Showing posts with label Diana Damrau. Show all posts
Showing posts with label Diana Damrau. Show all posts

Wednesday, January 3, 2024

La Fille du Regiment a Chicago

Foto: Lyric Opera Chicago / Michael Brosilow

Ramón Jacques

Civic  Opera House, Chicago Il. USA  L'associazione Opera America che riunisce i teatri d'opera del Nord America e che annualmente pubblica un resoconto statistico delle attività e dei diversi ambiti in cui lavorano le compagnie in ogni stagione, includendo un dato oggi cruciale come il budget a disposizione per operare, colloca la Lyric Opera di Chicago come secondo teatro più importante degli Stati Uniti (dopo il Metropolitan Opera), un fatto non da poco, che si riflette nel numero di titoli presentati e nella qualità e rinomanza degli artisti ingaggiati, a giudicare anche da quanto visto negli ultimi tempi in altri teatri importanti di questa regione con un livello artistico diminuito. Le cose sembrano non essere cambiate a Chicago, e ne è prova questa produzione della sempre brillante, ma vocalmente impegnativa, Fille du Regiment, opéra comique in due atti di Gaetano Donizetti, su libretto francese di Jules- Henri Vernoy de Saint -Georgez e Jean-François Bayard che ebbe la sua prima rappresentazione all'Opéra-Comique di Parigi nella Salle de la Bourse l'11 febbraio 1840. Per la parte scenica si è vista la produzione di Laurent Pelly, per la prima volta su questo palcoscenico, nonostante circoli da almeno quindici anni in vari teatri come la Royal Opera House, l'Opera di Vienna e il Metropolitan di New York, che l’hanno coprodotta, e tra gli altri l'Opera di San Francisco, dove per la prima volta è stata presentata nell'ottobre del 2009 con Juan Diego Flórez e Diana DamrauSi comincia già a notare il trascorrere degli anni, ma questo allestimento rimane comunque attuale perché è ormai un classico ed è uno spettacolo di riferimento, dato che se si pensa a questo titolo, oltre a quando lo si vede, viene subito in mente Natalie Dessay, una delle migliori interpreti del ruolo principale. Pieno di umorismo e invenzione, lo spettacolo colloca la trama all'interno di una sorta di libro di fiabe. I soldati camminano su enormi mappe che evocano anche le montagne del Tirolo. Marie stira mucchi di panni sporchi e sbuccia sacchi di patate, e Tonio entra nell'elegante salotto della marchesa in una vasca da bagno. Queste sono solo alcune delle idee di Chantal Thomas, tra le quali spiccano anche gli eleganti costumi militari e gli abiti disegnati da Pelly stesso. I dialoghi parlati taglienti e spiritosi (modernizzati da Agathe Mélinand) scandiscono una partitura che combina melodie militari orecchiabili (come la vibrante canzone del reggimento di Marie "Chacun le sait") con episodi di dolore, come "Pour me rapprocher de Marie» di Tonio. In questa occasione, alcuni dialoghi e affermazioni di Marie sono stati interpretati in spagnolo dalla protagonista, che lo ha fatto con tale rapidità dando un tocco di grazia insolito e inaspettato al personaggio. Qui l’interprete era il soprano Lisette Oropesa, che al suo debutto sull'ultimo dei palcoscenici importanti che doveva conquistare, si è distinta rivelandosi il miglior soprano lirico di coloratura di oggi. La sua voce ha qualità estese come colore, nitidezza, chiarezza nel fraseggio, musicalità e capacità di rendere delicati e impalpabili i piani cosa che va di pari passo con la sicurezza e l'emozione che sa trasmettere con l'emissione delle note più acute, come mostrato per tutta la recita. Resta a testimonianza l'esplosività con cui ha cantato "Salut a la France». Sul palco si è comportata come un personaggio impulsivo e bellicoso, come richiedeva la messa in scena, che si muoveva con disinvoltura. Lawrence Brownlee ha offerto una buona prestazione scenica e vocale come Tonio. La sua voce ha un colore gradevole, sfumato e rotondo, oltre a saper raggiungere con facilità le note più impegnative del suo ruolo, come in "Ah, mes amis." Tuttavia, gli applausi che il pubblico gli ha riservato non facevano pensare al bis della cabaletta "Pour mon âme" che si è capito fosse qualcosa di preparato in anticipo, forzato e per niente spontaneo. Passano gli anni e il baritono Alessandro Corbelli continua a interpretare i suoi ruoli con ammirevole naturalezza, maestria e comicità. Poco altro da aggiungere alla performance recitativa e vocale di un interprete che si è guadagnato un posto d'onore per la sua meritoria carriera. Ronnita Miller ha prestato eleganza e voce profonda al ruolo della Marchese e ottimi Joy Harmalyn nei panni della Duchessa di Crakentorp, Alan Higgs come Ortensio, e il resto degli interpreti dei personaggi minori. Le coreografie non hanno particolare rilevanza nella vicenda, ma fanno parte di questo allestimento e la loro attuazione è importante come la partecipazione del coro che invece in quest'opera è necessaria e fondamentale, un coro molto professionale e partecipativo quello diretto da Michael Black. Poche direttrici d’orchestra si sono esibite in questo teatro dai tempi di Emmanuelle Haïm nel 2007 con il Giulio Cesare di Händel, quindi la presenza di Speranza Scappucci è stata una boccata d'aria fresca, per la libertà che ha concesso ai musicisti, e per la musicalità e fluidità con cui ha reso l'allegro spartito.


 



 


Wednesday, February 5, 2020

Romeo y Julieta en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Roméo et Juliette, il capolavoro “shakespeariano” di Charles Gounod, é stato rappresentato pochissime volte al Teatro alla Scala. É davvero sorprendente scoprire che la prima volta che quest’opera venne eseguita nella versione originale in lingua francese é stato solamente 9 anni fa! E l’allestimento era proprio quello che é stato ripreso nella stagione attuale, allestimento di Bartlett Sher nato per la Felsenreitschule di Salisburgo e adattato al palcoscenico del teatro milanese. Purtroppo il punto debole della produzione é stata proprio l'aspetto registico, trattandosi, quello di Sher, di uno spettacolo alquanto polveroso sia per la concezione scenografica che per la costruzione, sostanzialmente a cliché, dei personaggi. Più interessante la parte musicale, ad iniziare dal volitivo Roméo di Vittorio Grigolo. Il tenore italiano, pur lamentando una indisposizione annunciata prima della recita, ha cantato come di suo solito senza risparmiarsi, con slancio e passione, tratteggiando un Roméo sempre credibile, spavaldo ma soprattutto innamorato. La sua voce si espandeva con naturalezza nella sala del Piermarini anche se il fraseggio non pareva sempre sfumatissimo. La Juliette di Diana Damrau é piaciuta molto soprattutto nel registro più acuto dove il soprano tedesco ha saputo sfoggiare una linea di canto agile e sicura. Nei centri la voce é parsa talvolta stimbrarsi, ma ciò non ha inficiato una prestazione molto applaudita dal pubblico. Attorno ai due amanti protagonisti ruota uno stuolo di personaggi la cui individuazione musicale e drammaturgica fatica ad imprimerli nella memoria dell'ascoltatore. Da notare, comunque, il sicuro e ben timbrato Frère Laurent di Nicole Testè, l’arrogante Tybalt di Ruzil Gatin, il simpatico ed estroverso Mercutio di Mattia Olivieri, la Gertrude un po’ troppo caricaturale (colpa del regista!) di Sara Mingardo. Frédéric Caton é parso essere un Capulet sufficientemente autorevole, e piacevole e ben definito nel proprio intervento del terzo atto lo Stéphano di Marina Viotti. L’orchestra è stata guidata con relativa sicurezza da Lorenzo Viotti. Il giovane direttore italo-francese nato a Losanna in Svizzera ha messo in evidenza un passo teatrale riconoscibile e una resa del fraseggio vibrante con una certa cura dei colori. Sempre molto apprezzata la prestazione del  coro scaligero. 



Saturday, February 1, 2020

Roméo et Juliette a Milano (Teatro alla Scala)


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Roméo et Juliette, il capolavoro “shakespeariano” di Charles Gounod, é stato rappresentato pochissime volte al Teatro alla Scala. É davvero sorprendente scoprire che la prima volta che quest’opera venne eseguita nella versione originale in lingua francese é stato solamente 9 anni fa! E l’allestimento era proprio quello che é stato ripreso nella stagione attuale, allestimento di Bartlett Sher nato per la Felsenreitschule di Salisburgo e adattato al palcoscenico del teatro milanese. Purtroppo il punto debole della produzione é stata proprio l'aspetto registico, trattandosi, quello di Sher, di uno spettacolo alquanto polveroso sia per la concezione scenografica che per la costruzione, sostanzialmente a cliché, dei personaggi. Più interessante la parte musicale, ad iniziare dal volitivo Roméo di Vittorio Grigolo. Il tenore italiano, pur lamentando una indisposizione annunciata prima della recita, ha cantato come di suo solito senza risparmiarsi, con slancio e passione, tratteggiando un Roméo sempre credibile, spavaldo ma soprattutto innamorato. La sua voce si espandeva con naturalezza nella sala del Piermarini anche se il fraseggio non pareva sempre sfumatissimo. La Juliette di Diana Damrau é piaciuta molto soprattutto nel registro più acuto dove il soprano tedesco ha saputo sfoggiare una linea di canto agile e sicura. Nei centri la voce é parsa talvolta stimbrarsi, ma ciò non ha inficiato una prestazione molto applaudita dal pubblico. Attorno ai due amanti protagonisti ruota uno stuolo di personaggi la cui individuazione musicale e drammaturgica fatica ad imprimerli nella memoria dell'ascoltatore. Da notare, comunque, il sicuro e ben timbrato Frère Laurent di Nicole Testè, l’arrogante Tybalt di Ruzil Gatin, il simpatico ed estroverso Mercutio di Mattia Olivieri, la Gertrude un po’ troppo caricaturale (colpa del regista!) di Sara Mingardo. Frédéric Caton é parso essere un Capulet sufficientemente autorevole, e piacevole e ben definito nel proprio intervento del terzo atto lo Stéphano di Marina Viotti. L’orchestra è stata guidata con relativa sicurezza da Lorenzo Viotti. Il giovane direttore italo-francese nato a Losanna in Svizzera ha messo in evidenza un passo teatrale riconoscibile e una resa del fraseggio vibrante con una certa cura dei colori. Sempre molto apprezzata la prestazione del  coro scaligero.



Wednesday, May 3, 2017

Concierto Lírico de Diana Damrau y Nicolás Testé en el Teatro Colón de Buenos Aires

Gentileza Teatro Colón: Crédito de Arnaldo Colombaroli.

Gustavo Gabriel Otero
Twitter: @GazetaLyrica

Buenos Aires, 27 de abril de 2017: Teatro Colón. Concierto Lírico. Obras de Gioacchino Rossini, Giacomo Meyerbeer, Charles Gounod, Giuseppe Verdi, Camille Saint-Saëns, Antônio Carlos Gomes, Vincenzo Bellini, Amilcare Ponchielli, Leonard Bernstein y George Gershwin. Solistas: Diana Damrau, soprano – Nicolás Testé, bajo-barítono. Orquesta Filarmónica de Buenos Aires. Director: Mario Perusso. Cuarto Concierto del Ciclo de Abono de la Orquesta Filarmónica de Buenos Aires.


El público del Teatro Colón está ávido de figuras internacionales que desde hace años escasean en Buenos Aires. Por eso la magnífica respuesta que tuvo este Concierto que marcó el debut local de la soprano alemana Diana Damrau junto a su marido el bajo-barítono Nicolás Testé. El recital se enmarcó dentro del Abono de la Orquesta Filarmónica de Buenos Aires -un Ciclo con repertorio mayoritariamente sinfónico- y la respuesta de los profesores de la orquesta fue de adecuado nivel teniendo en cuenta que no es un orgánico acostumbrado a acompañar cantantes. Seguramente la experimentada batuta en repertorio lírico del maestro Mario Perusso fue la clave de la muy solvente prestación musical. La combinación de la voz de la soprano con la grave del varón no es la más común en los recitales de fragmentos operísticos. Se optó por diversos fragmentos solistas y sólo en el final por un dúo: el de Porgy and Bess, de Gershwin. Con todo el programa resultó atractivo, diferente y con obras poco transitadas. Luego de la obertura de La gazza ladra, Damrau entró y fue ovacionada antes de emitir nota alguna. Trascendente demostración que el público conoce sobradamente su brillante y exitosa carrera. Respuesta de la emoción cantó con notables agudos, simpatía, espontaneidad y algún paso de danza ‘Una voce poco fa’ del Barbero Rossiniano. Su siguiente intervención también fue originalmente escrita para mezzosoprano, ‘Nobles Seigneurs’ momento solista del paje Urbain en Los Hugonotes de Meyerbeer, que Diana Damrau acometió con buena dicción y coloraturas perfectas. El bajo barítono francés Nicolás Testé de ninguna manera fue un ocasional acompañante de la soprano sino que fue ganando un merecido reconocimiento a medida que avanzó la noche, aunque es evidente que la Diva era Damrau -que hasta cambió cuatro veces su vestuario: rojo, negro, azul, y retorno al rojo- y Testé un muy adecuado artista. Nicolás Testé de una correcta ‘Calunnia’ del Barbero, pasó a Los Hugonotes con ‘Pif, Pa’f vertido con elegancia y estilo, pero fue en ‘Elle ne m'aime pas’ del Don Carlos -que probablemente se escuchó por primera vez en su original francés en la sala del Colón- donde logró el mejor momento de la noche por compenetración, seguridad y conmovedores acentos. 
En la segunda parte Testé completó una paleta de personajes bien servidos con el aria del Duca d'Arcos ‘Di sposo di padre’ de Salvator Rosa de Antonio Carlos Gomes, y ‘Si, morir ella dé’ aria del personaje de Alvise Badoero, de La Gioconda de Ponchielli, siempre cantadas con precisión, estilo y buen gusto. El programa se completó con las danzas de la Noche de Walpurgis de Fausto de Gounod, la bacanal de Sansón y Dalila de Saint-Saëns y la obertura de Candide, de Leonard Bernstein, todos fragmentos donde la Orquesta Filarmónica de Buenos Aires efectuó muy buenas interpretaciones aunque algún desliz siempre se presente. Diana Damrau con su gran carisma escénico, interpretó, también, una modélica ‘Amour, ranime mon courage’, de Roméo et Juliette de Gounod, que cerró la primera parte. Una sentida ‘Ombre légère’ de Dinorah de Giacomo Meyerbeer y una apabullante ‘rendetemi la speme... Vien' diletto’ de I Puritani de Bellini, en otro de los mejores momentos de la noche por servir a Elvira con acentos conmovedores además de llegar sin esfuerzo a las notas sobreagudas. Con ‘Bess you is my woman now’ de Porgy and Bess de Gershwin los solistas cerraron el recital y ante la insistencia del público cantaron un aria más cada uno y otro dúo: ‘O mio babbino caro’ y ‘Vecchia zimarra’, ambos fragmentos Puccinianos; más ‘Somewhere’ de West Side Story de Leonard Bernstein. Con las ovaciones de una sala casi colmada se cerró una noche donde el Colón volvió a estar a la altura de sus antecedentes brindando su escenario a una de las sopranos más trascendentes de este momento: Diana Danrau, junto a un muy eficaz Nicolás Testé.

Wednesday, December 9, 2015

Concierto de Vittorio Grigòlo y Diana Damrau en Los Ángeles California

Foto: Ben Gibbs

Ramón Jacques

El ciclo de “Recitales de ópera con celebridades” que se presenta desde hace algunas temporadas en la sala de conciertos The Broad Stage situada en Santa Mónica California, se hace cada vez mas popular y está ganando muchos adeptos entre el público de Los Ángeles que en cada concierto agota las entradas y asiste con mucho entusiasmo a escuchar a las estrellas de la lírica de la actualidad. Los recitales se seguirán realizando a futuro, a pesar del reciente cambio en la dirección artística del teatro, y como broche de oro de la temporada se dará el esperado debut local del tenor Jonas Kaufmann en un recital de lied y arias de ópera acompañado al piano. En el concierto que nos ocupa, el tenor Vittorio Grigòlo, en su tercera aparición en este escenario en lo que va del año, estuvo acompañado por la soprano Diana Damrau, en una función de alto calibre cargada de explosividad vocal y en la que se notó el entendimiento que existe entre ambos artistas. El programa estuvo conformado en su mayoría por duetos de operas como: Una parola, o Adina del Elixir de Amor y Lucia perdona..Verrano a te de Lucia di Lamermoor de Donizetti, como O soave Fanciulla de la Boheme, y Parigi, O cara de La Traviata de Verdi, todos muy bien cantados y actuados, y que alcanzó su punto más alto en los emocionantes y sensacionales duetos de Manon de Massenet Quequ’un! Vite Nous vivrons a Paris y Toi! Vous!..Ah viens Manon, jet’aime!, ópera en la que ambos coincidieron la temporada pasada en el Metropolitan.   Vittorio Grigòlo posee una voz segura, homogénea, de seductor color y brillantez, que también plasmó en arias como Je Suis Seul de Manon y Recondita Armonia de Tosca. Por su parte, Diana Damrau se mostró muy activa en escena, una artista  carismática que transmite y agrada con su dúctil y uniforme voz. A ella le correspondió cantar en solitario Prendi, per me sei libera de Elixir de Amor y Adieu Notre petitte table de Manon. Adecuado fue el acompañamiento de la orquesta bajo la mano segura y detallada Alberto Meoli, además de su sobresaliente ejecución de la sinfonía de Norma y el Vals de Faust de Gounod, que redondeó una agradable velada operística. 

Wednesday, January 15, 2014

La Traviata en el Teatro alla Scala de Milán

Marco Brescia & Rudy Amisano

Massimo Viazzo

La Traviata con la que se inauguró la nueva temporada, y que a su vez concluyó el año verdiano en el Teatro alla Scala de Milán, dividió al publico de los apasionados. Sobre todo fue la puesta escénica la que estuvo en la silla de los acusados, ya que el espectáculo firmado por Dmitri Tcherniakov apuntó hacia la psicología de los personajes y sin las convenciones que caracterizan a la ópera, ya que no hubo “gitanas” que bailaban alzando sus faldas como ningún “matador” haciendo piruetas; o la tradicional muerte en la cama de Violetta, y esto para los melómanos italianos de más callo fue inaceptable. Seguramente también les fastidio que en el segundo acto mientras Alfredo y Violetta cantaban sus sublimes melodías preparaban la comida en una rustica cocina. Aun así, la lectura de Tcherniakov fue respetuosa del libreto y de la música, sin incurrir completamente en el Regietheater.  Para el que escribe, el trabajo efectuado por el director ruso, de apuntar todo hacia los sentimientos más íntimos de los personajes dejando a un lado la exterioridad, fue muy convincente. Esta Violetta ama, sabe amar y quiere amar; y el hecho de que además sea una prostituta pareció no importarle al director de escena ruso. Tcherniakov no se contuvo tampoco de la enfermedad de Violetta, que pareció ser un mal interior en consecuencia de su desesperada situación sentimental. El trabajo para delinear con gran escrúpulo y de manera minuciosa el carácter de los protagonistas, de los cuales se buscó cada pliegue y cada cambio por más mínimo que fuera, fue el punto exitoso de un espectáculo ambientado en espacios cerrados, al estilo Bergman, pero no claustrofóbicos. Daniele Gatti dirigió a la Orquesta de la Scala con gran pericia, alentando por aquí y por allá los tiempos. Lo que se perdió de tensión y tersura en el acompañamiento se ganó en profundidad dramática. De cualquier manera, la orquesta estuvo por momentos un poco pesada. Buena fue la prueba de la soprano alemana Diana Damrau, quien supo captar las facetas del personaje verdiano con una voz solida, un timbre líricamente rotundo y un acento emocionado. Como actriz estuvo extraordinaria y como cantante impecable. A sus anchas estuvo el tenor polaco Piotr Beczala en el papel de Alfredo, con tanto vigoroso y apasionado y una técnica confiable. Zeliko Lucic interpretó un Germont sonoro pero no muy variado y monolítico en la emisión que fue segura pero poco fantasiosa. Muy bien el coro y discretos los demás cantantes.

Monday, December 30, 2013

La Traviata - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano

Massimo Viazzo

La Traviata, che ha inaugurato la nuova stagione e che ha chiuso l’anno verdiano al Teatro alla Scala di Milano, ha diviso il pubblico degli appassionati. Soprattutto è la regia ad essere stata messa sul banco degli imputati. Lo spettacolo firmato da Dmitri Tcherniakov puntava soprattutto sulla psicologia dei personaggi facendo piazza pulita delle convenzioni che caratterizzano l’opera: quindi niente “zingarelle” che ballano alzando la gonnella, niente “mattadori” che piroettano, niente morte di Violetta nel tradizionale letto … E questo per i melomani italiani più incalliti non è ancora accettabile … E deve aver dato fastidio anche il secondo atto durante il quale Alfredo e Violetta cantavano le loro sublimi melodie mentre preparano da mangiare in una rustica cucina. Eppure la lettura di Tcherniakov era rispettosa di libretto e musica, non trattandosi assolutamente di Regietheater.  Per chi scrive, il lavoro effettuato dal regista russo, quello cioè di puntare tutto sui sentimenti più intimi dei personaggi lasciando da parte le esteriorità, è parso molto convincente. Questa Violetta ama, sa amare e vuole amare, e il fatto che sia anche un prostituta non interessa molto al regista russo. E Tcherniakov non si sofferma più di tanto nemmeno sulla malattia di Violetta, che qui sembra più una malattia interiore conseguenza della sua disperata situazione sentimentale. L’impegno nel tratteggiare con grande scrupolo e minuziosità il carattere dei protagonisti, dei quali viene indagata ogni increspatura e ogni mutamento seppur minimo, sono la cifra vincente di uno spettacolo ambientato in spazi chiusi, alla Bergman, ma non claustrofobici. Daniele Gatti ha diretto l’Orchestra della Scala con grande perizia, rallentando qua e là i tempi. Quello che si è perso talvolta in tensione e stringatezza negli accompagnamenti lo si è guadagnato in scavo e profondità drammatica. A volte però l’orchestra è parsa un po’ pesante, Grande prova per Diana Damrau. Il soprano tedesco ha saputo cogliere le sfaccettature del personaggio verdiano con una voce salda, un timbro liricamente rotondo e un accento emozionato. L’attrice è straordinaria e la cantante impeccabile. Brava! A suo agio nei panni di Alfredo il tenore polacco Piotr Beczala: canto vigoroso e appassionato, e tecnica affidabilissima, mentre Zeliko Lucic ha interpretato un Germont sonoro ma non molto vario, monolitico anche nell’emissione, sicura ma poco fantasiosa. Bravo il coro e discrete le parti di fianco.

Thursday, June 9, 2011

The Met in Japan

Photo: Koichi Miura/Met Opera

Metropolitan Opera

Less than three months after the earthquake and tsunami devastated the country, the Met embarked on its long-awaited three-week tour to Japan on May 30. It’s the company’s seventh—but by far its most historic—visit there, happening amidst tour cancellations from other major international arts institutions. The Met decided to go ahead with its tour after consulting with scientific and medical experts and determining that radiation levels had been back to pre-earthquake levels in Tokyo and Nagoya since April. The company presents 13 fully staged performances of Lucia di Lammermoor, La Bohème, and Don Carlo, as well as one special concert, in these two cities from June 4 to 19. Principal Guest Conductor Fabio Luisi and Maestro Gianandrea Noseda are on the podium.“We are the first major opera company to come to Japan since the earthquake,” General Manager Peter Gelb said on arrival at a press conference in Tokyo, “so the tour has a special significance to us and to the people of Japan. What we want most is for our trip to provide an opportunity to lift the spirits of those members of the public who love opera. Many members of the company share my feelings that this tragedy has had a profound impact on people all over the world. I wouldn’t be so presumptuous as to think that a performance by the Metropolitan Opera could change lives that are destroyed, but we will do our best to show that normal cultural life in Japan is ready to resume.” In response to the last-minute cancellations of Anna Netrebko and Joseph Calleja, who hesitated to visit Japan at this time, the company launched an eleventh-hour casting initiative in the weeks before the company’s departure from New York. Soprano Marina Poplavskaya was released from a concert in Paris in order to join the Met and tenor Marcelo Álvarez canceled a vacation in Argentina. Fellow tenor Rolando Villazón, who is making a historic comeback after a recent vocal crisis, shifted his commitments so he could perform with the Met. (In an interesting twist of fate, Villazón had originally been cast for the tour several years ago but been forced to bow out due to his vocal problems.) Another singer, the young Russian tenor Alexey Dolgov, was located at his country dacha outside of Moscow and agreed to make his debut with the Met in Japan. Other Met stars on the tour—many of whom are returning to Japan after previous visits—include Diana Damrau, Barbara Frittoli, Ildar Abdrazakov, Piotr Beczala, Dmitri Hvorostovsky, Mariusz Kwiecien, Yonghoon Lee, Željko Lučić́, and René Pape. They are joined by 350 other members of the company, including singers, orchestra, chorus, ballet, and staff.



Sunday, November 1, 2009

La Fille du Régiment - San Francisco Opera

Fotos: Diana Damrau (Marie), Juan Diego Flórez (Tonio).
Crédito: Cory Weaver

Ramón Jacques

La Fille du Régiment de Donizetti, opera poco representada en la Opera de San Francisco, se ofreció con la producción del director francés Laurent Pelly y la diseñadora Chantal Thomas. Esta producción estrenada en Londres en enero del 2007 con Natalie Dessay fue grabada en DVD.
Como la producción escénica fue coproducida por el Metropolitan de Nueva York, la Opera de Viena y el Covent Garden de Londres, se esperaría que fuera fastuosa y lujosa, pero en realidad es simple, austera, y poco funcional debido a que limita el espacio escénico para el movimiento de los artistas, aunque la iluminación de Joël Adam fue bastante atractiva. La escenografía del primer acto consistió en unos enormes mapas que invadían todo el escenario sirviendo como fondo, y unos enormes posters con motivos franceses y militares que subían y bajaban. El segundo acto se realizó en la sala de un palacio que fue colocada en forma diagonal sobre el escenario, no se sabe si por intención de Pelly o por que excedia el espacio del escenario en este teatro . La historia fue situada en el tiempo de la primera guerra mundial y los vestuarios de buena confección y acordes a esa época, fueron creados por el propio director francés director. En escena, las cosas no fueron tan bien en su trabajo, debido a la constante e incesante secuencia de gags y exagerada comicidad, innecesaria si se considera que la historia contiene ya candor y una dulzura natural así como jovialidad en su música.
Debutando el rol principal la soprano alemana Diana Damrau actuó con gracia a la poco femenina y belicosa Marie (probablemente condicionada por la actuación original de Dessay). Vocalmente mostró sus notables cualidades vocales, de ligereza y brío en su canto, virtuosismo en la coloratura y la emisión de agudos, con colorido y abrillantado timbre. Damrau mostró buena dicción francesa en su canto, y en los diálogos franceses que se mantuvieron para todos los personajes.
Juan Diego Flórez, actuó con naturalidad propia y sin incurrir en exageraciones al candido personaje de Tonio. Su desempeño vocal fue con encomiable seguridad voz homogénea y buena proyección, elegante en el fraseo y grata coloración. Su interpretación del aria “Ah, mes amis” provocó una tumultuosa y larga ovación.
Bruno Praticò que encarnó el papel de Sulpice, actuó con dominio y credibilidad escénica, cantando con profunda y uniforme voz y un carácter burlesco y divertido. Meredith Arwady, fue una correcta marquesa de Berkenfeld, y el resto del elenco y coro hicieron un trabajo decoroso en escena.
La conducción musical de Andriy Yurkevich fue desigual y poco satisfactoria en términos generales, ya que al inicio se escuchó una orquesta de sonido opaco y sombrío, o demasiado fuerte, y tiempos lentos que privaron por momentos la alegre musicalidad contenida en la vivaz partitura.


VERSIONE IN ITALIANO
Fotos: Diana Damrau (Marie), Juan Diego Flórez (Tonio) and Bruno Praticò (Sulpice)
Crédito: Cory Weaver

Ramón Jacques



La Fille du Régiment di Donizetti, opera poco rappresentata a San Francisco, giunge in California nel celebre allestimento di Laurent Pelly con le scene di Chantal Thomas, allestimento che fu creato a Londra nel gennaio del 2007 con Natalie Dessay nel ruolo della protagonista e che è anche facilmente reperibile su DVD.
La coproduzione che vedeva allineate Londra, Vienna e New York faceva sperare in una fastosa e lussuosa messa in scena, che invece è stata semplice, austera e anche poco funzionale in quanto tendeva a ridurre lo spazio scenico e i movimenti degli artisti. Esteticamente si sono fatte apprezzare le luci di Joël Adam. Nel primo atto la scenografia era ridotta ad una enorme carta geografica che invade il palcoscenico e ad un poster gigante con chiari riferimenti militari e alla Francia.
Il secondo atto era ambientato nella sala del palazzo collocata non di fronte al pubblico, ma diagonalmente, non si sa se per intenzione di Pelly o per carenza di spazio. L’ambientazione storica della vicenda richiamava il tempo della prima guerra mondiale e i costumi (molto belli) sono stati disegnanti dallo stesso regista francese. La sua regia non ha convinto a causa di un uso incessante di gags che hanno portato ad una comicità esagerata, assolutamente superflua dato che la storia esprime un suo candore, una sua dolcezza e anche una indubbia bonomia musicale
Al suo debutto nel ruolo il soprano tedesco Diana Damrau ha interpretato con grazia il personaggio poco femminile e bellicoso di Marie, un vero maschiaccio (forse condizionata da ciò che ne fece la Dessay nella produzione originaria). Vocalmente ha saputo adattare le esigenze della parte alle sue notevoli qualità vocali, mostrando leggerezza nel canto, virtuosismo nella coloratura, precisione nell’emissione degli acuti e timbro fresco.
Tonio è stato reso da Juan Diego Flórez con naturalezza, candore, senza mai esagerare. Il suo disimpegno vocale ha mostrato encomiabile sicurezza, una voce omogenea e ben proiettata, eleganza di fraseggio e timbrica gradevole. L’interpretazione del pirotecnico “Ah, mes amis” ha provocato nel pubblico un’ovazione straordinaria.
Al suo debutto locale Bruno Praticò è stato un Sulpice scenicamente credibile, reso con voce profonda, un po’uniforme e con l’abituale carattere burlesco e divertito. Meredith Arwady nei panni della Marquise de Berkenfeld ha messo in mostra un interessante timbro pastoso e il resto del cast e il coro si sono mostrati nel complesso all’altezza.
La direzione di Andriy Yurkevich è parsa invece disuguale e poco soddisfacente in generale, con una orchestra che suonava opaca e scura (anche nel forte), e con tempi letargici in netto contrasto con la vivacità della partitura.