Opera-Musica Foto: Die Feen - Wagner - Théâtre du Châtelet, Paris - 04/2009(c) Marie-Noëlle Robert.
Wednesday, April 24, 2019
Manon Lescaut de Puccini en el Teatro alla Scala de Milán
Monday, June 18, 2012
Luis Miller en el Teatro alla Scala de Milan
Foto: Brescia & AmisanoMonday, June 11, 2012
Luisa Miller - Teatro alla Scala, Milano
Thursday, June 9, 2011
The Met in Japan
Saturday, November 6, 2010
Il Trovatore - Festival Verdi 2010 Teatro Regio di Parma
Foto: Roberto Ricci - Teatro Regio di Parma 2010
L’interprete vuole insomma distinguersi rispetto al Manrico deludente e monocorde ascoltato in Arena quest’estate ed è evidente che l’appuntamento con il pubblico parmigiano a quattro anni dal debutto abbia spinto il tenore alla massima concentrazione. Tuttavia, forte ora più dello splendore naturale del timbro che di autentico squillo, nonostante questa evoluzione e l’acquisita sicurezza, il cantante e il musicista si espongono a maggiori rilievi, evidenti soprattutto nel terzo atto, quello meno riuscito per Alvarez, che propone un “Ah sì ben mio” alquanto arbitrario nel fraseggio e nel solfeggio, tentando trilli piuttosto goffi – a questo punto si sarebbero potuti spianare, tanto più che non si trattava certo di un’esecuzione integrale e filologica –, nonché una Pira non solo orbata del da capo e delle frasi che precedono la puntatura finale, taglio già effettuato nel 2006, ma soprattutto abbassata, mentre al debutto l’affrontò in tono. Non era questo comunque l’unico colpo di forbice apportato ad una partitura che soprattutto in sede di festival dovrebbe vivere nella completezza delle sue proporzioni originarie, alterabili solo per occasionali e ben precise esigenze artistiche. Questo non ci è parso il caso della lettura di Yuri Temirkanov che purtroppo delude mostrando ben poca dimestichezza con il repertorio italiano e segnatamente verdiano, perdendo l’occasione di delineare un proprio percorso personale a partire dalla Traviata di tre anni fa, assai più levigata ed elegante, per quanto a nostro parere non memorabile. Non ritroviamo nemmeno il piacere sorridente di far musica e la partecipazione che avevano condotto il Mendelsohnn di Sogno di una notte di mezz’estate della scorsa stagione, né quella stessa perfezione discografica dello strumentale, che suona qui al di sotto delle note potenzialità dell’orchestra del Regio. Sembra quasi che il maestro russo non ami questa musica e si abbandoni a fragori e ritmi dei più scontati, delibando talvolta lentezze perfino estenuate, spesso perdendo la coesione dell’insieme e il senso del canto. Un vero peccato perché Temirkanov è, nel suo repertorio, direttore immenso, ma evidentemente non trova affinità con la struttura formale, l’afflato lirico ed epico del Trovatore. Poco contribuisce, peraltro, alla resa di questo afflato anche lo spettacolo pensato da Lorenzo Mariani, con i costumi – invero bruttarelli, specie per le donne – e la scena – un piano illuminato da una fredda luce lunare che occasionalmente si tinge di sangue – di William Orlandi. La regia si muove nel solco della tradizione e della convenzione, favorita dalle luci di Christian Pinaud, ma con almeno un paio di momenti che converrebbe perfezionare per una ripresa futura: l’apparizione di Manrico che da solo terrorizza tutti i seguaci del Conte nel finale secondo sfiora il ridicolo e consiglieremmo di rivedere la camera nuziale di Castellor, con il lettone circondato da immensi ceri elettrici a lampadina e Manrico che srotola una pergamena durante il suo cantabile (un testamento poetico? Il contratto nuziale?). Alla fine, comunque, benché non entusiastici, applausi per tutti gli interpreti, fra i quali dobbiamo ricordare anche il Ferrando di Deyan Vatchkov, che si disimpegna onestamente nel racconto del primo atto, suonando più fioco nel prosieguo; Cristina Giannelli, Ines; Roberto Jachini Virgili, Ruiz; Enrico Rinaldo un vecchio zingaro ruvido e vigoroso; Seung Hwa Park uno squillante messo. Il coro è sempre ottimamente preparato da Martino Faggiani, ma patisce un accordo non perfetto con il podio. Davvero un peccato.Thursday, August 5, 2010
Carmen en la Arena de Verona
Giorgio Bagnoli
Thursday, September 17, 2009
Adriana Lecouvreur- Teatro Regio di Torino
Foto: Marcelo Alvarez ( Maurizio), Micaela Carosi (Adriana)Credito: Ramella & Giannese – Fondazione Teatro Regio di Torino
Roberta Pedrotti
Il Regio di Torino chiude il bilancio in attivo, non solo artisticamente, ma anche economicamente. Qualità, quantità e una gestione virtuosa si sono felicemente sposate in un teatro che vorremmo considerare un esempio più che una mosca bianca. Purtroppo l’annuncio si chiude con una nota di pessimismo in previsione del prossimo anno. Infatti, nonostante una stagione sempre ricca e interessante, ma costruita tenendo ben presenti le esigenze del portafoglio, i nuovi tagli al FUS e la politica del ministero per i bene e le attività culturali mettono a serio rischio la possibilità di chiudere il prossimo bilancio non solo in attivo, ma anche in pari. Una situazione emblematica, perché realtà come queste, ovvero una delle pochissime fondazioni nostrane a poter ambire a un reale respiro europeo, andrebbero invece incoraggiate e favorite. Anche il successo fragoroso di questa eccellente Adriana Lecouvreur, ultimo titolo di un cartellone che ha offerto tanti motivi di soddisfazione, conferma quanto la qualità paghi e come ogni singolo elemento della produzione – in buca, sul palco, dietro le quinte – sia fondamentale per l’esito finale di uno spettacolo. Anche e soprattutto per un’opera come questa, tradizionalmente legata a grandi voci e, massime, a una primadonna carismatica. Opera strana, l’Adriana, decisamente crepuscolare, in bilico fra finezza e cattivo gusto, con un libretto spesso incoerente del velleitario dannunziano Colautti (che però ci ammanisce in Acerba voluttà una delle pochissime arie in forma di sonetto) e il melodismo spesso facile di Cilea impregnato però di preziosità strumentali. Preziosità che a Torino non abbiamo mancato di delibare stilla a stilla, ma che Renato Palumbo sia un direttore del massimo valore lo scrissi già dieci anni fa su queste pagine, quando era un giovane di belle speranze con sulle spalle un’intensa gavetta all’estero. Da allora non ha deluso. Qui poi si mette in evidenza, come già nella Lucrezia Borgia e nel Trovatore, come la collaborazione con Marcelo Alvarez porti il tenore a ottenere i migliori risultati, valorizzando la malia del timbro e la sua natura lirica, limitando invece l’esuberanza talvolta eccessiva che, per esempio, nella recente Tosca parmigiana l’ha fatto apparire troppo guascone, se non gigione. A Torino no, mai. La dolcissima effige e L’anima ho stanca sono cesellate su un impalpabile e prezioso tappeto sonoro con accento schietto e comunicativo, ma mai scontato o strappa-applausi. Al contrario, mentre la sua vocalità lirica si espande con sonorità tale da permettersi d’approcciare questo ruolo drammatico, emerge vivissimo il ritratto del dandy seduttore Maurizio di Sassonia, afflitto da profondo taedium vitae. Anche la femminilità opulenta di Micaela Carosi ha modo di mettersi in risalto, anche lei trova nell’orchestra sostegno e stimolo coloristico e coglie accenti toccanti soprattutto in Poveri fiori, non mancando d’emozionare nell’invettiva di Fedra. Appare anche attenuata, in questa occasione, la sensazione frequente di potrei ma non voglio, ovvero di non completo sfruttamento di tali mezzi vocali, che talvolta suscitano le prove della Carosi, che è invece in quest’occasione una personale e completa Adriana. Marianne Cornetti difetta forse della sensualità della principessa di Bouillon, ma la voce è rara e dorata, di autentico mezzosoprano lirico spinto; viceversa il canto di Alfonso Antoniozzi è tutto al servizio del personaggio e il suo Michonnet è semplicemente un capolavoro e tocca al cuore con la sua discreta umanità. Fra i comprimari spicca il giovane e assai talentuoso Simone del Savio, che canta con eccellente timbratura e grande facilità la parte del principe di Bouillon: finalmente un giovane autentico basso baritono solido e timbrato! Insieme a lui citiamo i perfetti Luca Casalin (Chazeuil) e Carlo Bosi (Poisson), poi Diego Matamoros (Quinault), Patrizia Porzio (Dangeville) e Antonella De Chiara (Jouvenot). Splendido, pur nell’esiguità della parte, il coro, e ancor più l’orchestra, che coglie il risultato migliore della stagione insieme a quello dell’Italiana in Algeri con Bruno Campanella. Lì era un freschissimo Franciacorta, qui un Barolo o un Chianti profumato; preciso e brillante, il complesso torinese ha saputo esaltare dettagli strumentali che, nel caso dell’Adriana, rivelano persino suggestioni d’oltralpe, sempre naturalmente reinterpretati dalla Musa lirica di Cilea. Resta lo spettacolo di Lorenzo Mariani, illustrativo ma non troppo, elegante ma non troppo rifinito nella recitazione (la Bouillon potrebbe evitare di sbracciarsi come una diva del muto). Funzionale e tutto sommato piacevole, tale da consentire la piena espressione delle virtù, controverse ma ben vive, dell’Adriana, che difatti è stata salutata da ovazioni clamorose per tutti i musicisti.

