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Thursday, March 5, 2020

Violenta di Korngold - Teatro Regio di Torino


Foto: Edoardo Piva

Renzo Bellardone

Alla vigilia della celebrazione del Giorno della Memoria, il Teatro Regio con elegante sensibilità , prima della rappresentazione sceglie di proporre un intervento condotto dal Sovrintendente  Sebastian Schwarz che intervista il direttore di Violanta, ovvero Pinchas Steinberg. Questi narra di aver scoperto la tragedia dell’olocausto a cinque anni, quando trova la mamma in lacrime e disperazione totale per aver scoperto dopo tempo, che la sua famiglia di cui aveva perso le tracce, era stata completamente distrutta in campo di sterminio, dalla furia nazista. Schwarz invece crea un filo d’unione tra olocausto, foibe e la situazione immigrati di oggi; parla poi di Korngold, l’autore ebreo di Violanta che lasciò la sua terra per sfuggire alle persecuzioni naziste, così come i deportati ed i perseguitati lasciano la loro terra per costrizione. Un atto unico, intenso sia musicalmente che drammaturgicamente che narra di una scura vicenda durante un carnevale a Venezia nel secolo XV. Tutto parte dal ricordo incombente di Violanta circa la sorella, suicida dopo la seduzione subita dal figlio del Re di Napoli. Le è in bilico tra l’amore per il marito e l’iniziale odio per Alfonso che andrà a tramutarsi in amore assoluto fino a salvarlo dalla spada del marito Simone cui lei, nel tempo dell’odio,  aveva chiesto di uccidere. Erich Wolfgang Korngold compose l’opera a soli diciassette anni su libretto di Hans Müller,   prima di espatriare ad Hollywood e di fatto divenire l’inventore delle musiched a film. 
In Violanta la musica è immediatamente coinvolgente, fin dall’ouverture dove una sorta di contemporanea solennità diviene incalzante nell’introdurre la vicenda. Alla Prima italiana, l’orchestra del Regio di Torino è diretta magnificamente da Pinchas Steinberg che sottolinea ogni sfumatura ed estrapola colorazioni e toni davvero avvincenti: le emozioni della tragicità avvinghiate a leggerezza sinfonica si dipanano in un evolversi di struggenti immagini e sensazioni. La magistrale regia di Pier Luigi Pizzi, abbandona l’amato colore bianco e sceglie il rosso quasi ad evocare bordelli di lusso anni venti. L’eleganza è innata in Pizzi e la riversa ariosamente anche in questa produzione che vede un enorme oblò a fondo palco da cui si intravedono gondole e si immaginano feste e tragedie! Annemarie Kremer è superbamente Violanta cui dedica il suo carisma naturale ed imprime  forte carica passionale che si evolve con la vicenda; con un bel fraseggio rende comprensibile il linguaggio tedesco e non si risparmia vocalmente. Il baritono Michael Kupfer-Radecky è il militare ruvidamente sospettoso nei confronti della moglie: bella timbratura e possente interpretazione. “Sterben wollt ich oft”, è l’aria che connota Norman Reinhardt, perfettamente in ruolo anche grazie alla sua notevole presenza scenica. Anna Maria Chiuri, nel breve ruolo della nutrice, espone il noto colore scuro e morbido al tempo stesso. Adeguato sicuramente tutto il cast, di ottimo livello. La Musica vince sempre.


Friday, January 31, 2020

Il matrimonio segreto –Teatro Regio Torino


Foto: Edoardo Piva
Renzo Bellardone
Per i melomani curiosi come me, è sempre importante, nel totale rispetto del libretto e della partitura, innovare ed attualizzare le ambientazioni di opere che …  triste a dirsi sono ormai un po’ polverose e nella versione originale, non attirerebbero certo un pubblico nuovo, indispensabile per il ricambio, per il bene dei teatri, per il bene della cultura e quindi della società.  L’opera compiuta da Pier Luigi Pizzi per la realizzazione di questo Matrimonio Segreto è per me encomiabile; con l’elegante colore bianco che contraddistingue la raffinatezza di Pizzi, spaccato dal metallo, dal giallo e dal rosso, ha realizzato tre ambienti comunicanti fra di loro che diventano un tutt’uno della scena. Ogni personaggio ha una sua porta da cui entrare, così com’è nelle abitazioni della realtà: ognuno ha la sua camera! Non è la prima volta che il Maestro si cimenta con l’ironico ed il comico, sfruttando appieno la sua vis comica. Imprime notevole movimento e non concede un attimo si tregua nell’azione; i costumi disegnati dallo stesso Pizzi sono vivaci e decisamente improntati a far divertite il pubblico. Caratterizza ogni personaggio dando una vera e propria personalità: Carolina, interpretata da Carolina Lippo con brio e verve non comuni è affettuosa e capricciosa: la sua interpretazione è brillante e dimostra un buon utilizzo dello strumento.
La sorella Elisetta incontra la buona vocalità, facile negli acuti ed una buona interpretazione di Eleonora Bellocci.  Il favoloso personaggio di Fidalma è affidato alla super star Monica Bacelli che avvezza ad ogni ruolo rende meravigliosamente  e comicamente il personaggio: circa la voce ogni commento è superfluo, in quanto anche in questo caso ha fornito una prova eccellente. Venendo alla parte maschile del cast ho ascoltato per la prima volta Alasdair Kent che nel ruolo di Paolino è risultato atletico, prestante, ma soprattutto ha esposto con finezza e chiarezza. Markus Werba ben conosciuto al pubblico torinese, ha ricoperto brillantemente il ruolo del conte Robinson con temperamento, bel colore ed il solito taglio elegante. IL personaggio comico per eccellenza dell’opera è Geronimo, affidato al collaudato Marco Filippo Romano che ha reso con brio, simpatia e vivacità esprimendo il solito tono possente e ben timbrato. L’orchestra del Teatro Regio ha dato il meglio di se sotto la bacchetta del giovane Nicolas Nägele che fin dall’inizio ha tenuto in pugno la partitura infondendo vigore, tempistica e soprattutto colori vivaci e brillanti.Apprezzabile la moderazione nell’utilizzo delle luci ed un plauso a Carlo Caputo, maestro al fortepiano. La Musica vince sempre.


Saturday, March 17, 2018

Nabucco - Teatro Coccia di Novara


Foto: Teatro Coccia di Novara

Renzo Bellardone

A volte nella vita si  ricercano oggetti, arredi che con la loro presenza ci rassicurino; così anche negli allestimenti teatrali, dove talvolta si esagera con gli elementi di scena, quando l’opera in sé contiene già tutti gli elementi per essere apprezzata! Il Nabucco di Pier Luigi Pizzi è sfrondata di tutto e lascia che la superba eleganza della semplicità, la faccia da padrone!

All’ouverture entra in scena un candelabro a sette braccia portato dai ballerini, che poi si affacciano, insieme al coro, sulla buca dell’orchestra e soddisfatti approvano con sguardi e sorrisi la direzione della stessa. L’essenzialità, anzi il minimalismo,  appaiono immediatamente quale dominante  elemento scenico del Nabucco che ci si appresta a vivere. La Musica è stupenda e senza attimi di tregua, viene diretta dalla direttrice Gianna Fratta  che  in totale femminilità esprime vigore e forza interpretativa con gesto molto ampio, chiaro e ben definito che esprime con attenzione e rigorosa puntualità. Marko Mimica è Zaccaria, il gran pontefice degli ebrei ed oltre a prestanza fisica esibisce con autorevolezza una voce possente e corposa timbricamente più che rilevante. Enkhbat Amartuvshin,  rivelazione di questa produzione,  interpreta il ruolo del titolo con potenza, armonia e colore con un fraseggio talmente chiaro da essere invidiato  da interpreti  di lingua madre italiana (sono certo che ne sentiremo parlare). La perfida Abigaille incontra Rebeka Lokar che emette una potentissima vocalità e grande facilità negli acuti ed incantevole nelle agilità che l’ha fatta apprezzare ancor più che in Turandot recentemente al Regio di Torino. Le coreografie di Francesco Marzola sono semplici ed essenziali, quindi ben attagliate all’insieme ed i costumi si avvalgono del nero e di un punto di rosso che ritroveremo anche in altri momenti.  Regia, scene, luci e costumi sono di Pier Luigi Pizzi che fa della ricchezza semplice e dell’essenziale prezioso i suoi punti di forza, riconfermandosi principe di eleganza e raffinatezza. Ismaele,  è Tatsuya Takahashi, che muovendosi con sicurezza  sul palco interpreta il nipote del re di Gerusalemma con voce curata ed interessante. Sofia Janelidze realizza Fenena con una bella timbricità e facilità nei cambi di registro che risulta gradevolmente vellutata anche nei toni più alti. Apprezzabili anche i ruoli minori: Anna, interpretata significativamente da Madina Karbeli, il gran Sacerdote dall’efficace  Daniele Cusari e Abdallo da Gjorgji Cuckovski   Il coro San Gregorio Magno  diretto da Mauro Rolfi ha offerto un ‘va pensiero’  decisamente commovente anche grazie alla scelta di Pizzi di farlo cantare a bordo palco con sipario nero alle spalle, eliminando ogni elemento che avrebbe potuto risultare ‘di troppo’ rispetto alla scrittura amata da tutto il mondo. La Musica vince sempre


Friday, December 11, 2015

Alceste de Gluck en el Teatro La Fenice

Foto: Michele Crosera

Francesco Bertini

Entre las novedades de calidad en la temporada lirica del Teatro La Fenice de Venecia se encuentra Alceste de Christoph Willibald Gluck. Nunca antes representada en la ciudad lagunera, donde por el contrario se han ofrecido varias producciones de Orfeo y Euridice, la ópera es la segunda de la llamada “reforma gluckiana” que constituye  el verdadero y propio manifiesto de las intenciones del músico y libretista.  Además de las vastas dimensiones de sus composiciones, nutridas de diversas obras vocales, están las características ligadas a su misma forma de trabajo: los recitativos, y las arias ceden el paso a estructuras más amplias que motivan las características expresas de Gluck en el prefacio de la primera edición editada de la partitura. Alceste es la absoluta protagonista de la opera y en los notables dotes vocales requeridos se asoma una intensa fuerza dramática. Carmela Remigio buscó redimensionar algunos límites vocales con la habilidad escénica y la expresividad física, el volumen reducido, algunas tensiones en el agudo y un cierto aire en la emisión que comprometieron el resultado cuidadoso de la parte. De la astuta artista que es, la soprano apuntó al fraseo que busca con evidente escrupulosidad, evidenciar las tensiones psicológicas de la mujer. El rey Admeto tuvo en el tenor Martin Miller un intérprete atento a la palabra, en los límites de una dicción ocasionalmente oscura, y estuvo en serias dificultades en lo que se refiere a la entonación y a las exigencias de la escritura. Los dos confidentes, Evandro e Ismene, les fueron confiados respectivamente a Giorgio Misseri y a Zuzana Marková. El primero captó la dimensión ideal en el estilo del siglo 18, y la segunda hizo valer el timbre agradable y una extensión dúctil. Funcionales estuvieron Armando Gabba, un oráculo y un pregonero, y Vincenzo Nizzardo, Gran Sacerdote de Apolo y Apolo.  Desenvueltos estuvieron también las dos jóvenes pertenecientes a los pequeños cantores venecianos, Ludovico Furlani como Eumelo y Anita Teodoro como Aspasia en los papeles de los hijos de la pareja real.  Optimo fue el trabajo desarrollado por Guillaume Tournaire, atento concertador a los colores y la sonoridad del tipo del aspecto coral de la partitura. La orquesta de la fundación veneciana respondió óptimamente a las indicaciones del director.  A la par estuvo el coro, fundamental en la obra de Gluck, preparado con atención por Claudio Marino Moretti. La dirección, escenografía y vestuarios estuvieron a cargo completamente por Pier Luigi Pizzi que privilegió el estilo neoclásico, mientras que la iluminación fue de Vicenzo Raponi.  A las sobrias pero imponentes partes visuales de gran impacto, se contrapuso una idea de dirección débil, muy estática y alejada. El fuerte corte estético, determinado por el uso del blanco y el negro cristalizó con el transcurrir de la función en un marco arquitectónico de arcaica belleza e imponencia. El público tributo un óptimo aplauso a la producción. 

Alceste di Gluck - Teatro La Fenice, Venezia

Foto: Michele Crosera

Francesco Bertini

Tra le novità di pregio della stagione lirica al Teatro La Fenice di Venezia, vi è l’Alceste di Christoph Willibald Gluck. Mai approdata nella città lagunare, dove, al contrario, si sono susseguite varie produzioni di Orfeo ed Euridice, l’opera è la seconda della cosiddetta “riforma glukiana” ma costituisce il vero e proprio manifesto delle intenzioni di musicista e librettista. Oltre alle vaste dimensioni della composizione, che vede impegnata una nutrita compagine vocale, vi sono le caratteristiche legate alla forma stessa del lavoro: i recitativi e le arie cedono il passo a strutture più ampie le quali motivano le caratteristiche espresse da Gluck nella prefazione alla prima edizione a stampa della partitura. Alceste è assoluta protagonista dell’opera poiché alle notevoli doti vocali richieste si assomma una intensa forza drammatica. Carmela Remigio cerca di ridimensionare alcuni limiti vocali con l’abilità scenica e l’espressività fisica: il volume ridotto, qualche tensione in acuto e una certa ariosità nell’emissione pregiudicano la resa accurata della parte. Da avveduta artista qual è, il soprano investe sul fraseggio che cerca, con evidente scrupolosità, di evidenziare le tensioni psicologiche della donna. Il re Admeto trova nel tenore Marlin Miller un interprete attento alla parola, nei limiti della dizione saltuariamente oscura, ma in seria difficoltà per quanto attiene l’intonazione e le esigenze della scrittura. I due confidenti, Evandro e Ismene, sono affidati rispettivamente a Giorgio Misseri e Zuzana Marková. Il primo coglie la propria dimensione ideale nello stile settecentesco, la seconda fa valere il timbro piacevole e l’estensione duttile. Funzionali Armando Gabba, Un oracolo e Un banditore, e Vincenzo Nizzardo, Gran Sacerdote d’Apollo e Apollo. Disinvolti anche i due fanciulli, appartenenti ai Piccoli Cantori Veneziani, Ludovico Furlani, Eumelo, e Anita Teodoro, Aspasia nei panni dei figli della coppia reale. Ottimo il lavoro svolto da Guillaume Tournaire, concertatore attento ai colori e alle sonorità specie dell’aspetto corale della partitura. L’orchestra della fondazione veneziana risponde ottimamente alle indicazioni del direttore. Al pari del Coro, fondamentale nel lavoro gluckiano, preparato con attenzione da Claudio Marino Moretti. Regia, scene e costumi sono curati interamente da Pier Luigi Pizzi che predilige lo stile neoclassico, mentre l’illuminazione è affidata al light designer Vincenzo Raponi. Alla parte visiva sobria ma imponente e di grande effetto, si contrappone un’idea registica debole, troppo statica e distaccata. Il forte taglio estetico, determinato dall’utilizzo del bianco e nero, cristallizza lo scorrere della vicenda in una cornice architettonica di arcaica bellezza e imponenza. L’accoglienza del pubblico tributa un ottimo successo alla produzione. 

Saturday, January 21, 2012

La Stagione Lirica 2011/12 della Fondazione Teatro delle Muse

ANCONA
TEATRO DELLE MUSE
Stagione Lirica 2011/12

venerdì 27 gennaio ore 20.30, domenica 29 gennaio 2012 ore 16.00

LE NOZZE DI FIGARO
musica di Wolfgang Amadeus Mozart
dramma giocoso in quattro atti
poesia di Lorenzo Da Ponte (1785/1786)
interpreti principali Carmela Remigio, Alessandro Luongo, Riccardo Novaro, Adriana Kučerová, Giacinta Nicotra
direttore Guillaume Tourniaire
regia, scene, costumi Pier Luigi Pizzi
nuovo allestimento Fondazione Teatro delle Muse
FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”
Maestro del coro, Simone Baiocchi

sabato 18 febbraio 2012 ore 21.00
Premio Internazionale “Franco Corelli”
Recital di PAOLO FANALE
FORM - Orchestra Filarmonica Marchigiana
direttore Carla Delfrate
musiche di Gaetano Donizetti, Wolfgang Amadeus Mozart, Charles Gounod, Giuseppe Verdi

sabato 25 febbraio 2012 ore 21.00
Concerto di LUIGI PIOVANO, violoncello - ANTONIO PAPPANO, pianoforte
musiche di Giovanni Battista Cirri, Ludwig van Beethoven, Giuseppe Martucci, Johannes Brahms
in collaborazione con gli Amici della Musica “Guido Michelli”
venerdì 23 marzo 2012 ore 21.00

SINFONIA N. 9
in re minore op. 125
musica di Ludvig van Beethoven
direttore Hubert Soudant
FORM - Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”
Maestro del coro, Simone Baiocchi
sabato 21 aprile ore 20.30, domenica 22 aprile 2012 ore 16.00

IL LAGO DEI CIGNI
musica di Piotr Iľjič Čajkovskij
Balletto Accademico di Stato di San Pietroburgo
fondato da Leonid Jacobson
coreografia di Marius Petipa e Lev Ivanov
direttore Mikhail Gertz
FORM - Orchestra Filarmonica Marchigiana

INFO BIGLIETTERIA 071 52525 biglietteria@teatrodellemuse.org






Monday, August 8, 2011

La Creación impaciente de Pizzi innova al teatro musical - Così fan tutte, Sferisterio Opera Festival 2011, Macerata

Fotos cortesía: Sferisterio Opera Festival 2011, Macerata

Renzo Bellardone

Teatro Lauro Rossi 24 luglio - ore 21.00. Così fan tutte. Musica de Wolfgang Amadeus Mozart. Libretto de Lorenzo da Ponte. Director musical: Riccardo Frizza. Dirección escenica, producción y vestuarios: Pier Luigi Pizzi. Iluminación: Vincenzo Raponi. Grupo en escena: Banda "Salvadei" Orquesta: Fondazione Orchestra Regionale delle Marche. Coro: Coro Lirico Marchigiano "V. Bellini" Maestro del Coro: David Crescenzi. Fiordiligi: Carmela Remigio Dorabella: Ketevan Kemoklidze. Guglielmo: Andreas Wolf. Ferrando: Juan Francisco Gatell
Despina Giacinta Nicotra. Don Alfonso: Andrea Concetti.

Construido en 1772 el Teatro Lauro Rossi de Macerata –un verdadero y precioso cofre- albergó en esta velada una joya de la opera mundial, la casi coetánea y mozarteana opera ‘Così fan tutte’ en una de las más bellas, y seguramente las más animada y refinada producción escénica vista. Viriles y camaradas o femeniles y cómplices, burlones y brillantes bromas, todo ello tomo vida en un espacio luminoso, en una hermosa residencia junto al mar, sobre unas rocas y una barca de remos sobre la arena. El “amado” blanco de Pizzi resaltó en los muros de la casa, en las persianas, en las tiendas de playa, sobre la escalera que llevaba a la playa, en el jardín de la terraza; y fue interrumpido únicamente por el verde de los limoneros y por el amarillo de algunas frutas. El único elemento de definición fueron las esenciales rejas de fierro. Si el elemento escenográfico fue la luminosidad el artístico fue indudablemente el movimiento ya que se realizaron precipitadas corridas por las escaleras, ejercicios y flexiones, caídas y gestualidades del teatro de prosa, todo al límite de lo acrobático. Los sujetos participantes en esta puesta en escena demostraron una bravura poco común, pero sobre todo se manifestó la sensibilidad de investigador de Pizzi, que con el tiempo encuentra aún más llaves de lectura. Con esta dirección escénica, Pizzi dio un cambio al teatro de tradición innovándolo, pero no con una re visitación forzada como en ocasiones se ve, si no con la simplicidad de lo esencial y de lo actoral. El telón, de una casi impalpable y ligeramente transparente tela blanca, fue teatralmente bajada por Andrea Concetti, que encarnando el personaje de Don Alfonso, y apareció por el ángulo izquierdo del escenario desde la obertura, y casi como en una novela de la comedia de arte, inició a dialogar con mímica con la orquesta y con el público.

El bajo hizo gestos y se vio despreocupado sin ser nunca un vejete; y su voz estuvo adaptada el papel con timbre pulido y profundo y de claro fraseo con el que dio al personaje una llave de insólita lectura que se proclamó en el ‘…cosi fan tutte..’  El toque de dirección del paraguas rojo llevado por Concetti, coadyuvó a entrar en el espíritu burlesco de un Don Alfonso, más sosegado que diabólico. Las luces diseñadas por Vincenzo Raponi pasaron de la transparencia del brillante blanco, al desvanecido y luminoso azul y ofuscado, que envolvió en uno mismo a la platea con el escenario. La luz fue una protagonista junto con las voces.  La Dorabella de la chispeante Ketevan Kemoklidze tuvo un timbre pleno y redondo, siempre insinuante que no desilusionó aun en la parte más alta de la línea musical, y fue tan convincente como amante fiel, como cuando velozmente mutó hacia el objeto de sus más íntimos deseos en ‘Smanie implacabili..’ o cuando cantó con suave y espiritosa voz ‘..E’ amore un ladroncello..’ El personaje de Fiordiligi le fue confiado a una indiscutible Carmela Remigio, de presencia escénica, timbre cristalino, vivaz lirismo, que divirtió y apasionó pintando en el aire con colores definidos y brillantes, los variados momentos de ecléctica expresividad. Al final, resulta muy fácil hablar de brillantez cristalina y de arcoíris acuarela entre una sonrisa y un capricho. Alternativamente con vestidos blancos que significan “pureza y amor” y en rígido negro de “duelo y desesperación” y juegos vocales entre notas altos y bajas, las dos intérpretes regalaron gratos momentos de interpretación, sin desdeñar suspiros, estupores y alegres divertissements. La Orchestra regionale delle Marche fue dirigida por Riccardo Frizza quien con un paso equilibrado puso atención en el foso, del que supo recabar toda el brío de la partitura haciendo resaltar la italianidad del libreto a través del cuidado del escenario.

La reducida cantidad de los miembros del grupo encontró momentos de gran belleza aun en los concertantes y en los recitativos, que fueron acompañados por el clavecín y el violonchelo. El coro preparado por David Cresenzi fue colocado en el fondo de las plateas materializando el sonido de las “voces fuera del campo” en ‘Bella vita militar…’. Los dos personajes de los amantes fueron confiados a los jóvenes y atléticos Andreas Wolf, el barítono que dio voz a Guglielmo y por el tenor argentino Juan Francisco Gatell quien interpretó a Ferrando. También para ellos, el canto mozarteano fue más inaccesible de lo que pudiera parecer escuchándolo de una manera superficial. Además, ambos comenzaron a cantar después de hacer un buen número de movimientos y contorsiones en el suelo y de dar brincos atléticos entre las rocas.  Gatell es definido por derecho, como uno de los mejores intérpretes en el panorama de los tenores jóvenes. Preciso y límpido en su canto, emitió con agraciada agilidad. Wolf posee los dotes vocales de un bajo profundo que le permiten aspirar a roles de más fuerza y tenebrosa pasión, sin embargo, supo modular acercándose a una vocalidad de barítono ligero, como lo hizo con en este papel. Ambos cautivantes y bien compenetrados con sus papeles, jugaron con movimientos y con la voz en una carrera en la que ambos resultaron a la par de vencedores. Naturaleza y espontaneidad, sinergias activas y un serio trabajo de construcción fueron las características de los intérpretes. Cultura teatral y refinado gusto es lo que distinguió a la producción de Pier Luigi Pizzi, quien continúa en la búsqueda de la percepción y la sensibilidad sin sombras, unido también a la genial y pura arquitectura de este ‘Cosi fan tutte’ que inevitablemente permanecerá en las mentes. ¡La Música vence siempre!

Con Ballo in Maschera Pizzi reinventa a Pizzi - Sferisterio Opera Festival 2011, Macerata

Foto: Sferisterio Opera Festival 2011, Macerata.

Renzo Bellardone

Sferisterio di Macerata 22 de julio del 2011. UN BALLO IN MASCHERA. Libreto de Antonio Somma Musica de Giuseppe Verdi. Director: Daniele Callegari. Dirección escenica, producción, vestuarios: Pier Luigi Pizzi. Diseño de luces: Sergio Rossi. Maestro del coro Davide Crescenzi Coreografía: Roberto Maria Pizzuto. Riccardo Stefano Secco Renato Marco di Felice Amelia Viktoria Chenska Ulrica Elisabetta Fiorillo Oscar Gladys Rossi Silvano Alessandro Battiato Samuel Antonio Barbagallo Tom Dario Russo Un juez Raoul d’Eramo Un sirviente de Amelia Enrico Cossutta

Pier Luigi Pizzi quien llegó a Macerata por “Destino” y ha sido un buscador de siempre de la “Libertad”, en su sexta dirección artística propuso una realización que si bien dista de la arquitectura a la que nos tiene acostumbrados, mantiene la constante de la refinada elegancia, que sorprendió sin perturbar, con uno de los títulos de repertorio. El título de la temporada “Libertad y Destino” explica y motiva tanto a los títulos en cartelera como a la elección de las producciones, al menos en lo que respecta a la primera obra propuesta que fue “Un Ballo in Maschera” Con nada estereotipado y ninguna auto mención, pero si como un atento buscador, Pizzi utilizó instrumentos de lo cotidiano y los puso a disposición de la historia de siempre sobre un escenario fijo, de una plataforma con elementos modernos que cambiaban de escena a escena. Sobre el célebre muro, se proyectaron textos, en un sepia tenue, en tres pantallas, una central en “primer plano” mientras que en dos pantallas más, en ambos lados del escenario se realizaban idénticas proyecciones, en la que se sobreponían las escenas de la obra con los detalles de la propuesta. Las transmisiones se realizaron por medio de tres cameras de televisión de las cuales dos se ubicaron sobre el escenario y cuyos camarógrafos se convirtieron en integrantes de la escena. 

El predilecto color blanco del ecléctico Pizzi dejo su lugar a colores más vivos como el de los vestuarios del coro femenil que esperaba las predicciones del personaje de Ulrica, quien en un vistoso color fucsia fue interpretada por la aplaudida Elisabetta Fiorillo, quien resultó ser creíble en los tonos más altos y muy oscura y amenazante, así como inquietante en los más profundos.  El conde Riccardo hizo su entrada a la escena y el abandono “en un dos por tres” en un Cadillac rojo. Este papel fue encomendado a Stefano Secco, quien sin efectos especiales supo ser constante y convincente con su cálida emisión, en la profesión del amor y con ostentosa seguridad de sí mismo dentro de su inconsistencia. El coro lirico marchegiano “V. Bellini” dirigido por Davide Crescenzi que oportunamente (en la escena del cementerio) eligió colocar a los bajos y a los barítonos en lados opuestos al tenor, y fue incisivo desde el inicial ‘Su profetessa monta il treppiè’ hasta el final ‘Dunque vedermi vuoi’ interactuando muy bien con la Banda Salvadei dirigida por Roberto Maria Pizzuto. La orquesta Regionale della Marche fue conducida por Daniele Callegari quien realizó una lectura suavizada y de registro tenue que se convirtió en muy lírica cuando el violín introdujo el dueto que antecede al baile, o en los solos para violonchelo y arpa.  Llamada de último minuto por elección artística, Viktoria Chenska superó la exigente prueba con algunas dificultades justificables y comprensibles, aunque de todas maneras convenció, como en la dramática romanza del tercer acto ‘Morrò, ma prima in grazia..’ Fue una valida actriz aun cuando tuvo que atravesar por la niebla de la ciudad con la cara descubierta caminando entre tranques de gasolina abandonados, neumáticos de autos abandonados, entre hombres que buscaban hombres y mujeres en busca de mujeres, tanques oxidados y drogadictos que se inyectaban drogas. Tanto esta como las otras escenas contaron con un sugestivo rayo de luz diseñado por Sergio Rossi.

El barítono Marco di Felice hizo el personaje del amigo/enemigo Renato, difícil papel que fue “afrontado” con una manear viril y con decisión, aunque hubo alguna discontinuidad en el parte del hombre que se imagina traicionado por la mujer y por el amigo. Silvano el marinero fue interpretado por el buen barítono Alessandro Battiato, con una voz firme de grato color y relevante presencia. Antonio Barbagallo –Samuel-, Dario Russo –Tom-, Raoul d’Eramo –un juez- y Enrico Cossutta – sirviente de Amelia-, se mostraron de acuerdo y bien colocados cada uno con su papel. El personaje de Oscar el paje, como en toda la función que se realizó dentro de la osada actualización contemporánea de Pizzi, que incluyó uniformes militares, elementos post modernos, lucidas capas, faros, antorchas y motocicletas; fue logrado por una confiable colaboradora de largo vestido rojo y sobresaliente voz, que fue Gladys Rossi, quien desde la canción del primer acto ‘’Volta la terrea..’ para continuar en ‘Di che fulgor, che musiche..’ así como en todos los momentos posteriores, fue decididamente el papel más convincente por su voz cristalina y bien modulada, con la que supo extraer de su tableta de colores solo los más claros. Después de 36 años de ausencia del Sferisterio, el titulo verdiano retornó en el 150 aniversario de la unidad italiana para honrar a Giuseppe Verdi compositor y hombre del Resurgimiento italiano, quien por su coherente fidelidad al mensaje y porque no le huyó al destino, buscó siempre la libertad. ¡Al final, la música vence siempre!

Wednesday, July 20, 2011

Entrevista con el famoso director italiano Pier Luigi Pizzi

Foto: Pier Luigi Pizzi, Teatro Lauro Rossi

Renzo Bellardone

El director de escena, escenográfo y creador de vestuarios Pier Luigi Pizzi, nació en Milán donde realizó sus estudios de arquitectura y recibio lecciones de teatro de Giorgio Stehler. Desde 1951, Pizzi ha participado como escenografo en mas de 300 espectáculos al lado de diversos directores de escena en los teatros y festivales mas importantes del mundo. En el 2006, Pizzi fue nombrado director artístico del “Sferisterio Opera Festival” de Macerata, Italia. El maestro Pizzi aceptó amablemente hacer esta breve entrevista.

Maestro Pizzi ¿Me permitiría comenzar esta entrevista de modo gracioso? Recorriendo su larga carrera uno se da cuenta que usted es director de escena, escenográfo, diseñador de vestuario. Después, buscando su fecha de nacimiento descubrimos que usted nació bajo el signo de géminis, que de acuerdo a la astrología es el signo dominado por el aire, por la fantasía, y esta caracterizado por un inteligente y creativo dinamismo, por ello, no debería sorprendernos que en las librerías se encuentre un libro con un titulo intrigante como “La Creación Impaciente” presentado justo el día de su cumpleaños. ¿Qué nos puede decir al respecto?

Es un libro que me ha gustado mucho porque el autor Pierfrancesco Giannangeli ha podido, por medio de una feliz síntesis, recorrer mi larga carrera en el teatro de prosa, que esta menos documentada que aquella que esta ligada al teatro lírico. En la gestación del libro, he podido abrir los cajones de un archivo olvidado para revivir veinte años de un viaje iniciado y que poco a poco ha dado cuerpo a tantas memorias, lugares, episodios, ocasiones, amigos; todo ello hecho con felicidad y sin tristeza.

En el Festival Sferisterio de Macerata cumplirá este año su sexta temporada como director artístico, y además, como director de escena, escenográfo y vestuarista firmará la puesta en escena de Cosi Fan Tutte y Un Ballo in Maschera. ¿Estas dos operas inspiraron el titulo de la temporada “Libertad y Destino?

Es más bien lo contrario. La elección de las operas nace siempre del tema.

Sus realizaciones escénicas – que son funcionales para la dirección escénica- además de ser elegantes y esenciales cuentan con elementos en los que resalta la arquitectura, y buscan siempre la “belleza pura” Además de la sólida técnica ¿cuenta de espiritualidad contienen sus realizaciones?

Desde hace años sostengo mi trabajo en un teatro ético, por ello quiero decir que la espiritualidad esta en el centro, y que no excluye la búsqueda estética.
En la dirección escénica de sus obras existe siempre mucho respeto hacia los compositores, hacia los músicos y hacia los cantantes, pero mas allá de ello, ¿Qué parte ha jugado la música en su vida?

Estoy convencido que el respeto es necesario y fundamental. Respecto a la música no puedo imaginarme una vida que pueda esta privada de ella.

Maestro Pizzi creo que todos tenemos algún sueño por realizar, por ello, y a pesar de todas sus realizaciones que se han materializado y tantos reconocimientos que ha obtenido ¿tienes usted algún sueno que quisiera confesar?

No tengo solo un sueño, tengo cien mil y en lo que me resta de vida espero aun poder realizar alguno.

Ahora que estamos cerca del inicio del festival Sferisterio 2011 ¿podría anticiparnos algo respecto a la “paciente o impaciente” creación de sus operas en cartelera para este año?

La programación de la sexta edición del Sferisterio Opera Festival prevé la inclusión de dos operas verdianas en la Arena Sferisterio, que serán un Ballo in Maschera y Rigoletto, este ultimo en coproducción con la Fondazione Pergolesi Spontini de Jesi y el Circuito Lírico Lombardo, así como una velada de ballet en colaboración con Civitanova Danza, como parte del proyecto Danza all’Opera que tendrá como protagonista a Svetlana Zakharova.

En el Teatro Lauro Rossi, tendremos Così fan tutte en coproduccion con la Fondazione Teatro delle Muse di Ancona y la Festa Monteverdiana con Anna Caterina Antonacci. El tiempo de Mahler en el Cineteatro Italia celebra el centenario del gran compositor, y la apertura del festival el 22 de Julio se la hemos confiado a Massimo Cacciari que nos explicará que significado tiene para el, el tema de este año “Libertad y destino”.

Maestro Pizzi le agradezco la cortesía de haber aceptado esta entrevista y por la gentileza de sus respuestas. Saludándolo no me resta mas que expresarle toda mi admiración por su actividad artista, con un hasta pronto ya que nos veremos en el Sferisterio 2011 de Macerata en “Libertad y Destino”







Tuesday, July 5, 2011

Intervista: Pier Luigi Pizzi alla sua sesta stagione come direttore artistico allo Sferisterio Opera Festival di Macerata

Foto: Pierluigi Pizzi durante le prove di Un Ballo in Maschera; Sferisterio-  Sferisterio Opera Festival Macerata.

Renzo Bellardone

Regista, scenografo e creatore di costumi, Pier Luigi Pizzi è nato a Milano, dove ha compiuto i suoi studi di architettura e ricevuto la lezione teatrale di Giorgio Stehler. Come scenografo Pizzi dal 1951 ha partecipato ad oltre 300 spettacoli accanto a diversi registi nei più importanti teatri e festival del mondo.  Nel 2006 Pizzi è stato nominato Direttore Artistico dello "Sferisterio Opera Festival" a Macerata.

Maestro Pizzi,  mi permette di iniziare l’intervista in modo scherzoso? Ripercorrendo la Sua lunga carriera si evidenzia che Lei è regista, scenografo, costumista……poi andando a ricercare la Sua data di nascita si scopre che Lei è nato sotto il segno dei gemelli, che secondo l’astrologia è il segno dominato dall’aria, dalla fantasia e caratterizzato da intelligente dinamismo creativo: non ci si deve quindi stupire, se in libreria si trova il libro dal titolo intrigante ‘La Creazione Impaziente’, presentato proprio il giorno del suo compleanno…ce ne vuole parlare?

E’ un libro che mi è piaciuto perché l’autore Pierfrancesco Giannangeli ha saputo con felice sintesi ripercorrere la mia lunga carriera nel teatro di prosa, meno documentata di quella legata al teatro lirico. Nella gestazione del libro ho potuto, aprendo i cassetti di un archivio sterminato, rivivere dall’esordio a vent’anni tutto il viaggio iniziatico e via via dar corpo alle tante memorie sedimentate: luoghi, episodi, volti, amici, ma con felicità e senza patetismi.

Allo Sferisterio di Macerata quest’anno firma la sua sesta stagione come direttore artistico, mentre come regista, scenografo e costumista firma gli allestimenti di ‘Così fan tutte’ ed ‘Un ballo in maschera’. Sono queste due opere che hanno ispirato il titolo della stagione: ‘Libertà e destino’?

E’ piuttosto il contrario. La scelta delle opere nasce sempre dal tema.

Le Sue realizzazioni scenografiche –funzionali alla regia - sono sempre elegantemente essenziali e con elementi che assurgono a firma; le Sue architetture ricercano sempre ‘la pura bellezza’. Oltre a salda tecnica, quanta parte ha la spiritualità nelle sue realizzazioni?

Quando sostengo da anni il mio impegno per un teatro etico, voglio dire che la spiritualità sta al centro, il che non esclude la ricerca estetica.

Nella regia dei Suoi lavori c’è sempre molto rispetto per gli autori, per i musicisti e per i cantanti; al di là della Sua professione, che parte ha avuto la Musica nella Sua vita?

Sono convinto che il rispetto sia necessario, fondamentale. Quanto alla Musica non so immaginare una vita che ne sia priva.

Le Sue scelte esaltano la raffinatezza dell’insieme anche attraverso la scelta dei colori, grazie al fatto che nel Suo caso è sovente un’unica mente, un’unica anima ed un’unica mano che firmano l’opera. La scelta dei colori la effettua maggiormente sulla base della narrazione oppure privilegia le sensazioni che la partitura Le trasmette?


Non c’è niente di sistematico nell’utilizzazione dei colori in scena. Le scelte cromatiche dipendono da tante motivazioni, non necessariamente le stesse.


Maestro Pizzi, credo che tutti abbiamo un sogno nel cassetto, quindi nonostante tutti le realizzazioni concretizzate, gli apprezzamenti e riconoscimenti ottenuti, credo che anche Lei abbia ne abbia uno: ce lo vuole confessare?

Non ho un sogno nel cassetto, ne ho centomila: per quel che mi resta da vivere spero di realizzarne ancora qualcuno.

Ora siamo alle anticipazioni: ci può raccontare qualcosa, in anteprima, circa la ‘paziente o impaziente’ creazione delle Sue opere in cartellone allo Sferisterio 2011?

La programmazione della sesta edizione dello Sferisterio Opera Festival prevede due opere verdiane all’Arena Sferisterio, Un ballo in maschera e Rigoletto, quest’ultimo in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e Circuito Lirico Lombardo e una serata di balletto in collaborazione con Civitanova Danza, per il progetto Danza all’Opera, che avrà come protagonista Svetlana Zakharova. Al Teatro Lauro Rossi, Così fan tutte in coproduzione con la Fondazione Teatro delle Muse di Ancona e Festa Monteverdiana imperniata su Anna Caterina Antonacci. Il tempo di Mahler al Cineteatro Italia celebra il centenario del grande musicista. L’apertura del festival è affidata il 22 luglio a Massimo Cacciari che spiegherà per noi cosa significano per lui il tema di quest’anno Libertà e destino.

Maestro Pizzi, La ringrazio per la cortesia di aver accettato questa intervista e per la gentilezza delle sue risposte. Salutandola non mi resta che esprimerle tutta l’ammirazione per la Sua attività artistica, con un arrivederci a Macerata, allo Sferisterio 2011 per ‘Libertà e destino’.














Monday, June 20, 2011

L´incoronazione di Poppea - Maggio Musicale Fiorentino

Foto: Maggio Musicale Fiorentino

Massimo Crispi
L’incoronazione di Poppea con una corona d’oro falso.

Io adoro l’incoronazione di Poppea. Per me è il paradigma del melodramma, un libretto perfetto, letterariamente autonomo, pieno di concetti e di poesia, un libretto che descrive un mondo antico, metafora di un mondo contemporaneo, talmente universale da essere valido ancora oggi. Gli spunti per una messa in scena sono davvero infiniti, suggeriti a ogni piè sospinto dai versi di Busenello, si opti per una messa in scena tradizionale o un’altra rivoluzionaria, ma il valore dei versi è lì, versi che hanno una tale potenza da schiacciare qualsiasi deriva personale, qualsiasi audacia esibizionistica da parte di un regista. La forza del libretto, e di conseguenza della messa in musica di Monteverdi che, alternando recitativi, concitati, ariosi in un mélange straordinario e affascinante di sensualità, di quel libretto esalta i pregi e i virtuosismi idiomatici, fa apparire inutile qualsiasi travisamento. Per una messa in scena, diciamo così, almeno corretta, forse bisognerebbe studiarselo bene, questo libretto, forse bisognerebbe aver chiari i rimandi poetici e retorici, nonché culturali, che c’erano nella Venezia del 1642, anno del debutto dell’opera del divino Claudio. Non sembrava per nulla, se non ogni tanto, a tratti, che questo fosse avvenuto nella recita fiorentina, nell’ambito del Maggio Musicale, ripresa di uno spettacolo già eseguito a Madrid, operazione affidata a due grandi vati del teatro musicale barocco, o, almeno, considerati tali da molta critica musicale e teatrale, come Pier Luigi Pizzi e Alan Curtis.  Come si fa a rendere noiosa L’incoronazione di Poppea? Basta, appunto, non prendere in considerazione le mille sfaccettature del libretto, fonte inesauribile d’idee registiche e interpretative per dei cantanti-attori accorti e consapevoli. Ma quanti lo erano davvero in questa messa in scena? Neanche la lussuosa Susan Graham, che pure io adoro in altri repertori, mi ha convinto fino in fondo come Poppea, pur se dotata di voce affascinante. Era come se quasi tutti gli artisti coinvolti fossero distratti: come, per esempio, nel caso di Ottone, interpretato da Anders Dahlin. Ottone dovrebbe arrivare di sottecchi, da un esterno, da un buio notturno, che poi è il buio della sua anima, oscurata dal suo non più corrisposto, se mai lo è stato, amore per Poppea. Invece Pizzi, autore anche dei costumi, parecchio discontinui, lo fa arrivare vestito come un manovale albanese che ha smarrito la fermata dell’autobus che dovrebbe portarlo al suo posto di lavoro o alla festa degli emigranti: “scusate, ma che ci faccio davanti alla casa di Poppea, io dovevo andare in un’altra opera in un altro teatro!” Orrendo costume, uguale per tutta l’opera, che ci dimostra che anche un grande e acclamato decoratore, almeno così era noto Pizzi, può commettere degli errori grossolani. Non parliamo poi del cantante… un disastro vocale, con dei suoni inventati che nel passaggio dalla voce vera, la sua parte migliore, al falsetto si sgranavano sguaiati senza alcun senso musicale e scenico. Possiamo sapere come e, soprattutto, con che criteri è stato scelto un artista così? E non è una particina di sfondo, Ottone. La magia del canto disperato di Ottone, che apre l’opera, si dovrebbe svolgere nel buio notturno, o in un crepuscolo mattutino che annuncia un’alba ancora non ancora vicina. Guarda le stelle, Ottone, si lamenta col cielo della sua sventura, con preziosi sottintesi galileiani e copernicani nascosti nei versi. Alla Pergola, invece, tutto era illuminatissimo e non si capiva come facesse Ottone a non accorgersi dei due soldati di Nerone dormienti: ci passava e ripassava accanto così tante volte che la reazione di chi assisteva avrebbe potuto essere: ma sei ciucco dalla sera prima che non li vedi? Poi, a un certo punto, siccome il libretto dice che ci sono due soldati, Ottone mostra di notarli. Insomma, non proprio un grande inizio. Ma gli sfondoni registici già iniziavano dal prologo, colla presentazione delle tre figure retoriche della Fortuna, Virtù e Amore. A parte il brutto costume leopardato (che, giuro, sembrava comprato su una bancarella di cinesi), di Fortuna, una anche vocalmente poco convincente Serena Malfi (pure nel ruolo di un Valletto ugualmente poco convincente), era proprio la relazione tra le tre che appariva casuale, con movimenti scenici abbastanza ridicoli e impropri. Virtù era Anna Kasyan, di discreta voce e presenza scenica (successivamente anche Pallade, alla quale forse gli elettricisti si sono dimenticati di accendere una luce), castigatissima con una palandrana nera, e Amore era Francesca Lombardi Mazzulli, con in braccio un bambino equipaggiato di chiome bionde e freccia… perché? Sembrava una mamma con bambino (Venere? La Madonna del Divino Amore, appunto?) o forse un ventriloquo col suo pupazzo. Non è Venere il personaggio: è Amore, Eros, il di lei figlio. Le tre erano poste, come spesso Pizzi usa fare, su tre distinte pedane animate da mimi nerovestiti che si contorcevano per muoverle sulla scena. Visto e rivisto, e pure non molto efficace in uno spazio ristretto come quello, passiamo avanti. I due pretoriani di Nerone (Juan Sancho e Nicholas Phan, quest’ultimo anche Lucano, voce interessante), risvegliatisi dal torpore, a un certo punto decidono di mimare atti sessuali per rimarcare didascalicamente ciò che Nerone stava facendo nell’alcova con Poppea.

Cui prodest? Non è scritto e neanche sottinteso nel testo… A parte il fatto che i due soldati dovrebbero spiegare al pubblico un antefatto e per questo si dovrebbero rivolgere direttamente agli astanti per renderli partecipi della vicenda. E invece no, scherzano tra loro e basta, e per finire mimano un atto sessuale utilizzando le spade come membro virile. Le attività omoerotiche invadono, senza alcuna ragione, il duetto tra Nerone e Lucano. Anche perché nel testo non esiste alcun appiglio, nonostante Pizzi affermi il contrario, ripetutamente e con convinzione, nella sua intervista sul programma di sala. Ci dispiace per le ossessioni senili di Pizzi ma i due dovrebbero cantare le lodi di Poppea, secondo Busenello, che non fa nessun riferimento, sottinteso o esplicito, ad atti omoerotici. Macchè, un certame poetico tra i due, peraltro con evidenti parodie di stili poetici precedenti, dallo stilnovismo al petrarchismo, è troppo scontato, avrà ragionato il regista. E allora inventiamoci una scena dove Nerone e Lucano si dicono le cose più dolci, più sensuali, più spinte, in un groviglio di abbracci e baci e rapporti orali mimati, travisando irrimediabilmente il tutto e confondendo il pubblico. Né d’altro canto la storia, attraverso Tacito o il più pettegolo Svetonio, né tanto meno il testo di Busenello ci illustrano che Lucano e Nerone fossero amanti. Perché un arbitrio così fuorviante? Épater les bourgeois lo riteniamo veramente superfluo, al giorno d’oggi. E poi, azzarderei un suggerimento. Qualora si voglia mettere ad ogni costo una scena di erotismo tra Nerone e Lucano, si vada comunque fino in fondo, si abbia coraggio e coerenza: si faccia eseguire ai cantanti una reale scena erotica, completa di masturbazione e tutto il resto, e non due carezzucce anodine o un petting accennato sopra i vestiti: chi si scandalizza più oggi, dopo le orgissime di Caligola di Tinto Brass o dopo Ultimo tango a Parigi di Bertolucci? È solamente ridicolo e nuoce all’opera. Lo stesso errore aveva già indotto in tentazione Gilbert Deflo, anni fa, giungendo agli stessi penosi risultati, facendo forse peggio, avendo a disposizione un Nerone mezzosoprano, e quindi evidentemente inidonea ad un coitus a tergo (nella parte attiva)... Insomma, se si hanno delle ossessioni sessuali le si realizzino in luoghi più adatti oppure in opere dove sia evidente e funzionale, piuttosto che a sproposito, come qui. Ma queste sono solo alcune tra le più evidenti incongruenze di una superficiale messa in scena, dove le idee latitavano, aggirandosi smarrite, peraltro, in una scenografia rotante in bianco e nero abbastanza brutta, fatta di pareti e colonne malamente marmorizzate che sapevano veramente di poco e ricordavano più una sepoltura gentilizia con profluvio di finti marmi di cattivo gusto.
 
Una regia deludente che, soprattutto, non inventava nulla e non aggiungeva nulla alle realizzazioni precedenti dell’ Incoronazione di Poppea. Questa superficialità registica si rifletteva anche nella realizzazione musicale che ci è apparsa poco approfondita anch’essa. Il basso continuo, formato dal pregevole Complesso Barocco di Curtis, era abbastanza ricco e realizzato da strumenti copie di originali mentre i ritornelli orchestrali erano eseguiti da una ridottissima compagine di archi dell’orchestra del Maggio. Intonazione talvolta precaria e dinamiche spesso soporifere degli archi appesantivano l’esecuzione di Curtis. La preparazione retorica e declamatoria della maggior parte degli artisti era davvero insufficiente, nonostante una buona pronuncia da parte degli artisti stranieri. L’importanza che l’interprete dovrebbe dare a ogni verso, a ogni parola, soprattutto in quest’opera dove il libretto, così denso di spunti, di gesti vocali già negli stessi fonemi, è stata immensamente sottovalutata o comunque non pienamente realizzata, malgrado Curtis ne esalti vanamente la priorità nella sua introduzione nel programma di sala. Le uniche che avevano colto in pieno sia i personaggi sia la vocalità erano José Maria Lo Monaco, una splendida, dolente e irata Ottavia, con convincente consapevolezza vocale e maturità drammatica (ottimi “Disprezzata regina” e “Addio Roma”), e Ana Quintans, sinuosa Drusilla, appassionata nel suo canto come nel suo personaggio scenico. Nerone, Jeremy Ovenden , interessante voce tenorile capace di nuances e di colorature acrobatiche, non era però abbastanza isterico e aggressivo come il personaggio richiederebbe, assolutamente sempre e comunque sopra le righe. E questo era evidente soprattutto nel duetto con Seneca, Matthew Brook, il quale peraltro difettava di un maggiore spessore vocale nei suoni gravi, che non consentiva una maggior espansione al suo pur nobile recitativo.  Il personaggio di Arnalta era giustamente affidato a un tenore caratterista, Krystian Adam, ma il risultato era troppo composto. Voce interessante, quella di Adam, che ha anche ben cantato “Oblivion soave” ma per fare la drag queen bisogna proprio lasciarsi andare, non bastano poche mossettine, ci vuole anche un gesto vocale convincente e Arnalta è un personaggio caratterizzato da volgarità e arrivismo. C’è una trasmissione televisiva diretta dalla regina assoluta delle drag queen, Ru Paul. Sarebbe stato utile dare un’occhiata alla trasmissione e prendere qualche idea, cosa che avrebbe giovato anche a Nicola Marchesini, la nutrice di Ottavia, che almeno, però, ci ha provato.  Nei momenti altamente erotici, probabilmente a causa di indicazioni registiche, la sensualità non è mai davvero giunta a un parossismo, benché parossistici siano tutti i personaggi e soprattutto Poppea e Nerone. Toccare le tette di Poppea, per di più sopra gli abiti, è scontato, l’erotismo, quello vero, ha bisogno di altro e di parecchio. Però, diciamolo con affetto per i valorosi cantanti, a dispetto di una non così approfondita attenzione alla parola e ai fonemi, i duetti d’amore erano gradevolmente cantati da due voci belle, sonore e morbide come quella di Ovenden e di Susan Graham. Il duetto finale ci è apparso un po’ convenzionale, senza che la struggente passacaglia, attribuita nel tempo a Benedetto Ferrari, a Francesco Sacrati o a Francesco Cavalli, traesse dal basso continuo e dal canto tutta la sua travolgente sensualità. Sesso refrigerato. Roba da vecchi. Inutile. Ad ogni modo, applausi per tutti.