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Wednesday, February 5, 2020

Romeo y Julieta en el Teatro alla Scala de Milán


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Roméo et Juliette, il capolavoro “shakespeariano” di Charles Gounod, é stato rappresentato pochissime volte al Teatro alla Scala. É davvero sorprendente scoprire che la prima volta che quest’opera venne eseguita nella versione originale in lingua francese é stato solamente 9 anni fa! E l’allestimento era proprio quello che é stato ripreso nella stagione attuale, allestimento di Bartlett Sher nato per la Felsenreitschule di Salisburgo e adattato al palcoscenico del teatro milanese. Purtroppo il punto debole della produzione é stata proprio l'aspetto registico, trattandosi, quello di Sher, di uno spettacolo alquanto polveroso sia per la concezione scenografica che per la costruzione, sostanzialmente a cliché, dei personaggi. Più interessante la parte musicale, ad iniziare dal volitivo Roméo di Vittorio Grigolo. Il tenore italiano, pur lamentando una indisposizione annunciata prima della recita, ha cantato come di suo solito senza risparmiarsi, con slancio e passione, tratteggiando un Roméo sempre credibile, spavaldo ma soprattutto innamorato. La sua voce si espandeva con naturalezza nella sala del Piermarini anche se il fraseggio non pareva sempre sfumatissimo. La Juliette di Diana Damrau é piaciuta molto soprattutto nel registro più acuto dove il soprano tedesco ha saputo sfoggiare una linea di canto agile e sicura. Nei centri la voce é parsa talvolta stimbrarsi, ma ciò non ha inficiato una prestazione molto applaudita dal pubblico. Attorno ai due amanti protagonisti ruota uno stuolo di personaggi la cui individuazione musicale e drammaturgica fatica ad imprimerli nella memoria dell'ascoltatore. Da notare, comunque, il sicuro e ben timbrato Frère Laurent di Nicole Testè, l’arrogante Tybalt di Ruzil Gatin, il simpatico ed estroverso Mercutio di Mattia Olivieri, la Gertrude un po’ troppo caricaturale (colpa del regista!) di Sara Mingardo. Frédéric Caton é parso essere un Capulet sufficientemente autorevole, e piacevole e ben definito nel proprio intervento del terzo atto lo Stéphano di Marina Viotti. L’orchestra è stata guidata con relativa sicurezza da Lorenzo Viotti. Il giovane direttore italo-francese nato a Losanna in Svizzera ha messo in evidenza un passo teatrale riconoscibile e una resa del fraseggio vibrante con una certa cura dei colori. Sempre molto apprezzata la prestazione del  coro scaligero. 



Saturday, February 1, 2020

Roméo et Juliette a Milano (Teatro alla Scala)


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Roméo et Juliette, il capolavoro “shakespeariano” di Charles Gounod, é stato rappresentato pochissime volte al Teatro alla Scala. É davvero sorprendente scoprire che la prima volta che quest’opera venne eseguita nella versione originale in lingua francese é stato solamente 9 anni fa! E l’allestimento era proprio quello che é stato ripreso nella stagione attuale, allestimento di Bartlett Sher nato per la Felsenreitschule di Salisburgo e adattato al palcoscenico del teatro milanese. Purtroppo il punto debole della produzione é stata proprio l'aspetto registico, trattandosi, quello di Sher, di uno spettacolo alquanto polveroso sia per la concezione scenografica che per la costruzione, sostanzialmente a cliché, dei personaggi. Più interessante la parte musicale, ad iniziare dal volitivo Roméo di Vittorio Grigolo. Il tenore italiano, pur lamentando una indisposizione annunciata prima della recita, ha cantato come di suo solito senza risparmiarsi, con slancio e passione, tratteggiando un Roméo sempre credibile, spavaldo ma soprattutto innamorato. La sua voce si espandeva con naturalezza nella sala del Piermarini anche se il fraseggio non pareva sempre sfumatissimo. La Juliette di Diana Damrau é piaciuta molto soprattutto nel registro più acuto dove il soprano tedesco ha saputo sfoggiare una linea di canto agile e sicura. Nei centri la voce é parsa talvolta stimbrarsi, ma ciò non ha inficiato una prestazione molto applaudita dal pubblico. Attorno ai due amanti protagonisti ruota uno stuolo di personaggi la cui individuazione musicale e drammaturgica fatica ad imprimerli nella memoria dell'ascoltatore. Da notare, comunque, il sicuro e ben timbrato Frère Laurent di Nicole Testè, l’arrogante Tybalt di Ruzil Gatin, il simpatico ed estroverso Mercutio di Mattia Olivieri, la Gertrude un po’ troppo caricaturale (colpa del regista!) di Sara Mingardo. Frédéric Caton é parso essere un Capulet sufficientemente autorevole, e piacevole e ben definito nel proprio intervento del terzo atto lo Stéphano di Marina Viotti. L’orchestra è stata guidata con relativa sicurezza da Lorenzo Viotti. Il giovane direttore italo-francese nato a Losanna in Svizzera ha messo in evidenza un passo teatrale riconoscibile e una resa del fraseggio vibrante con una certa cura dei colori. Sempre molto apprezzata la prestazione del  coro scaligero.



Thursday, October 24, 2019

Giulio Cesare en el Teatro alla Scala Milano


Foto: Brescia& Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

La ópera de Georg Friedrich Haendel no ha tenido una presencia asidua en el Teatro alla Scala, y el motivo ha sido su rencuentro con el gusto de un público, particularmente sensible a la poética del melodrama italiano del siglo diecinueve y principios del siglo veinte, que ha siempre visto con suspicacia al teatro barroco. Pero en estas últimas temporadas, la ejecución de obras handelianas han sido menos esporádicas y se puede afirmar con certeza que finalmente, y después del clamoroso éxito de este Giulio Cesare, que el teatro musical de “caro Sassone” ha librado completamente la aduana del máximo teatro italiano. La Scala confeccionó un montaje escénico de primer orden, comenzando por el elenco, que fue de nivel absoluto.  Por primera vez en la sala del Piermarini se han podido escuchar cuatro buenos contratenores. Bejun Mehta, que personificó al protagonista, al emperador romano Giulio Cesare, con gran carisma vocal y escénico, mostrando ductilidad, finura e ímpetu, utilizando un timbre matizado y muy sólido. En el papel del pugnaz Sesto, Philippe Jarousski dejo en evidencia un color vocal muy personal de canto audaz; como también Christoph Dumaux que convenció como un Tolomeo traidor, violento y brutal, sin problemas en el canto de agilidad. Danielle De Niese, que siempre ha amado el papel de Cleopatra, estuvo seductora y sensual, y supo mover su precisa y entonada voz con virtuosismo y pasión, así como con fascinante e intimista abandono. Sara Mingardo fue una perfecta Cornelia, afligida y patética, siempre afligida y conmovedora. Completaron el elenco, el áspero Achilla de Christian Senn y los óptimos Renato Dolcini (Curio) y Luigi Schifano (Nireno).  Robert Carsen sabe cómo pocos hacer teatro barroco y en su Giulio Cesare demostró una vez más el haber entendido sus mecanismos y sus engranajes. Una ópera basada completamente en el Aria con Da Capo es un verdadero reto para un director de escena, y Carsen lo ha vencido ampliamente exhibiendo una infinidad de ideas, de originales encuentros muy, como también con divertidas soluciones, dotándolo escénicamente, pero sin saturar los puntos cerrados de esta obra handeliana, con pleno respeto de la trama y de la música. Se escucharon arias transformadas en verdaderos duetos fingidos (claramente con interlocutores mudos que interactuaban con mímica) y también en verdaderos ensambles mediante el uso de exactos y nunca predecibles movimientos de expresión corporal. Carsen ambientó la obra en una época contemporánea sin superponerse nunca al libreto, por el contrario, ampliándole sus implicaciones psicológicas. Fue así casi de manera natural que la ópera concluyó con un acuerdo entre Cesare y Cleopatra para la explotación de pozos petroleros, y aunque esto tiene poca importancia, lo que cuenta es que Carsen captó el espíritu de esta obra maestra restituyéndolo con agudeza, habilidad técnica y maestría en la materia. Finalmente, un aplauso es también para la Orquesta del Teatro alla Scala con ‘instrumentos históricos’ que es ya desde hace algunos años una realidad. Giovanni Antonini la guío con flexibilidad y vigor, captando de la mejor manera cada aspecto rítmico y melódico de la esplendida partitura handeliana.

Giulio Cesare - Teatro alla Scala, Milano


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

L'opera di Georg Friedrich Haendel non è mai stata una presenza assidua al Teatro alla Scala. Il motivo è da ricercare soprattutto nel gusto di un pubblico che, sensibile soprattutto alla poetica del melodramma italiano dell'800 e del primo 900, ha sempre guardato con sospetto il teatro barocco. Ma in queste ultime stagioni le esecuzioni di lavori haendeliani sono state meno sporadiche e si può affermare con certezza che finalmente, dopo il clamoroso successo di questo Giulio Cesare, il teatro musicale del “caro Sassone” è stato completamente sdoganato anche nel massimo teatro italiano. La Scala ha confezionato un allestimento di prim'ordine a cominciare dal cast, un cast di livello assoluto. Per la prima volta nella sala del Piermarini si sono potuti ascoltare ben quattro controtenori. Bejun Mehta ha impersonato il protagonista, l'imperatore romano Giulio Cesare, con grande carisma vocale e scenico, mostrando duttilità, finezza, impeto e utilizzando una timbrica sfumata, ma solidissima. Philippe Jarousski nei panni del pugnace Sesto ha messo in evidenza un colore vocale molto personale e un canto baldanzoso. Come pure Christoph Dumaux ha convinto come infido Tolomeo, violento e brutale, senza problemi nel canto di agilità. Danielle De Niese che ha sempre amato questa parte, è stata una Cleopatra seducente e sensuale e ha saputo muovere la sua voce, precisa ed intonata, con virtuosismo e passione, e con ripiegamenti intimisti affascinanti. Sara Mingardo è stata una perfetta Cornelia, dolente e patetica, sempre intensa e commovente. Completavano il cast il ruvido Achilla di Christian Senn e gli ottimi Renato Dolcini (Curio) e Luigi Schifano (Nireno).  Robert Carsen sa come pochi fare teatro barocco e in questo suo Giulio Cesare ha dato ancora una volta prova di averne capito i meccanismi e gli ingranaggi. Un'opera basata quasi completamente sull'Aria con Da Capo è una vera sfida per il regista. Carsen l'ha ampiamente vinta esibendo una infinità di idee, di trovate originalissime, di soluzioni anche divertenti, per riempire scenicamente senza saturarlo ogni numero chiuso del lavoro haendeliano, nel pieno rispetto del plot e della musica. Abbiamo assistito ad Arie trasformate in veri e propri finti Duetti (chiaramente con l'interlocutore muto ad interagire solo mimicamente) o anche in veri e propri Ensemble con l'uso di movimenti di espressione corporea azzecatissimi e mai scontati. Carsen ha ambientato la vicenda nella contemporaneità senza mai sovrapporsi al libretto, anzi ampliandone le implicazioni psicologiche. E così è quasi naturale che l'opera si sia conclusa con un'accordo tra Cesare e Cleopatra per lo sfruttamento dei pozzi petroliferi. Ma questo ha poca importanza. Quello che conta è che Carsen ha colto lo spirito di questo capolavoro e lo ha restituito con acume, abilità tecnica e padronanza della materia. Un plauso, infine, anche all'Orchestra del Teatro alla Scala su “strumenti storici”, che è ormai una realtà da qualche anno. Giovanni Antonini l'ha guidata con flessibilità e vigore, cogliendo al meglio ogni aspetto ritmico e melodico della splendida partitura haendeliana.


Monday, November 28, 2016

L’Incoronazione di Poppea - Teatro alla Scala

Monica Bacelli
Foto: Jensch - Teatro alla Scala

Ramón Jacques

Un anno dopo aver concluso la trilogía monteverdiana con L’Incoronazione di Poppea, che contava sulla realizzazione scenica di Robert Wilson, il Teatro alla Scala ha programmato nuevamente la stessa opera in tre atti. Lo spettacolo di Wilson è stato visivamente elegante e sobrio, collocato in un tempo indeterminato, con minimi movimenti scenici, come un albero o una colonna demolita, costumi eleganti, ma soprattutto una intensa e variegata illuminazione blu e bianca sul fondale La maniera di usare le luci e il senso magistrale dell’utilizzo dello spazio hanno stimolato i sensi dello spettatore. Tuttavia, i movimenti lenti e senza fretta dei cantanti caricati da simbolismi hanno impedito uno svolgimento drammatico e attoriale più chiaro dei personaggi, facendo sì che il prologo e il primo atto sono stati poco fluidi. Scenicamente, dopo l’intervallo si è vista più azione in scena. Ha inciso, anche, la direzione d’orchestra di Rinaldo Alessandrini, che davanti all’Orchestra della Scala, rinforzata con i musicisti del Concerto Italiano, ha offerto una lettura piatta e carente di finezza. In termini generali l’orchestrazione È suonata rigida, aspra E in alcuni momento carente di dinámica.  Vocalmente il cast di specialisti dello stile ha offerto una prova superlativa  a cominciare dalla affascinante e in evidenza Poppea di Carmela Remigio che esprimeva sua classe in scena, eccellendo con il suo timbro brillante e nítido, e chiarezza di emissione e dizione. Come Nerone, il tenore Leonardo Cortellazzi, è piaciuto con il suo timbro attrante e pieno di musicalità. Ottavia era la sperimentata Monica Bacelli, una interprete ideale del violento ed impetuoso personaggio, vocalmente precisa. Da parte sua, Sara Mingardo,  ha dato vita ad  un fragile e dispiaciuto Ottone, con timbro soave e profondo. È risaltata la convinzione e la forza scenica e vocale che Andrea Concetti ha impresso nel personaggio di Seneca. Dal lungo elenco del cast si può notare anche la spudorata Drusilla di Maria Celeng, l’Amore di Silvia Frigato e il Mercurio di Luigi De Donato, la Nutrice di Giuseppe de Vittorio, specialista nei ruoli en travesti, o la Damigella di Monica Piccinini. Non si può dimenticare la presenza di Furio Zanasi, una autorità nel recitar cantando monteverdiano, che sebbene in questa occasione ha interpretato tre brevi ruoli, è pur sempre considerato come il miglior interprete di Orfeo e Ulisse. Come dato anedottico, risulta sorprendente che uno spettacolo di questo livello non abbia interessato molto il pubblico milanese essendo rimasti in teatro molti posti vuoti



Sunday, November 27, 2016

L’Incoronazione di Poppea de Monteverdi en el Teatro alla Scala de Milán.

Carmela Remigio - Poppea
Foto:  Peralta  Teatro alla Scala

Ramón Jacques

Apenas un año después de haber concluido la trilogía de Monterverdi con L’Incoronazione di Poppea, que contó con la concepción escénica de Robert Wilson, el Teatro alla Scala programó una vez mas esta ópera seria en tres actos. El espectáculo de Wilson fue visualmente elegante y sobrio, situado en un tiempo indeterminado, con mínimos elementos sobre la escena, como unos árboles o los restos de una columna derruida, elegantes vestuarios, pero sobre todo por la intensa y abigarrada iluminación azul y blanca al fondo del escenario. Su manejo de las de las luces y su magistral sentido del espacio estimulan los sentidos del espectador. Sin embargo, los movimientos lentos y pausados de los cantantes cargados de simbolismos impidieron un desarrollo dramático y actoral más claro de los personajes, haciendo que el prologo y el primer acto fueran poco fluidos. Escénicamente, y después del intermedio, se vio mayor actuación en la escena. Incidió, también, la conducción poco refinada de Rinaldo Alessandrini, quien al frente de la Orquesta del Teatro alla Scala, reforzada con músicos de su orquesta Concerto Italiano, ofreció una lectura plana y carente de sutileza y pianos. En términos generales la orquestación sonó rígida, áspera y por momentos carente de dinámica. Vocalmente el elenco de especialistas en el estilo ofreció un desempeño superlativo comenzando con la fascinante y distinguida Poppea de Carmela Remigio quien derrochó su clase sobre la escena, sobresaliendo con su brillante y nítido timbre, y la claridad en su emisión y dicción. Como Nerone, el tenor Leonardo Cortellazzi agradó con un timbre atractivo y cargado de musicalidad. Ottavia tuvo en la experimentada Monica Bacelli una intérprete ideal del violento e impetuoso personaje, y estuvo vocalmente precisa. Por su parte, Sara Mingardo dio vida a un frágil y apesadumbrado Ottone, con un timbre suave y profundo. Resaltó la convicción y fuerza escénica y vocal que Andrea Concetti imprimió al personaje de Seneca. Del extenso elenco se puede resaltar también la descarada Drusilla de María Celeng, el Amore de Silvia Frigato, el Mercurio de Luigi De Donato, la Nutrice de Giuseppe de Vittorio, especialista en los roles en travesti, o la refinada Damigella de Monica Piccinini. No se puede obviar la presencia del barítono Furio Zanasi, una autoridad en el recitar cantando monteverdiano, quien a pesar de interpretar tres breves papeles en esta ocasión, es reconocido como el mejor intérprete de Orfeo y Ulises. Como dato anecdótico, resulta sorprendente que un espectáculo de este calibre no agrade tanto al público de la Scala y eso se vea reflejado en una gran cantidad de butacas vacías. 

Monday, February 15, 2016

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Handel - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Brescia&Amisano

Renzo Bellardone

Nell’ultimo giorno di Carnevale, al Teatro alla Scala di Milano è di scena l’allegoria! Il sapore del ‘senza tempo’ aleggia all’interno di una sorta di American Bar, dove sfilano diversi personaggi (e ad un certo punto una vera sfilata di moda sull’alto bancone a guisa di passerella):  diversi fra loro, ma tutti si dibattono tra le attese, le illusioni e le prese di coscienza di quello che è la sostanza della vita umana. La trasposizione ai giorni nostri, con intrusioni settecentesche, ha reso  brillantemente  e godibile un’opera che geniale ai tempi della composizione, a distanza di oltre 300 anni va gustata con atmosfere più vicine e comprensibili agli stili di questa, seppur discutibile,  moderna società. Il tema è noto a tutti gli umani: la gioventù reca con se i segni della Bellezza ed assapora il gusto del Piacere, ma inesorabile il Tempo scorre ed il Disinganno toglie il velo dell’illusione per fare accettare la realtà e ad essa adeguare il nuovo ed ultimo stile di vita.  La lettura dei diversi simbolismi inseriti nell’allestimento non è sempre immediata, mentre alcune gestualità sono rappresentative ed efficaci come le tovaglie alzate contemporaneamente dai camerieri ai tavoli e gettate a terra con noncuranza, così come i veli delle illusioni cadono man mano che la vita scorre. Diego Fasolis, il direttore d’orchestra, non ha certo bisogno di presentazioni trattandosi di uno del massimi esponenti nell’ambito della Musica antica; anche in questa occasione ha saputo rispettare la partitura  e seguire il canto con solida tecnica ed animo partecipe; l’attualizzazione registica di Jürgen Flimm e Hartmann, come anzi detto è risultata gradevole grazie anche alle belle scene con  contaminazioni tra classico ed ipermoderno di Wonder. Le luci di Gebhardt hanno dato risalto agli ori ed agli argenti accentuando il significato del ‘valore temporale’; delicata la coreografia di    Lühr in abbinamento ai costumi anch’essi di stili diversi di Von Gerkan. Le voci decisamente interessanti! La Bellezza ha incontrato in Martina Janková un’interprete di efficacia assoluta per l’immedesimazione  sofferta e sconcertata, offrendo   bei colori argentini negli acuti e preziosamente ambrati nei toni bassi. Tutti i cantanti decisamente a proprio agio e di buona presenza scenica hanno convinto  e così anche Lucia Cirillo nel ruolo del Piacere reso con seduzione e caparbietà avvalorate da voce e timbro gradevoli all’ascolto: commovente il ‘lascia la spina..’. Veniamo ora ai contrapposti ruoli: il Tempo è stato interpretato da Leonardo Cortellazzi con un lieve senso di impazienza evidenziatosi allo scadere dell’intervallo quando, al rientro in platea, il pubblico lo ha già trovato sul palco a passeggiare con fare irrequieto; il  tenore dalla voce armoniosa e dolcemente arrotondata ha raggiunto un buon risultato. Sara Mingardo nel ruolo del Disinganno, beffardamente conscia degli effetti del trascorrere del Tempo, ha affrontato Bellezza portandola a lasciare il Piacere terreno per convertirsi a più elevati ed eterni valori. Il superbo contralto ha dato una lettura decisa, ricca di colori e vibranti emozioni. Al pubblico del 2016 poco importa dei rapporti veri o presunti che intercorsero tra Händel ed il cardinal Pamphilij, ma è ben lieto che la composizione  sia giunta fin qui con la sua autentica verità che si perpetua nei secoli dell’umanità: la caducità delle cose terrene! La Musica vince sempre

Thursday, February 11, 2016

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno en el Teatro alla Scala de Milán

Foto: Brescia&Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Nos encontramos en un local a la moda de los años 20 donde se come, se bebe, y se conversa. La gente va y viene mientras que en una mesa se llevan a  cabo las filosóficas y moralistas disertaciones que fueron confeccionadas por el Cardenal Pamphilij para el libreto de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno. Se trata de un extraordinario oratorio profano de los inicios de Handel, con música bellísima que el propio Handel recuperó después de otras de sus obras.  La puesta en escena curada por Jurgen Flimm (ya vista en Zúrich, Berlín y Madrid) es absolutamente linear. Ya está todo contenido en el libreto sin necesidad de superposiciones psicoanalíticas y todo lo demás que sigue. Es cierto que esta obra no tiene una historia que contar y las discusiones entre los cuatro personajes no poseen un gran desarrollo dramático. Por lo tanto, el peso del éxito del espectáculo recayó sobre la espalda del elenco musical de los cantantes, la orquesta y el director. Sara Mingardo que interpretó al Disinganno dominó el escenario con su voz aterciopelada, rica de tonalidades, emocionante y muy segura. Los únicos aplausos a escena abierta, después de interpretar un par de arias, se los mereció todos ella. Martina Jankova dotó con su timbre cristalino a la Bellezza realizada con nitidez, aunque por momentos, la soprano checa pareció un poco fría en la definición de la línea musical.  Mas apasionada estuvo Lucia Cirillo, con un Piacere intrigante y convincente. Leonardo Cortellazzi interpretó de modo multifacético al Tempo y gusto más sobretodo en los recitativos, bien timbrados y de justo acento. Por primera ocasión se cimentaba la Orchestra Barroca del Teatro alla Scala, guiada por el muy experto Diego Fasolis, en la primera de futuras producciones que se realizaran anualmente de este magnífico repertorio del siglo dieciocho.  Una idea atrevida del director artístico Alexander Pereira que ha recibido ya muchos reconocimientos de parte de los apasionados y de los adeptos a estas obras, además de que ha encontrado entusiastas instrumentistas para probar esta nueva y estimulante experiencia musical. 

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Brescia&Amisano - Teatro alla Scala Milano

Massimo Viazzo

Ci troviamo in un locale anni ’20 alla moda. Si mangia, si bene, si chiacchiera. La gente va e viene mentre attorno ad un tavolo avvengono le filosofiche e moraleggianti dissertazioni che sono state confezionate dal Cadinale Pamphilij per il libretto de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno. Si tratta di uno straordinario oratorio profano del primo Haendel, musica bellissima che Haendel stesso recupererà in seguito in altri lavori. L’allestimento curato da Jurgen Flimm (già visto a Zurigo e a Berlino) è assolutamente lineare. C’è già tutto nel libretto senza bisogno di sovrapposizioni psicanalitiche e quant’altro. Certo, in questo lavoro non c’è una vicenda da raccontare, e le diatribe tra i quattro personaggi non hanno un grandissimo sviluppo drammatico. Il peso della riuscita dello spettacolo, quindi, è tutto sulle spalle del cast musicale, cantanti, orchestra e direttore. Sara Mingardo, che interpretava il Disinganno, ha dominato in palcoscenico con la sua voce vellutata, ricca di sfumature, emozionante e sicurissima. Gli unici applausi a scena aperta dopo un paio di arie se li è meritati tutti. Martina Jankova ha donato il suo timbro cristallino alla Bellezza resa con nitidezza, anche a se volte il soprano ceco è parso un po’ freddino nella definizione della linea musicale. Più appassionata Lucia Cirillo, un Piacere intrigante e convincente. Leonardo Cortellazzi ha interpretato in modo sfaccettato il Tempo, e si è fatto preferire soprattutto nei recitativi, ben timbrati e di giusto accento. Per la prima volta si cimentava, infine, l’Orchestra Barocca del Teatro alla Scala, istruita dall’espertissimo Diego Fasolis, prima realizzazione di futuri impegni cadenzati annualmente con questo magnifico repertorio settecetesco. Un’idea coraggiosa del direttore artistico Alexander Pereira che ha già avuto molti apprezzamenti da parte degli appassionati e degli addetti ai lavori e che ha trovato gli orchestrali entusiasti di provare questa nuova e stimolante esperienza musicale

Monday, February 23, 2015

La Coronación de Popea en el Teatro alla Scala de Milán

Foto: Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Con la Coronación de Poppea concluyó la trilogía monteverdiana que le fue confiada la pareja de Rinaldo Alessandrini y Robert Wilson, y que fue programada desde la gestión anterior del Teatro alla Scala, es decir, la del ex sobreintendente Stéphane Lissner. Es verdad que se han tardado cinco años y medio para llevarla a su término, pero a la luz del resultado final se puede afirmar que valió la pena.  El extremo cuidado de la realización musical, por parte de la Orquesta del Teatro alla Scala, reforzada para la ocasión por elementos del Concerto Italiano (para el bajo continuo) se notó también en este último espectáculo. Alessandrini abandonó los fáciles hedonismos sonoros y la rítmica que guiña a la música étnica, prefiriendo incidir con una exposición concisa y con una severidad expresiva que en ocasiones podía llegó a ser árida. Visualmente el espectáculo firmado por Wilson fue elegante y sobrio, ambientado en un lugar abstracto delimitada por un fondo retro iluminado, algunas paredes móviles, y con pocos elementos escénicos fue guiado por un manejo magistral de la luz. La poética del director estadounidense llegó con su más álgida pureza, la que aspira a envolver al espectador al más alto nivel mental y emotivo.  La pareja de protagonistas no desilusionó con Miah Persson que encarnó una seductora Poppea que cantó con buena dicción y timbre suave, mientras que Leonardo Cortellazzi (Alessandrini decidió confiar el papel de Nerone a una voz tenoril) con una personalidad vocal no tan desbordante logró entrar con eficacia dentro de los pliegues del carácter del emperador romano. De gran impacto emotivo fue la prueba de Monica Bacelli quien vistió el papel de una turbada y enfada Ottavia, mientras que más doliente y afligido estuvo el Ottone de Sara Mingardo. Andrea Concetti supo interpretar un sobresaliente Seneca aunque a su voz le careció de resonancia profunda en el registro grave. Maria Celeng fue una Drusilla desenvuelta y extrovertida. Todo el elenco en general mostró conocer el estilo de Monteverdi y muchos papeles secundarios se mostraron muy bien “a fuoco”, con una mención de excelencia para Furio Zanasi (el mejor Orfeo y el mejor Ulises de los últimos años) que aquí interpretó tres papeles. Escucharlo fue todo un placer ya que su modo de realizar el recitar cantando es un ejemplo para todos.

Sunday, February 22, 2015

L’Incoronazione di Poppea - Teatro alla Scala, Milano

Foto:  Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Con L’Incoronazione di Poppea si conclude la trilogia monteverdiana affidata all’accoppiata Rinaldo Alessandrini/Bob Wilson e messa in programma ancora dalla gestione precedente del Teatro alla Scala, e cioè dall’ex sovrintendente Stéphane Lissner. E’ vero che si sono impiegati ben cinque anno e mezzo per portarla a termine, ma alla luce del risultato finale si può affermare che ne sia valsa la pena. L’estrema cura della realizzazione musicale, affidata all’Orchestra del Teatro alla Scala rimpolpata per l’occasione da elementi del Concerto Italiano (per la realizzazione del basso continuo), si è notata anche in quest’ultimo spettacolo. Alessandrini bandisce anche qui i facili edonismi sonori e le ritmiche che ammiccano alla musica etnica preferendo una stringatezza nell’incedere e una severità espressiva che a volte poteva anche essere scambiata per aridità. Visivamente lo spettacolo firmato da Wilson è elegante e sobrio, ambientato in un luogo astratto delimitato da un fondale retroilluminato, qualche parete mobile, con pochissimi elementi scenici, e governato da un uso magistrale delle luci. La poetica del regista americano viene fuori in tutta la sua più algida purezza, una poetica che aspira ad un coinvolgimento dello spettatore più a livello mentale che emotivo.  La coppia dei protagonisti non ha deluso: Miah Persson ha incarnato una seducente Poppea cantando con buona dizione e timbrica soave, mentre Leonardo Cortellazzi (Alessandrini ha deciso di affidare il ruolo di Nerone ad una voce tenorile) pur con una personalità vocale non debordante è riuscito ad entrare con efficacia tra le pieghe caratteriali  dell’imperatore romano. Di grande impatto emotivo,poi, la prova di Monica Bacelli che ha vestito i panni di un’Ottavia turbata e adirata, mentre più dolente e afflitto è stato l’Ottone di Sara Mingardo. Andrea Concetti ha saputo interpretare un Seneca autorevole pur mancando la sua voce di risonanze profonde nel registro più grave, mentre Maria Celeng è stata una Drusilla spigliata ed estroversa. Tutto il cast ha mostrato nel complesso di conoscere lo stile monteverdiano. Molte le parti di fianco tutte molto ben a fuoco, con una nota di eccellenza per Furio Zanasi (il miglior  Orfeo e il miglior Ulisse degli ultimi anni) qui impegnato in tre ruoli. Ascoltarlo è stato un piacere: il suo modo di realizzare il recitar cantando resta ancora un esempio per tutti.

Tuesday, October 9, 2012

Il Ritorno di Ulisse in Patria de Monteverdi en Turín, Mito Settembre Musica

 
Foto:    Roberto Alvares (C) MITO SettembreMusica

Renzo Bellardone

IL  RITORNO  DI  ULISSE  IN  PATRIA de Claudio Monteverde. Festival MITO Setiembre Musica 2012 realizada en el Teatro Regio de Turín el 8 de septiembre del 2012. Elenco: Ulisse, Furio Zanasi – Penelope, Sara Mingardo – l’Umana Fragilità, Andrea Arrivabene – Il Tempo, Luigi de Donato – Fortuna, Monica Piccinini – Amore, Anna Simboli – Giove, Luca Cervoni – Nettuna, Luigi de Donato – Minerva, Monica Piccinini – Giunone, Anna Simboli – Telemaco, Luca Dordolo – Eurimaco, Raffaele Giordani – Melanto, Francesca Cassinari – Eumete, Gianluca Ferrarini – Iro, Gian Paolo Fagotto – Ericlea, Elena Biscuola – Pisandro, Andrea Arrivabene – Anfinomo, Luca Cervoni – Antinoo, Salvo Vitale – Feacio I, Andrea Arrivabene – Feacio II, Luca Cervoni – Feacio III, Salvo Vitale. Concerto Italiano Rinaldo Alessandrini – conducción y clavecín.

 Los dioses amenazan y deciden el destino de los hombres atentando contra sus debilidades, así es como inicia la opera exactamente con el celebre prologo de la humana fragilidad, en la experta interpretación de Andrea Arrivabene. La fragilidad fue amenazada por el Tiempo que ofrecía una calidad y redonda voz del bajo Luigi De Donato, apreciado después en el exigente papel de Neptuno. Pero las amenazas no terminaban aquí y de hecho hizo su entrada Fortuna, interpretada por una convincente Monica Piccinini, después llegó el Amor de Anna Simboli, quien mostró un afligido en su interpretación.  Una de las páginas mas amadas y conmovedoras, fue el lamento de Penélope que se elevó explosivo y profundo con la segura y redonda, con el sensible colorido en la voz de Sara Mingardo ‘Di misera regina’ y la interprete misma se convirtió en una verdadera reinda manteniendo el papel con línea de canto homogénea y sufrida en su interpretación. Elena Biscuola fue la fiel Ericlea armoniosa y participe. Giove, y después Anfinomo, fueron confiados al joven Luca Cervoni, adaptado al papel que interpreto de manera agradable.  Salvo Vitale posee una voz potente y profunda con la que delineó bien a Antinoo y a al Feaccio III.  El tenor Gian Paolo Fagotto diseñó su Iro con dúctil voz y una interpretación muy segura, mientras que Gianluca Ferrarini prestó su canto de grato timbre a Eumente.  Raffaele Giordani fue Eurimaco, personaje que hizo con alegre frescura y apreciable entonación.  Francesca Cassinari fue una placentera Melanto.  En la opera resaltó como momento tópico el encuentro entre Ulises y Telémaco cuyo desarrollo tuvo la segura y bien apreciada voz de Luca Dordolo quien realizo el exigente dueto con Furio Zanasi, quizás el interprete mas apreciado en el papel principal.  Voz suave con refinadas coloraciones, ofreció armonía y dulzura y autoridad con su timbre profundo y firme. Sobre el escenario y con su habitual fraseo, que es de los más apreciados del panorama operístico en este repertorio, fue el único que no utilizó una partitura porque la conoce perfectamente porque es un intérprete de referencia de Ulises. El ensamble Concerto Italiano, compuesto de músicos de comprobada valía y con la puntual dirección de Rinaldo Alessandrini un estudioso y experto del repertorio de Monteverdi, y la de dos pilares Sara Mingardo y Furio Zanasi, permitió presenciar un Ulises muy claro, nítido, y la forma semi-escénica contribuyó a exaltar su esencialidad y su pureza. ¡La música vence siempre!

Thursday, October 4, 2012

IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA - MITO Settembre Musica 2012, Torino


Foto: Roberto Alvares MITO SettembreMusica

Renzo Bellardone

MITO Settembre Musica 2012 Torino Teatro Regio 18 settembre
 
IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA - Claudio Monteverdi. Ulisse, Furio Zanasi – Penelope, Sara Mingardo – l’Umana Fragilità, Andrea Arrivabene – Il Tempo, Luigi de Donato – Fortuna, Monica Piccinini – Amore, Anna Simboli – Giove, Luca Cervoni – Nettuna, Luigi de Donato – Minerva, Monica Piccinini – Giunone, Anna Simboli – Telemaco, Luca Dordolo – Eurimaco, Raffaele Giordani – Melanto, Francesca Cassinari – Eumete, Gianluca Ferrarini – Iro, Gian Paolo Fagotto – Ericlea, Elena Biscuola – Pisandro, Andrea Arrivabene – Anfinomo, Luca Cervoni – Antinoo, Salvo Vitale – Feacio I, Andrea Arrivabene – Feacio II, Luca Cervoni – Feacio III, Salvo Vitale.Concerto Italiano. Rinaldo Alessandrini - direzione e clavicembalo.

Gli dei incombono e decidono il destino degli uomini, aggredendo le loro debolezze e l’opera inizia appunto con il celebre prologo dell’Umana Fragilità, nell’esperta interpretazione di Andrea Arrivabene; la fragilità viene minacciata dal Tempo cui offre una calda ed arrotondata vocalità il basso Luigi De Donato, apprezzato poi anche nel ruolo impegnativo di Nettuno. Ma le minacce non finiscono qui ed infatti arrivano anche Fortuna, convincente Monica Piccinini, e poi Amore, Anna Simboli accorata nella rappresentazione del personaggio. Una delle pagine più amate e toccanti, ovvero il lamento di Penelope si eleva prorompente e profondo con la sicura ed arrotondata, in tutta la sensibile colorazione possibile, della voce di Sara Mingardo ‘Di misera regina’ e diviene l’interprete stessa una vera regina mantenendo il ruolo con linea di canto omogenea ed interpretazione sofferta. Elena Biscuola è la ‘fedele Ericlea’ armoniosa e partecipe. Giove, e poi Anfinomo, sono affidati al giovane Luca Cervoni adatto al ruolo che rende gradevolmente. Salvo Vitale ha voce possente e profonda che ben tratteggia Antinoo ed il Feacio III. Il tenore caratterista Gian Paolo Fagotto disegna il suo Iro con duttile vocalità ed interpretazione molto netta, mentre Gianluca Ferrarini da voce ad Eumete con gradevolezze timbriche. Raffaele Giordani è Eurimaco, che rende con freschezza gioiosa ed intonazione apprezzabile. Francesca Cassinari è gradevole in Melanto. Nell’opera risalta come momento topico l’incontro di Ulisse con Telemaco cui da volto e voce sicura e ben modulata Luca Dordolo che ben rende nel’impegnativo duetto con Furio Zanasi, forse il più apprezzabile nel ruolo del titolo. Voce morbida con colorazioni raffinate, offre armoniosità e dolcezza o imperio dal timbro profondo e fermo. Sul palco, con il consueto fraseggio tra i più chari del panorama operistico, è l’unico a non doversi avvalere dello spartito, conoscendolo perfettamente, essendone interprete di riferimento. L’Ensemble ‘Concerto italiano, si avvale di musicisti di comprovata bravura e con la puntuale direzione di Rinaldo Alessandrini, studioso ed esperto del repertorio monteverdiano ed i due pilastri Sara Mingardo e Furio Zanasi si è assistito ad un ‘Ulisse’ molto chiaro, nitido e la forma semiscenica ha contribuito ad esaltarne l’essenzialità e l a purezza. La Musica vince sempre.

Thursday, September 29, 2011

Il Ritorno di Ulisse in Patria en la versión de Robert Wilson en el Teatro alla Scala de Milán

Foto:  Furio Zanasi -Teatro alla Scala Milan credit: Lucie Jansch
Massimo Viazzo

El segundo capitulo de la trilogía monteverdiana con marca de Robert Wilson, que llegó al Teatro alla Scala en línea con la actual temporada, confirmó sustancialmente las impresiones no completamente positivas que suscitó L’Orfeo hace un par de temporadas, con respecto a ser un espectáculo indudablemente elegante y sugestivo desde su perspectiva visual. Una escena esencialmente vacía caracterizada por pocos elementos geométricos e iluminada con luces frías que colocan inmediatamente al espectador en el mundo irreal y onírico típico del director estadounidense. Los movimientos fueron lentos y la importancia de los gestos efectuados con las manos fueron fundamentales, pero la acción dramática estuvo prácticamente ausente. Todo se desarrollo en un clima de abstracción e ilusión con personajes casi aprisionados en sus vestuarios y que vivían la obra solo internamente. Pero Il Ritorno di Ulisse in Patria es una opera de “carne y sangre”, de grandes emociones, y de escenas teatralmente potentes, como por ejemplo le escena de la “prueba del arco que aquí pareció ser verdaderamente estilizada. Por fortuna, se pensó en un elenco de altísimo nivel para avivar al publico scaligero, que no esta muy acostumbrado a este repertorio. Furio Zanasi personificó un Ulises de antología, cantado divinamente, y con un cuidado extremo de la dicción y del fraseo. Con el, cada palabra y cada frase parecieron adquirir nueva musicalidad: ¡es un verdadero maestro del arte del recitar cantando! Sara Mingardo fue una sobresaliente Penélope, afligida y conmovida, de timbre bronceado, emisión homogénea y fiero acento. Todos los demás estuvieron muy apreciables: como la fascinante Melanto de Monica Bacelli, la materna Ericlea de Marianna Pizzolato, el comunicativo Eumete de Luca Dordolo, el amenazante Nettuno de Luigi di Donato, el solido Telemaco de Leonardo Cortelazzi, le extrovertida Minerva de Anna Maria Panzarella. Rinaldo Alessandrini guió a su óptimo Concerto Italiano con gran coherencia estilística, plasmando un bajo continuo no redundante pero de rara fuerza expresiva.

Il Ritorno di Ulisse in Patria - Teatro Alla Scala di Milano

Foto: Teatro alla Scala Milan credit: Lucie Jansch

Massimo Viazzo

Il secondo capitolo della trilogia monteverdiana targato Robert Wilson, approdato al Teatro alla Scala in coda all’attuale stagione, ha sostanzialmente confermato le impressioni non completamente positive suscitate da L’Orfeo un paio di stagioni fa, a fronte di uno spettacolo indubbiamente elegante e suggestivo dal punto di vista visivo. Una scena sostanzialmente vuota caratterizzata da pochi elementi geometrici e illuminata da luci fredde, immette subito lo spettatore nel mondo irreale ed onirico tipico del regista americano. I movimenti sono lenti, l’importanza dei gesti effettuati con le mani diventa basilare, e l’azione drammatica è praticamente assente. Tutto si svolge in una clima di astrattezza ed illusione con i personaggi quasi imprigionati nei loro costumi a vivere la vicenda solo interiormente. Ma Il Ritorno di Ulisse in Patria è un’opera di “carne e sangue”, di grandi emozioni, e anche di scene teatralmente potenti, come ad esempio la scena della “prova dell’arco”, parsa qui veramente troppo stilizzata. Per fortuna ci ha pensato un cast di altissimo livello a scaldare il pubblico scaligero, non proprio abituato a questo repertorio. Furio Zanasi ha impersonato un Ulisse da antologia, cantato divinamente, con una cura estrema della dizione e del fraseggio. Con lui ogni parola, ogni frase sembrano acquistare musicalità nuova: un vero maestro nell’arte del recitar cantando! Sara Mingardo è stata una superba Penelope, dolente e commossa, di timbro brunito, di  emissione omogenea e di accento fiero. Tutti apprezzabili gli altri: la fascinosa Melanto di Monica Bacelli, la materna Ericlea di Marianna Pizzolato, il comunicativo Eumete di Luca Dordolo, il tonante Nettuno di Luigi di Donato, il solido Telemaco di Leonardo Cortellazzi, la estroversa Minerva di Anna Maria Panzarella. Rinaldo Alessandrini ha guidato l’ottimo Concerto Italiano con grande coerenza stilistica, plasmando un basso continuo non ridondante, ma di rara forza espressiva.

Thursday, December 30, 2010

Stabat Mater di Pergolesi - Salle Pleyel, Parigi

Foto: Anna Caterina Antonacci - copyright Pascal Victor
Ramón Jacques

All’interno del ciclo musicale 2010-2011 denominato “Le Grandi Voci” (Les grandes voix) che si realizza nei diversi teatri della città di Parigi e che ragruppa grandi interpreti della vocalità di oggi, sia in concerti che in recitali, ecco questo interessante Gala di musica religiosa con due opere di rara esecuzione eseguite da The English Concert, celebre ensemble di virtuosi che suonano strumenti antichi. Il luogo scelto per l’occasione è stato l’antica ed enorme sala da concerti Pleyel, che per le sue dimensioni non sembrerebbe essere lo scenario più adatto per questo tipo di repertorio, ipotesi smentita dal pubblico entusiasta e appassionato alla fine che ha apprezzato e applaudito a lungo gli interpreti All’inizio del concerto si è ascoltato il mottetto solistico Salve Regina in Fa maggiore di Nicola Porpora (1686-1768), compositore gloria della scuola napoletana, maestro dei castrati Farinelli e Caffarelli, e contemporaneo di Bach e Handel, che fu suo rivale durante un soggiorno a Londra e le cui opere non hanno la diffusione che meritano. Dopo l’ampia introduzione adagio per archi con il quale iniziava questo lavoro è emerso il canto elegante del soprano Anna Caterina Antonacci, che ha mostrato un buon registro acuto; splendida nei piani e nell’ ornamentazione, ha saputo raggiungere un raro equilibrio tra melodia e significato drammatico. Poi, di Antonio Vivaldi è stato eseguito il sereno e gioioso Nisi Dominus in sol minore RV 608, restituito dalla sottile e opulenta voce di scura tonalità del contralto Sara Mingardo, che ha mostrato la raffinatezza, la scorrevolezza e la competenza tecnica in una repertorio che sembra adattarsi di più alle sue qualità vocali che quello operistico. La freschezza e la facilità delle voci della Mingardo e dell’Antonacci si riuniva e completava nella vibrante, commovente interpretazione dello Stabat Mater in fa minore, capolavoro del compositore Giovanni Battista Pergolesi. La direzione musicale di Harry Bicket, all’organo nei primi due pezzi, era sensibile e tranquilla, ma prudente e un po’ carente di dinamismo. A sua volta, l’orchestra mostrava un’agile e leggera sezione degli archi, brillante nelle parti per violino solo, ma nel complesso si è trattato di una performance un po’ meccanica, rigida, ad un livello un po’ inferiore a quello, elevato, esibito dalle due cantanti italiane.

Sunday, December 26, 2010

Anna Caterina Antonacci y Sara Mingardo en el Stabat Mater de Pergolesi en la Salle Pleyel de Paris

Foto: Anna Caterina Antonacci -copyright: Pascal Victor

Ramón Jacques
Como parte del ciclo de conciertos denominado “Les grandes voix” (las grandes voces) que se realiza en diversos teatros de la ciudad de Paris y que agrupa a destacados interpretes vocales de la actualidad, tanto en concierto como en recital, se realizó esta interesante gala de música religiosa con dos obras de rara ejecución, por The English Concert, conocida agrupación de instrumentos de época y dos sobresalientes solistas. El recinto elegido para la ocasión fue la antigua y enorme sala de conciertos Pleyel, que por sus dimensiones no es quizás el escenario mas apto para este tipo de repertorio, pero que aun así, lució repleta por un satisfecho y entusiasta público que reconoció y aplaudió largamente a los intérpretes. Primero se escuchó el motete para solista Salve Regina en fa mayor de Nicola Porpora (1686-1768), compositor gloria de la escuela napolitana, maestro de los castrados Farinelli y Caffarelli y contemporáneo de Bach y de Handel, de quien fue rival durante su estancia en Londres, pero cuyas obras no tienen el reconocimiento que merecen. Después de la amplia introducción adagio para cuerdas con la que da inició esta obra, emergió el elegante canto de la soprano Anna Caterina Antonacci, quien mostró un registro agudo desplegado, espléndido en los pianos y las ornamentaciones, con las que alcanzó el raro equilibro entre la melodía y el dramatismo contenidos en la pieza. De Antonio Vivaldi (1678-1741) se ejecutó el sereno y jubiloso Nisi Dominus en sol menor RV 608, que contó con la sutil, opulenta y oscura tonalidad en la voz de la contralto Sara Mingardo, quien mostró refinamiento, suavidad y maestría técnica, en un repertorio que parece adaptarse mas a sus cualidades vocales que el operístico. La frescura y soltura, de las voces de Antonacci y Mingardo se conjuntó y se complementó en la conmovedora y vibrante interpretación que se escuchó del Stabat Mater en fa menor, obra maestra del compositor Giovanni Battista Pergolesi. La dirección musical de Harry Bicket, desde el órgano en las dos primeras piezas, fue sensible y pausada, pero cauta y en algunos pasajes carente de dinamismo. A su vez, la orquesta que mostró una ágil y liviana sección de cuerdas, sobretodo en sus brillante partes para violín solista, tuvo un desempeño que en términos generales fue un poco mecánico, rigido y en un nivel linferior en relación al memorable nivel exhibido por las solistas.

Wednesday, October 7, 2009

L'Orfeo- Teatro alla Scala

Foto: Luigi De Donato (Caronte)
Crédito: Lelli & Masotti, Archivio Fotografico del Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Con L’ Orfeo è iniziata al Teatro alla Scala la trilogia monteverdiana firmata da Robert Wilson. Ad apertura di sipario l’impatto visivo ci rimanda alla Venere con Eros e organista di Tiziano (dipinto esposto al Prado), ma qui i due filari ben proporzionati di cipressi confluiscono sullo sfondo stabilendo una prospettiva geometrica tendente ad idealizzare l’effetto naturalistico complessivo. Le pose statuarie dei protagonisti vivacizzate in parte da una gestualità quasi meccanica e rituale atta ad amplificare gli affetti, un’atmosfera prevalentemente livida entro la quale si stagliano volti pallidi e diafani, movimenti composti faticosamente e lentissimi (peculiarità stranote della visione registica wilsoniana) si scontrano però, soprattutto nella prima parte dello spettacolo, con l’intima drammaturgia dell’opera di Monteverdi. Un clima funereo incombe fin dal Prologo (e Orfeo ed Euridice vestono a lutto già al loro primo incontro) venendo così eluse la gioia per gli sponsali tanto desiderati e la gaiezza della festa annunciata, festa intesa anche in relazione alle ragioni della committenza originaria. Meglio l’atto infernale con un aldilà rappresentato da pareti mobili (pareti anche mentali) che si aprono e si chiudono liberando sprazzi di cielo terso. Ma L’Orfeo di Monteverdi non è solo ritualità, né tantomeno solo intimità patetica, e così lo spettacolo stenta a decollare trascurando quella corporeità, quella fisicità che è, invece, la novità più esaltante del nascente teatro musicale Rinaldo Alessandrini, con il suo Concerto Italiano impegnato nella realizzazione del basso continuo, punta su una studiatissima mobilità agogica e se la scelta di alcuni tempi non è abituale (sentire per esempio il ritornello della Musica qui staccato a rotta di collo o per converso il «Qui miri il Sole vostre carole» reso con insolita stupita pacatezza) è pur vero che l’attitudine nel sostenere il recitar cantando risulta sempre idiomatica. In sostanza Alessandrini asciuga la partitura, così poco interessato agli effetti in technicolor, né a facili edonismi sonori, e neppure sensibile al fascino di fuorvianti sirene folcloristiche, percorrendo, invece, la più angusta via verso una possibile verità verginale. Omogeneo il cast nella sua quasi totalità (limpida e aerea l’Euridice di Roberta Invernizzi, commossa la Messaggiera di Sara Mingardo e validissime tutte le parti di fianco, mai indispensabili come in quest’opera). Nondimeno è parsa incomprensibile la scelta di affidare il ruolo di protagonista a Georg Nigl, unico straniero della compagnia, encomiabile solo per l’impegno profuso, ma acerbo nel fraseggio, arido nell’emissione e con palesi problemi d’intonazione, quando nei panni di Apollo (un Apollo cantato da manuale, tra l’altro) c’era Furio Zanasi, l’Orfeo di riferimento di questi anni, conoscitore come pochi dell’arte di far sgorgare musicalità e poesia dalla parola cantata. E il confronto tra i due nel finale dell’opera è apparso impietoso. En attendant Ulisse…

Versión en Español
Con L’Orfeo inició en el Teatro alla Scala la trilogía monteverdiana firmada por Robert Wilson. A la apertura del telón el impacto visual nos llevó a Venere con Eros e organista de Tiziano (pintura expuesta en el Prado), pero aquí dos filas bien proporcionadas de cipreses convergían con el fondo estableciendo una perspectiva geométrica tendiente a idealizar el efecto naturalista total. Las poses de estatua de los protagonistas se animaban en parte por una gestualidad casi mecánica y ritual pareciendo amplificar los efectos, una atmosfera prevalentemente lívida entre la cual se delineaban vueltas pálidas y diáfanas, movimientos compuestos trabajosamente y con lentitud (notable peculiaridad de la visión registica wilsoniana), que sin embargo, se encontraron en la primera parte del espectáculo, con la intima dramaturgia de la opera de Monteverdi. Un clima fúnebre permaneció hasta el fin del Prologo (Orfeo y Euridice vestidos de luto ya desde su primer encuentro) eludiendo así el jubilo por la boda tan deseada y la alegría de la fiesta anunciada, fiesta entendida también en relación a las razones originales de quien comisionaron la opera. Mejor fue el acto infernal con un mas allá representado por paredes movibles (paredes también mentales) que se abrieron y se cerraron liberando destellos de cielo terso. Pero L’Orfeo de Monteverdi, no es solo ritualidad, y mucho menos solo intimidad patética, es así, al espectáculo le cuesta trabajo despegar desatendiendo lo corpóreo, o lo físico, que a su vez es la novedad que mas enaltece al naciente teatro musical. Rinaldo Alessandrini, con su Concerto Italiano empeñado en la realización del bajo continúo, apuntó hacia una estudiadísima movilidad agogica y si la elección de algunos tiempos no fue la habitual (tomando como ejemplo el ritornello de la Música aquí a “rotta di collo” o de manera muy veloz, o hablando del «Qui miri il Sole vostre carole» hecho con insólita y asombrosa calma) también es cierto que la aptitud para sostener el recitar cantando resultó siempre idiomática. En sustancia, Alessandrini secó la partitura, poco interesado en los efectos technicolor o en fáciles hedonismos sonoros, y ni siquiera fue sensible a la fascinación de las extraviadas sirenas folcloristas, recorriendo a su vez la vía mas angosta hacia una posible verdad virginal. El cast fue homogéneo casi en su totalidad (cristalina y sutil la Euridice de Roberta Invernizzi, conmovedora la Mensajera de Sara Mingardo y muy validos los demás interpretes, nunca tan indispensables como en esta opera). No obstante, pareció incomprensible la elección de confiar el papel de protagonista a Georg Nigl, único extranjero de la compañía, encomiable solo por el desempeño profuso, pero agudo en el fraseo, árido en la emisión y con evidentes problemas de entonación, cuando el papel de Apolo, (un Apolo cantado con manual, entre otros) estuvo Furio Zanasi, el Orfeo de referencia de estos años, conocedor como pocos del arte de hacer brotar musicalidad y poesía de la palabra cantada. Y el encuentro entre los dos en el final de la opera pareció despiadado. En attendant Ulisse...

Saturday, September 19, 2009

Aci, Galatea e Polifemo - Teatro Regio di Torino


Foto: Sara Mingardo (Galatea) e Cristina Banchetti (mimo)
Credito: Ramella & Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino

Massimo Viazzo

Aci, Galatea e Polifemo non è un’opera. Si tratta di una serenata a tre - un vero gioiello (il fatto che tutti i brani che la compongono siano stati riutilizzati dal «caro Sassone» in opere successive è una garanzia di qualità) - che fu composta a Napoli nel 1708 da un giovanissimo Händel per festeggiare, probabilmente, le nozze del Duca d’Alvito e Donna Beatrice Sanseverino. Un lavoro celebrativo, quindi, nello stile della favola pastorale tipico della poetica dell’Arcadia, accademia letteraria allora in ascesa. Drammatizzare una trama così esile (un triangolo amoroso, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, costituito dai due giovani innamorati Aci e Galatea contrastati dal rozzo Polifemo) rappresentava per Davide Livermore una vera sfida. Attualizzare il plot al giorno d’oggi è facilissimo. Livermore non si è limitato a raccontare una storia plausibile, ma compiendo un’intelligente operazione di «doppio sdoppiamento» è riuscito ad amplificare le affettività presenti nel testo musicale costruendo un interessante gioco di relazioni tra «doppi» umani, resi con bravura da tre mimi-attori, e «doppi» provenienti dal mondo animale (scelti in base a strette citazioni librettistiche) e precisamente un’aquila (Aci), una farfalla (Galatea) e un serpente (Polifemo), visualizzati fascinosamente su quattro schermi, unici sbocchi visivi in grado di mettere in comunicazione l’interno della villa settecentesca diroccata e sghemba (in cui Livermore, curatore anche della scenografia, ha ambientato la vicenda) e la rigogliosa natura circostante. Una lettura stimolante quindi, che ha trovato in Antonio Florio il giusto timoniere. Florio ha concertato con precisione e attenzione costante al respiro della pagina händeliana. Il fraseggio non è mai parso frenetico, né affannato e anche se La Cappella della Pietà de’ Turchini non è stata esente da pecche (le trombe, soprattutto) si può dire che nel complesso si sia trattata di una esecuzione convincente, mossa e scorrevole, mai secca o fredda. Tra le voci la palma del migliore spetta senz’altro a Sara Mingardo. Il contralto veneziano ha cantato con proprietà stilistica, timbro vellutato e consapevolezza dello stile patetico. La sua Galatea ci ha commosso e toccato nel profondo. Ruth Rosique ha sfoggiato una discreta coloratura anche se non è sempre riuscita a controllare l’emissione. In difficoltà, invece, Antonio Abete, un Polifemo di timbro troppo metallico, non in grado di rendere al meglio le sfaccettature malinconiche e dolenti connaturate al personaggio. Le sue agilità un po’ imprecise e una resa del legato insufficiente non gli hanno consentito una messa a fuoco ottimale dell’impervio ruolo.


VERSIÓN EN ESPAÑOL


Aci, Galatea e Polifemo no es una opera. Se trata de una serenata a tre- una verdadera joya (el hecho que todas las piezas que la componen fueron reutilizados por el en operas sucesivas es una garantia de calidad).- que fue compuesta en Napoles en 1708 por un jovencísimo Händel para festejar, probablemente, las bodas del Duque de Alvito y Doña Beatriz Sanseverino. Una obra de celebración, por lo tanto, en el estilo de la fabula pastoral típica de la poética de la Arcadia, academia literaria en aquel entonces en ascenso. Dramatizar una trama tan endeble (un triangulo amoroso, obtenido de la metamorfosis de Ovidio, formado por dos jóvenes enamorados Aci y Galatea contrastando con el áspero Polifemo) representaba para Davide Livermore un verdadero reto. Actualizar el plot al día de hoy era muy fácil, y Livermore no se ha limitado a contar una historia plausible, sino que ha completado una operación inteligente de «doppio sdoppiamento» o doble separación, y ha tenido éxito amplificando la afectividad presente en el texto musical construyendo un interesante juego de relaciones entre humanos, hecho con bravura por tres mimos-actores, y provenientes del mundo animal (elegidos en base a estrictas citas del libreto) y precisamente un águila (Aci), una mariposa (Galatea) y una serpiente (Polifemo), visualizados de manera encantadora sobre cuatro pantallas, con una única abertura visual, al grado de comunicar el interior de la villa del siglo dieciocho destruida e inclinada (en la cual Livermore, encargado también de la escenografía, ambientó el evento) con la exuberante naturaleza circundante. Una lectura estimulante que ha encontró en Antonio Florio el justo conductor. Florio concertó con precisión y constante atención al respiro de la pagina händeliana. El fraseo nunca pareció frenético ni sin respiración y aunque La Cappella della Pietà de’ Turchini no estuvo exenta de fallas (las trompetas sobretodo) se puede decir que en conjunto se trató de una ejecución convincente, movida y fluida, y nunca seca o fría. Entre las voces la palma del mejor se debió a Sara Mingardo. La contralto veneciana cantó con propiedad estilística, timbre aterciopelado y conciencia del estilo patético o penoso. Su Galatea conmovió y tocó en lo más profundo. Ruth Rosique mostró una discreta coloratura aunque no siempre tuvo éxito para contralar la emisión. A su vez, con dificultades Antonio Abete, fue un Polifemo de timbre demasiado metálico, no al grado hacer la mejor faceta melancólica y doliente inherente al personaje. Su agilidad un poco imprecisa y hecha con legato insuficiente no le ha permitido un óptimo despliegue a fuego del complicado personaje.