Showing posts with label Franz Welser-Möst. Show all posts
Showing posts with label Franz Welser-Möst. Show all posts

Saturday, November 30, 2019

Die Ägyptische Helena de Richard Strauss en el Teatro alla Scala


Foto: Brescia&Amisano - Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Un enorme aparto radiofónico al estilo Secesión vienesa dominaba la escena.  Estamos en el inicio de los años 30 del siglo XX, la época en la que fue compuesta Die Ägyptische Helena, la ópera de Richard Strauss que cerró la temporada 2018/2019 del máximo teatro italiano. Justo dentro de este enorme radio es donde se desarrollan las acciones conyugales de Elena y de Menelao, escenas dramáticas y rocambolescas, mágicas e irónicas, en el más puro estilo ligero y alusivo típico de Hugo von Hofmansthal, el autor del libreto, en su última colaboración con el compositor bávaro, libreto en el que una conocida historia mitológica sirve de prueba de fuego psicológica para tratar de manera lúdica una historia humana que es per se dramática, la crisis de la pareja.  Es la primera ocasión que la obra maestra straussiana se presentaba en el Teatro alla Scala (aunque también en los teatros internacionales este titulo se programa de manera muy esporádica).  La dirección escénica le fue confiada a Sven-Erich Bechtolf que transformó a Elena en una estrella de radio y logró abordar el desarrollo de la trama-no-trama de esta ópera con extrema coherencia, sin mencionar también las exageraciones con la inserción de elementos kitsch ciertamente apropiados en esta lectura. Franz Welser-Möst dirigió la orquesta del teatro cuidando particularmente la partes más ardientes y dramáticas de la partitura. Los aspectos de magia y fabula pasaron casi a un segundo término en una ejecución orquestal que sin embargo fue siempre compacta y homogénea.  También los dos protagonistas, Ricarda Merbeth en el papel de Helena y Andreas Schagen como Ménelas convencieron, sobre todo en el canto mas heroico y spinto, aunque carecieron por momentos de un pliegue más íntimo y secreto. En particular Merberth demostró solidez en todo su instrumento vocal, aunque su timbre lució poco seductor. Schager también con un acento un poco estentóreo impresionó por la altivez de su canto, por la facilidad para desenmarañar una tesitura en verdad ardua sobre todo en el registro de passaggi.  Eva Mei dio voz a una maga Aithra de gran clase, el verdadero motor de la historia.  Agradó, sobre todo en las partes en la que pudo demostrar agilidad y seguridad en su registro más agudo. Rasposo y un poco áspero estuvo el Altair de Thomas Hampson, quien tuvo dificultad con los agudos, no estuvo siempre a punto, pero el artista posee gran carisma y así le salió un personaje del todo convincente. Muy bien estuvo también el segundo tenor de la ópera, Attilio Glaser, en el papel de Da-Ud, un cantante de voz bien emitida y agradable fraseo, como también Claudia Huckle una Muschel cantada con timbre oscuro y aterciopelado. De manera óptima se presentaron también todos los cantantes de los papeles menores provenientes de la Academia del teatro, una verdadera cantera de talento.




Monday, November 18, 2019

Die Ägyptische Helena - Teatro alla Scala, Milano


Foto:Brescia&Amisano - Teatro alla Scala, Milano

Massimo Viazzo

Un’enorme apparecchio radiofonico in stile Sezession viennese domina la scena. Siamo all’inizio degli anni 30 del XX secolo, l’epoca in cui é stata composta Die Ägyptische Helena, l’opera di Richard Strauss che ha chiuso la stagione 2018/19 del massimo teatro italiano. Ed é proprio all’interno di quella enorme radio che si sviluppano le vicende coniugali di Elena e Menelao, vicende drammatiche e rocambolesche, magiche e ironiche, nel puro stile leggero e allusivo tipico di Hugo von Hofmansthal, l’autore del libretto nella sua ultima collaborazione con il compositore bavarese, libretto in cui una nota vicenda mitologica serve da cartina di tornasole psicologica per trattare in modo giocoso una vicenda umana di per sé drammatica, la crisi di coppia. Era la prima volta assoluta che il capolavoro straussiano veniva allestito al Teatro alla Scala (ma anche nei teatri internazionali questo titolo viene programmato molto raramente). La regia é stata affidata a Sven-Erich Bechtolf che ha trasformato Elena in una star radiofonica  riuscendo poi a trattare lo sviluppo della trama-non-trama di quest'opera con estrema coerenza, senza tralasciare anche esagerazioni con l'inserzione di elementi kitsch certamente appropriati in questa lettura. Franz Welser-Möst ha diretto l’orchestra del teatro curando in particolare le parti più infuocate e drammatiche della partitura. L’aspetto fiabesco e magico é passato così un po’ in secondo piano in una resa orchestrale comunque sempre compatta e omogenea. Ma anche i due protagonisti, Ricarda Merberth nei panni di Helena e Andreas Schager come Menelas hanno convinto soprattutto nel canto più eroico e spinto, mancando a volte di un ripiegamento più intimo e segreto. In particolare la Merberth ha mostrato saldezza in tutto il suo strumento vocale anche se la timbrica é parsa poco seducente. Schager pur con un accento un po’ stentoreo ha impressionato per la spavalderia del suo canto, per la facilità a districarsi in una tessitura davvero impervia soprattutto nel registro di passaggio.  Eva Mei ha dato voce ad una maga Aithra di gran classe, vero motore della vicenda. É piaciuta soprattutto nelle parti in cui poteva sfoggiare con agilità e sicurezza il registro più acuto. Ruvido e un po’ aspro l’Altair di Thomas Hampson, un po’ in difficoltà sugli acuti, non sempre a fuoco. Ma l’artista ha grande carisma e ne é uscito un personaggio del tutto convincente. Molto bravi anche il secondo tenore dell’opera, Attilio Glaser, nei panni di Da-Ud, un cantante dalla voce ben emessa e fraseggio gradevole, e Claudia Huckle una Muschel cantata con timbro scuro e vellutato. Ottimi anche tutti i cantanti dei ruoli minori, provenienti dall’Accademia del teatro, vera fucina di talenti.

Monday, May 13, 2019

Ariadne auf Naxos - Teatro alla Scala


Foto: Brescia&Amisano

Massimo Viazzo

Questa Ariadne auf Naxos scaligera sarà ricordata soprattutto per la prova maiuscola delle due protagoniste femminili, Krassimira Stoyanova e Sabine Devieilhe. La Stoyanova ha dominato il ruolo della protagonista, della Primadonna, con voce corposa e sempre ben proiettata, timbrica brunita, e fraseggio raffinatissimo, mentre il soprano francese ha impersonato una Zerbinetta da antologia, spavalda nell’affrontare l’impervia coloritura, piccante, vivace e nitidissima d’accento. Purtroppo il resto, tra alti e bassi, non ha convinto appieno e quindi per questa Ariadne si potrebbe parlare di una occasione sprecata. A cominciare dalla direzione orchestrale affidata a Franz Welser-Möst, un direttore sicuramene preparato ma che difetta di fantasia agogica e ritmica, e che non ha mai saputo far spiccare il volo alle voluttuose melodie straussiane. Tutto suonava non più che corretto. Ma per Strauss questo non basta. Anche la regia di Franz Wake-Walker non ha convinto. L’idea di ambientare l’opera in una camera anecoica (dopo un prologo con roulotte/camerini parcheggiate davanti al palazzo dell’aristocratico padrone di casa) poteva anche essere interessante, ma il regista inglese avrebbe dovuto premere maggiormente il piede sull’acceleratore, non accontentandosi solamente di ammiccare allo stile pop che affiorava  con evidenza all’interno dello studio tv in cui veniva rappresentata la vicenda di Arianna e Bacco. Del resto del cast sono da segnalare anche l’esperta Daniela Sindram, un Compositore giustamente umorale ed eccitato, e Markus Werba, un Maestro di Musica suadente, ottimamente cantato, ed efficacissimo in quanto a comunicativa. Non a fuoco e con una emissione periclitante invece l’Arlecchino di Thomas Tatzl come pure lo Scaramuccio di Krešimir Spicer. Meglio e più a loro agio vocalmente Tobias Kehrer (Truffaldino), Pavel Kolgatin (Brighella) e soprattutto Joshua Whitener, un Maestro di ballo sapido e simpatico. L’impervia parte di Bacco è stata affidata a Michael Koenig che ne ė venuto a capo in modo complessivamente soddisfacente, non senza alcune forzatura nel registro acuto. Molto ben affiatate Najade, Driade ed Echo interpretate rispettivamente  da Christina Gansch, Anna-Doris Capitelli e Regula Muehlemann. Infine il sovrintendente del teatro in persona, Alexander Pereira, come già in altre occasioni, ha impersonato con simpatia e una vena di humor l’Haushofmeister. 

Sunday, November 27, 2016

Le Nozze di Figaro - Teatro alla Scala

Foto: Brescia & Amisano  Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Dopo più di 30 anni di “onorato servizio” il Teatro alla Scala di Milano  ha mandato in pensione le gloriose Nozze di Figaro con la regia di Giorgio Strehler, un memorabile connubio di teatralità, esuberanza, raffinatezza e garbo. Ma se lo spettacolo che è subentrato è quello firmato da Frederic Wake-Walker, allora i rimpianti non sono pochi. Sì, perché questo nuovo allestimento, basato e giocato su situazioni di “teatro nel teatro” già viste e straviste, con costumi tutto sommato tradizionali, né belli né brutti, e scene pacatamente innocue, non convince né per la fluidità drammatica né per l’eleganza visiva. Tutto scorre come qualcosa di già visto, senza sorprese e stimoli. Giorgio Strehler vincerebbe tranquillamente ancora a mani basse! Anche la direzione d’orchestra, affidata a Franz Welser-Möst, non ha convinto: è parsa un po’ noiosa, pesantuccia in alcuni frangenti e non sempre equilibrata nel rapporto palcoscenico-voci. Queste ultime, invece, sono parse decisamente all’altezza della situazione, a cominciare dallo straordinario Conte d’Almaviva di Simon Keenlyside cantato con verve, cura del fraseggio, dizione perfetta e rotondità di emissione.  Davvero una grade performance quella del baritono inglese. Anche Markus Werba nei panni di Figaro è piaciuto per la spigliatezza e la sicurezza del suo canto. La Contessa è stata interpretata da Julia Kleiter (sostituta dell’ultim’ora di una indisposta Diana Damrau).  Il soprano tedesco si è mostrata una cantante ben educata e fine. Come pure Golda Schultz  che si è rivelata una Susanna esuberante, ma anche ombreggiata timbricamente. E’ piaciuto molto anche il Cherubine di Marianne Crebassa: il giovane mezzosoprano francese ha mostrato una voce sempre ben proiettata e ha cantato con una musicalità genuina. Adeguate anche le prove di Andrea Concetti, Anna Maria Chiuri e Kresimir Spicer nei rispettivi ruoli di Don Bartolo, Marcellina e Don Basilio.  

Thursday, October 20, 2016

Das Liebe Der Danae en Salzburgo

Salzburger Festspiele / Ruth Walz

Oxana Arkaeva

En 1944 después del ensayo general Richard Strauss le dijo a los miembros de la Filarmónica de Viena.”Señores, espero que nos veamos en un mundo mejor” Lleno de resignación, el compositor nunca pudo ver esta obra en escenario y en julio de 1944 después del infructuoso intento de asesinato a Hitler, RM Dr Goebbels anunció el estado de guerra y un veto a la vida social.  Fue hasta 1954 cuando Dánae tuvo su estreno en Salzburgo, y su la segunda producción fue en el festival hasta el 2002. La obra final de Strauss presenta un intento del viejo compositor de escapar de la realidad hacia dos mundos místicos basando su opera en dos mitos el de la seducción de Dánae por Júpiter, y la historia del rey midas y su toque dorado.  Buscando contar un alegre cuento milesiano, el director Alvis Hermanis se centró en el triangulo amoroso entre Dánae, Jupiter y Midas. Visualizando la música creó un escenario amplio y uniforme con una escalera grande en el medio, una abertura en la parte trasera del escenario y lo llenó de oro y colores rojos, alfombras orientales, y una mezcla de Jugen Still y proyecciones de estilo oriental (Ines Sipunova), con coloridos y opulentos vestuarios.   El socio musical fue la Filarmónica Estatal de Viena conducida por Franz Welser-Möst, algo distante del escenario, algo evidente antes de la pausa, donde obtuvo un opulento pero dinámicamente incomodo y dominante sonido sinfónico.  Esto pudo haber sido adecuado para la música de Strauss, pero demostró ser injusto hacia los cantantes que fueron cubiertos por la música.  Todo mejoró dramáticamente y se escuchó un sonido casi impresionista y considerado reminiscente de las primeras composiciones de Strauss y el leitmotiv de Wagner.  El elenco merece reconocimiento por hacer que esta difícil composición sonara ligera y fácil.  Krassimira Stoyanova dominó el escenario como Dánae física y vocalmente como una elegante y sensual mujer, plena, elegiaca, de hermosa emisión y fascinantes pianos. Al inicio sacrifico su dicción alemana por la emisión y al final alcanzó un mejor entendimiento del texto, mejorando esta ideal función. Como Júpiter, Tomasz Konieczny dio una memorable actuación con poderosa voz de bajo barítono y perfecta dicción. Convenció como un viejo macho-dios y realizo su parte con facilidad y flexibilidad.  El tercer miembro del triangulo, rey Midas de Gerhard Siegel, fue un firme heldentenor con una cálida media voz y tensas notas altas. Por momento cuando logró abrir la voz se escuchó un grato timbre y una enorme y fácil emisión. Los cuatro reyes fueron cantados por Pavel Kolgatin, Andi Fruh, Ryan Speedo Green, Jongmin Park y las cuatro diosas por Maria Celeng, Olga Besmertna. Michael Selinger y Jennifer Johnston. Norbert Ernst como Mercurio y Wolfgang Ablinger-Sperrhacke como Polux completaron el bueno elenco. Regine Hangler como Xanthe, se mostró nerviosa pero tuvo buena dicción. Trece bailarinas sirvieron como coro antiguo de tragedia griega al interpretar diferentes papeles con diversos vestuarios. Compuesta durante los años más oscuros de la historia europea esta ópera presenta un testimonio musical e ideológico de Strauss.  Su deseo de un mundo mejor se ha cumplido y esperamos que ninguna otra creación teatral tenga que ser prohibida por el motivo que sea.

Monday, September 12, 2011

Fidelio de Beethoven en el Teatro Alla Scala de Milán intepretado por la Opera de Viena

Foto: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Como parte del intercambio musical existente entre el Teatro alla Scala de Milán y la Wiener Staatsoper de Viena, drásticamente reducido a causa de la disminución del presupuesto con el que se disponía (originalmente la Staatsoper debía haber realizado en Milán dos funciones de Arabella y un concierto sinfónico) se puso en escena en versión de concierto Fidelio, uno de los iconos del teatro musical austriaco. Franz Welser-Möst dirigió la agrupación de la cual es director general con autoridad y elegancia en el gesto, análisis de la partitura, pero el todo fue sumado con una personalidad que no sobresalió. Al final, este Fidelio scaligero no electrizó, como tampoco supo conmover. La sola ejecución de Leonora n. 3, ejecutada como marca la tradición, antes del ultimo cuadro de la opera, pareció emocionante solo en un punto justo, como también hubieron algunas desorientaciones e imprecisiones (por ejemplo: los cornos no se escucharon nada durante la función) que se notaron en el transcurso de toda la velada. En suma, se trató de una ejecución que no supo elevarse más allá de ser más que una buena routine, pero que estuvo parcialmente rescatada por un elenco bastante homogéneo. Luminosa, sólida en su emisión y combativa estuvo la Leonore de Nina Stemme; por su parte, y con un poco de dificultades pareció estar Peter Seiffert en la breve, pero difícil parte de Florestan. Amenazante, y muy malo el Pizarro de Albert Dohmen, con emisión firme y dicción esculpida; mientras que un calido y comunicativo Hans-Peter König personificó a un Rocco paterno y protector. Adecuada estuvo también la pareja mas “ligera” con Anita Hartig que interpretó una vivaz Marcellina, mientras que Norbert Ernst fue un Jaquino de línea muy musical. A Markus Marquardt, que también estuvo en términos generales apreciable, le faltó un poco de aquella nobleza de acento que el papel de Don Fernando requeriría. Finalmente, la prestación del Coro fue óptima.



Fidelio di Beethoven - Teatro alla Scala, Milano

Foto Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Nell’ambito degli scambi musicali tra il Teatro alla Scala e la Wiener Staatsoper, drasticamente ridotti a causa della diminuzione del budget a disposizione (in origine la Staasoper doveva portare a Milano due recite di Arabella di Richard Strauss più un concerto sinfonico) è andato in scena Fidelio in forma di concerto, una delle icone del teatro musicale austriaco. Franz Welser-Möst ha diretto i complessi di cui è Direttore Generale con padronanza ed eleganza del gesto, analisi della partitura, ma tutto sommato con una personalità non spiccata. Questo Fidelio scaligero non ha elettrizzato, e non ha neanche saputo commuovere. La sola Leonora n. 3, eseguita come da tradizione prima dell’ultimo quadro dell’opera, è parsa trascinante al punto giusto, pur con qualche sbandamento e imprecisione (i corni non sono sembrati per nulla in serata) notati nel corso un po’ di tutta la serata. Insomma, un’esecuzione che non ha saputo elevarsi al di sopra di una buona routine. parzialmente riscattata da un cast abbastanza omogeneo. Luminosa, salda di emissione, combattiva era la Leonora di Nina Stemme; un po’ in difficoltà, invece, è parso Peter Seiffert nella breve, ma impervia parte di Florestano. Bieco, cattivissimo il Pizzarro di Albert Dohmen, di emissione ferma e dalla dizione scolpita, mentre un caldo e comunicativo Hans-Peter König impersonava un Rocco paterno e protettivo. Adeguata anche la coppia più “leggera”: Anita Hartig interpretava una vivace Marcellina, mentre Norbert Ernst era un Jaquino di linea molto musicale. A Markus Marquardt, pur generalmente apprezzabile, mancava, invece, un po’ di quella nobiltà d’accento che il ruolo di Don Fernando richiederebbe. Ottima, infine, la prestazione del Coro.

Thursday, June 9, 2011

Stabat Mater di Rossini - The Cleveland Orchestra

Foto: Roger Mastroianni

Ramón Jacques

The Cleveland Orchestra, con una formidabile e prolifica attività iniziata nel 1918, attualmente è senza dubbio la migliore orchestra sinfonica degli USA. E giustamente, con le orchestre di New York, Boston, Chicago e Philadelphia, forma il gruppo delle “Big Five” .Nell'antica e notevole sala dei concerti Severance Hall, tradizionale sede dell'orchestra, abbiamo assistito al concerto di chiusura della stagione 2010-11. Il programma è iniziato colla prima mondiale del concerto per flauto e orchestra Flûte en suite, del clarinettista e compositore tedesco Jörg Widmann (1973), commissionato dall'orchestra. L'opera constava di otto brevi movimenti, dove le atonali oscurità timbriche degli archi e dei fiati contrastavano con le brillanti e colorite armonie del flauto di Joshua Smith, che ha concluso la sua esibizione con la vivace Badinerie, un brano del più puro stile barocco. Ma il momento più alto del concerto è stata un'indimenticabile esecuzione dello Stabat Mater di Rossini, dove l'orchestra ha esibito tutte le sue possibilità timbriche e di fraseggio, privilegiando l'aspetto della soavità e della leggerezza e, soprattutto, della giusta misura, non poca cosa. Il direttore Franz Welser-Möst ha offerto così una lettura elegante e limpida, guidando inoltre l'ottimo Cleveland Orchestra Chorus e, soprattutto, il granitico quartetto di solisti ospiti, che hanno notevolmente contribuito al successo della serata. Il basso Luca Pisaroni ha saputo dare al suo canto, come sempre, accenti di autentica e lirica drammaticità, che arricchiscono la sua già lussuosa voce, mentre il tenore canadese John Tessier ha dimostrato di possedere una grande e gradevole voce. Del soprano Malin Hartelius abbiamo apprezzato un canto chiaro e brillante e il mezzosoprano Anna Bonitatibus, che sembra nata per cantare Rossini, col suo stile impeccabile e la nobiltà del suo canto ha affascinato totalmente l'auditorio nella commovente aria Fac ut portem.

Thursday, June 2, 2011

Stabat Mater de Rossini con la Orquesta de Cleveland

Foto: Roger Mastroianni - The Cleveland Orchestra

Ramón Jacques

Con una formidable y prolífica trayectoria que comenzó desde su fundación en el año de 1918, The Cleveland Orchestra, que forma parte del grupo denominado informalmente como “Big Five” (que junto a esta orquesta lo componen las de: Nueva York, Boston, Filadelfia y Chicago) es sin dudas la mejor orquesta sinfónica estadounidense en la actualidad.  En la antigua y admirable sala de conciertos Severance Hall, sede histórica de la agrupación, se realizó el concierto de clausura de la temporada 2010-2011 con un programa que inicio con el estreno mundial de: Flûte en suite, el concierto para flauta y orquesta del compositor y clarinetista alemán Jörg Widmann, compuesta por encargo de la propia orquesta.  En la obra de ocho breves movimientos, se contrastan oscuros timbres atonales de las cuerdas, los alientos y metales de la orquesta, con la brillante y colorida armonía que emergió del instrumento del flautista Josua Smith, y que concluyó con el brillante y alegre Badinerie, movimiento de estilo totalmente barroco. El momento más alto del concierto fue la sublime interpretación ofrecida del Stabat Mater de Rossini, en la que se escuchó la ductilidad y la ligereza en cada una de las  líneas de la orquesta, que con mesurado fraseo y una suave y delicada timbrica hicieron que la obra sonara ligera y suave. Su director musical Franz Welser-Möst mostró seguridad en una lectura que fue elegante y transparente. Optimo fue el desempeño del Cleveland Orchestra Chorus, y sobretodo del sólido elenco de solistas invitados, que contribuyeron al éxito de la interpretación y que contó con la presencia del bajo-barítono Luca Pisaroni quien dio a su cantó acentos de autentico y creible dramatismo; del tenor canadiense John Tessier, poseedor de una voz luminosa de grata sonoridad; de la soprano Malin Hartelius de brillante y claro canto; y de la mezzosoprano Anna Bonitatibus, de impecable acento y estilo, por la suave y mórbida belleza de su timbre y la nobleza mostrada, particularmente en su conmovedora ejecución de la cavatina Fac ut portem.




Friday, September 3, 2010

Noseda, Zehetmair, y Welser-Möst en el Festival Stresa 2010, Italia

Foto: Andrea Sacchi KS- Stresa Festival 2010; Gianandrea Noseda EUYO; Thomas Zehetmail; The Cleveland Orchestra

Massimo Viazzo.

Habrá sido por la contagiosa efervescencia que fluía de los jóvenes instrumentistas de la European Union Youth Orchestra, aunada a más de treinta años de historia sobre la espalda, o tal vez por la inagotable dedicación de Gianandrea Noseda (director artístico desde hace dos lustros del Stresa Festival) cuya incontenible mezcla de sufrimiento y exaltación se desató con ardiente vértigo, lo cierto es que hacia tiempo que no se escuchaba una Patética como esta. Noseda, que es un apasionado conocedor del repertorio ruso (su muy esperado Boris inaugurará la temporada del Teatro Regio de Turín en algunas semanas) desde los primeros movimientos de su batuta nos hizo intuir que el viaje que estaba por realizar no podía mas que conducirnos a las profundidades mas oscuras. Fatalismo puro, que como forma parte ya de la propia naturaleza de la obra maestra Tchikovskiana, es el testamento espiritual de su atormentado autor. El Final, afrontado con sombrío realismo, se impuso como un núcleo emotivo de la obra, una última perspectiva para revivir en un angustioso flashback sus otros tres movimientos. La primera parte de la velada se inició con el raro Prologo sinfónico “Bianca de Molena” de Mieczyslaw Karlowicz, talento polaco que falleció en 1909 con tan solo 33 años de edad. Noseda exaltó las suplicas románticas tardías casi convulsivas, connaturales de esta pagina, restituyéndoselas con gallardía. También el extracto del El Jugador de Prokofiev, sonó entusiasmante por la exuberancia rítmica, el agudo fraseo y la sugestión dramática. La Sinfonía de La Forza del Destino, al blanco calor y como bis, coronó la velada.

Al día siguiente, toda la música que se escuchó en la Iglesia del SS. Crocifisso del Colegio Rosmini, fue dedicada a la ejecución integral de aquel monumento sumo que es el corpus de las obras para violín solista de Johann Sebastian Bach. Thomas Zehetmair, quien tocó de memoria, literalmente maravilló al público con una ejecución de absoluta referencia caracterizada por rigurosas concesiones, precisiones en la entonación y un fascinante juego timbrico-dinámico. Empuñando su precioso Stradivari, el violinista alemán pudo proyectar los arabescos baquianos en un espacio atemporal, al punto de hacerlos absolutos, despidiéndolos con vigor, pero encontrando también una suavidad inaudita. Zehetmair mostró un brillante virtuosismo, nunca se auto alabó, y también un claro sentido del contrapunto (la fantasmagórica Fuga de la Sonata n. 3 ¡dejo a todos sin respiración!) rotando entre elocuencia y expresividad. Un verdadero y justo tour de force que dejó una marca muy profunda en todos los presentes.

Honor al merito que tuvo el Stresa Festival por haberse asegurado a The Cleveland Orchestra la primera orquesta estadounidense (y según los adeptos al trabajo, como recordó Gianandrea Noseda presentándola en conferencia de prensa, por hoy la primera del mundo por abnegación y ductilidad). El hecho de haber sido siempre dirigida por directores europeos hace que la orquesta tenga tanta familiaridad en la interpretación de este tipo de repertorios y de hacer que sus interpretaciones sean frecuentemente recomendables. Franz Welser-Möst, su actual director musical, la dirigió con elegancia, garbo y transparencia. Fue así como la Trágica de Schubert (que no fue aquí tan trágica) sonara ligera y suave. Los pliegues del fraseo fueron imperceptiblemente mesurados y las suavidades tímbricas la hicieron sonar límpida y serena. Welser-Möst le atinó del todo a la cifra estilística de esta página en la que Schubert pareció expresarse en tercera persona, sin distorsionarle sus fallas con sugestiones fuera de lugar. La orquesta de Cleveland dio después una cátedra en la segunda parte del concierto y en Ein Heldenleben de Richard Strauss se mostró como una agrupación virtuosamente impecable que entusiasmó por la calidad de su sonido siempre pleno y rotundo. Así, los repiqueteos del poema sinfónico straussiano, monumento al propio narcisismo, parecieron casi materializarse bajo una baqueta muy atenta en no descarrilarse y constantemente empeñada en secar la partitura dejando decantar la sola esencia musical.

Noseda, Zehetmair, Welser-Möst: lo Stresa Festival cala il tris d’assi!

Foto: Andrea Sacchi KS - Stresa Festival; Gianandrea Noseda / European Youth Symphony Orchestra;Franz Welser-Möst / The Cleveland Orchestra

Massimo Viazzo

Sarà per l’effervescenza contagiosa che traboccava dai giovani strumentisti della European Union Youth Orchestra, compagine con ormai più di trent’anni di storia alle spalle, oppure per l’inesauribile dedizione di Gianandrea Noseda (direttore artistico dello Stresa Festival da due lustri), il cui travolgente mix di sofferenza ed esaltazione si scioglieva in focosa vertigine, ma una Patetica così era da tempo che non la si ascoltava. Noseda, appassionato conoscitore del repertorio russo (e tra qualche settimana un suo attesissimo Boris inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Torino), già dalle prime battute ci faceva intuire che il viaggio che si stava per intraprendere non poteva che condurre negli abissi più foschi. Puro fatalismo, quindi, come è d’altronde connaturato al capolavoro čajkovskijano, testamento spirituale del suo tormentato autore. Il Finale, affrontato con cupo realismo, si imponeva così come nucleo emotivo dell’opera, prospettiva ultima da cui rivivere in angoscianti flashback gli altri tre movimenti. La prima parte della serata era iniziata con il raro Prologo sinfonico “Bianca da Molena” di Mieczyslaw Karlowicz, talento polacco morto nel 1909 a soli 33 anni. Noseda esaltava le perorazioni tardo romantiche, quasi parossistiche, connaturate a questa pagina restituendocela con gagliardia. E anche l’estratto da Il Giocatore di Prokof’ev suonava entusiasmante per esuberanza ritmica, fraseggio tagliente, suggestione drammatica. Una Sinfonia da La Forza del Destino al calor bianco, come bis, coronava la serata.

Tutt’altra musica il giorno successivo nella Chiesa del SS. Crocifisso del Collegio Rosmini, luogo deputato, da qualche anno, all’esecuzione integrale di quel monumento sommo che è il corpus delle opere per violino solo di Johann Sebastian Bach. Thomas Zehetmair, che ha suonato a memoria, ha letteralmente strabiliato il pubblico con un’esecuzione di assoluta referenza caratterizzata da concezione rigorosa, precisione nell’intonazione ed affascinante gioco timbrico-dinamico. Impugnando il suo preziosissimo Stradivari il violinista tedesco ha saputo proiettare gli arabeschi bachiani in uno spazio atemporale tale da restituirceli assoluti, sbalzandoli con vigore, ma trovando anche morbidezze inaudite. Zehetmair ha sfoggiato un virtuosismo smagliante, mai autocelebrativo, un chiaro senso del contrappunto (la fantasmagorica Fuga dalla Sonata n. 3 ha lasciato tutti senza fiato!) avvincendo per eloquenza ed espressività. Un vero e proprio tour de force che ha lasciato un segno profondo sui presenti.

Onore al merito dello Stresa Festival essersi accaparrata The Cleveland Orchestra, la prima orchestra americana (e secondo gli addetti ai lavori, come aveva ricordato Gianandrea Noseda presentandola in conferenza stampa, addirittura la prima al mondo per abnegazione e duttilità). Il fatto di essere stata sempre guidata da direttori europei l’ha resa così familiare nei confronti del nostro repertorio da renderne le interpretazioni spesso raccomandabili. Franz Welser-Möst, il suo attuale direttore musicale, la dirige con eleganza, garbo, trasparenza. E così la Tragica di Schubert (che non è, poi, così tragica) suonava lieve, scorrevole. Le increspature del fraseggio, impercettibilmente misurate e le morbidezze timbriche ce la restituivano limpida, serena. Welser-Möst ha azzeccato del tutto la cifra stilistica di questa pagina in cui Schubert pare esprimersi in terza persona, non snaturandone gli esiti con soggettivazioni fuori luogo. La Cleveland saliva, poi, in cattedra nella seconda parte del concerto. Ein Heldenleben di Richard Strauss non solo ci mostrava una compagine virtuosisticamente impeccabile, ma ad entusiasmare era la qualità del suono sempre pieno e rotondo. E così i clangori del poema sinfonico straussiano, monumento al proprio narcisismo, sembravano quasi smaterializzarsi sotto una bacchetta attentissima a non deragliare e costantemente impegnata ad asciugare la partitura lasciandone decantare la sola essenza musicale.