Sunday, September 19, 2010

L'Orquesta Sinfónica Nacional de México con Joshua Bell - Messico

Fotos crédito: Fernando Cruz / INBA

Ramón Jacques

L'Orquesta Sinfónica Nacional de México merita realmente il titolo di "Nacional", dal momento che da quando fu creata, nel 1928, ha sempre avuto lo scopo di eseguire, diffondere e commissionare nuove opere, in ogni concerto delle proprie stagioni, di compositori messicani. Il catalogo della musica sinfonica messicana, in parrticolare della musica contemporanea, è molto ricco e, sebbene, le opere siano poco conosciute e considerate come rarità in Europa, nel continente americano sono eseguite frequentemente da varie orchestre in molti paesi e città. Alcune di queste composizioni sono diventate dei cavalli di battaglia per il direttore venezuelano Gustavo Dudamel o per il finlandese Esa Pekka Salonen, che ha registrato molte volte queste musiche. Per l'inaugurazione delle proprie stagioni 2010-11 importanti orchestre statunitensi hanno incluso dei brani messicani: la Chicago Symphony Orchestra, diretta da Carlos Miguel Prieto, interpreterà Sones de Mariachi di Galindo, Danzón No.2 di Márquez e Huapango di Moncayo; gli stessi saranno diretti da Dudamel per la Los Angeles Philharmonic; Sensemaya di Revueltas sarà eseguita dalla San Francisco Symphony sotto la bacchetta di Michael Tilson Thomas; e l'opera Il Postino del compositore messicano Daniel Catán in prima mondiale inaugurerà la stagione 2011 dell'Opera di Los Ángeles, con Placido Domingo. Parte della diffusione di questa musica nel Nordamerica si deve parzialmente al fatto che l'Orquesta Sinfónica Nacional ha avuto come direttori, tra i tanti, Leonard Bernstein, Igor Stravinsky e Aaron Copland, che conobbero la musica messicana, la divulgarono e influenzarono anche la creazione di nuove opere. Si comprende perché lo stesso Copland abbia scelto quest'orchestra per la prima della sua creazione Salón México nel 1937.

Il nostro concerto è iniziato con la Suite del ballet H.P. (horse power o cavalli-vapore) di Carlos Chávez (1899-1978), concepito come una sinfonia di danze in quattro parti, una specie di glorificazione orchestrale delle forze meccaniche, mescolando melodie e danze popolari messicane, con forti influenze dalla Sagra della Primavera di Stravinsky e dalla musica di Varese e Prokofiev, conservando uno spirito nazionalista che ha sempre distinto il compositore. L'interpretazione dell'orchestra diretta dal suo direttore principale, Carlos Miguel Prieto, ha messo in risalto la musicalità esuberante e i momenti di atonalità del brano, con ampia partecipazione dei fiati, e con un sassofono sensuale e una marimba nell'ultimo movimento: El trópico. Di Silvestre Revueltas (1899-1940) prolífico compositore, abbiamo ascoltato La noche de los mayas, considerata como una partitura cinematografica, perché fu scritta come colonna sonora di un omonimo film del 1938 che, dopo un oblio durato fino all'inizio degli anni '60, fu rielaborata in una sinfonia di quattro movimenti. L'orchestra ha dato un'interpretazione da manuale, con leggerezza e serenità degli archi nei primi movimenti, irrompendo poi con l'energia e l'intensità delle vibranti percussioni che accompagnano il quarto movimento, la Noche del Encantamiento, che avrebbe tanto affascinato Salonen. Il concerto è stato addolcito dal brillante Concierto para violín y orquesta, Op. 35, con un ispirato Joshua Bell, col leggiadro suono del suo Stradivarius del 1713, ha ornato con un'eccitante maestria e agilità il vertiginoso e tecnicamente difficile Allegro vivacissimo. L'orchestra ha fornito un adeguato e sonoro tappeto in tutto il pezzo, nella briosa lettura di Carlos Miguel Prieto.

Saturday, September 18, 2010

Intervista a Dario Moreno -pianista jazz, clavicembalista e direttore della Orquesta Barroca de Granada

Foto: Dario Moreno, Orquesta Barroca de Granada.
Massimo Crispi
Darío Moreno. Un musicista poliedrico, impossibile da etichettare perché l’etichetta che gli si vorrebbe attaccare cambia continuamente la propria identità in qualcos’altro... Da pianista jazz a clavicembalista e direttore dell’emergente Orquesta Barroca de Granada, uno degli ensemble barocchi spagnoli che va affermandosi sempre più in campo nazionale, Moreno è un instancabile musicista e ricercatore, che trasmette un entusiasmo estremamente coinvolgente e che punta al teatro. O forse dovremmo dire che immette il teatro nella musica che esegue. Ma non solo. Scopriamo, attraverso questo simpatico e amabile incontro che il maestro ci ha gentilmente concesso, le aspirazioni, le passioni, gli approfondimenti e i progetti di questo giovane e interessante artista già avviato verso l’Empireo... E scopriamo anche cosa succede in Spagna, dove, nonostante una crisi pesante, i nuovi fermenti, forse più che in Italia, riescono a trovare degli spazi che ormai da noi sono assolutamente negati in nome del nulla berlusconiano o dell’isolatissimo e anacronistico snobismo culturale della sedicente “sinistra”.

La tua maniera di essere artista, da ciò che si ascolta quando suoni, è caratterizzata dalla libertà. La musica per te non ha frontiere né segreti e Lully, Thelonious Monk, Händel, Chick Corea, Debussy o Pat Metheny sembrano convivere in un Eden dove tutto è permesso. Ci puoi parlare della tua maniera di comunicare attraverso la musica? Esistono delle difficoltà a proporre cose tanto diverse alle società di concerti, che magari hanno un concetto della musica un po’ cristallizzato nel tempo? Hai mai eseguito programmi misti di barocco e jazz, antico e moderno e lo vedi come qualcosa di realizzabile nelle stagioni ufficiali in Spagna?

Sono sempre stato molto eclettico musicalmente parlando. Per me la musica è stata sempre un “tutto”, una lingua molto ampia con una moltitudine di tendenze ed estetiche. Ho iniziato la mia formazione al Conservatorio però ho sempre cercato, nella mia carriera, di avvicinarmi ad altre musiche che mi interessavano gradualmente per i motivi più diversi. Non ho mai voluto specializzarmi in un campo musicale perché ciò supporrebbe la perdita di tante altre cose che mi interessano e mi piacciono. Io credo che si possa imparare da tutti i linguaggi musicali e che questi ultimi si possano intrecciare. Secondo me è questo l’arricchimento per un artista, bere da molte sorgenti, sempre con approfondimento, serietà, umiltà e rispetto per ciò che si fa.

Per ciò che riguarda la seconda parte della domanda, non ho mai realizzato un concerto misto perché, in genere, se mi concentro in un concerto di musica antica, per esempio, è perché voglio sconnettermi dal mondo del jazz e viceversa. La fusion mi piace più sperimentarla nel campo del jazz. Qui mi sento più a mio agio nel mescolare formule, ritmi e armonie della musica popolare, non solo del mio paese ma anche di luoghi come il Marocco, il Brasile, Cuba con stili come il funk, il rock, lo swing e il flamenco, connettendo tutti gli elementi attraverso il linguaggio dell’improvvisazione. Per quanto concerne la realizzazione di un programma misto di jazz e barocco ci sono molti antecedenti: per esempio il pianista francese Jacques Loussier, che da cinquant’anni interpreta Bach in versione jazz. E non è invano che Bach continua a essere il gran punto di riferimento, non solo per i musicisti di formazione classica ma anche per i jazzmen, che ne ammirano il contrappunto, l’armonia, il ritmo e la grande destrezza tecnica che richiede una sua interpretazione. Ancora non ho sentito l’esigenza di un programma misto di questo tipo per le ragioni che ho spiegato prima e perché penso che sarebbe qualcosa da fare molto bene per non fabbricare alla fine un prodotto ortopedico. Forse più avanti mi ci avventurerò, con più consapevolezza.

La formazione è qualcosa di molto importante per un musicista in generale e nel tuo caso in particolare. Le nostre scuole sono preparate o insufficienti per formare artisti moderni, con una vasta scelta di interessi? Tu cosa faresti per modificarle o potenziarle?

Credo che, nel caso particolare dei Conservatori, almeno in Spagna, siamo in un periodo di transizione dove c’è un tentativo di adattamento a una domanda sociale reale, in accordo col tempo in cui viviamo, però resta ancora molta strada da fare. Siamo ancora lontani dal momento in cui questa domanda di nuovi incarichi e specializzazioni possa essere soddisfatta dai nostri centri visto l’insufficiente investimento delle istituzioni pubbliche in materia di cultura, c’è tanta strada da fare perché si realizzino gli apporti economici sufficienti per avere dei conservatori moderni con installazioni, strumenti, così come anche disporre di una classe insegnante formata e preparata per soddisfare le nuove specializzazioni. Nel caso delle scuole private è diverso, avendo proprio queste ultime coperto in parte il vuoto che i conservatori non hanno saputo occupare però con la contropartita che ci sono pochi posti di accesso agli studenti e che in molti casi questi posti hanno un costo economico tale fuori della portata di molti giovani. È questa la ragione per cui molti musicisti della mia generazione, me compreso, sono stati obbligati ad andarsene per poter studiare ciò che volevano.
La musica barocca è il tuo lavoro e la tua passione. Come ti ci sei avvicinato e come si è accesa questa passione? Puoi parlarci, per favore, dei tuoi progetti attuali con l’Orquesta Barroca de Granada (e altri gruppi). Che formazioni prevede, dove produce concerti? Chi finanzia e segue questo progetto e che importanza ha nel territorio, come si sta sviluppando, soprattutto in un momento particolare e difficile come l’attuale?

La musica barocca mi si è avvicinata molto presto, quando a quattordici anni mio padre mi regalò un disco del Messia di Händel. Ricordo che non finivo mai di ascoltare quella musica... rimasi affascinato da quello strumento che si ascoltava in sottofondo e che poi scoprii essere un clavicembalo. Non ricordo che versione fosse né l’orchestra né il direttore, di certo non era un’orchestra barocca né un’interpretazione stilisticamente storica, ma per un ragazzo di quell’età non era importante che la magia della musica. Già da quel momento mi vedevo suonare in un’orchestra come quella e sognavo questo strumento a me misterioso. Dovettero passare vari anni, dopo aver terminato i miei studi superiori di pianoforte al Conservatorio Superior de Madrid, quando iniziai a pensare seriamente di comprare un clavicembalo e cominciare a studiarlo. Il mio primo strumento fu una copia di un Giusti costruito dal liutaio granadino Francisco Hervás, che conservo ancora e col quale feci i primi passi con alcuni amici che a Granada suonavano strumenti d’epoca. Il mio primo gruppo è stato un trio, “Traversiere” insieme al flautista Jesús Moreno e al fagottista Joaquín Osca, due grandi amici con cui continuo a lavorare. Avevamo molte aspettative e dividevamo dei momenti bellissimi, in cui abbiamo appreso molte cose. Successivamente ho iniziato ad approfondire sempre di più il mondo della musica antica, finché conobbi il mio maestro, il clavicembalista madrileno Toni Millán, col quale ho studiato l’interpretazione del repertorio e il basso continuo, prima privatamente e poi al Conservatorio di Madrid. In seguito ho fatto parte, anche a Granada, di diverse formazioni cameristiche con strumenti storici: “Capilla Musical Los Extravagantes”, “Taller Barroco Hemiolia”, “Academya Galante”, mentre continuavo i miei studi di cembalo. È stato anche un periodo di formazione, in cui ho seguito molti corsi di specializzazione come quelli di Daroca a Saragozza con Christine Wiffen, Jan Willen Jansen, Robert Woolley e con Lars Ulrik Mortensen a Rolduc (Holanda). Nel 2007 aiutato dal violinista Ángel Sampedro, iniziai a concepire il progetto dell’Orquesta Barroca de Granada (OBG) creando prima l’Orquesta Barroca del Conservatorio Superior de Granada, che mi è servita anche per avere un serbatoio di strumentisti ad arco a Granada. Per il Conservatorio ho organizzato vari corsi nei quali i partecipanti ricevevano una formazione specialistica all’interno di un’orchestra barocca e per i quali ho potuto contare su molti insegnanti, soprattutto violinisti-direttori, come il già ricordato Ángel Sampedro, Peter Zajicek, Alfred Cañamero e Peter Biely, realizzando numerosi concerti dove mettere in pratica il lavoro fatto durante i corsi. Questo è stato un progetto pioniere in Spagna, ma con la vocazione della continuità, e ciò ha permesso la creazione dell’Orquesta Barroca de Granada, in cui i migliori studenti del Conservatorio dividevano il leggio con professionisti della musica antica di riconosciuto prestigio internazionale.

Attualmente, l’Orquesta Barroca de Granada è già una realtà nel panorama barocco spagnolo, con la realizzazione di moltissimi concerti dal momento della sua creazione, in vari festival specializzati e con un funzionamento pienamente professionale. Con l’OBG si stanno avviando vari progetti, concerti strumentali, concerti vocali, opere e, tra essi, il recupero del patrimonio musicale barocco andaluso, con ricerca, interpretazione e diffusione delle opere che giacciono negli archivi delle nostre cappelle e cattedrali. Sto lavorando in questa direzione, recuperando l’opera di Antonio Cavallero (1728 -1822), ultimo maestro della Real Capilla de Granada e d’altri autori che furono maestri di cappella in Andalusia al principio del XVIII secolo e che vedrà la luce alla fine di quest’anno sotto forma di registrazione discografica. È una produzione molto ambiziosa e coinvolge molta gente: strumentisti, cantanti, musicologi, istituzioni come l’Università di Granada, il Centro de Documentación Musical de Andalucía e alcune istituzioni private granadine. Sarà il nostro primo lavoro nel campo discografico della musica antica e ci ho messo dentro tutte le mie speranze ed energie. Di certo viviamo in un’epoca di incertezze che sta contagiando molto gravemente anche il finanziamento di questo tipo di progetti artistici, ma confido nel fatto che l’importanza culturale che si suppone che abbia il patrimonio artistico della nostra città di Granada, così come pure del resto dell’Andalusia, potremo contare dell’appoggio necessario per portarlo fino in fondo.

Il barocco musicale è, per la maggior parte, vocale. Come comunichi coi cantanti che lavorano con te, che suggerimenti dai e quali ti danno loro?

Bene... le mie relazioni coi cantanti arrivano da molto lontano, da quando studiavo pianoforte al Conservatorio de Granada, cuando lavoravo come accompagnatore di repertorio nelle classi di canto private dei singoli insegnanti. In quegli anni suonai moltissimo repertorio: opere, lieder, zarzuela, oratorii, messe, romanze da concerto e ho appreso moltissimo come esecutore. È stata un’esperienza che mi ha molto arricchito. Anni dopo, dopo aver finito gli studi superiori di piano a Madrid, iniziai a lavorare come pianista accompagnatore al Conservatorio Superior de Granada e precisamente i miei primi anni furono da repertorista. La mia attitudine attuale coi cantanti che lavorano con la OBG è sempre di rispetto, di apprendimento e condivisione delle mie idee sulle opere che approfondisco insieme a loro, cercando che essi non perdano mai la propria personalità artistica. Cerco di fare in modo che si sentano comodi e liberi di esprimersi come musicisti. Allo stesso tempo mi piace che abbiano abbastanza personalità per trasmettermi buone idee interpretative, di fraseggio, dinamiche, respirazione e tempi, in modo che la mia concezione musicale, davanti a un’opera, sia sempre aperta ed elastica.

Come vedi la diffusione della musica attualmente in Spagna e come vorresti che fosse per il futuro? Come potrebbero i musicisti spagnoli incrementare la diffusione della musica e renderla più produttiva? Esistono altri modi di finanziamento, secondo te, che non derivino unicamente dalle istituzioni pubbliche? La televisione e il mondo mediatico più in generale aiutano a questa diffusione o si fa poco fino ad oggi?

È davvero poca. La diffusione della musica “colta” in Spagna sta passando momenti molto brutti, non solo a livello discografico, e la recessione industriale si estende anche a tutti gli ambiti musicali, anche a concerti programmati, stagioni e festival. Fortunatamente artisti con talento ce ne saranno sempre, con o senza crisi, con o senza industrie discografiche, ma la cosa certa è che i finanziamenti destinati alla cultura hanno subito fortissimi tagli che hanno provocato la scomparsa e addirittura l’estinzione di festival specialistici, alcuni dei quali sopravvivono in agonia con un quarto dei finanziamenti che avevano anche solo tre anni fa. Questo rende la programmazione dei concerti e di stagioni estremamente difficile anche dove si potrebbe raggiungere un maggior pubblico interessato. Creare un pubblico esigente, colto, che dia origine a una richiesta crescente di concerti di qualità significa un appoggio economico a concerti, rassegne e grandi festival. Se questo non si fa si genererà un pubblico ignorante, senza alcuna referenza.

Il musicista e il gruppo musicale che vivono di questi concerti sono i primi ad essere danneggiati. Molte formazioni, le più umili, finanziariamente parlando, sono scomparse attualmente per mancanza di domanda. In questa situazione potrebbe essere di grande aiuto la televisione, però è un mezzo assolutamente trascurato dalle grandi reti per quanto riguarda la musica “colta”, assolutamente adombrata dalla musica commerciale di consumo che apporta maggiori benefici economici. Alcuni di questi canali dedicati alla diffusione culturale, come Mezzo o Arte, sono privati, a pagamento, destinati a un’élite di cultori della musica e senza possibilità di raggiungere un qualsiasi semplice appassionato senza mezzi economici. Sinceramente penso che la televisione sia già un mezzo, per altri versi, già superato. Nel presente e ancor più nel futuro immediato si imporrà la tv “alla carta”, o, semplicemente internet. Io attualmente utilizzo moltissimo youtube piuttosto che la tv, che guardo appena perché non mi interessa e credo che ciò che succede a me succeda anche a una sempre maggiore quantità di persone. La radio, fortunatamente, fa una maggiore diffusione della sua sorella maggiore, la tv, trasmettendo in diretta molti concerti interessanti che senza questa possibilità non potrebbero raggiungere buona parte del pubblico. E credo che si potrebbe fare ancora di più.

La maniera migliore che noi musicisti abbiamo a disposizione, in questo momento, per farci conoscere e per offrire il nostro lavoro è internet. Senz’ombra di dubbio reti sociali come myspace, youtube o facebook hanno contribuito a ciò che dicevo prima e hanno aiutato molti musicisti di luoghi lontanissimi tra loro a conoscersi, condividere il lavoro ed ascoltarsi reciprocamente. Oggi non si può più fare a meno di un website, personale o del gruppo musicale, dove poter ascoltare e vedere in azione gli artisti. Questa formula, insieme a una buona registrazione audio e video è il migliore biglietto da visita per artisti che stanno lontani dal controllo della distribuzione che anche la migliore casa discografica possa realizzare e che sarà sempre più limitato di quanto possa offrire internet. Non ci sono limiti a raggiungere qualsiasi parte del mondo attraverso internet se non quelli che il mondo sappia che tu esisti nella rete.

Per il futuro mi piacerebbe che esistesse un pubblico sufficientemente informato, colto e allenato ad assistere a concerti dal vivo, che esigesse una programmazione di concerti di qualità, che appoggiasse la cultura non solo isolatamente col prezzo del biglietto, ma anche organizzandosi in associazioni private con quote mensili e con tanti soci, in modo che alla fine non fosse necessario l’aiuto di istituzioni pubbliche o solo con una partecipazione in una bassa percentuale nell’organizzazione di concerti nelle nostre città. Alla fine diventerebbe un copiare dei modelli europei che funzionano così da anni e che sopravvivono più facilmente a periodi come la crisi attuale, dove i governi sono talmente indebitati di per sé che la cultura diventa l’ultima delle sue priorità.

Com’è la tua doppia funzione di docente e di esecutore? O forse tripla, considerando quella del compositore. Quanto tempo dedichi a ognuna delle tue attività e quanto tempo ti resta per la tua vita extraprofessionale.

Attualmente la doppia funzione di docente e interprete in Spagna è abbastanza complicata nei Conservatori pubblici, giacché le leggi che li regolano sono le stesse delle scuole superiori e non delle Università. Per questa ragione dobbiamo osservare degli orari di permanenza obbligata nei nostri centri di lavoro, che riduce molto la possibilità di uscire e suonare fuori. Per fare dei concerti dobbiamo chiedere dei giorni di permesso senza retribuzione. Questo pregiudica notevolmente i nostri salari e a volte non conviene economicamente assentarsi dalle nostre classi per fare dei concerti. Sembra quasi una condotta da condannare essere un insegnante che fa concerti, anche se, paradossalmente, avere molta esperienza come interprete esecutore per le nostre amministrazioni accresce il punteggio in concorsi di trasferimento e commisioni di servizio. Non si capisce perché ma è così... Disgraziatamente abbiamo perso un’opportunità unica per i conservatori spagnoli, quella di essere integrati nelle università col famoso “Plan Bolonia” dell’insegnamento superiore...

Ad ogni buon conto, i miei colleghi attivi sia come docenti che come interpreti, così come me, pensano che sia fondamentale avere una buona formazione “scenica” per poterla trasmettere ai nostri allievi, i futuri professionisti della musica. E questo non solo dovrebbe essere appoggiato dalle nostre amministrazioni dell’istruzione, ma si dovrebbero anche dare tutte le possibilità a insegnanti che, come interpreti, abbiano un valore e un prestigio per il conservatorio per il quale producono.

Parliamo di incisioni. È senz’altro importante registrare e lasciare una traccia del proprio lavoro ma sembra che oggi il mercato discografico sia al tramonto. Come si potrebbe, secondo te, difendere quest’opera di documentazione e renderla concreta per il pubblico e per i musicisti?

Certamente, come spiegavo prima, il mercato discografico sta passando la peggiore crisi della sua storia e, se vorrà sopravvivere, dovrà adottare nuove formule che si incastrino meglio in questa nuova era dell’informatica. Alcuni stanno già facendo dei grandi affari con la vendita di musica online a prezzi ragionevoli, come il “Music Store” di Apple, solo per fare un esempio. Oggi qualsiasi musicista può mettere in rete la sua musica, non solo lì ma anche in siti che si occupano della distribuzione e della vendita di musica online, colla garazia che tutti i benefici saranno solo per i musicisti responsabili della registrazione, senza intermediari, senza cedere nulla a nessuna casa discografica. Tutto ciò è attraente per i musicisti di oggi, perché in questo modo si può gestire tutto da sé stessi e distribuire le proprie incisioni grazie alle nuove tecnologie. Queste registrazioni stanno attraversando un grande successo, soprattutto per i nuovi mezzi di produzione, molto più accessibili per lo stesso musicista che si trasforma anche nel produttore del suo lavoro. Chiaro che una buona registrazione discografica servirà e continuerà ad essere sempre il miglior biglietto da visita per un artista o una formazione, collateralmente all’attività concertistica, dove egli potrà mostrare il suo lavoro dal vivo.

La vita di un artista lo costringe ad avere sempre una valigia pronta. Come vivi questo aspetto e come lo vive la tua famiglia?

Ecco, questa è una domanda molto interessante... Di certo la nostra professione rende difficile conciliare vita professionale e vita familiare. Questo è, in ogni caso, complicato in qualsiasi professione se non ci sono un rispetto e una comprensione reciproci tra i componenti della coppia. Nel mio caso ho la fortuna di avere una famiglia che mi appoggia costantemente da quando ero bambino e ho una moglie, musicista come me, che capisce perfettamente questo tipo di vita, dal momento che lei è una grande interprete e vive ciò che vivo anch’io. Coll’arrivo di una figlia nelle nostre vite due anni e due mesi fa, confermare una data nelle nostre agende passa necessariamente attraverso di lei e col fatto che dobbiamo coordinarci molto di più. Personalmente adoro gioire della mia famiglia e adatto sempre la mia agenda per passare più tempo possibile con i miei cari. È questa una fase della mia vita molto felice e che mi sta arricchendo parecchio e la voglio vivere al massimo.

Un sogno, un ricordo, un progetto (o più di uno)?


Un sogno: vedere sempre felici le persone che amo. Un ricordo: Montréal. Un progetto: Trasmettere a mia figlia l’amore per l’arte, godere al massimo della mia famiglia (e della mia orchestra...)

Sei libero di aggiungere quello che vuoi, da ricette di cucina a viaggi che ti piacerebbe fare, libri da leggere o film da vedere...

Bene... viaggiare è una delle mie passioni, insieme alla fotografia (una combinazione di entrambe le cose è perfetta). Adoro il gazpacho andaluso (anche mia figlia lo adora). Libri da leggere? Un’infinità, e tra questi anche libri di “continuo”... Film da vedere... Il cinema mi affascina ma è tanto tempo che non vedo un film, per cui i film da vedere sono... moltissimi!

http://dariomoreno.net/
http://www.orquestabarrocadegranada.com/
http://www.myspace.com/barrocagranada

Thursday, September 16, 2010

La Cenerentola en el Rossini Opera Festival de Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival

Giosetta Guerra

La Cenerentola debería ser la opera oficial del ROF, en el sentido que debería estar en la cartelera de todos los años como en Verona se hace con Aida. La edición de este año retomó la producción de Luca Ronconi de hace doce años, y satisfizo plenamente al publico por una serie de motivos. Primero, por la belleza absoluta de la música en la lectura que Yves Abel (director principal de la Deutsche Opera Berlín y afianzado interprete rossiniano) obtuvo de la formidable orquesta y coro del Teatro Comunal de Bolonia. En perfecta sintonía con la escena, el director sostuvo la bravura de los artistas quienes entraron con naturaleza en el juego escénico y en una una espiral sonora, restituyendo el carácter de los personajes, exaltado por los vestuarios de Carlo Drappi. La escena tuvo a la vista módulos arquitectónicos girantes. La escenografía y la dirección que en su momento nos había dejado un poco perplejos, hoy la apreciamos por su originalidad y funcionalidad. Las peculiaridades vocales y la inteligencia interpretativa de los protagonistas, permeada de ironía que no cayó nunca en lo burlesco, jugaron un papel importante para restituir el gran vitalismo contenido en la invención rossiniana. Marianna Pizzolato (Cenerentola) posee una gracia particular en su interpretación con una voz cálida y supo dar agudos y adherirse con extrema bravura al canto y a los embellecimientos de la coloratura rossiniana. Lawrence Brownlee (Don Ramiro) mostro una clara pronunciación, y una voz suave con graves plenos y naturales, así como brillantes agudos y otras cualidades que lo conducen a una orbita sobrehumana y la dúctil que es su medio vocal lo convierte en un valido ejecutor del alto virtuosismo rossiniano. Nicola Alaimo (Dandini) fue un buen intérprete y buen bel cantista, poderoso en los concertantes gracias a una voz flexible e imponente. Paolo Bordogna (Don Magnifico) tiene optimas cualidades actorales y vocales, y canta bien pero su voz fue un poco clara para este papel y por momentos lo cubrió la orquesta. Alex Esposito (Alidoro) tiene el carisma de mago con su magnifica voz de bajo cantante, vibrante y pareja. Escénicamente expresivas pero vocalmente carentes estuvieron las dos hermanastras. Manon Strass Evrard (Clorinda) e Cristina Faus (Tisbe).

Demetrio y Polibio de Rossini en el Rossini Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival
Giosetta Guerra
La escena se abrió mostrando un escenario visto desde la parte de atrás, por lo que el foso iluminado y la cortina se veían al fondo, y detrás uno se imaginaba la presencia de público. !Wow! exclamé, porque no había visto una idea parecida. Una idea brillante del regista Davide Livermore, quien optó por un lectura moderna de la opera. La Sinfonía de inicio, no pertenece a Rossini, si no a Domenico Mombelli, cantante y compositor a quien el joven Rossini le encargaba obras. De Mombelli serian también otras partes de la opera como el aria de Siveno del segundo acto o el aria de Eumene. Los personajes fueron solo cuatro pero bastaron para construir una historia mas enredada, típica de los libretos de la época, y como no tienen un espesor psicológico y teatral consistente, por ello Livermore los presentó como fantasmas que desaparecían, y que de noche vagaban por un viejo escenario desierto. Guardarropas de vestuarios de teatro, espejos, pianos, contrapesos que subían y bajaban gracias a los efectos espéciales del mago Alexander, candelabros suspendidos volaban por el aire en todas direcciones. En el plano vocal destacó el bajo Mirco Palazzi (Polibio), con su voz suave, dúctil y de grato color, poderos y portentoso en los duetos y graves bien apoyados. Eumene fue interpretado por el tenor chino Yijie Shi, tenor contraltino bastante ágil pero con sonidos agudos no siempre pulidos. Victoria Zaytseva (Demetrio-Siveno) es una ágil mezzosoprano con sonidos rotundos y emisión natural, muy buena en el canto de coloratura en la música ligera y brillante. La soprano española María José Moreno (Lisinga, el papel vocalmente mas difícil de la opera) mostro una voz pequeña, que supo maniobrar entre las agudas y virtuosas acrobacias y con delicadeza en algunos dúos. Buena fue la prueba de la Orquesta Sinfónica Rossini, dirigida por Corrado Rovaris y del Coro de cámara de Praga, dirigido por Lubomír Mátl.

Sigismondo de Rossini en el Rossini Festival 2010, Pesaro

Foto: Rossini Opera Festival
Giosetta Guerra

Michieletto… Michieletto … ¡yo sabia que debíamos tenerte en cuenta! Ya que nos has dado una lección de cómo debe ser un luminoso hospital psiquiátrico, pulido, lineal y con médicos y enfermeras listas para atender, como le sucede a Sigismondo enloquecido por una elección criminal contra su mujer pero que recobra el sentido cuando se reencuentra con ella. Los ataques de locura de Sigismondo, rey de Polonia, con gritos animalescos y la visión de fantasmas con el aspecto de su mujer Aldimira, entre otros, le dieron a Damiano Michieletto la idea para ambientar este drama en dos actos de Rossini, en el amplio pabellón de un moderno nosocomio, todo blanco, con ventanas altas, camas blancas ocupadas por enfermos mentales. En el segundo acto las paredes se cambiaron a madera marrón y las ventanas se convierten en vitrales, para estar en la sala de un palacio real. El espectáculo fue estudiado y refinado en cada detalle. Las producciones de este director escénico continúan sorprendiéndonos y dejan una sensación de frescura. Su idea fue apoyada por Paolo Fantin, quien se encargó de las escenografías y de Carla Teti, con el vestuario. Otra magia fue la magnifica prueba de Daniela Barcellona en el papel travesti de Sigismondo. Vocalmente dejo salir toda la voz de mezzosoprano que hay en ella, con un sonido cálido y rotundo, agudos estratosféricos, naturaleza en la emisión y línea de canto perfecta. Olga Peretyatko (Aldimira) posee una voz de soprano melodiosa, y fue una virtuosa en la zona grave cantando con buena técnica. Antonino Siragusa interpretó con incisivo acento y propiedad de estilo las arias de Ladislao. Andrea Concetti, en el doble papel del medico Ulderico y del noble polaco Zenovito, tuvo una bella forma de interpretación con voz suave, densa y oscura. Manuela Bisceglie, como Anagilda, y Enea Scala como Radoski, estuvieron correctos. Michele Mariotti, debutando en su ciudad, dirigió con mano ligera a la orquesta y al coro del Teatro Comunale de Bolonia y contribuyo al éxito del espectáculo.

“ I CONCERTI CIANI A 5 STELLE” -QUARTETTO MADA’S , Stresa

Foto: Quartetto Mada's

“ I CONCERTI CIANI A 5 STELLE”
Stresa - Regina Palace Hotel - Sala Azalea - 13.SETTEMBRE.2010


QUARTETTO MADA’S

Renzo Bellardone

I quattro giovani musicisti, maturate le singole esperienze come allievi modello del Conservatorio “L.Perosi” di Campobasso, hanno mostrato da subito un precoce talento ed interesse per la musica d’insieme che vede proprio nel quartetto d’archi la sua forma più colta e raffinata , come si evince dal programma di sala per il concerto proposto dall’Associazione Musicale “Dino Ciani”, diretta da M.L.Bertola. F.Mendelssohn è il primo autore eseguito ed il suo Capriccio op 81 dà subito la misura dell’affiatamento dei quattro giovani artisti; raffinati esecutori imprimono dolcezza o forza con naturale manualità talentuosa. Con un attacco intimistico di riflessione iniziano l’op. 59 n.3 “Rasumovsky” di L.V Beethoven. L’entusiasmo giovanile della viola di Alberto Albino ben dialoga con il puntuale pizzicato del violoncello di Maria Miele, che con il secondo movimento segna imperiosamente il tempo non escludendo l’intenzione di essere “voce”. Dialogo all’unisono anche per il violini di Antonella d’Andrea e di Antonio Mastroianni che mai si prevaricano, ma affiatati si congiungono nella ricerca dell’ esecuzione perfetta in un botta e risposta con la viola esaltato dal sottofondo del violoncello. Il “pizzicato” è il filo conduttore del programma , ritrovandolo infatti ancora anche nel quartetto op.96 n.12 “American” di A. Dvorak. I bravi musicisti riescono a trasferire tutta la descrittività ed evocazione che la scrittura contiene: la città, il movimento, il traffico, la gente, l’acqua ed il vento che creano le onde, l’aria, la luce, il ticchettio della pioggia il tutto in una sarabanda di colori allegri e briosi. Molto vicina al “nostro sentire” contiene tutta l’atmosfera ed i colori della Sinfonia del Nuovo Mondo” con un nostalgico ricordo della terra natia, come si avverte nei movimenti successivi: gli affetti, i ricordi, i profumi……..fino alla poesia ispirata fatta di vibrati e vibrazioni. Poi il tempo del valzer che lascia il passo ad una scrittura più complessa fino al ricordo delle danze popolari western che si incrociano come in un misterioso destino con le ballate popolari dell’Est. I giovani musicisti sanno tenere l’atmosfera giusta e sicuri interpreti sanno ottenere molti e meritati consensi dal pubblico eterogeneo.Quale continuità esecutiva, ma rottura temporale delle partiture, concedono due repliche di cui l’aria celebre da “Rugantino” e un conosciutissimo brano di Bakalov. Un incoraggiamento a continuare nasce spontaneo: davvero bravi, volonterosi, tenaci ed abili.


Aida con la Scala - Teatro Colon di Buenos Aires

Foto: Colombaroli

Ramón Jacques

La splendida e commovente interpretazione di Aida che il coro, l’orchestra e i solisti del Teatro alla Scala di Milano hanno realizzato nella loro prima tournée in Argentina sarà ricordata come una delle migliori esecuzioni dell’opera viste in questo teatro. Per commemorare il bicentenario dell’Argentina e la riapertura del suo teatro più importante, chiuso per restauri per quattro anni, non poteva essere scelto un teatro milgiore di quello milanese. La scelta su Aida è caduta perchè fu proprio questa l’opera che inaugurò il Teatro Colon di Buenos Aires nel 1908.
Il vantaggio di una rappresentazione in forma di concerto della sontuosa partitura verdianan era che con una orchestra più amplia e schierata si potevano apprezzare maggiormente una varietà di colori normalmente impercettibili nella limitazione della buca. Notevole la resa di tutta l’orchestra, con una sezione degli archi dal suono omogeneo e millimetricamente preciso e una sezione degli ottoni molto risonante. Daniel Barenboim si è distinto davanti al suo pubblico dirigendo con entusiasmo e ardore e anche se la sua lettura mancava a volte di mobilità dinamica, il risultato finale è risultato notevolissimo.. La prestazione del Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni si può definire solo con un aggettivo: “portentosa”. Sicuramente in questo repertorio nessuno può rivaleggiare con la compagine milanese!
Il cast prevedeva nel ruolo della protagonista il soprano ucraino Oksana Dyka, dalla voce sicura e omogenea, maneggiata con energia e dolcezza quando richiesto. Salvatore Licitra ha donato carattere e virilità a Radames con un canto di ampia proiezione e bel timbro. Da parte sua Ekaterina Gubanova ha cantato con intensità e convinzione nella parte di Amneris, mettendo in evidenza il suo timbro mezzosopranile scuro e vigoroso. Appropriata la voce del baritono Andrzej Dobber nel ruolo di Amonasro, molto elegante nel fraseggio e nella dizione. Kwangchul Youn ha incarnato un Ramfis dalla voce potente come pure meritevoli di menzione dono Carlo Cigni (il Re), Antonello Ceron (il Messaggero) e Sae kyung Rim (la Sacerdotessa)- Alla fine più di quindici minuti di applausi e ovazioni per tutti gli artisti.

Il Faldone Ritrovato ossia Frequentare Convien d’Antiche Spoglie i Banchi.

Foto: Recitando Cantando; Pamela Lucciarini (soprano) Elena Biscuola (contralto)

Massimo Crispi

Una passeggiata tra i banchi dei libri antichi vale sempre la pena farla, quando c’è un mercatino di antichità o similia presunte tali. Si possono incontrare delle patacche inverosimili, le memorie della Contessina spagnola Tal de los Tales y Cuales e i suoi intrighi col Visconte italiano Amarillo de’ Casanovi Filicori Amadori, o la pagina mancante, ovviamente manoscritta, della Divina Commedia, con tanto di macchia di torta al mirtillo, che Dante era solito consumare scrivendo, lo sanno tutti, oppure un libro di geografia con continenti inventati del 1507, completo di animali mostruosi e immaginari le cui fattezze erano riportate nei racconti dei marinai, forse ubriachi di rum o di vinho porto... Ogni tanto si incontrano anche autentici pezzi provenienti da archivi storici i cui curatori non hanno avuto, diciamo, l’accortezza di catalogare i propri patrimoni e quindi si può ben dire che le porte di quegli archivi fossero spalancate per far sortire ogni pezzo importante e di valore. Così forse si perdono, ancora oggi, soprattutto in archivi mal gestiti, forse anche da ecclesiastici (ma voglio sottolineare e ribadire il “forse”, parola magica perché non mi si dica che insinui alcunché) e, forse, in una città che è nota come la Città Eterna, senza fare nomi e cognomi, forse si perdono, dicevo, beni che apparterrebbero non solo all’Italia, col suo immenso magazzino di arte e anche di cianfrusaglie, ma al mondo intero. Capita che qualche studioso, italiano o straniero, cerchi in questo o in quell’archivio, italiano, dei documenti che secondo delle ricerche accurate avrebbero dovuto trovarsi lì e che regolarmente non si trovano o non è data neanche la possibilità di cercarli perché l’addetto è in vacanza, o in pensione, o il prete curatore sta dicendo messa oppure è in confessione o anche non ha semplicemente voglia di essere importunato con richieste che lo costringerebbero a scostare le imposte dell’archivio, azione, questa, che apre ogni possibilità di interpretazione di detto comportamento... Cosa recentissimamente accaduta, quest’ultima, sempre nella misteriosa Città Eterna, a due amici studiosi che cercavano dei preziosi documenti su un celebre compositore italiano del 1700 all’archivio del Palazzo Tizio (non si fanno nomi, da noi, non è educato), guarda caso gestito da ecclesiastici, che combinazione. Troppi, in questo paese; qualche giorno bisognerebbe, come dire, archiviare anche loro.

Un aneddoto divertente, riguardante la Biblioteca Nazionale di Firenze, me lo raccontò un amico che cercava un libro e che l’addetto alla ricerca non trovò perché era “alluvionatho”, cosa impossibile perché stampato dopo l’alluvione del 1966... Svista evidente dell’addetto, estremamente competente e regolarmente pagato al 27 d’ogni mese. Può anche accadere, che alcuni preziosi faldoni di archivi, rubati, o venduti, o magari usati per pareggiare un tavolo zoppo, mettiamo il “forse” salvifico, da ignavi curati di campagna, qualora non siano stati usati per incartare il pesce dai medesimi, si ritrovino per pura casualità su un banchetto della Fiera dell’Antiquariato di Arezzo, e che questo faldone finisca nelle mani del prof. Luciano Ceccarelli il quale riconosce l’appartenenza dello stesso all’Archivio della Cappella Musicale di Urbino, un volume di 140 pagine manoscritte sparito intorno alla metà del 1900 e mai più ritrovato, fino a quel momento, il 1984. Niente di meno, ne ha fatta di strada l’incartamento. Prontamente il volumone errante è tornato nella famiglia di cui faceva parte, per fortuna. E cosa c’era in questo volume rilegato in pelle con imprimiture dorate e recante la data del 1700? Delle opere inedite di Antonio Caldara e due cantate per soprano e basso continuo di un compositore di parecchio sconosciuto, forse napoletano, Anastasio Lingua, vissuto a cavallo tra Sei e Settecento, di cui non esisterebbe altra musica che questa, presente nel manoscritto. Accidentaccio, che fortuna! Di Anastasio Lingua si sa poco, è vero, però sappiamo, comunque, da uno studio di Saverio Franchi (Drammaturgia romana, Roma 1997), che nel 1708 andò in scena al palazzo Zuccari, commissionata dalla regina Maria Casimira di Polonia, in esilio dorato a Roma, una serenata a 3 voci intitolata Le Corone Amorose, su poesia di Carlo Sigismondo Capece. Varrebbe la pena di approfondire, perché la musica di Anastasio Lingua, presentata nel CD della CLAVIS “Antonio Caldara, Anastasio Lingua: Cantate”, è davvero di buona fattura. Forse si scoprirebbe un nuovo capolavoro o forse no, ma non si saprà mai senza un’indagine. Sempre che l’archivista del caso permetta di accedere all’eventuale manoscritto, chissà se ancora esistente, alluvionatho, o nel salotto di qualche collezionista cinese nouveau riche. A Pekino o Shangai, ovviamente, esposto per il vanto del collezionista, su un leggìo del XVIII secolo proveniente da qualche convento.

Queste due cantate per soprano e basso continuo, Insoffribbile tormento (sì, con due b) e Amo e scoprir non posso, sono eseguite nel CD dal soprano Pamela Lucciarini e dall’ensemble Recitarcantando, che danno così una possibilità di redenzione ad Anastasio Lingua. Il CD è arricchito da altre cantate a voce sola (La Rosa, Antri, spelonche e leoni, A le spiagge di Cnido) e a due voci con violini e con basso continuo di Antonio Caldara, assai più celebre del coinquilino in questo manoscritto ritrovato. L’altra voce, che in Filli e Tirsi si unisce alla Lucciarini, e che canta anche La Rosa, è quella del contralto Elena Biscuola. Entrambe le voci sono assai interessanti, devo dire. La disinvoltura interpretativa e tecnica delle due artiste colpisce per la precisione e la leggiadria, la fantasia timbrica e di fraseggio, senza alcuna pesantezza o pedanteria, che invece si nota talvolta nell’accompagnamento strumentale, di alto livello, certamente, pur se ogni tanto un po’ sbiadito da parte dei violini. Solo ogni tanto, lo rimarchiamo per essere chiari. Talora un guizzo in più, un tempo staccato un po’ più vivace o una volatina aggiunta, una maggiore differenziazione dei piano e dei forte, avrebbe alleggerito il sovrappeso di un bel piatto di portata di un menù goloso come questo. Non che mancasse il canto nell’esecuzione strumentale, tutt’altro, ma di tanto in tanto l’abbandono era meno morbido, libero e volatile di quello della Lucciarini e della Biscuola, i cui chiaroscuri ed effetti coloristici erano più evidenti e palpabili. Nella registrazione talvolta il canto nel piano delle due cantanti è un po’ troppo coperto dal livello dei violini e si perde qualcosa. Forse perché sono un cantante anch’io ho l’orecchio viziato ed esigo molto dagli strumenti, ma credo che lo scopo ultimo dello strumentista sia di tradurre i segni sul pentagramma come se si trattasse realmente di un testo poetico, che ogni frase strumentale abbia il diritto a un suo canto e che si debba cercare di avvicinarsi il più possibile alle mille risorse timbriche ed espressive della voce umana, soprattutto in un tipo di musica come la cantata barocca a voce e strumenti. Ottima la realizzazione del continuo coi violoncelli superbi di Maurizio Naddeo e Diego Roncalli, il cembalo di Danilo Costantini, Giacomo Barchiesi e Michele Vannelli e gli strumenti a pizzico pertinenti e varii di Maurizio Piantelli. Per il resto è una lettura assai corretta, diciamo che la musica di Antonio Caldara non ha il colpo di genio degli Scarlatti o di Händel, e che forse mi entusiasma maggiormente, sebbene più arcaicizzante, quella di Anastasio Lingua, lo sconosciuto, ma è comunque di razza. Le due cantate di quest’ultimo sembrano rivolte più a un mondo seicentesco, più vicine all’universo tematico e affettivo di Stradella e Steffani che verso il Settecento appena iniziato, come invece quelle di Caldara. Nell’aria finale Vola già dal sen quest’alma, nella seconda cantata di Lingua, si apprezza l’elevato virtuosismo tecnico ed espressivo della Lucciarini. Antri, spelonche e leoni di Caldara possiede pagine di pregio come le arie Freddi marmi e Aure grate, dove il dialogo voce/violini, ricorda certe atmosfere händeliane successive, nelle sue opere italiane più celebri come Poro, Alcina, Giulio Cesare e, prima ancora, nel Trionfo del Tempo e del Disinganno, proprio di quegli anni italiani. Pamela Lucciarini è iperattiva nel campo della ricerca musicale e scopre, di solito, cose interessanti; grazie per questo CD che aggiunge ad ogni modo qualcosa di valore al vastissimo repertorio già registrato.

http://www.facebook.com/note.php?note_id=106423112723428

Concerti vocali a Pesaro - Auditorium Pedrotti, Pesaro

Francesco Meli
Matteo Pais, pianoforte
(venerdì 20 agosto 2010 ore 17.00)
Di Giosetta Guerra


Nel mese di agosto il tenore Francesco Meli è stato gradito ospite delle Marche per ben tre volte: allo Sferisterio di Macerata ha partecipato alla produzione de I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi, al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo si è esibito in un repertorio belcantistico per la XIX edizione del Premio Lirico Mario Tiberini e all’Auditorium Pedrotti di Pesaro è stato protagonista di un recital di belcanto, accompagnato al pianoforte da Matteo Pais. Il programma che Meli ha presentato il 20 agosto nell’ambito dei concerti del ROF era incentrato su arie da camera e arie d’opera, per concludere con due bis: “Le Silvaine” di Rossini e “A vucchella” di Tosti. Il tenore ha dato prova di grande versatilità vocale ed interpretativa, di simpatia e comunicativa, suscitando il delirio del pubblico, che lo ha a lungo acclamato. Ecco il recital al microscopio. Ne “La promessa” dalle Soirées musicales di Rossini il tenore si destreggia abilmente nell’alternanza di canto pieno e canto a mezza voce. “Il barcaiuolo” dalle Nuits d’été à Pausillipe di Donizetti richiede estensione e potenza vocale e lo mette alla prova nel canto di sbalzo e nell’uso della messa di voce: prova superata alla grande. “L’ultima canzone” e “L’ultimo bacio” di Tosti mettono in luce la sua voce robusta e sonora anche nei gravi, attacchi in pianissimo, espansioni fino ai sovracuti e ritorno al canto di passione, smorzature e filato finale lungo e lievissimo; sospensione emotiva anche nella musica e nel tocco pianistico: ovazione! Nei tre sonetti del Petrarca: “Pace non trovo”, “Benedetto sia il giorno”, “I’ vidi in terra angelici costumi”, musicati da Listz, Meli sfrutta l’ampiezza e la rotondità del suo mezzo vocale per entrare nelle grandi espansioni melodiche del primo brano, dove sfoggia anche una straordinaria messa di voce per il canto appassionato, ora morbido ora irruente, (coprotagonista il pianoforte che ha brevi interludi); nel secondo passa da soavi messe di voce a possenti esternazioni di eroico vigore maschio; nel terzo, dove notevole spazio è riservato al pianoforte con belle pagine di panismo, l’emissione a fil di voce diffonde una sorta di malia. “Vanne o rosa fortunata” è un’arietta di Bellini fresca e giovanile. Nella cavatina di Antenore “Che vidi, amici” da Zelmira di Rossini esce tutta la gamma dei colori della sua voce e nella cabaletta di Antenore “Sorte assecondami” Meli ha il piglio, la fantasmagoria della coloratura e un modo di porgere che ricorda Rockwell Blake. Nella cabaletta di Cantareno “Il piacer di mia ventura” da Bianca e Falliero di Rossini è impossibile descrivere la meraviglia del canto, la varietà dei colori, le agilità, la potenza, l’estensione dai gravi naturali ai sovracuti tenuti ed estesi. Pubblico in delirio.

Désirée Rancatore
Richard Barker, pianoforte
(domenica 15 agosto ore 17.00)
Di Giosetta Guerra

Biondissima, fasciata da un abito lungo tutto d’oro, Désirée Rancatore ha presentato un ricco programma, composto di arie da camera e arie d’opera, accompagnata al pianoforte da Richard Barker. Quel che piace della Rancatore, oltre l’innata simpatia che trasmette, la luminosità e lo scintillio degli acuti (Haendel, Alcina, aria di Morgana "Tornami a vegheggiar"; Arditi "Il bacio"; Lehàr, La vedova allegra "Vilja"), la spericolatezza dei sovracuti e la facilità di saltare da un registro all’altro (Thomas, Hamlet, aria di Ophélie "Pâle et blonde”, Donizetti, Don Pasquale, aria di Norina "So anch'io la virtù magica"), l’agilità nel canto di coloratura, trilli, sbalzi (Rossini, Soirées Musicales, “La pastorella delle alpi” luminosissima e “L'orgia” brillante e giocosa; Donizetti, La fille du régiment , arie di Marie "C'en est donc fait", "Par le range et par l'opulence", "Salut à la France"), l’intensità dell’interpretazione, la messa di voce, i lunghi filati, la familiarità con le scale ascendenti e discendenti (Bellini, I Puritani, aria di Elvira “Qui la voce sua soave”; Puccini, Gianni Schicchi "O mio babbino caro"), il corretto modo di porgere e gli affondi rotondi (Pergolesi/Parisotti, arietta “Se tu m'ami”; Paisiello, Nina, ossia La pazza per amore "Il mio ben quando verrà", arie che si sviluppano nel registro centrale). Ciò che non mi piace della Rancatore è la tendenza a gonfiare i suoni centrali per dar maggior spessore al registro medio (Verdi, La Traviata, aria di Violetta "Addio, del passato", cantata in modo strano: attacchi con voce da bambina, medi e bassi costruiti, dal centro in su luminosità paradisiaca, filati deliziosi, messa di voce delicatissima). Richard Barker ha eseguito per pianoforte solo il "Tema di Anzoleto" da Una delle ultime sere di Carnevale di Carlo Goldoni.
Successo plateale.

Concerto Pergolesi
Per il tricentenario pergolesiano, in collaborazione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi
(18 agosto 2010, ore 11.00)
Di Giosetta Guerra

La prima parte aveva in programma pagine di Giovanni Battista Pergolesi: due cantate per soprano, archi e continuo “Luce degli occhi miei” e “Chi non ode e chi non vede” (revisione critica della Fondazione Pergolesi Spontini, a cura di Giuseppina Mascari), interpretate da María José Moreno e un’antifona per contralto, archi e continuo (revisione critica della Fondazione Pergolesi Spontini, a cura di Federico Agostinelli), “Salve Regina in Fa min.”, con la voce di Hadar Halev. Per la prima cantata solo 15 archi e un clavicembalo, per le altre due archi raddoppiati e clavicembalo. “Luce degli occhi miei” è una bella pagina quasi a tempo di danza con brevi intermezzi strumentali. La voce del soprano è piccola e carente nei gravi, ma ben gestita negli altri registri. Nell’altro brano, “Chi non ode e chi non vede”, che è una lamentatio, con introduzione strumentale vivace, vivacità che continua nella parte vocale col canto di sbalzo e mosso, l’Orchestra è fluida e l’ interpretazione incisiva; il soprano esibisce un bel timbro pulito e luminoso, facilità nelle progressioni acute ed espansione del suono, canta bene ed usa la messa di voce. Nel Salve Regina il contralto gestisce con morbidezza una voce dal bel colore denso e scuro, di medio volume, canta sul fiato e fa uso delle mezze voci. La seconda parte ha presentato Stabat Mater del Pergolesi per quattro voci con l’aggiunta de’ stromenti da fiato di Giovanni Paisiello (revisione delle Edizioni Musicali “L’oca del Cairo”, a cura di Giuseppe Camerlengo), con l’orchestra al completo formata da archi e fiati e con le voci di María José Moreno soprano, Hadar Halevy contralto, Yijie Shi tenore, Mirco Palazzi basso. Lo Stabat Mater di Pergolesi, trascritta da Giovanni Paisiello nel 1810, è un alternarsi di assoli e duetti (tenore-basso, soprano-contralto) su musica lamentosa e dolorosa, anche il canto è spesso sommesso su temi ripetuti in orchestra, o su musica agitata, e termina con tutti insieme nell’Amen finale. La voce più interessante, lo sappiamo già, è risultata quella di Mirco Palazzi, che ha un faccino da bambino e un vocione da grande. La voce è veramente splendida (bel colore scuro, suoni gravi sicuri e pieni, volume e spessore notevoli) e l’ emissione è fluida, con rotondità e bellezza del suono. Il soprano ha fatto sfoggio di una bella linea di canto con pianissimi (eseguiti anche dall’orchestra) ed espansioni acute estese. Il tenore ha voce chiara, un po’ rigida, di timbro non bello, sembra una voce costruita. Il contralto ha una bella voce con gravi naturali. Alla guida dell’orchestra Sinfonica G. Rossini era il thailandese Trisdee Na Patalung, messosi in luce l’anno passato nelle direzione de Il Viaggio a Reims dei giovani, al continuo Carmen Santoro.








Monday, September 13, 2010

Il Nerone ossia l’Incoronazione di Poppea ossia l’Incoronazione del Seicento - La Venexiana

Foto: La Venexiana, José María Lomonaco (mezzosoprano); Pamela Lucciarini (soprano)

Massimo Crispi

Mi ricordo che mia nonna paterna, io ero bambino, in rari momenti di sconforto cantava, con voce flebile e roca per l’età, Pietà, Signore, di me dolente. Era la sua maniera per esorcizzare il dolore e la solitudine, attraverso un mantra sonoro a lei familiare. Io, allora seienne, le chiedevo di chi fosse quella bella melodia e lei mi rispondeva che era la Preghiera di Stradella. Lei la conosceva, almeno, come tale. Molti anni dopo, al Conservatorio me la fecero studiare pure come opera di Alessandro Stradella, in una raccolta di arie antiche. Scoprii successivamente, dopo aver lasciato il Conservatorio, che di Stradella non c’era manco una semibiscroma e che il pezzo era un falso dell’Ottocento, molto probabilmente di François-Joséph Fétis. Crollo di un mito, ma non per questo Pietà, Signore ha smesso di piacermi e di riportarmi ad antiche suggestioni familiari gonfie di tenerezza nel ricordo della nonna rattristata. Accade per molte opere che poi si scopra che non sono di chi si credeva ma di altre persone. Accadde perfino a Stravinsky di cadere in trappola e di attribuire a Pergolesi l’aria Se tu m’ami utilizzandola per il suo Pulcinella. Probabilmente l’aveva conosciuta attraverso la raccolta di arie antiche di Alessandro Parisotti, che dalla seconda metà dell’Ottocento era d’obbligo nella collezione di spartiti salottieri di pianisti e di cantanti: Piacer d’amor, Amarilli, O cessate di piagarmi, eccetera. Ah, certo: anche Caro mio ben. Le prende addirittura in giro, queste arie,

Guido Gozzano nelle sue rime interne in “L’amica di Nonna Speranza”:
“...le amiche provano al piano un fascio di musiche antiche.

Motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto

di Arcangelo del Leuto e d'Alessandro Scarlatti.

Innamorati dispersi, gementi il core e l'augello,

languori del Giordanello in dolci bruttissimi versi...”
Pare che in tempi di ricerche musicologiche un po’ più scientifiche, dove si riesce a determinare la composizione chimica dell’inchiostro, della carta utilizzata, riuscendo anche a capire che tipo di piante e di fibre siano state usate per produrla, dove crescessero e che varietà fossero, svergognando sindoni e altre improbabili reliquie, bisogna rassegnarsi all’idea che anche alcuni tra i più grandi capolavori non furono composti da persone che ormai facevano parte della nostra famiglia ideale. L’ultima scoperta, ma in realtà era già in atto una riscoperta delle autentiche origini di uno dei monumenti del melodramma italiano del Seicento, riguarda L’Incoronazione di Poppea. Sembrerebbe, secondo il musicologo Stefano Aresi e l’ensemble La Venexiana di Claudio Cavina, che di Claudio Monteverdi ci sia davvero ben poco nell’Incoronazione e che sia più un patchwork a parecchie mani, sebbene mani di prima scelta, come quelle di Francesco Cavalli, Benedetto Ferrari, Francesco Sacrati e di quello che ha scritto più cose di tutti, il famoso Anonimo. Diciamo che quest’ipotesi, dovuta ad attente analisi dei manoscritti di Napoli e di Venezia, non cambia di molto l’immenso valore dell’opera, anzi forse glielo accesce. Effettivamente lo stile, le melodie, gli ariosi, i recitativi sono un po’ diversi dalle altre opere monteverdiane pervenuteci e il fatto che di questi manoscritti esista solo o quasi la linea strumentale del basso continuo, oltre, naturalmente a quella vocale ha fatto sbizzarrire nel corso degli anni un esercito di revisori, che hanno aggiunto strumenti, strumentini, strumentoni, strumentissimi, anche dove proprio non ci stavano. Ricordo, per esperienza personale, essendo nel cast, di una revisione dell’opera di Alberto Zedda, proprio nell’anno monteverdiano intorno alla metà degli anni Novanta del XX secolo. Alla Scala, sì... Da una linea di basso continuo, Zedda trasse un’orchestra respighiana, ottenendo solo un baccano infernale che copriva molti preziosismi di un cast stellare, il quale risultò alla fine parecchio molestato dalle inutili e rumorose invenzioni zeddiane provenienti dal golfo mistico. Senza costrutto poi, perché, infine, l’opera, di per sé non facile, risultava irrimediabilmente noiosa e rischiava di essere nuovamente sepolta per parecchio tempo ancora. Fortunatamente questa revisione, anche se chiamarla revisione è parecchio azzardato, si è vista raramente in giro, forse un’apparizione in Spagna, e spero ardentemente che cada nel dimenticatoio perchè era davvero orrenda. Basta però sparlare degli assenti... Andiamo ad analizzare l’esecuzione discografica del gruppo di Cavina. L’operazione musicale e musicologica ha utilizzato il manoscritto di Napoli, pur con tutte le incertezze attributive, e vi sono stati aggiunti dei ritornelli strumentali da opere coeve, soprattutto di Cavalli, che fanno da tessuto connettivo tra le varie scene. Ovviamente, per motivi storici di prassi operistica veneta, gli strumenti sono solo archi, a parti reali, e un ricchissimo basso continuo con quattro tiorbe, un arciliuto, una chitarra barocca, due cembali, un’arpa, un organo, che forse manco nei teatri veneziani si sognavano. Una veste timbrica molto suggestiva.

Le voci sono, quasi tutte, di prima scelta. E il canto si espande, finalmente, senza sirene di ambulanze e suoni fissi da brividi come se il gesso stridesse sulla lavagna. Il canto monteverdiano ritrova in questa esecuzione una dimensione teatrale, la dimensione che spetta di diritto a una lingua come la nostra, il toscano aulico adottato da letterati, riferentisi a Francesco Petrarca soprattutto, e che nel Seicento inventarono dei libretti straordinari, come quello dell’Incoronazione di Poppea di Giovanni Francesco Busenello. Ma è meglio che si parli d’ora in poi del Nerone, perché L’incoronazione di Poppea sarebbe il sottotitolo, in realtà. Si diceva del canto. Il lavoro di cesello fatto da Cavina e seguito dalla maggior parte dei cantanti, soprattutto quelli d’origine italiana, ha fatto volar via anni e anni di noia auditiva, dopo recitativi eseguiti un po’ troppo superficialmente senza una coscienza fonetica realmente approfondita, senza una coscienza della prosodia italiana, del fonema e dell’importanza dei rafforzamenti fonosintattici, di preziosismi linguistici barocchi, in nome di un asettico “stile” che in realtà di teatrale aveva realmente poco. Il suono, ricco, bello, scorrevole, che Cavina ha ottenuto dalla maggior parte del cast e dagli strumenti invita ad ascoltare l’opera nel suo svolgimento colla suspense del “e cosa faranno adesso?”, che per un’opera della durata di diverse ore, e di tre CD, non è affatto poco. Il senso della teatralità pervade i cantanti fin dalle prime battute della Fortuna, una sontuosa Pamela Lucciarini in gran forma, che con grinta spavalda già fa presagire bene. Ritroviamo la medesima nel successivo ruolo di Damigella, notevole anche in quello. I cantanti tolgono le battute l’uno all’altro, senza aspettare il compimento della semibreve finale delle frasi, che lascerebbe un buco teatrale e che alla lunga formerebbe, appunto, la noia, e incalzano nello sviluppo del dramma, senza lasciare spazio a indugi.
La scelta del tempo del primo intervento di Ottone, la superba Josè Maria Lo Monaco, accelera la tensione amorosa e vorticosa dell’incertezza del personaggio, in ismanie erotiche verso la donna più corteggiata dell’Impero, e pupa del capo. Ma proprio perché pupa del capo, bella e impossibile. La Lo Monaco ci offre fin dal primo momento la passione, il fuoco, con un colore vocale che avvolge e che, strano effetto, proietta in una dimensione atemporale, almeno a me è sembrato di stare lì, dentro il dramma, al primo ascolto. Arrivano i due pretoriani, buffe espressioni di Mario Cecchetti e Giovanni Caccamo, all’altezza dei loro ruoli, e che ritroveremo in altre parti all’interno dell’opera. E finalmente la coppia imperiale: Nerone, una sublime Roberta Mameli, e Poppea, un’insinuante e sinuosa Emanuela Galli. In tutti i loro interventi le due artiste hanno dato un’enorme credibilità al proprio personaggio. Un’isterica e giovanile smania di potere e di tutto ciò che vi è connesso, dal possesso della vita degli altri, dallo spasmo erotico per la donna più sexy di Roma, dal capriccio totale e indisturbato che fa quasi sembrare Nerone un archetipo della Regina di Cuori di Alice, tagliate le vene a questo e a quello, il senato e il popolo che ci siano o non ci siano è lo stesso (come ricorda da vicino l’attualità romana!) ma, in tutto questo, assolutamente maschile, nonostante la voce femminile, splendida, della Mameli. E che si vuole di più? La Galli, dal canto suo, offriva la sensualità di una Poppea molto coquette, capace di fare arroventare il ferro e di sospendere al momento giusto, un’esperta cortigiana, con un canto persuasivo e carezzevole, esigente e smanioso anch’esso, una smania per il potere che è lontanissima dal vero amore, ma che dell’amore usa i mezzi persuasivi che ogni donna ha, dall’inizio della storia fino a oggi, dove le pupe del capo diventano ministri, oggi come allora, appunto. I duetti della coppia sono splendidi. Quello finale, Pur ti miro, a mano di Benedetto Ferrari (o di chissà chi...), una passacaglia tra le più sensuali mai scritte, trova in questo arrangiamento mai sentito, un po’ minimalista un po’ postmoderno inventato da Cavina, una dimensione di sospensione, e si ha voglia che continui, che non finisca mai più... che musica e che esecuzione!

Di gran pregio la voce di Raffaele Costantini, un Seneca autorevole e con accenti assai pertinenti, un po’ il grillo parlante che sa che finirà schiacciato dal potere che egli stesso ha, ad ogni modo, alimentato. Il suo fraseggio quasi religioso, accompagnato talvolta da un organo, ha il sapore e il corpo delle lapidi colle massime scolpite, in dialogo pressante e richiedente un’obbedienza che non verrà mai da una generazione insolente e che ha fatto della prepotenza la sua chiave d’interpretazione del mondo. Suggestivo il momento arcaico della scena dei familiari di Seneca, piccola gemma madrigalistica incastonata in un melodramma a fosche tinte. L’incauta e innamorata matrona Drusilla è Francesca Cassinari (anche Virtù, nel prologo), anch’essa perfettamente inserita in questo cast ben scelto, che ha reso l’entusiasmo di Felice cor mio e il patetismo delle frasi successive, al momento dell’accusa di tentato omicidio di Poppea, con partecipazione e un accurato studio del testo. La coppia esiliata, Ottone e Drusilla, contraltare alla coppia imperiale, assume in quest’esecuzione uno spessore più teatrale che in altre esecuzioni, certamente grazie agli interpreti e a Cavina, cantante egli stesso e che conosce bene le dinamiche della voce e degli affetti nel barocco musicale italiano.
Valletto, Alena Dantcheva, presente anche nel ruolo di Amore, danzava colla voce, ogni tanto anche non eseguendo qualche passo alla perfezione ma senza inciampare. L’imperatrice tradita e offesa, Ottavia, è Xenia Meijer, che, se ha dato prova di una vocalità assai melodrammatica, con una non comune proprietà ad accentuare la drammaticità a piacere, ogni tanto aveva qualche suono non perfettamente a posto, ma è voler trovare il pelo nell’uovo. Disprezzata regina è di un’intensità convincente, dolente e rabbiosa, incapace di accettare fino in fondo una condizione femminile svantaggiosa comunque in un mondo dominato dal maschio, imperatore, per di più, per cui equivalente alla divinità onnipotente (come ricorda da vicino, anche qui, le aspirazioni di qualcuno della nostra attualità, eh?). E ottimo anche il tenore Makoto Sakurada, la Nutrice di Ottavia, ben istruito e spiritoso, con ottimo controllo dei propri mezzi vocali. Chi invece, o per scelta sua, o per scelta di altri, ci pare proprio fuori strada è il tenore Ian Honeyman, che se ha voluto accentuare la volgarità del personaggio Arnalta, in realtà non ha fatto altro che starnazzare senza alcuna grazia interna, un po’ alla rinfusa, come se avesse voluto rigovernare nel suo magazzino vocale sortendo ora questo ora quell’effetto, ma assolutamente scissi da un’organizzazione del suo strumento. I passaggi dalla voce piena al falsetto risultano assai precari, così come spesso l’intonazione, e ne soffrono particolarmente brani sul fiato come Oblivion soave, uno dei più lacunosi da questo punto di vista. Forse in scena avrà reso bene, non so, però la registrazione non gli rende ragione e il risultato, alla fine, è come se frenasse l’azione; lo scorrimento della vicenda, se avveniva quasi naturalmente per tutti gli altri interpreti, a lui era alieno. Tutti gli altri ruoli minori sono, in questa registrazione, di buon livello, all’altezza del compito. Tutto sommato questo Nerone, colossale mosaico di interventi multipli e non sempre di certa paternità, registrato da La Venexiana nel 2009 e uscito quest’anno, mi azzardo a dire che è la migliore edizione in commercio... Come dicevo prima, per me la misura della filologia è la noia. E qui la noia è assai lontana.

Sunday, September 12, 2010

La Traviata de Robert Carsen en el Teatro la Fenice de Venecia

Foto: Michele Crosera - Teatro la Fenice

Massimo Viazzo

Fue justamente la Traviata de Robert Carsen con la que se inauguró, en el 2004, el nuevo teatro la Fenice reconstruido después de haberse incendió, y con cierta regularidad, esta producción escénica ha sido repuesta casi cada año aquí en Venecia (incluso se montará también en la temporada 2010/11) entrando a formar parte del repertorio estable del teatro. ¡Y es con razón! ya que Carsen, como es su costumbre, logró exaltar las emociones sin forzar la trama y el libreto, confeccionando de esa manera un espectáculo que cautivó a los espectadores, enalteciendo la música verdiana. Es el dinero, o mejor dicho, el miedo a quedarse sin el, el motivo conductor de esta producción. En tal sentido, fue memorable la lluvia de billetes de dinero (ilusión metamórfica de una desilusionante lluvia de hojas de otoño) en el segundo acto. Ekaterina Sadonikova encarnó una Violetta sufrida con una voz delgada pero bien proyectada y de timbre suave, sobretodo en el registro medio. Sin embargo, algunos agudos no siempre a fuego no han sido obstáculo para que ella lograse un éxito personal, merito de una prueba muy convincente desde el punto de vista emocional. Desafiante, y ardiente estuvo el Alfredo de Stefano Secco, un cantante que encuentra siempre el acento justo en este repertorio. Nítida fue la dicción de Giovanni Meoni como Giorgio Germont, un barítono de timbre franco y línea segura. Desafortunadamente una indisposición imprevista le permitió cantar solo el dueto con Violetta (el resto de la función fue mantenido sin particular brillo por Davide Damiani). Al final, es digna de ser enmarcada, la dirección de Myung-Whun Chung quien apuntó hacia la transparencia de los empastes tímbricos obteniendo así un sonido muy refinado.

La Traviata di Carsen alla Fenice, ovvero la forza del denaro

Foto: Michele Crosera - Teatro la Fenice.

Massimo Viazzo

Fu proprio la Traviata di Robert Carsen ad inaugurare, nel 2004, la nuova Fenice ricostruita dopo l’incendio e, con regolarità, questo allestimento è stato ripreso quasi ogni anno qui a Venezia (lo sarà anche nella stagione 2010/11) entrando così a far parte del repertorio stabile del teatro. E a ragione! Carsen è riuscito, come suo solito, ad esaltare le emozioni senza forzare trama e libretto, confezionando così uno spettacolo che avvince lo spettatore esaltando la musica verdiana. E’ il denaro, o meglio la paura di rimanerne senza, il motivo conduttore di questa regia. Indimenticabile in tal senso la pioggia di banconote (illusione metamorfica di una disillusa pioggia di foglie autunnali) nel secondo atto. Ekaterina Sadovnikova ha incarnato una Violetta sofferta con una voce esile ma ben proiettata e di timbrica suadente soprattutto nel registro mediano. Qualche acuto non sempre a fuoco non le ha impedito di ottenere comunque un grande successo personale, merito di una prova molto convincente dal punto di vista emozionale. Spavaldo, ardente l’Alfredo di Stefano Secco, un cantante che sa trovare sempre, in questo repertorio, l’accento giusto. Nitida la dizione di Giovanni Meoni (Giorgio Germont), un baritono di timbro franco e linea sicura. Purtroppo una improvvisa indisposizione gli ha consentito di cantare solo il duetto con Violetta (il resto della recita è stato sostenuto senza particolari lampi da Davide Damiani). Da incorniciare, infine, la direzione di Myung-Whun Chung che ha puntato sulla trasparenza degli impasti timbrici ottenendo così un suono raffinatissimo.

Concierto de la Orquesta Sinfónica Nacional y el violinista violinista Joshua Bell en México

Fotos: Fernando Cruz / INBA - Joshua Bella y la OSN

Ramón Jacques

La Orquesta Sinfónica Nacional de México, realmente le hace honor a su titulo de “nacional” ya que desde su creación en 1928, siempre ha tenido la misión de: ejecutar, difundir y comisionar, en cada uno de sus conciertos, obras de compositores mexicanos. El catalogo de obras de música sinfónica mexicana, particularmente de música contemporánea, es bastante rico y extenso, y aunque las obras son poco conocidas o consideras “rarezas” en Europa, en el continente americano son interpretados con frecuencia por orquestas de diversas ciudades y países. Algunas de estas obras se han convertido en “caballos de batalla” para el director venezolano Gustavo Dudamel, o para el finlandés Esa-Pekka Salonen, quien realizó diversas grabaciones discográficas de esta música. Para el inicio de su temporada 2010-11, importantes orquestas estadounidenses han incluido alguna pieza mexicana en sus conciertos iniciales como por ejemplo: la Chicago Symphony Orchestra, que bajo la conducción de Carlos Miguel Prieto interpretará: Sones de Mariachi de Galindo, Danzón No.2 de Márquez y Huapango de Moncayo; mismas obras que se escucharan con la Los Angeles Philharmonic que dirige Gustavo Dudamel; Sensemaya de Revueltas que será ejecutada por la San Francisco Symphony bajo la conducción de Michael Tilson Thomas; y la opera Il Postino del compositor mexicano Daniel Catán, cuyo estreno mundial, inaugurará la temporada 2011 de la Opera de Los Ángeles, con Placido Domingo. Parte de la expansión de esta música por Norteamérica, se debe en parte a que la Orquesta Sinfónica Nacional fue conducida por regularidad por directores como: Leonard Bernstein, Igor Stravinski, y Aaron Copland, entre otros, quienes conocieron la música, la divulgaron e incluso influenciaron la creación de más obras. Por ello, es entendible que el propio Copland, haya elegido a esta orquesta para el estreno de su obra el Salón México en 1937.

El concierto que nos ocupa inicio con la Suite del ballet H.P. (horse power o caballos de vapor) de Carlos Chávez (1899-1978), que fue concebido como una sinfonía de baile en cuatro partes, una especie de glorificación orquestal a las fuerzas mecánicas, que mezcla melodías y danzas populares mexicanas con notables influencias de la Consagración de la primavera de Stravinsky, y la música de Varese y Prokofiev, conservando siempre el espíritu nacionalista que caracterizó a su compositor. La interpretación de la orquesta bajo la conducción de su titular, Carlos Miguel Prieto, resaltó la exuberante musicalidad, como los momentos de atonalidad de la pieza, con amplia participación de instrumentos de viento, como el sensual saxofón y la marimba que se escucharon en el último movimiento: El trópico. De Silvestre Revueltas (1899-1940) prolífico compositor, se ejecutó La noche de los mayas, considerada como una partitura cinematográfica, porque fue escrita como música para un film homónimo de 1938, y que después de permanecer olvidada, a inicios de los 60s, fue ordenada en una sinfonía de cuatro movimientos, que fueron interpretados como con un manual por la orquesta, con la ligereza y serenidad de las cuerdas en los primeros movimientos, para irrumpir con la fuerza e intensidad de las vibrantes percusiones que acompañan el cuarto movimiento la Noche del Encantamiento, aquel que tanto fascinara a Salonen. El concierto lo redondeó el lucido Concierto para violín y orquesta, Op. 35, con la presencia de un inspirado Joshua Bell, quien tocó su Stradivarius de 1713 de un sonido liviano, ligero y muy ornamentado de excitante agilidad y maestría, en el vertiginoso y técnicamente difícil Allegro vivacissimo. La orquesta creo un adecuado y sonoro fondo musical durante toda la obra, con atrevimiento y brío en la lectura de Carlos Miguel Prieto.