Foto: Roberto Ricci Teatro Regio di ParmaRoberta Pedrotti
Il problema è che se Un giorno di regno non impone insormontabili difficoltà al cast non è però opera semplice ed esige in primo luogo spirito e classe. Qualità che non mancano certo all’allestimento di Pierluigi Pizzi, nato nel 1997 e giustamente ripreso dal Regio per questa inaugurazione. Lo spettacolo è di straordinaria bellezza e non poteva non essere incluso nell’integrale verdiano in DVD che il teatro parmigiano progetta di completare per il bicentenario del 2013. I costumi sono un’autentica gioia per gli occhi, un’iride splendente che si staglia sulle architetture neoclassiche e le brume padane della scena. L’azione possiede grazie e dinamismo irresistibile, come un’incantevole, perfetta coreografia, insaporita dall’omaggio alla gastronomia locale: si comincia con una buona colazione, fra il finale primo e l’inizio del secondo atto arrivano magnifici salumi emiliani e nell’epilogo troneggiano i dolci. Non altrettanto gustosa la compagnia di canto, dove spicca solo Anna Caterina Antonacci, unica superstite del cast originario, quasi musa ispiratrice dell’intero spettacolo per la centralità drammaturgica che conferisce alla Marchesa del Poggio. Non si tratta solo della celebre sortita in cui la primadonna si prepara per il bagno e s’immerge nella vasca mostrandosi in guepière in forma strepitosa, ma di tutto il disegno di una figura complessa e affascinante, forse meno pungente e più sensualmente autunnale di tredici anni fa. Una bella e determinata vedovella come la donizettiana Norina o la rossiniana Clarice, venata però di una certa qual melanconica e consapevole maturità, come emerge soprattutto nell’aria del secondo atto, e poco importa, alla fine, se lo smalto vocale appariva talvolta leggermente appannato. Suo contraltare femminile, Alessandra Marianelli ha il viso perfetto, angelico e adolescenziale, il perfetto temperamento, viperino all’occorrenza, per essere una Giulietta ideale, peccato solo che, al rientro sulle scene dopo la gravidanza, la voce appaia ancora un po’ più dura e meno duttile di come la ricordavamo. L’attendiamo con fiducia alle prossime prove.
Il più convincente, nel complesso, fra i nuovi interpreti, risulta essere Paolo Bordogna come Tesoriere La Rocca, caratterista misurato e buon cantante, molto più a fuoco che in altre occasioni. Chi invece non si mostra minimamente all’altezza della situazione è suo nipote Edoardo, il tenore Ivan Magrì: il ruolo richiede una certa rotondità lirica, benché la tessitura insista su zone scomodamente acute, ma il giovane catanese l’affronta di spinta, con un’emissione disordinata, afflitta da un fastidioso vibrato caprino e inadeguata a controllare le dinamiche e la stessa intonazione, che suscita in più occasioni comprensibili brividi dal loggione. Non giungono, a dire il vero note molto più confortanti dal protagonista, il baritono trentenne Guido Loconsolo, voce costipata in risonanze nasali che non riescono a render giustizia all’eleganza sorridente della cavatina Compagnoni di Parigi, nella quale parimenti s’affaccia qualche disagio musicale che non passa inosservato. Il barone di Kelbar di Andrea Porta è sostanzialmente corretto, ma privo di quella personalità che dovrebbe imporre la prosopopea dell’aristocratico bretone. Debutti, insomma, azzardati in quella che sembrerebbe più un saggio per giovani esordienti con un paio di presenze tutelari eccellenti che non una produzione importante come quella che inaugura la stagione del Regio di Parma e si propone, cosa non facile, di convincere i più scettici melomani emiliani del valore della seconda opera del genius loci. Donato Renzetti, coadiuvato dall’orchestra e dal coro del Regio in forma eccellente, fa quel che può e spende tutto il suo consolidato mestiere per coordinare il cast e istillare un po’ di spirito nella recita. Ardua e forse vana impresa, se i pur precisi Ricardo Mirabelli e Seung Hwa Paek, quali Conte Ivrea e Delmonte/servo appaiono più sonori e corretti del primo tenore e se, soprattutto, questa prima si conclude con applausi di cortesia, mentre buona parte del loggione (ma anche di palchi e platea) si astengono da ogni cenno d’assenso o dissenso. Peccato, perché Un giorno di regno meriterebbe di più, quella considerazione che la programmazione come primo titolo della stagione sembrava serbarle di diritto.












El director Neil Armfield mantuvo el tono cómico serio de la obra. Su concepción incluyó la puesta escénica moderna y una misteriosa y nebulosa Naxos, con cortinas rotas por las cuales se asomaban los interpretes de la comedia. Al final Bacchus descendió de un pasillo para rescatar a Ariadne y convertirla en una constelación de brillantes luces. El elenco tuvo buenos cantantes como la Ariadne de Marjorie Owens, quien mostró potencia vocal y fue una divertida prima donna. En la opera reaccionó con molestia por las interrupciones de los comediantes. El tenor Brandon Jovanovich hizo el papel de Bacchuss con incansable y fuerte voz de cálido y rico tono. El compositor es un personaje más complejo y la soprano polaca Edyta Kulczak transmitió delicados matices de pasión e ingenuidad. Como Zerbinetta, la soprano coloratura Rachele Gilmore, encantó y demostró ser una hábil y adorable comediante. La orquesta tocó con nervio y profundidad bajo la dirección de Erik Nielsen. Hubiera sido ideal que agregara mas energía rítmica al dueto entre Ariadne y Bacchus de casi media hora de duración, para dar a la hermosa pero estática música de Strauss un poco mas de gracia.
Esta ocasión da para otra consideración critica mas: a Gigliola Bonora nunca le ha agradado confiarse al repertorio fácil y popular, una vez listadas sus valiosas peculiaridades de encantadora cantante como: voz dulce, aterciopelada, con la dinámica requerida a una mezzosoprano de coloratura, y con una entonación absoluta. Hablamos del repertorio fácil no el sentido técnico si no en el sentido efectista del término. Los Orfeos, las Azucenas, las Dalillas o las Cármenes, aun adecuándose a su vocalidad como intérprete, no la han seducido. Más bien ha optado por un repertorio en el que refinamiento y el elitismo eran la línea que guiaba sus elecciones artísticas. Por lo que, como ha sucedido una vez mas con ella, después de este Myrthen parecería que la cantante esta poseída y no quiere liberarse, de una suerte de auto lesión artística, que le ha ganado una estima incondicional aunque muy inferior a su merito. Lo que ha sucedido bastante con ella (y aquí lo desvelamos como si nuestra suposición fuera en el fondo una verdad indiscutible) es que sus elecciones han siempre sido perpetradas por el deseo de profundizar, de ahondar, de interiorizar, del dominio de una situación que va hasta los confines musicales para hacerse concepción estética, y son, por Bonora, realizados un ejemplo de externalización del contenido con el espíritu con el que fueron colocados en las partituras de los músicos o sobre los folios de las cartas poéticas que sirvieron de estrofas a la música. Como una especie de resultado filológico, personal, meticuloso, y casi maniático, no tanto de los modos como si de los mundos interpretados por su canto. Esta es una razón más que ha hecho madurar de manera inequívoca un concierto que no se esperaba. Concierto concluido con el ofrecimiento de dos bises, en los que se reinterpretaron el primero y el ultimo Lied del ciclo Widmung n.1 e Zum Schluss n.26, dos peticiones, de las obras mas bellas jamás musicalizadas, dos Lieder absolutos, que con los precedentes Was will die einsame Träne n.21 y Du bist wie eine Blume n.24 intensamente ejecutados, constituyen el alma doliente de Myrthen op. 25, y no es por casualidad que siendo textos de Rückert y de Heine, sean capaces de mover los afectos mas intrigantes de Florestano.










