, 2017

Pagliacci en Turín Italia

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

¡Nada nuevo bajo el cielo! Viendo diversos medios del día, hay crónicas repletas de traiciones que terminan en delitos pasionales y violencia que proviene del odio, y la incapacidad de entendimiento.  Inspirada en un hecho de las noticias, la ópera lleva a la escena a un feminicidio por celos. La conocida historia de I Pagliacci no necesita ser contada nuevamente, pero es verdad que algunas consideraciones son ineludibles. El montaje propuesto por el Teatro Regio de Turín es de sabor neorrealista y fue curada en todo aspecto artístico por la dirección de Gabiele Lavia, y escenico de Paolo Ventura.  La ambientación es en una plaza pobre en el sur de Italia con un pequeño y derruido escenario en el centro para la representación “alle 23”, muy cuidada en los detalles, los vestuarios, los colores iguales, las luces de Andrea Anfossi, los rocambolescos acróbatas, los actores en zancos, malabaristas, todos elementos del teatro itinerante están presentes y contribuyen a crear la atmosfera aparentemente alegre del espectáculo, donde está también el dolor de la traición. Nicola Luisotti mostró señorío en el comportamiento entre el foso y el escenario, afrontando la partitura con expresión, alcanzando momentos de gran sinfonía como de vibrante pasión trágica, y con gran experiencia.  Con la cortina cerrada un niño pasa caminado por la orilla del escenario y vestido de payaso, y cuando lleva al centro, de frente al director le hace la seña para iniciar la obertura. El coro fue preponderante sobre la escena y fue la masa de canto de fuerte impacto, bajo la guia de Claudio Fenoglio. Por indisposición el tenor Fabio Sartori no pudo ser Canio, pero fue sustituido de manera brillante por Francesco Anile, quien desplegó grato timbre y color, con el que exaltó la célebre aria ‘Vesti la giubba’ y de allí en adelante no hizo más que obtener aprobación.  El barítono Roberto Frontali, muy calado en su papel, afrontó con seguridad y cautivante modulación a Tonio, que imprime toda la fuerza negativa que tiene ‘il rifiutato’ dejándolo en su mediocridad. Simpático y vivaz fue el Peppe de Juan José de León, quien como Arlecchino hizo su aparición entre las butacas, asimismo, fue el apreciable resultado por colores e interpretación de Andrzej Filończyk como el amante Silvio. Una mención especial a Erika Grimaldi, en buena forma física y vocal que encantó por el color y la redondez que imprimió a su canto que salió con facilidad hasta los más intransitables agudos con los que expresó los fuertes sentimientos del personaje.   ¡El teatro en el teatro tiene siempre su fascinación! 

Pagliacci - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

Nulla di nuovo sotto il cielo! Seguendo i vari media del giorno d’oggi la cronaca pullula di tradimenti che culminano in delitti passionali e violenze maturate nell’odio, nell’incapacità di comprendere. Ispirata ad un fatto di cronaca l’opera mette in scena un femminicidio per gelosia! La nota vicenda de ‘I Pagliacci’ non necessita di essere raccontata, ma certamente alcune considerazioni sono ineludibili. La messa in scena proposta con un nuovo allestimento dal teatro Regio di Torino è di sapore neorealista ed è  curata  in ogni dettaglio registico, grazie alla mano di Gabriele Lavia ed anche  scenico per la  cura di Paolo Ventura. L’ambientazione è una piazza povera del sud Italia con un piccolo e sgangherato palco al centro per la rappresentazione “alle 23”; tutto è curato nei dettagli: i costumi  ed i colori degli stessi, le luci di Andrea Anfossi, i rocamboleschi saltimbanchi, gli attori sui trampoli, i giocolieri! Tutti gli elementi del teatro itinerante sono rappresentati e tutti concorrono a creare l’atmosfera apparentemente gioiosa dello spettacolo, che cela però il dolore del tradimento! Nicola Luisotti rivela signorilità nei comportamenti con la buca ed il palcoscenico ed affronta la partitura con piglio sicuro traendo momento di grande sinfonia, quanto di vibrante  passionalità tragica: bel gesto e conclamata esperienza. A sipario chiuso un bimbo cammina lungo il bordo del palco ed in costume da pagliaccio, quando arriva al centro e di fronte al direttore dà a questi l’attacco per iniziare   l’ouverture.  Il Coro è preponderante sulla scena e la massa cantante è di forte impatto, ancor più in considerazione dell’ottima prestazione offerta, grazie anche alla preparazione di Claudio Fenoglio.  Per una improvvisa indisposizione il tenore Fabio Sartori non può essere Canio, ma viene brillantemente sostituito nel ruolo  da Francesco Anile che rivelando  bel timbro e bel colore esalta la celebre aria ‘Vesti la giubba’ e da li in poi non fa che raccogliere consensi. Il baritono Roberto Frontali è calato nella parte ed affronta con piglio ed accattivante modulazione il personaggio di Tonio cui imprime tutta la forza negativa che ‘il rifiutato’ ha, lasciandolo nella sua mediocrità. Simpatico e vivace il Peppe di  Juan José de León  che nei panni di Arlecchino fa la sua apparizione dalla platea, così come è risultato più che apprezzabile per colore ed interpretazione Andrzej Filończyk nella parte dell’amante Silvio.  Validi nei rispettivi ruoli di primo e secondo contadino Vladimir Jurlin e Sabino Gaita, ma una menzione speciale va senz’altro al soprano  Erika Grimaldi nel ruolo di Nedda. Nell’ultima sua apparizione al Regio di Torino il soprano astigiano  era in attesa di Esther, nata circa un mese fa. Ora, in perfetta forma fisica e vocale,  la Grimaldi ha incantato per i colori e gli arrotondamenti impressi al suo canto che si è librato con facilità fino ai più impervi acuti ad esprimere i forti sentimenti che albergano nell’animo del personaggio. Il teatro nel teatro ha sempre il suo fascino! La Musica vince sempre.

Thursday, October 20, 2016

La Boheme - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese

Renzo Bellardone

In occasione del 120° anniversario della prima esecuzione assoluta di ‘La bohème’ di Giacomo Puccini - Torino, Teatro Regio, 1 febbraio 1896 Resta celebre la frase di Massimo d'Azeglio  "abbiamo fatto l'Italia, ora si tratta di fare gli italiani", quando  il 27 gennaio 1861 si svolse il primo turno per le elezioni dei deputati del primo Parlamento nazionale che fu inaugurato il 18 febbraio dello stesso anno presso Palazzo Carignano, residenza reale dei Savoia a Torino. Il primo Parlamento italiano, fu composto, tra gli altri, dagli eroi dell'Unità d'Italia come Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi. Torino, prima capitale d’Italia resta anche la sede della Prima Assoluta di Bohème che la responsabile e visionaria direzione del Teatro Regio ripropone in apertura della stagione 2016/17 in onore dei 120 anni dalla sua prima esecuzione pubblica. Parigi  o forse  un qualsiasi posto all’interno di una grande città europea è l’ambientazione scenica  strutturalmente  innovativa e volumetricamente colossale: a vederla dal palco e guardare verso l’alto è impressionante il groviglio di tubi e scale per tre piani di abitazione metallica. Alfons Flores ha realizzato una scenografia di forte impatto che lascia tutto il sapore e l’aura di Bohème  collocando la vicenda  in una sorta di  gabbia con ampie aperture come è la vita: la gabbia che l’individuo si costruisce intorno, ma che con visione  lascia ricca di aperture verso il mondo in cui entrare e da cui uscire. La regia di Alex Ollè è assolutamente rispettosa della trama e nulla toglie all’emozione che le arie pucciniane inoserabilmente fanno trabordare. I costumi di Lluc Castess sono poveri come spesso la contemporaneità ci propone, ma pertinenti; le luci di Urs Schönebaum, senza ricercare effetti speciali (inutili in una realizzazione del genere) sono puntuali e di assoluta efficacia il finale dove domina il grigio metallico con l’unica nota di colore  rosso della coperta di Mimì appena spirata. 
Veniamo ora alla parte musicale. La consueta vigoria direzionale di Gianadrea Noseda è stata indirizzata alla ricerca della forte emozione e forse di una sorta di intima spettacolarizzazione della stessa, ovvero l’esaltazione dei sentimenti vissuti dai personaggi. L’apparente disconnessione tra l’impeto  e la poesia dei dolci sentimenti viene smentita da un coinvolgente Noseda che con cura ricercata va a trovare stille di  profumi musicali che sottolineano con impalpabile evanescenza i sospiri di Mimì……” si mi chiamano Mimì…il perché non so !” ed il trittico  Noseda, orchestra e cast  è sicuramente vincente. Erika Grimaldi che dopo aver timidamente fatto i primi passi canori proprio al Regio e proprio con Noseda, ora calca i più prestigiosi palcoscenici del mondo, e qui è la dolce protagonista che acuisce l’innata dolcezza grazie all’attesa dell’imminente maternità. La Grimaldi ha un bel colore e buon volume che porta la sua voce a scintillare sia negli acuti che nei toni più sommessamente espressivi. Circa il tenore  Iván Ayón Rivas  che dire? Un ragazzo poco più che ventenne che alla sua prima uscita in palcoscenico riesce a catturare il pubblico è assolutamente meritevole di apprezzamenti ed applausi. La gioventù si percepisce, ma il livello già raggiunto è encomiabile! Bravo Rivas ed ancora una volta bravo a Noseda che crede nei giovani ed offre loro la possibilità di cimentarsi con il palco, con i ruoli ed in fine con se stessi, per studiare e crescere. Francesca Sassu accorata e cristallina Musetta è piaciuta sinceramente ed anche Simone Del Savio nel ruolo del pittore Marcello ha dato prova di maturità. Gabriele Sagona in Colline con la sua “vecchia zimarra” è stato apprezzato per intonazione e bel timbro.  Shaunard il musicista ha incontrato in Benjamin Cho un simpatico e divertente interprete con buon  garbo nell’emissione. Bravi anche gli altri interpreti ed uno per tutti  farei un accenno a Matteo Peirone (alla sua 120 recita in Boheme) nel doppio ruolo dell’inquietante Benoit che porta le bollette dell’affitto da pagare e poi in quello di Alcindoro simpaticamente buffo al Caffè Momus (forse sulla rive gauche? forse sulla rive droite?....non importa!) simpaticamente servito da cameriere tentatrici in abito bianco e parrucca azzurra. Tutta l’opera è pervasa dal leit motiv che affiora qua e là con malcelata indifferenza a creare e mantenere l’attesa dell’emozione che inevitabilmente pervade. La Musica vince sempre!

Stresa Festival 2016 - Le Rossignol de Igor Stravinsky

Foto: Lorenzo di Nozzi
Renzo Bellardone
STRESA FESTIVAL 2016 – PALAZZO DEI CONGRESSI 4 SETTEMBRE

RICHARD STRAUSS, 4 Interludi da Intermezzo IGOR STRAVINSKIJ, Le Rossignol Video scenografia di Guido Fiorato Produzione digitale di Francesco Campanini Regia di Dario Betti Assistente alla regia Silvia magagni Commissione Stresa Festival L’Usignolo, Christina Poulitsi La cuoca, Erika Grimaldi (soprano) Il pescatore, Francesco Marsiglia (tenore) L’imperatore, Arutjun Kotchinian Il Bonzo, Daniel Borowski (basso) Il Ciambellano, Gabriele Sagona (basso) La morte, Manuela Custer (soprano) Ars Cantica Choir Gianandrea Noseda, direttore

Non è così scontato prevedere in programma di concerto i 4 interludi da Intermezzo di Richard Strauss e così risulta ancor più interessante entrare in sala e predisporsi all’ascolto, che non andrà deluso! La Musica avvolgente è diretta da Gianandrea Noseda con attenzione e forte espressività con il ben conosciuto gesto ampio e comunicativo che compenetrando la scrittura ne espande il ‘corpus’ fino alle sensazioni più complesse. L’Orchestra segue con intesa reciproca e comunione intenzionale.

Il coro Ars Antica Choir  diretto da Marco Berrini, già in altre occasioni ospite dello Stresa Festival, entra in gioco con la seconda parte del programma ovvero con ‘Le Rossignol’. Qui la partitura è decisamente  più complessa della precedente e seppur conosciuta risulta sempre come nuova e quindi richiede maggior compartecipata attenzione. A rendere la proposta fruibile al disomogeneo pubblico intervengono le buone voci ed il video ricco di colore ‘orientale’ e le immagini in lento scorrere in sincrono con il tempo ed il ritmo musicale. A questo riguardo è doveroso segnalare la bellissima e favolistica realizzazione di Guido Fiorato, i movimenti digitalizzati di Francesco Campanini e la regia di Dario Betti, assistito da Silvia Magagni.

I cantanti davvero bravi son riuscii a dare una lettura accessibile e gradevole di una scrittura non particolarmente immediata, seppur conosciuta. L’Usignolo è  Christina Poulitsi, che accettando all’ultimo la sostituzione della soprano prevista si è guadagnata un plauso avvalorato dalla buona riuscita nel fraseggio e nelle variazioni coloristiche. La cuoca è impersonata da   Erika Grimaldi, già ospite acclamata solista nell’edizione 2015, la quale ha riconfermato le sue doti vocali ed interpretative in particolare negli acuti e nei bei colori. Il tenore  Francesco Marsiglia interpreta il pescatore che avvalora  con buona intonazione e gradevole emissione arrotondata. L’imperatore e  Arutjun Kotchinian profondo ed accorato con sensibile partecipazione. Il Bonzo è Daniel Borowski che decisamente nella parte offre un colore molto scuro con timbrica pregevole. Gabriele Sagona , basso,  interpreta il ciambellano in modo consapevole e con piglio autorevole sorretto dalla robusta e convincente  voce dai colori possenti. La morte trova in  Manuela Custer  la valida interprete che in poche battute da una sferzata  possente per colore, timbro e partecipazione. La Musica vince sempre


Tuesday, April 19, 2016

La Donna Serpente – Teatro Regio Torino, Italia

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

Senza l’illusione di un momento, senza la voglia di vivere una fiaba, la vita sarebbe poca cosa! Si dice che gli animi più serenamente obiettivi  appartengano a chi sa conservare nel tempo un po’ di quella fanciullezza passata. Il saper vedere la vita con gli occhi di bimbo che si spalancano di fronte alle luci inconsuete, ai colori ed ai suoni, forse rende la vita più gioiosa e serena.

La prima esecuzione in Torino de ‘La donna serpente’, si configura in un  evento eccezionale, intorno al quale il Teatro Regio e la città di Torino hanno addirittura costruito un ‘progetto’ festival sulla figura del compositore Alfredo Casella; per questo motivo ritengo che non sia possibile  recensire succintamente l’opera ‘La donna serpente’ limitandosi ad annotare le impressioni visive e di ascolto, ma che si rendano necessarie almeno alcune considerazioni e citazioni

Sfogliando il libro di sala e dopo aver seguito alcune interviste proposte anche in occasione della diretta su Rai 5 alla ‘prima’ del 14 aprile, rilasciate dal sovrintendente del Regio Valter Vergnano e dal direttore musicale Gianadrea Noseda, si annota: “ Casella rappresenta una importante figura del xx secolo; Faurè fu suo maestro, mentre tra le amicizie vantava i nomi di Debussy, Ravel e Stravinskij”. Noseda a proposito della composizione musicale riferisce “ad esempio il ‘Lamento’ di Miranda (Vaghe stelle dell’Orsa) ha un fascino antico che non è quello dell’aria classica di sapore ottocentesco, ma piuttosto del madrigale, ………il ‘quintetto delle maschere’ che è tutto basato su un esercizio linguistico di chiaro gusto rossiniano, ma conduce a sviluppi formali che pur restando comici , suonano completamente diversi…”

Lucilla Castellari nel suo libro ‘Dal carnevale veneziano al romanticismo musicale tedesco’ edito da Campanotto editore, scrive: “con ‘La donna serpente’ Carlo Gozzi imprime una svolta alla sua produzione fiabesca (quinta delle fiabe teatrali): torna alla fiaba di magia, esasperandone la spettacolarità e la complessità d’intreccio, pur conservando la formula passionale e per certi aspetti patetica, sperimentata nella Turandot; si tratta di quella che Edoardo Sanguinetti definisce ‘la geniale invenzione di un genere:la fiaba scenica’” 

La storia è abbastanza complicata e di non facile intuizione per il gran numero di personaggi e per le situazioni intricate ed alcune visualizzazioni riportano ai pargoletti della Morma oppure alla cerva bianca in Rusalka: ma la proposta del Regio, tanto per rimanere in sintonia, è realmente fiabesca, un sogno irreale in un mondo di colori, suoni, luci ed ombre!

La Musica appare subito godibilissima, senza i bruschi accenti di alcuni compositori contemporanei ed al tempo stesso sfrondata dai manierismi di certe arie antecedenti. Gianadrea Noseda dirige con piglio sicuro e profonda concentrazione: si tratta di una partitura complessa che questi  affronta con la passione critica già impiegata nelle precedenti ricerche ed incisioni di opere del torinese Casella, del quale Noseda è profondo conoscitore ed instancabile divulgatore. L’intesa con l’orchestra è sempre forte, ma in questa occasione si colgono anche  la passione ed il desiderio del nuovo che accomunano! Quello che giunge all’ascolto è una musica che cattura, che coinvolge ed attrae.

La messa in scena è favolosa. L’essenzialità lascia spazio alla fantasia e la spettacolarità è affidata alla Fattoria Vittadini per rocambolesche coreografie di Riccardo Olivier,  che con forte descrittività narrano e collegano le scene. I costumi del geniale Gianluca Falaschi sono dei reali capolavori fatti di semplicità, di folgoranti colori in caleidoscopici ed acquerellati arcobaleni ed elementi di forte scenicità. Le accattivanti e suggestive luci disegnate da Giuseppe Calabrò e le geometriche ma armoniose scenografie di Dario Gessati immergono in un fantastico spazio atemporale che portano nel buio della notte, nell’attimo in cui il sole si oscura ed in una sorta di moltiplicazione del disco solare con proiezioni sul palco. La regia di Arturo Cirillo è rispettosa della commedia dell’arte che viene catapultata nella contemporaneità futurista: molto gradevole e ricercata per raffinatezza ed eleganza. Il superbo coro preparato da Claudio Fenoglio ed un cast stellare portano a compimento il meritato successo!

Piero Pretti, tenore dal timbro morbido ha interpretato il re Altidor con i giusti accenni patetici e di passione amorosa con emissione chiara ed addirittura struggente nell’Addio, addio..’; Carmela Remigio insignita proprio in questi giorni  del prestigioso premio Abbiati 2015, ha interpretato la Fata Miranda  con  liricità scintillante e purezza di fraseggio ricercato allo stremo ed esaltato nel sopracitato ‘Vaghe stelle dell’orsa’ senza il supporto orchestrale. Armilla ha incontrato in Erika Grimaldi una straordinaria interprete che nel ruolo di  superba combattente ha dimostrato brillantezza ed incisività; pregevoli i duetti con Anna Maria Chiuri il mezzosoprano che ha dato voce a Canzade sfogliando i bei colori ambrati e possenti che il suo mezzo permette. Francesca Sassu –Farzana- ha fresca voce particolarmente apprezzata nei toni alti. Francesco Marsiglia –Alditruf- è agile tenore e scenicamente sciolto; Marco Filippo Romano  sfodera  bei colori con  timbro possente interpretando un Albrigor saltellante e divertente. Roberto De Candia  -Pantul- rende in modo delineato il personaggio che disegna con attenzione e precisione gestuale e vocale. Tartagil viene interpretato dal tenore  Fabrizio Paesano con voce limpida e sicura. Lo scurissimo colore dai contorni morbidi di Fabrizio Beggi ha conferito autorevolezza e potenza al ministro Togrul.

Sicuramente interessanti Demogorgon-Sebastian Catana, Smeraldina-Kate Fruchtherman, Badur-Donato di Gioia, Geonca-Emilio Marcucci, secondo messo-Alejandro Escobar, prima fatina Eugenia Braynova, seconda fatina-Roberta Garelli e una voce-Giuseppe Capoferri.

Wednesday, January 20, 2016

GIOVANNA D’ARCO – Teatro alla Scala, Milano- 2 gennaio 2016 (2 cast)


Foto: Ramella & Giannese

Renzo Bellardone

L’opera in questione è stata composta da un  Verdi poco più che trentenne, e dopo centocinquant’anni dalla sua prima rappresentazione alla Scala di Milano, viene riproposta ad inaugurazione della Stagione ed abbracciata  da Riccardo Chailly che la dirige ed espande, elevandola a vette armoniche e sinfoniche trasparenti ed impalpabili. L’impetuosa ouverture preannuncia i clamori della battaglia ed il sipario che per un momento si alza evoca le visioni che domineranno la vicenda della vergine di Orleans. La versione che ha inaugurato la stagione scaligera è quella integrale che forse neppure Verdi riuscì a vedere in scena a causa delle moralistiche censure. L’ambientazione è atemporale, ma non decontestualizzata,  con chiari riferimenti epocali grazie ai costumi di Agostino Cavalca ed alle scene di Christian Fenouillat: entrambi hanno rafforzato la filologia della regia curata da Moshe Leiser e Patrice Caurier. Seppur con scene essenziali  e di colore grigio perla , l’ambientazione risulta di forte impatto ed inevitabile  coinvolgimento,  grazie alle coloratissime e vigorose proiezioni di  Étienne Cuiol:  il massimo della vitalità viene raggiunto nel momento della cruenta battaglia, mentre l’efficacia simbolistica culmina al  suo apice con l’apparizione della bandiera. Il Coro, elemento preponderante come sovente lo è nelle opere verdiane, qui diventa anello di congiunzione indissolubile con la vicenda, la rappresentazione musicale e l’elemento scenico; magistralmente coordinato da Bruno Casoni appare all’inizio quasi come nella nota immagine di  Giuseppe Pelizza da Volpedo: stesse le tinte dei costumi, stessa la prorompente forza descrittiva; al finale il coro  compare  in una sorta di alto loggiato abitato anche da angeli divini ed insieme a questi dall’alto osserva la trasfigurazione. La messa in scena si avvale di elementi simbolici e  di apparizioni stupefacenti da Grand Opera: al momento della sua decisione Giovanna si taglia le chiome; alla battaglia le pareti vengono poi trafitte da lunghe lance rosso sangue; Carlo appare in armatura dorata su cavallo dorato ed  in tutta la sua imponenza sorge la cattedrale di Reims con i celebri mosaici di vetro colorato. Inquietanti e grotteschi appaiono i demoni cornuti ed alati che con  paurose movenze finiscono per sovrastare i personaggi fino a racchiuderli in un amplesso demoniaco. Gli interpreti tutti di ottima levatura vantano  una new entry alla Scala:  nel ruolo di Giovanna, per l’ultima recita, ha cantato il giovane soprano astigiano Erika Grimaldi. Francesco Meli, a buon titolo uno dei più importanti tenori italiani, ha vestito i panni di Carlo VII; ormai anche ottimo attore ha calcato il palcoscenico con passo sicuro, rafforzando la sua presenza con una linea di canto sempre puntuale con tono fermo e coinvolgente; Meli vanta un’emissione sicura, sempre chiara e limpida e fa assaporare ‘la voce che corre sui velluti’ Il padre Giacomo trova un caldo interprete in Carlos Alvarez: la profondità del tono ed il colore brunito dai riflessi ambrati creano un personaggio prima sicuro, poi confuso, ma comunque estremamente umano. Gradevolissima voce che coinvolge  e commuove. Talbot è il bravo  Dmitry Belosselskiy, mentre  Michele Mauro interpreta Delil. Veniamo ora all’interprete principale ovvero Giovanna:  Erika Grimaldi si avvale della sua giovane età per interpretare al meglio il  personaggio, ma sfodera subito marcata presenza scenica e sicurezza vocale. La Grimaldi affronta il ruolo con le peculiarità dello stesso, quindi con segnata drammaticità ed altrettanta agilità fino agli acuti ed ai sovracuti con limpidezza e  cristallinità.  Il consenso che il pubblico le ha tributato è il miglior riconoscimento al suo debutto ed ancor più in un ruolo certamente arduo. La Musica vince sempre.

Thursday, August 27, 2015

Erika Grimaldi (soprano) allo Stresa Festival 2015

Renzo Bellardone

Dopo averla recentemente ascoltata ed apprezzata in ‘Otello’  al Teatro Regio di Torino, in coppia con Gregory Kunde e diretta da Noseda, per la produzione inaugurale della stagione 2014-15, oltre che nella Messa da Requiem e nelle Nozze di Figaro  è parso simpatico e bello intervistare Erika Grimaldi alla sua prima esperienza allo Stresa Festival; dopo una prova musicale  di assestamento,ci siamo accomodati su un divano della Hall dell’Hotel Regina Palace di Stresa, dove  è nata questa amichevole chiacchierata.

Erika, sono ben lieto di incontrarti a Stresa e sentirti ancora una volta diretta da Noseda

Si ancora una volta diretta da Noseda!  Il rapporto artistico con il Maestro  Noseda è nato nel 2007 al Teatro Regio di Torino, con il quale  e dove  ho fatto la prima  audizione:  era per Bohème che poi ho cantato con la direzione di Daniele Rustioni. Dopo questo importante inizio son nate altre collaborazioni e partecipazioni  grandi e  piccole. Un piccolo ruolo che mi ha molto gratificata è stato quello in  ‘Dama di Picche’ (cantavo in russo) e poi ho iniziato a fare cose ancor  più impegnative. Da Noseda  sono stata poi ancora  diretta in Boheme a Torino e poi a Shanghai e Hong Kong con l’Opera di Roma. Ricordo poi il ‘Simon Boccanegra’ e quello splendido Otello (trasmesso anche in Diretta radiofonica da Radio 3 rai)  in cui ho debuttato il ruolo di Desdemona, ruolo memorabile che ho desiderato molto anche come sfida con me stessa anche se parecchio impegnativo per lo studio e la psicologia del personaggio. Di Verdi, prima di Simon Boccanegra e Otello,  avevo solo interpretato la parte di Nannetta in Falstaff. 

Credo che questi ruoli ed in particolare quello di Desdemona abbiano aperto  ad un nuovo mondo musicale

Effettivamente si è aperto il mondo del  Verdi importante che mi auguro di poter replicare. Ho atteso a lungo prima di affrontare questo Verdi lirico, ma ora sono molto soddisfatta. E dopo il Regio di Torino ecco che a Stresa 2015 si rinnova la collaborazione con Noseda E’ proprio così,  ancora una volta questa bella collaborazione che si sviluppa all’interno della tournée  della Euyo ed io partecipo a tre concerti con lo stesso programma a  Bolzano, Stresa e Ravello. Il mio compito è l’esecuzione  di tre arie Verdiane estrapolate dal primo Verdi: dai ‘Masnadieri’, da ‘Luisa Miller’  eseguita da poco anche al Festival di Verbier  e l’aria da ‘Il Corsaro’:  arie di grande effetto e grandissima soddisfazione. Stresa ospita ormai questo festival di valenza internazionale ed esservi stata invitata

La carriera di una cantante è segnata da molto studio, molte tappe, molti sogni: quali ruoli ami e  speri di debuttare in prossimo futuro?

Dopo questo tour vado ad Amburgo, ad interpretare il ‘Turco in Italia’,  un debutto del Rossini più leggero che affronto per la prima volta. In passato avevo interpretato solo scritture del cosiddetto ‘Rossini serio’ come il Guglielmo Tell ed avevo qualche timore  nell’affrontare questa scrittura più ‘salterina’. Strada facendo  l’ho  poi approcciata con lo studio ed ora  la trovo veramente  divertente, anche se ben impegnativa , al contrario di come può sembrare. Si tratterà di una  ripresa da una produzione di successo, che  diverte molto il pubblico. 

E non torni ai tuoi ruoli iniziali?

Certo che si! Dopo Amburgo andrò a  Bari per Bohème  e poi debutto  ‘Elisir d’Amore’  a Berlino, in prossimità del Natale. A gennaio 2016 riprenderò  Bohème in un nuovo teatro, quello  importante di Oviedo. A marzo  ritornerò felicemente ad Hong Kong: città che amo! Quando ci sono stata mi son sentita molto bene: è una città moderna, ma veramente vivace e ci ritorno volentieri; il ritorno   sarà ancora per Verdi con il  Requiem e Simon Boccanegra e  con piacere  diretta ancora da Noseda. 

A proposito di debutti e visto il cartellone 2015-2016 del Teatro Regio di Torino viene spontaneo parlare di quanto tu farai nell’ambito di quella stagione.

 Ringrazio per la domanda , ma non voglio rivelare troppo. Ti dico solo che sarò appunto in ‘Donna Serpente’ opera di cui  al momento ho visto solo lo spartito ed ascoltato. Si tratta di una musica che non sconfina mai, molto melodica e gradevolmente ascoltabile. Con me ci i sarà  Carmela Remigio ed ancora una volta il Gianadrea Noseda. 

Erika ti ringrazio per il tempo che hai dedicato a questa intervista e ti lascio andare a riposare in attesa del concerto di questa sera. 

Stresa Festival, Italia - Concerto Inaugurale

Foto: Stresa Festival

Renzo Bellardone

STRESA FESTIVAL – Palazzo dei Congressi 22 agosto 2015. Concerto inaugurale. Erika Grimaldi-soprano. European Union Youth Orchestra. Gianandrea Noseda  direttore. G Verdi – Arie e Ouverture da ‘I Masnadieri’, ‘Luisa Miller’, ‘Il Corsaro’.G. Mahler Sinfonia n. 5

Con la sublime voce del violoncello che si è  elevata a suggellare un etereo momento musicale, ha preso l’avvio il Concerto con l’orchestra EUYO diretta dal Maestro Gianadrea Noseda. Le arie del primo Verdi sono state  interpretate dal giovane soprano piemontese Erika Grimaldi particolarmente apprezzata nel registro centrale ed  interessante anche nelle agilità; alla terza aria la voce intensa, dolce e con gradevoli arrotondamenti è stata esaltata dall’effervescenza dei pizzicati delle corde dei violini. Ormai affermata internazionalmente la Grimaldi ha dato prova delle proprie doti tecniche e comunicative. La Sinfonia n. 5 di Malher è stata parimenti interpretata dall’Orchestra  Giovanile europea (con all’interno due ragazzi italiani), con la direzione vigorosa di Noseda che ha tratto sensazioni dalle viscere della terra per elevarle alle più elevate sommità. Mahler di per sé sempre nuovo e possente, lascia spazio a poetiche magie, quanto a echi lontani attraverso motivi di valzer e passi lenti quasi funebri; interessanti le dissonanze festeggianti che Noseda ed i giovani interpreti hanno saputo cogliere e trasmettere ineccepibilmente ad un pubblico sognante. I due autori sapientemente accostati ed interpretati hanno trovato esaltazione per i turbamenti impetuosi come un torrente in piena  ed i voluttuosi abbracci musicali  che hanno avvolto i cuori. La Musica vince sempre.

Monday, April 6, 2015

Don Giovanni en Bellas Artes, México D.F.

Foto: Ana Lourdes Herrera / Ópera de Bellas Artes

Iván Martínez / Confabulario – El Universal  

“Entretenimiento moral tan conmovedoramente humano, que la moral se pierde antes incluso que la obra comience.”
Virgil Thomson

Sin referirme a tan elocuente y determinada descripción de esta ópera de Mozart, sino a lo que se ha visto estos días en el Palacio de Bellas Artes, caeré en la tentación de referirme al Don Giovanni, (re)estrenado el pasado 19 de marzo, como el estándar desde el que el público deba ver y acercarse a la ópera. No rebasado por mi entusiasmo, creo que de esto se trata el gran género músico-teatral y quiero pensar que el trabajo de la Compañía Nacional de Ópera podría estar no por debajo de lo que la batuta de Srba Dinic, y los creativos escénicos encabezados por el director Mauricio García Lozano con gran apoyo del escenógrafo Jorge Ballina, han logrado al revivir esta producción de 2009. A pesar de todos sus errores y gracias a ellos. Hace tiempo que el público no veía una producción con resultados tan redondos, con una concepción completa y una idea tan clara (en este caso: más cercana al arquetipo del seductor insaciable, muy sexual y gráfico) que abarcara todos los ingredientes y donde la ejecución de cada disciplina forjara los contrapesos necesarios para presentar con solidez, unidad y coherencia un espectáculo integral. Qué enriquecedor para la pieza, para quien la pone y sobre todo para el público, que veamos una puesta con la que podamos debatir o a la que podamos rebatir cada una de las direcciones tomadas. Que podamos pensar sobre esta lectura tan cruda y franca y sin complacencias del antihéroe, dejándonos –enfrentados con nuestra propia mirada– en el cuestionamiento de sus ambivalencias; la de su final (redención o castigo), la de su origen o de sus conquistas, las musicales, y hasta la de los detalles anecdóticos: como la eterna discusión sobre la importancia de sus antagónicos (la principal es Anna, pues a partir de la muerte de su padre surge la acción), la reacción que surge en el público ante una propuesta así de visual (hace seis años, esta puesta hoy adecuada, fue criticada por ser demasiado sexual) o la pertinencia de uno u otro –entre cien– elementos de utilería (la elección de un arma o la manufactura de un ave, por ejemplo). En tiempo y espacio abstractos, ante cuestionamientos morales igual de indefinidos, igual de humanos, los creativos Lozano y Ballina destacan, como en otras propuestas teatrales y operísticas en las que han trabajado juntos, por la eficacia técnica en una medida justa que no minimiza ni sobreexpone sus medios visuales y dramáticos que siempre son intensos. 
Con trazos bien diseñados y mucha agilidad entre y en cada escena, apoyados por una maquinaria escenográfica de muchas posibilidades (un cuadro giratorio en el que cada escena se reconfigura con el acomodo de camas y un gran espejo superior que al moverse, libera o apresa), no han logrado, sin embargo, alentar el trabajo actoral de los solistas. Poco hay que reprochar a ese grupo. Al menos en lo general. Y al menos en los estándares a lo que nos han acostumbrado. Es agradable contar con voces capaces de ser escuchadas más allá de la segunda fila y en la mayoría de los casos, sin problemas de afinación. Esos pequeños problemas provienen solamente de uno mayor: salvo el protagónico, el miscasting es la norma. La incomodidad de una figura como Olivia Gorra cantando Donna Elvira es hasta visible y su canto muchas veces irritante, pero hay dos casos peores en el resultado vocal de Angélica Alejandre como Zerlina y Ernesto Ramírez como Don Ottavio. Aunque muy meritorios la Donna Anna de Erika Grimaldi y el Masetto de Juan Carlos Heredia, es entre los secundarios el Leporello de Armando Gama quien mejor cumple, incluso al no tener aún el peso ideal en su registro más grave: canta espléndidamente sus pasajes virtuosos y actoralmente hace un trabajo exquisito. Es posible que se pueda perdonar la deuda escénica de Christopher Maltman en el rol titular al permitirnos escuchar una voz que existe para cantar este papel: en color, cuerpo, peso y una obstinada capacidad para hacer sonar cada silaba en el sentido mozartiano más puro. Musicalmente, es muy evidente que el gran triunfo de esta administración ha sido la presencia en el foso de Bellas Artes de Srba Dinic. Enorme lucimiento ha logrado de la Orquesta del Teatro, con tempi y articulaciones bien definidos y un sonido cuidado de cada una de las secciones; especialmente en las de aliento en una partitura escrita con particular atención tanto para maderas como para metales. Absoluto control también con lo que sucede arriba del escenario, no solo en el acompañamiento sino también con un trabajo muy cuidado de la estructura musical de las escenas con más de un solista. Siempre transparente. Resulta objetable e injustificable de cualquier manera, escénica incluso, el uso de grabaciones en lugar de las pequeñas orquestas que acompañan fuera del foso las escenas de la fiesta y la cena final. Finamente hilvanados y sin protagonismos que estorben, espléndidos están también el trabajo del iluminador Víctor Zapatero, los discretos maquillajes de Marina Díaz y Claudia Jabalera, y el vestuario de suficiente riqueza firmado por Jerildy Bosch.

Wednesday, February 25, 2015

CLASSICITÀ e CONTEMPORANEITÀ - Le Nozze di Figaro - Teatro Regio di Torino

Foto: Ramella&Giannese - Teatro Regio

Renzo Bellardone

La scena sobria ed elegante dai caldi ed avvolgenti colori ed i costumi raffinati di Tommaso Lagattola sono stati il primo impatto scenico dopo la splendida ouverture egregiamente sostenuta dall’orchestra del Regio di Torino sotto la bacchetta attenta, vivace  ed indagatrice di Yutaka Sado. Gli interpreti si son mossi vivacemente con la regia di Elena Barbalich, che pur rispettando il testo e la classicità ha introdotto alcuni elementi di efficacia, quali il lampadario con le candele accese, oppure i paggi che si muovono a tempo di musica. Le luci di Giuseppe Ruggiero, senza colpi di scena inappropriati, hanno sottolineato ombre e riflessi in una sorta di doppio palco. Il conte d’Almaviva è stato interpretato dal baritono Guido Loconsolo  che  muovendosi  gagliardamente ha offerto un buon fraseggio incorniciato da bei colori scuri, ma ambrati: nella celebre aria “se vuol ballare Signor Contino” non ha arpeggiato sulle corte del chitarrino, ma ha esibito gli stivali del conte in fase di lucidatura.. Grazia Doronzio ha interpretato l’innamorata e scaltra Susanna con vividezza e limpidezza, gradevolissima negli acuti e, come per tutti gli interpreti, molto apprezzata  nell’assolo. Il cherubino gioiosamente saltellante di Samantha Korbey è risultato molto gradito per la trasparente purezza dell’emissione ed i bei colori scintillanti. Arianna Venditelli, gradevole Barbarina, è stata agile, ed accattivante. Ottimo è risultato Bartolo  interpretato dall’esperto  Fabrizio Beggi, con voce profondissima e carismatica; Basilio ha trovato in Bruno Lazzaretti un interessante ed ironico interprete dai colori vividi con chiaro fraseggio  e carica interpretativa. Il comicissimo giardiniere di Matteo Peirone ha strappato ben più di un sorriso, oltre all’apprezzamento per la voce sempre ben utilizzata e gradevole all’ascolto. Il Conte e La Contessa? Assolutamente degna di nota l’interpretazioni di Dionisyos Sourbis che ha esternato possanza vocale intrisa di armoniosità con timbro corposo e chiaro; buona anche la prestazione attoriale. Altrettanto interessante e convincente la Contessa di Erika Grimaldi, recentemente apprezzata al Regio di Torino in Desdemona: autorevole voce ricca di limpidezza e bagliori cristallini che si trova a suo agio nell’arrotondato profondo, così come  nel mezzo aggraziato,  che negli scintillanti acuti. Luca Casalin, sempre adeguato ha realizzato un interessante Don Curzio, così come Alexandra Zabala in Marcellina; bene anche Manuela Giacomini e Raffaella Riello  oltre all’ottimo coro del Regio, diretto da Claudio Fenoglio. Un particolare positivo accenno agli interventi del fortepiano di Carlo CaputoLa Musica vince sempre.