Sunday, February 12, 2012

Orchestra del Teatro Mariinskij - Lingotto, Torino

Foto: Pasquale Juzzolino - Lingotto

Massimo Viazzo

Nella prima parte del concerto che costituiva il quinto appuntamento della stagione del Lingotto Valery Gergiev e l’Orchestra del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo hanno giocato in casa. Le due trasposizioni musicali del Romeo e Giulietta shakespeariano, l’ouverture-fantasia di Ĉajkovskij e una selezione dal balletto di Sergej Prokof’ev approntata dallo stesso Gergiev, non potevano trovare un’interpretazione migliore per forza espressiva e drammaticità. Dopo un’Introduzione evocativa e giustamente sospesa il brano čajkovskijano prendeva quota con un primo tema fortemente sbalzato che conduceva l’ascoltatore al vertice emotivo della composizione, l’ampia e calda melodia legata all’amore dei due teneri amanti (secondo tema). Qui Gergiev riusciva a plasmare un fraseggio di nobile libertà in cui un rubato costante, ma non ostentato agiva sulla pulsazione stessa della musica. Il Romeo e Giulietta di Prokof’ev, invece, così brutale, quasi primitivo (nel celebre episodio di apertura della Suite intitolato Montecchi e Capuleti, ad esempio), con sonorità taglienti e vetrose, ma anche ammiccante (Maschere) e fin bonario (Frate Lorenzo) sembrava fatto apposta per mettere in evidenza il virtuosismo scintillante della compagine russa. Interessantissima anche l’esecuzione della Symphonie fantastique di Hector Berlioz, di una teatralità scoperta, impulsiva, visionaria, a tratti allucinata e diabolica (mai il Dies Irae finale aveva evocato così da vicino i fantasmi notturni della Notte sul Monte Calvo). Memorabili anche certe alchimie timbriche ascoltate all’inizio di Un bal e la sfolgorante grandiosità della Marche au supplice. Bis in tema, con la rutilante Marcia Rákóczy da La Damnation de Faust ancora di Berlioz.

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia - Lingotto, Torino

Foto: Pasquale Juzzolino

Massimo Viazzo

Che l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sia la miglior orchestra italiana è un dato di fatto. Naturale quindi avere molte aspettative sul concerto della stagione del Lingotto che la vedeva impegnata con Antonio Pappano e Mario Brunello, due interpreti che non difettano, certo, in comunicativa. Dico subito che si è trattato di una delle serate più coinvolgenti ed emozionanti della recente storia musicale del capoluogo piemontese. Intanto Brunello ha siglato un’interpretazione di riferimento, robusta, infuocata, del Concerto in si minore per violoncello e orchestra di Antonín Dvořák, che sapeva però sciogliersi in oasi poeticissime e nostalgiche di rara forza evocativa (in particolare nell’Adagio e nell’ultima parte del Finale). La bellezza timbrica del celebre Maggini, strumento appartenuto a Franco Rossi, fatto cantare da Mario Brunello con infinita morbidezza, ha letteralmente stregato il pubblico torinese che alla fine riusciva a strappare al violoncellista di Castelfranco Veneto due bis, un blues e un canto armeno, brani entrati ormai stabilmente nel suo repertorio. Antonio Pappano da parte sua sapeva governare con efficacia sia i momenti più epici che i ripiegamenti lirici della partitura, seguito alla perfezione da una compagine orchestrale impeccabile in ogni settore. Magnifica anche l’esecuzione della Sinfonia n. 1 di Edward Elgar, primo lavoro importante di tal genere nato in terra d’Albione e praticamente misconosciuto dalle nostre parti. Qui Pappano ha saputo evitare pompierismi e pomposità di maniera così nocivi a questa musica cesellando, invece, le frasi con una calorosa genuinità. Così l’Adagio di matrice bruckneriana, cuore emotivo dell’opera, suonava lieve ed etereo, ma mai sdolcinato. Grande successo ed ovazioni interminabili alla fine.

Orchestre National de France - Lingotto, Torino

Foto: Pasquale Juzzolino - Lingotto

Massimo Viazzo

Un Daniele Gatti in stato di grazia ha letteralmente trascinato l’Orchestre National de France (una compagine non impeccabile soprattutto nella sezione dei fiati) e, di conseguenza, il pubblico del Lingotto in uno dei concerti mahleriani più emozionanti della recente storia musicale torinese. Si sa che la Decima di Mahler è forse più una sinfonia in potenza che in atto. E alcuni celebri direttori come Leonard Bernstein, Claudio Abbado o Pierre Boulez ne hanno sempre preso le distanze limitando il loro apporto interpretativo al solo movimento iniziale, il solo, con il terzo, pressoché ultimato dal compositore. E’ pur vero che la performing version approntata da Deryck Cooke dopo un lavoro minuzioso durato quasi quindici anni si è ormai affermata come la più accreditata. E qui all’Auditorium del Lingotto tutto suonava talmente mahleriano da far dimenticare a molti che si trattava di un’opera ricostruita.  Il merito di Gatti è soprattutto quello di aver saputo dare grande coerenza alla Sinfonia, con scelte agogiche comode, apprezzabili variazioni dinamiche, assoluta finezza di fraseggio, spesso definito per ampie campate, e cura maniacale del dettaglio. Molto riuscita anche la gestione dei punti culminanti, qualità sostanziale della poetica del compositore boemo, pur senza esasperazioni. Una predilezione personale da parte del direttore milanese per lo slancio lirico e per il ripiegamento intimo ha dato i frutti migliori nei movimenti estremi. Ma anche il Purgatorio (terzo movimento), così levigato, quasi senza peso e per certi versi ipnotico, ha lasciato una forte impressione sugli ascoltatori. Alla fine l’applauso più bello: trenta secondi di silenzio assoluto dopo l’ultima impalpabile nota eseguita. Poi... l’ovazione!

City of Birmingham Symphony Orchestra - Lingotto, Torino

Foto: Pasquale Juzzolino - Lingotto

Massimo Viazzo

L’apertura della nuova stagione del Lingotto è stata affidata quest’anno ad un direttore emergente. Andris Nelsons, infatti, è già da due anni responsabile musicale del Lohengrin al Festival di Bayreuth (quello dei topolini di Neuenfels…). Il giovane direttore lettone inizia il concerto con una rutilante esecuzione del Preludio dei Meistersinger wagneriani. Subito in evidenza la precisione degli ottoni della City of Birmingham Symphony Orchestra, il cui suono “grasso” ha però prodotto zone di saturazione sonora che non sempre permettevano una facile lettura delle trame intermedie. Più trasparente è parsa, invece, la resa degli episodi lirici, con un attenzione quasi teatrale al denso tessuto leitmotivico della pagina. Anche la Sinfonia n. 4 di Čajkovskij ha sofferto di una certa densità sonora, a volte eccessiva. Buona, in generale, è parsa la prestazione degli archi, invero più tecnica che partecipata. Andris Nelsons, però, non sembra aver colto al meglio quel senso di cupo fatalismo che pervade la partitura da cima a fondo. Il celebre tema dell’oboe che apre il secondo movimento, Andantino in modo di canzona, suonava proprio freddino. Nella prima parte della serata Christian Tetzlaff ha interpretato il Concerto in la minore per violino e orchestra di Antonín Dvořák senza abbandono né languore slavo. Il canto risultava sobrio, mai svenevole, ma non sempre comunicativo, e la resa tecnica non particolarmente funambolica.

Friday, February 10, 2012

Gustavo Dudamel dirigió en Los Ángeles la Sinfonía de los Mil de Mahler

Foto: LA Phil

Prensa FundaMusical Bolívar   

El sábado 4 de febrero la ciudad de Los Angeles, meca del cine y la vanguardia de diversos movimientos artísticos, amaneció revolucionada. Pero no era una super producción de Hollywood lo que tenía en expectativa a muchos citadinos de esta urbe multicultural, se trataba de un acontecimiento sonoro que haría historia, una producción musical cuyo director era Gustavo Dudamel y un elenco conformado por 99 músicos de la Orquesta Sinfónica Simón Bolívar de Venezuela, 91 de la Filarmónica de Los Angeles, 8 solistas y 818 coralistas, quienes finalizaron el Proyecto Mahler con una solemne interpretación de la Sinfonía n.° 8 en mi bemol mayor “De los mil” de Gustav Mahler. El histórico The Shrine Auditorium, mismo escenario en el que se celebraban los premios Oscar y los Grammy, recibió a más de 8000 personas - 3 mil en la mañana en el ensayo abierto al público y otras 5 mil en la función estelar de las 8:00 pm – quienes rindieron una ovación muy extensa, tras escuchar la mítica “Sinfonía de las mil voces”, conocida así por el número de músicos y cantantes que participan en ella, guiados por el talento y el esfuerzo titánico de Gustavo Dudamel. “Super Sinfonía” tituló el diario Los Angeles Times en su primera página del cuerpo de cultura y espectáculos. El periodista David Ng, catalogó el concierto como un hecho sin precedentes dentro de la música sinfónica. Las entradas estaban agotadas desde hacía 15 días y en la mañana del sábado, revendedores en los alrededores del teatro ofrecían boletos hasta por 500 $. Se trata también de la producción más ambiciosa emprendida por la Filarmónica de Los Angeles. Exigentes arreglos de tarima, iluminación y escenario tuvieron que hacerse al auditorio durante varias semanas para albergar a los 1017 músicos y cantantes. 18 sobre-tarimas tuvieron que ser instaladas para ubicar debidamente a los coralistas y al menos las primeras tres hileras de butacas de la localidad patio, fueron inhabilitadas para poder extender el escenario y dar cabida a músicos y solistas. La producción y su actractivo elenco, encabezado por el director venezolano –ídolo en Los Angeles-, hicieron que importantes personalidades y ejecutivos del mundo del entretenimiento, junto a luminarias del firmamento Hollywoodense como William Shatner, John Lightow y hasta la “Novicia rebelde”, Julie Andrews, asistieran a la cita musical. Los solistas fueron Anna Larsson, Manuela Uhl, Juliana Di Giácomo, Charlotte Helekant, Kiera Duffy, Burkhand Fritz, Brian Mulligan y Alexander Vinogradov, y el coro estuvo preparado y dirigido por el maestro Grant Gershon.

EL TEATRO REAL DE MADRID RENUEVA PATRONATO Y PRESENTA LA TEMPORADA 2012-2013

Foto: Javier del Real

Alicia Perris

Comenzar esta reseña hablando de la crisis económica que azota España, Europa en general y el Teatro Real en particular, sería redundante y poco imaginativo, ya que todos los especialistas, el público y los gestores, no hablan de otra cosa. Sin embargo, siempre queda un territorio musical donde se puede, pese a todo, recomenzar y/o seguir adelante con dignidad y estilo. El coliseo de la capital de España acaba de incorporar nuevos patronos, algunos ligados a su cargo político en la ciudad, otros a su trayectoria en otras instituciones destacadas dedicadas a la cultura, mientras ingresa también el nuevo Administrador General, Ignacio García-Belenguer a la casa, en sustitución de Alfredo Tejero, que dimitió hace unos días. Ante la situación financiera precaria del Liceu de Barcelona, que lo ha obligado a cerrar algunas semanas, Gregorio Marañón, Presidente del Patronato del Real afirmó que “no vamos a cerrar” y que “2012 va a ser difícil porque hay que estar en ajuste permanente y tener gran agilidad de reacción”. Aunque, finalmente agregó que “no se puede pensar que se va a vivir en crisis permanente, hay que pensar en ir saliendo ya de ella”. Coincidiendo con estas incorporaciones y sustituciones, se presentó la próxima temporada, con compositores que incluyen a Bizet, Donizetti, Verdi, Wagner y Puccini, a pesar de que para el Director Musical, Gerard Mortier, el músico de Lucca no forma parte de sus elecciones más habituales. Et quand même… El público que desde hace quince años sigue con un abono o una fidelidad constante las propuestas de cada temporada, se frota las manos al comprobar que hay un evidente retorno a un repertorio más clásico que el de la presente temporada. Mucho Mozart: “La flauta mágica”, “Cosi fan tutte” y “Don Giovanni”, en tres nuevas producciones con unos responsables de lujo, Robert Carsen, Michael Haneke el cineasta y Tcherniakov. El capítulo dedicado a Mozart se cerrará con un espectáculo del Mark Morris Dance Group. “Moses und Aaron” de Schoenberg representará a la Escuela de Viena, en versión concierto con solo dos funciones. También podremos disfrutar del “Wozzeck” de Alban Berg. El poder, universo que fascina a Gerard Mortier, tendrá su mejor exponente en el “Boris Godunov” de Mussorgski y también veremos “Macbeth” y “The perfect American”, de Philip Glass, sobre Walt Dinesy “y su influencia sobre los niños”, tema que hace décadas tratara en un libro que hoy es de culto, Ariel Dorfman, en“Cómo leer al Pato Donald”. Riccardo Muti dirigirá “La rappresaglia” de Mercadante, una ópera napolitana, como él. Están incluidas en la temporada además “Il prigionero” de Dallapicola” y “Suor Angelica” de Puccini y, en versión concierto, “Roberto Devereux”, de Donizzetti, “Parsifal” de Wagner y “Les pêcheurs de perles” de Bizet, que traerá nuevamente a Juan Diego Flórez al Real. Vendrá también “Il postino”, que ya fue ofrecida en otros foros, del compositor mexicano Daniel Catán, fallecido en abril del año pasado, con Plácido Domingo. Habrá flamenco dentro del apartado de ballet, un descubrimiento estimulante para el director artístico y el Ballet de l´ Opéra de Lyon presentará “One of a kind” de Jiri Kylián y “Romeo y Julieta”, de Prokofiev, extraordinariamente revisitado, con la Compañía Nacional de Danza de José Carlos Martínez. Maurizio Pollini, Joyce DiDonato, las hermanas Labèque entre otros proyectos, formarán parte del ciclo “Las Noches del Real”, que esta temporada está teniendo muchísimo éxito. Un respiro lírico y estético para olvidar la crisis, la economía y el desánimo. Menos mal, que por ahora y esperemos que continúe, el barco del Real prosigue sin desmayo con sus singladuras, y los melómanos con él.

Wednesday, February 8, 2012

Angela Gheorghiu in Concert at Washington National Opera on March 3‏

Photo: Cosmin Gogu

Washington National Opera Presents Angela Gheorghiu in Concert. Saturday, March 3 at 7 p.m. in the Kennedy Center Opera House

Washington National Opera (WNO) will present famed Romanian soprano Angela Gheorghiu in concert on Saturday, March 3 at 7 p.m. in the Kennedy Center Opera House. Accompanied by the WNO Orchestra under the baton of Eugene Kohn, Gheorghiu will perform selections from operas by Mozart, Massenet, Puccini, and others that have made her an international sensation. Angela Gheorghiu’s magnificent voice and dazzling stage presence have established her as one of opera’s greatest singing actresses. She made her international debut in 1992 at London’s Royal Opera House with La bohème. It was there she first sang her much celebrated La traviata in 1994, when the BBC cleared out its schedule to broadcast the opera. Since then Ms. Gheorghiu has been in constant demand in opera houses and concert halls around the world. Future engagements include the title roles of Lucia di Lammermoor, Manon Lescaut, Tosca, Lucrezia Borgia, and Alceste, as well as roles in Don Carlos and Don Giovanni. Her most recent CD Homage to Callas was released by EMI Classics in October 2011. Ms. Gheorghiu has been honored with La Medaille Vermeille de la Ville de Paris, and she was appointed an Officier de l’Ordre des Arts et Lettres and a Chevalier de l’Ordre des Arts et Lettres by the French Ministry of Culture. The March 3 concert is the first of the season’s Plácido Domingo Celebrity Series performances. Coming up next on March 17 is DiVa Light: An Evening with Deborah Voigt, in which the noted Wagnerian singer will perform classics from the American songbook, featuring special guest Teddy Tahu Rhodes (star of WNO’s Così fan tutte) and accompanied by the WNO Orchestra conducted by Ted Sperling.

For more information about Washington National Opera, visit www.kennedy-center.org/wno



Monday, February 6, 2012

Les contes d'Hoffmann - Teatro alla Scala, Milano.

Foto: Veronica Simeoni, Ramón Vargas. Marco Brescia & Rudy Amisano

Massimo Viazzo

Ancora Carsen alla Scala dopo il Don Giovanni inaugurale. E ancora un grande successo! La ripresa dello spettacolo andato in scena una dozzina di anni fa a Parigi è stata molto apprezzata dal pubblico scaligero in ragione dell’abilità del regista canadese nel descrivere emotivamente il processo creativo del protagonista, lo scrittore tedesco E.T.A. Hoffmann, alle prese con estro artistico e disillusione amorosa. I “racconti” che costituiscono la trama del capolavoro offenbachiano diventano così l’occasione per scandagliare la prospettiva del “teatro nel teatro” da angolazioni differenti (come ad esempio il secondo atto ambientato in una “buca” orchestrale riallestita in palcoscenico con il Docteur Miracle che dirige beffardamente l’orchestra sulle note della  morte di Antonia, o la Barcarole intonata in una platea ricostruita in scena le cui sedie si muovevano ritmicamente ed alternativamente spostandosi ora a destra ora a sinistra). E qui Robert Carsen ha mostrato ancora una volta il suo fiuto infallibile. Uno spettacolo riuscitissimo quindi, anche per merito del cast, molto equilibrato, dominato dalla presenza carismatica di Ramón Vargas nel difficile ruolo del protagonista. Il tenore messicano ha saputo toccare le corde più appassionate con un fraseggio elegante, un’emissione omogenea e una timbrica suadente. Davvero bravissimo! Daniela Sindram, nel doppio ruolo Nicklausse/La Muse, ha cantato con naturalezza ed entusiasmo alla ricerca sempre della linea più musicale. Laurent Naouri ha interpretato i quattro ruoli “cattivi” - Lindorf, Coppélius, Docteur Miracle e Dapertutto – con una vocalità penetrante ed una presenza scenica dirompente. Venendo alle tre donne amate da Hoffmann, l’Olympia di Rachele Gilmore si è mostrata a proprio agio nella coloratura spericolata sorprendendo il pubblico anche ben oltre il classico mi b acuto, Genia Kühmeier ha donato ad Antonia una voce di liliale purezza, ma forse non sempre incisiva, mentre sensuale è parsa la Giulietta di Veronica Simeoni. Da sottolineare la prova di tutti i comprimari, soprattutto molto ben cantato il Franz di Carlo Bosi. In ottima forma il Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni e di grande spessore e vividezza drammatica la lettura del direttore sloveno Marko Letonja.

Sunday, February 5, 2012

Entrevista con la mezzosoprano alemana Petra Lang

Fotos: Ann Weitz, Düsseldorf; Walküre Deutsche Oper Berlin, Sieglinde; Parsifal, Semperoper Dresden Kundry -Detlef Kurth Berlin


Originaria de Frankfurt, Petra Lang comenzó sus estudios de violín antes de comenzar a estudiar canto con Gertie Charlent en la Academia de Música de Darmstadt. De 1989 al 2006 fue alumna de Ingrid Bjoner. Actualmente, es muy solicitada por teatros por su interpretacion de papeles wagnerianos como Kundriy, Sieglinde Kundry, Sieglinde, Brangäne, Venus, Ortrud, Adriano, Judith de Bartok, Cassandre de Berlioz, y Ariadne de Strauss Ariadne, ademas de sus intereptaciones en obras de Gustav Mahler. Se ha presentado en los teatros mas importantes de Europa y Estados Unidos, en los festivales de Bayreuth, Salzburgo y Bregenz, asi como con importantes orquestas y ha trabajado bajo la direccion de los mejores directores musicales como: Abbado, Boulez, Bychkov, Chailly, Chung, Davis, von Dohnany, Eschenbach, Haitink, Harding, Inbal, Janowski, Jordan, Mehta, Muti, Sarastre, Sawallish, Rattle, Runnicles, Tate y Thielemann. Ha ganado dos premios Grammy por su interpretacion de Cassandre de Les Troyes de Berlioz en Londres. Ademas, Petra goza de una reputacion como una sensible interprete de lieder. En esta entrevista, Petra nos habla sobre su carrera y de la interpretacion es sus mejores papeles. RJ

¿Podrías hablarnos un poco sobre tus inicios en la opera y del periodo en el que cantaste papeles del repertorio de mezzosoprano lírica?

Comencé en el Estudio de Opera de la Bayerische Staatsoper de Munich donde canté pequeños papeles en producciones del teatro como: la madre en Butterfly o Adelige Waise en Der Rosenkavalier, entre otros. En las producciones del estudio canté papeles como Dorabella y en operas como Der Revisor de Werner Egks. Después de estar un año en Munich me fui a la Opera de Basilea donde canté mas papeles péquenos en operas para niños, Diana en Iphigenie, Gianetta en L’Elisir d’Amore y Annina en la Traviata; al año siguiente agregué a mi repertorio Cherubino en Weikersheim y Don Ramiro en Nuremberg. Más adelante cuando estuve en Dortmund canté Dorabella, Rosina, Suzuki y Octavian, y fue un periodo importante porque hice mis primeros papeles Wagnerianos.

La música de Wagner es indudablemente tu especialidad ¿Cuál es tu afinidad con este compositor y como comenzó tu relación con su música?

Siempre amé su música desde los 6 años cuando comencé a escuchar las antiguas grabaciones de mis padres de Tannhäuser con Silja, Bumbry y Windgassen o la de Holandés Errante con Silja. Quise escuchar más, así que me regalaron un disco de Lohengrin. Así que de opera en opera fui descubriendo el repertorio entero de Wagner y quede fascinada.

¿Como se fue dando el desarrollo de tu voz hasta darte cuanta que estabas lista para cantar cantando papeles wagnerianos?

No existió una decisión o deseo en mí por cantar este repertorio. Es algo que simplemente llegó, ya que con mi primera maestra de canto estudié en cuatro semanas las canciones Wesendonck, para mi graduación artística, y quede muy contenta porque tuve la sensación que solas fluían de mi boca. El mismo año, adicioné para una clase maestra con Hans Hotter pero fui aceptada en la clase de Ingrid Bjoner. Me preguntaba que podía aprender de una soprano wagneriana cuando en realidad quería estudiar canciones con Hotter pero fue amor a primera vista, ya que Ingrid fue mi segunda maestra de canto hasta su muerte en el 2006. Ella preparaba mis papeles en lo técnico, lo vocal y en cuestiones de interpretación. Nunca olvidaré sus comentarios como Brünnhilde, mientras Waltraute cantaba su narración. Comenzamos en 1989 y yo pasaba los veranos con ella en su cabaña en Noruega donde estudiábamos intensamente. En 1992 cuando debía cantar Flosshilde y la segunda norna en Götterdämmerung, me pidió que trabajaramos Waltraute papel que nunca pensé interpretar. En 1994 le pedí al director del teatro de Dortmund que me permitiera cantar Das Lied von der Erde en otro teatro y me dijo que si cantaba ese Mahler debía intentar también Waltraute, porque Jane Henschel les había cancelado Ingrid me alentó a hacerlo y ese fue mi verdadero inicio como wagneriana. Esa producción tuvo tanto éxito que me permitió cantar dos ciclos completos como Fricka y como Waltraute en Dortmund. Después vino Brangäne en Braunschweig, con Luana de Vol como Isolda, el papel que he cantado en muchos teatros del mundo. Siguieron Venus, Adriano, y en el 2000 mi primera Kundry en concierto en Londres con Sir Simon Rattle. En el 2001 hice el tercer acto de Walküre como Sieglinde, seguido de muchos conciertos del primer acto de Walküre. En el 2003 hice mi primera Sieglinde en una maravillosa producción de Robert Carsen en Colonia, y mi primera Ortrud en Edimburgo con Donald Runnicles. Mi primera Ortrud escénica fue en el 2006 en Viena un mes después de la muerte de Ingrid Bjoner y de Astrid Varnay, a esta última, la conocí durante mi estancia en Munich, pero me llamó tiempo después de haberme escuchado por radio para preguntarme si podía asesorarme. Yo respondí que si, y durante cuatro años tuve el placer de estudiar con ella Ortrud, Kundry y Sieglinde. ¡Que gran reto!

¿Cuales son los papeles que son retos para ti desde el punto de vista vocal y dramático?

El reto mas importante de mi carrera ha sido que cada uno de mis papeles llegó en el momento justo y cada uno me ayudó para desarrollarme a llegar a otro nivel. Siempre he aceptado papeles cuando he sentido que es el momento justo de interpretarlos. Aunque algunos los comencé a estudiar años antes siempre necesite de tiempo suficiente para conocer la opera y para aprenderme perfectamente el papel antes de llevarlo a un escenario. Mi maestra de actuación me decía que solo se puede llevar a escena lo que uno o su imaginación ha experimentado. Lleva mucho tiempo y desarrollo personal el crear ciertos personajes y requiere de mucho coraje también, como sacar a escena el personaje interior de Sieglinde, en el segundo acto de Walküre; mostrar la claridad y desesperación de Cassandre, o vivir las diferentes fases de Kundy; y de Ortrud, que aunque es un personaje relativamente simple la disfruto inmensamente. No existe absolutamente nada que uno pueda hacer positivo sobre ella así que como actriz debo aceptar que soy la mala de la obra.

Muy reconocida es también tu interpretación de Judith de Barba Azul de Bartok y Cassandre de Les Troyes de Berlioz. ¿Qué significa para ti dar vida a estos personajes?

Judith y Cassandre son dos papeles que me gustan mucho. Judith es una niña muy egoísta que sigue a Barba azul para demostrarle que lo puede dominar. Si en verdad lo amara, dejaría de cuestionarlo y lo aceptaría como es. Que es la mejor manera de destruir una relación. Es un personaje negativo y Barba Azul es la verdadera víctima. Cassandre es otra victima, pero de su propia sabiduría, claridad y honestidad, que choca constantemente contra una pared. Si no hablara tal vez encontraría otra salida, pero esto no la ayudaría a sobrevivir. En ambos personajes existe un gran desarrollo que me gusta mostrar.

¿Por qué te interesa tanto hacer recitales de Lied?

Siempre he cantado lieder porque desde el inicio era una oportunidad de interpretar y de mostrar la pequeña historia de una canción al público. Me ayudó a desarrollar mi voz y mis capacidades actorales y vocales. Después descubrí que era como un “pausa” del pesado repertorio operístico en el que para pintar requería no solo de una brocha si no también de un pequeño y afilado lápiz. Es como medicina para la voz, y puedo crear de 20 a 24 diferentes personajes vestida con mi propia ropa, en vez de usar vestuarios y cantar un papel en una sola opera. Yo estoy muy agradecida por ese reto.

¿Existen directores musicales, de escena o colegas que hayan influenciado de manera positiva en tu carrera?

Mirando hacia atrás puedo decir que siempre me encontré con la gente correcta en el momento adecuado. Muy importantes en mi carrera han sido: Bernard Haitink, Iván Fischer, Armin Jordan, Christian Thielemann y Marek Janowski; y de directores de escena mencionaría a: Pierre Audi, Robert Carsen y Hans Neuenfels.

¿Hacia donde ves que se dirige tu carrera en el futuro?

Intentaré mantenerme en la manera mas estable que me sea posible interpretando a mis mujeres wagnerianas como: Kundry, Venus, Ortrud: así como a Judith y Cassandre, y trataré de balancearlas con conciertos, como he hecho estos últimos años. También agregaré a mi repertorio las Brünnhildes.

Finalmente ¿Cual recuerdas como el momento mas memorable de tu carrera?

Fueron los conciertos de Les Troyes con la London Symhony Orchestra dirigida por Sir Colin Davis, que fueron como si dios mismo hubiera intervenido en el proyecto.

Programma Festival Pergolesi Spontini e Stagione Lirica Teatro Pergolesi 2012‏


Foto: manoscritto autografo de “La fuga in maschera” di Gaspare Spontini

Quattro titoli d’opera prodotti dalla Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi per il 2012, con la prima esecuzione in epoca moderna de “La fuga in maschera” di Gaspare Spontini per il XII Festival Pergolesi Spontini (31 agosto -15 settembre ), “I Puritani” di Bellini, “Macbeth” di Verdi e “Lucia di Lammermoor” di Donizetti per la 45esima Stagione Lirica di Tradizione del Teatro Pergolesi dedicata a Josef Svoboda, nel decimo anniversario dalla scomparsa del grande scenografo ceco. Per il “Progetto Svoboda”, la Fondazione Pergolesi Spontini ha siglato un protocollo d’intesa con l’organizzazione non-profit “Josef Svoboda – Scénograf”, costituita dagli eredi del grande scenografo ceco. La prima esecuzione in epoca moderna de “La fuga in maschera” di Gaspare Spontini, commedia per musica in due atti su libretto di Giuseppe Palomba, ritenuta perduta ed il cui manoscritto autografo è riapparso presso una casa d’aste londinese, inaugura al Teatro Pergolesi di Jesi il 31 agosto il XII Festival Pergolesi Spontini (replica il 2 settembre) che proseguirà fino al 15 settembre con concerti, spettacoli ed eventi dedicati ai temi del travestimento e della trasformazione. Il nuovo allestimento dell’opera del compositore maiolatese è una coproduzione tra Fondazione Pergolesi Spontini e il Teatro San Carlo di Napoli, con la regia di Leo Muscato e le scene di Benito Leonori. La direzione d’orchestra è affidata a Corrado Rovaris.  Scritta da Spontini nel travagliato periodo successivo all’avvento della Repubblica Napoletana del 1799, “La fuga in maschera” fu rappresentata per la prima volta durante il Carnevale del 1800 al Teatro Nuovo sopra Toledo a Napoli, pochi mesi dopo la messa in scena de “La finta filosofa” nello stesso teatro. Un’unica rappresentazione e poi il nulla per oltre due secoli. La partitura della commedia per musica è stata ritenuta perduta sino a quando un’importante antiquaria inglese, Lisa Cox, nel gennaio 2008 mise all’asta il manoscritto autografo della commedia per musica in due atti e il Comune di Maiolati Spontini lo acquistò. Il Festival Pergolesi Spontini ne mette in scena la revisione critica di Federico Agostinelli (edizioni Fondazione Pergolesi Spontini) che ha confermato la completezza e autenticità del manoscritto, contenente l’autografo del compositore maiolatese.“I Puritani” di Vincenzo Bellini inaugurano il 3 ottobre (repliche il 5 e 7 ottobre, anteprima giovani il 1 ottobre) la 45^ Stagione Lirica di Tradizione del Teatro Pergolesi di Jesi, in un nuovo allestimento in coproduzione con i Teatri del Circuito Lirico Lombardo, con la regia di Carmelo Rifici e la direzione d’orchestra affidata al giovane direttore marchigiano Giacomo Sagripanti. L’opera torna sul palcoscenico del ‘Pergolesi’ dopo 151 anni: vi fu rappresentata per la prima e unica volta nel 1851.  La Stagione lirica è dedicata allo scenografo ceco Josef Svoboda, una delle figure più importanti del panorama teatrale internazionale per il XX secolo, nel decimo anniversario dalla sua scomparsa (aprile 2002). Il cartellone sarà infatti completato dalla ricostruzione, ad opera di Henning Brockhaus per la parte registica e di Benito Leonori (già assistente di Svoboda) per la parte scenografica, di due tra i più celebri allestimenti realizzati in Italia dallo scenografo ceco: il “Macbeth” di Giuseppe Verdi, a Jesi in scena il 7, 9 e 11 novembre (anteprima giovani il 5 novembre) con la direzione di Giampaolo Maria Bisanti, in coproduzione con la Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste e la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova, e la “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti, il 21, 23, 25 novembre (anteprima giovani il 20 novembre) con la direzione di Matteo Beltrami, nuovo allestimento in coproduzione con i Teatri del Circuito Lirico Lombardo e il Teatro dell’Aquila di Fermo. Josef Svoboda è sicuramente lo scenografo che nel secolo scorso ha condizionato e rivoluzionato maggiormente il concetto dello spazio scenico e della luce trasformandoli in componenti vivi della tessitura drammaturgica dello spettacolo dal vivo. La Fondazione Pergolesi Spontini, che nel 2009 ha già compiuto un importante passo di avvicinamento all’artista ceco con la ricostruzione della celebre “Traviata” detta “degli specchi”, prosegue il “Progetto Svoboda” completando la trilogia dei suoi più famosi allestimenti operistici in Italia, e siglando un protocollo d’intesa con l’organizzazione non-profit “Josef Svoboda – Scénograf”, costituita dagli eredi del grande scenografo ceco, per la realizzazione congiunta di varie attività di approfondimento e di divulgazione dell’uomo, dell’artista e della sua opera. Da segnalare per il 2012 l’omaggio della Stagione Lirica ai tre grandi compositori italiani dell’Ottocento (Bellini, Verdi e Donizetti), le coproduzioni con enti lirici nazionali (Napoli, Trieste e Genova), il rafforzamento della sinergia con i Teatri del Circuito Lirico Lombardo, e la collaborazione con l’AsLiCo che per il 63° Concorso per giovani cantanti lirici d'Europa ha messo a concorso il titolo della “Lucia di Lammermoor” . La XII edizione del Festival Pergolesi Spontini e la 45esima stagione lirica di tradizione del Teatro Pergolesi di Jesi sono firmati dall’Amministratore Delegato William Graziosi e dal Direttore Artistico Gianni Tangucci.

Informazioni:
Fondazione Pergolesi Spontini tel. 0731.202944

Laura Pausini conquista a cerca de 10 mil personas en Chile

Foto: Laura Pausini

Johnny Teperman

La cantante italiana Laura Pausini (38), en una nueva visita a Chile, se lució plenamente a fines de enero, en el Centro de Eventos Movistar Arena, ante cerca de 10 mil personas, que fueron sus cómplices totales a través de cerca de dos horas y media de actuación sin altibajos, siempre en un primer plano de elevada calidad. En esta nueva etapa, la artista, más que revolucionar ha buscado evolucionar. Eso queda de manifiesto en el nuevo estilo y sobre todo en las letras de sus nuevas canciones, que describen encuentros con ella  “Jamás Abandoné”, segundo single de su album "INÉDITO", está dedicado por ejemplo a la relación que une a la intérprete con su música cuya esencia, como bien dice la canción “Nunca he dejado de amar locamente”.  Laura Pausini regresó a los escenarios con la intención de cautivar al público en los diversos países que ya ha visitado dentro del marco del Inédito World Tour, que comenzó el pasado 22 de diciembre en Milán y que durante 12 meses estará recorriendo Italia, Brasil, Argentina, Chile, México, Perú, Venezuela, Panamá, Costa Rica, Francia, Bélgica, España, Alemania, entre otros países.  La célebre artista, cuya voz de soprano ligera, se mantiene cálida y potente como en sus mejores tiempos, se advierte apoyada por un acompañamiento orquestal excepcional, con magníficos ejecutantes, una vocalista y un trío de bailarines que le dan adecuada marco y una simpatía personal a toda prueba. Laura se paseó por todos los temas del pop, la danza, la balada incluso del rock pesado, partiendo con dos muy aplaudidos "Bienvenido" y "Yo canto",  Un escenario elegante, funcional, con excelente y de muy buen gusto iluminación y pantallas gigantes, fotos y videos por doquier, mantuvieron al público seducido por el buen espectáculo, en que también lució "A simple vista", uno de los temas del disco que motiva esta gira, el reciente "Inédito" (2011). La artista, a la vez su propia maestra de ceremonias, recordó en la parte final de su espectáculo, aquellas canciones que trajo a Chile allá en la época de los 90' de su debut por estos lados en la que exhibía éxitos que repitió, tales como "Inolvidable", "Amores extraños" y "La soledad", para en definitiva ir dando los últimos toques a una velada estupenda, que finalizó con "encores".









Conciertos Filarmónica de Los Ángeles (LA Philharmonic)

Foto: Sonya Yoncheva Credito: Lawrence K. Ho/Los Angeles Times.


Como parte de su temporada 2011-2012 la Filarmónica de Los Ángeles (LA Philharmonic) ofreció dos interesantes y variados conciertos: comenzando con el debut orquestal norteamericano de la joven directora de orquesta francesa  Emmanuelle Haïm, quien ya había dirigido opera en Norteamérica hace algunos años,  y  cuyo programa elegido no podía ser otro que de música de Handel, compositor en el que esta especializada. Con un reducido número de integrantes compuesto en su mayoría de cuerdas, con oboes, cornos, flauta, laúd y  clavecín, la orquesta demostró poca afinidad y practica en la interpretación de música antigua, dejando en evidencia que el genero es aun una asignatura pendiente, no solo para las orquestas de estas latitudes, si no también para el publico, que fue escaso en esta ocasión. E. Haïm dirigió desde el clavecín con su habitual energía y seguridad ofreciendo una lectura plena de dinamismo e imaginación, y con control para liberar rigidez y mantener la cohesión, que momentos perdieron los instrumentistas durante la ejecución de las suites 1 en fa mayor y 3 en sol mayor de la Música Acuática. La brillante música de Handel fluyó con mayor ligereza y uniformidad en el Concerto Grosso, Op. 6, pero el momento más significativo fue la interpretación de la cantata Il delirio amoroso obra de seductoras y expresivas líneas melódicas en sus recitativos y arias, que fueron interpretadas con la agilidad y nitidez vocal exhibida por la soprano Sonya Yoncheva. Aquí Haïm dirigió  con gusto y mantuvo la vivacidad y los colores de la partitura. El segundo concierto contó con la presencia del finlandés Esa Pekka Salonen, quien durante diecisiete años fue el titular de esta orquesta, y que ofreció una emocionante e intensa ejecución, a toda fuerza, de la Obertura no. 2 Leonore de Beethoven. Del propio autor, se ejecutó una satisfactoria versión del Concierto para piano No. 2 en si bemol mayor, teniendo como solista al pianista Emanuel Ax, que fue bien arropado por la experimenta meno de Salonen y que agradó en su Rondo Molto Allegro. Fiel a su idea de ejecutar música contemporánea, Salonen dirigió el estreno absoluto de Sirens obra que fue comisionada por esta orquesta al compositor sueco Anders Hilborg, quien a su vez la dedicó a Salonen.  La obra sinfónica coral,  que contó con la brillante y exuberancia vocal e interpretativa de la mezzosoprano sueca Anne Sophie von Otter, con la soprano israelí Hila Plitmann y con el coro Los Angeles Master Chorale,  recreó el canto del mar y de las sirenas y textos inspirados en el encuentro de Ulises con las sirenas en la Odisea, con una orquestación que es moderna, aguda e intensa.  RJ

Wednesday, February 1, 2012

Programa excepcional ofrece la Orquesta Sinfónica de Chile

Foto: Francisco Rettig

Johnny Teperman

La Orquesta Sinfónica de Chile, dirigida por Francisco Rettig, ofreció un programa doble excepcional como concierto de cierre que desarrolló con gran éxito y que obtuvo grandes muestras de aprobación por parte de público y críticos. En esta oportunidad, debutó con la Sinfónica de Chile, el brillante cellista chino Xian Zhuo, que recientemente había ganado el Concurso de Ejecución Musical “Luis Sigall”, versión 2011 de la ciudad-balneario de Viña del Mar. El tema central escogido para la ocasión, fue una de las principales composiciones de la música selecta del siglo pasado, el ballet "La Consagración de la Primavera" de Igor Stravinsky (estrenado en 1913)  Aunque ha dirigido esta obra al menos unas 60 veces con diferentes orquestas de Chile y el extranjero, para Francisco Rettig esta monumental pieza musical siempre representa un desafío para todos sus ejecutantes, lo que -sin embargo- en esta ocasión, le significó vivir una jornada muy feliz. El destacado director de orquesta nacional, en esta versión con la Orquesta Sinfónica de Chile llevó a cabo un planteamiento musical diferente. La obra volvió a ser presentado por 102 músicos después de seis años en el Teatro Universidad de Chile, en dos ocasiones, una en la Quinta Vergara de Viña del Mar y, por último en las Semanas Musicales de Frutillar, en el sur del país. Los análisis y comentarios más versados y estrictos apuntan a que son muchos los factores que aportan al lenguaje excitante de "La Consagración". El diseño orquestal es vivido, colorido e imaginativo; desde el penetrante fagot de la apertura en su registro más alto, pasando por las combinaciones densas siguientes de figuraciones en los vientos, hasta los cornos que se elevan describiendo el "Rito de los Antiguos".  El lenguaje tonal también es único. "La Consagración" está llena de melodías simples, de aire folclórico, frecuentemente con no más de cuatro o cinco notas diferentes. Estas tonadas por lo general están acompañadas por combinaciones de notas menos llanas: disonancias mordaces o texturas rutilantes. A pesar de este enfoque único de la melodía y la armonía, la música es principalmente rítmica. Por momentos el ritmo es elemental, como en los acordes repetidos de las cuerdas con acentos del corno que abren "Los Augurios de la Primavera" o los once poderosos golpes de tambor y cuerdas que separan a "Los Círculos Místicos de las Muchachas Jóvenes" de la bárbara "Glorificación de la Víctima Elegida". En casi todas las partes el ritmo es excitante e irregular, especialmente en la "Danza del Sacrificio". Stravinsky optó por melodías simples y armonías que cambian lentamente para contribuir a que el oyente pueda centrar su atención en los ritmos inexorables.  A todo lo anterior se ciñeron Rettig y sus músicos y, por ello, el resultado fue impresionante y muy ovacionado por un público vivamente emocionado, con lo que el conjunto debió despedirse ejecutando uno de los pasajes más vibrantes de esta obra espléndida, "La Danza de la Tierra".  En el comienzo de esta programación doble, el joven intérprete chino Xian Zhuo deslumbró al público, como antes lo había hecho con un riguroso jurado en Viña del Mar, que debió dirimir entre 16 talentos de todo el mundo en noviembre pasado.  El joven intérprete asiático (26 años), sorprendió gratamente con su calidad y su talento y sobre todo con la nota amotiva que impuso a través de toda la ejecución del Concierto para violoncello en Si menor, Op. 104, de Antonin Dvorak. Al igual que en Viña del Mar, los críticos de música y el público asistente al Teatro Universidad de Chile, coincidieron en calificar al intérprete chino como un brillante ejecutante, de altísima calidad técnica e interpretativa. Xian Zhuo, quien ha obtenido el primer lugar en cinco Concursos mundiales en los que ha participado en los últimos tres años, reconoció que en Chile debió enfrentar una suma de dificultades y que "el haber salido triunfador, me llena de orgullo".

Tuesday, January 31, 2012

Florencia. Teatro del Maggio Musicale. Inauguración de la temporada 2012: Gioachino Rossini “Il Viaggio a Reims”.

Foto: Maggio Musicale Fiorentino

Leonardo Monteverdi

No se puede decir que las escenas de Italo Grassi no fuesen bien hechas o que no se lucieran agradables: era una estructura arquitectónica bastante bella, muy geométrica, estilo IKEA si se permite la comparación, con su esquina comedor, el gimnasio, también piscina interior, que lujo!, decorada con un mapa azul de la Unión Europea actual. No se puede decir que los vestuarios de Maurizio Millenotti fuesen feos, al contrario eran muy elegantes y bien confeccionados, y le quedaban bien a todos, también a los que no tenían físico de modelo. Quizás le pediría de hacer uno para mi, como yo tampoco tengo físico de modelo… La iluminación de Marco Filibeck enriqueció escenas y vestuario de una manera fría y destacada, casi evidenciando la inmovilidad de la situación, de los gestos y caracteres.  La partitura, además, era sublime, una de las mas bellas de Rossini.  Tampoco se puede decir que los artistas no estuviesen en buen nivel, casi todos, pues si consideramos la dificultad de los papeles, eran buenos, o que al final, la orquesta dirigida por Daniele Rustioni tocara mal, ni es posible que una orquesta tan buena como la del Maggio pueda tocar mal…  Pero de vez en cuando pasa que aunque todas las cosas sean singularmente buenas, no se combinen como uno esperara y no se alcanzara el resultado. La magia del teatro, su alquimia, es tan compleja y necesita unos ingredientes más y unas condiciones particulares para que se realice. Si no todas cosas aparecen separadas.

Claro, hay que decir que al libreto de esta opera, de Luigi Balocchi, no ayuda una realización escénica donde no ocurre nada: damas y caballeros, burgueses y nobles, artistas, de todas las nacionalidades de Europa, se encuentran en un hotel termal esperando partir el día siguiente para ir a la coronación de Carlos X en Reims, pero no hay caballos para el viaje y solo podrán cambiar sus planes yendo a las fiestas posteriores en Paris, todos huéspedes de la Contessa de Folleville. Todo, en esta edición, fue desplazado a un siglo XX impreciso, pues mas en la secunda mitad que en la primera, si tenemos que dar por bueno el mapa de la UE, pero con un vestuario retro. A nivel de la acción no pasa nada si no la presentación de cada personaje con su aria, acompañada de vez en cuando por instrumentos solistas como el arpa (la valiosa Susanna Bertuccioli) y una flauta (fluida y elegante, Guy Eshed). Batallas amorosas entre amantes es lo único que ocurre en un hotel termal, un poco como los personajes del Gran Hermano, al fondo todas figuras inútiles que solo pueden ser objeto de periodismo de basura y nada mas… La condesa se apartó con el barón al jardín mientras su marido, celoso como Otelo, siempre la controlaba, y se daban charlas y charlas y más charlas...

Aquí está el problema del director de escena: ¿Cómo pueden actuar esos personajes por tres horas? Las elecciones de Marco Gandini, sus ideas, no aparecieron tan funcionales como quizás eran sus intenciones, que además no estaban tampoco expresadas en las notas del programa: solo se hablaba de referencias históricas y nada de su realización. Un abuso de la piscina en el escenario (quizás porque una vez que la construyeron habia que utilizarla…) con gente bañándose, jugando, buceando etc.  Al final resultó repetitivo, pesado y aburrido. Ni el aburrimiento desapareció cuando llegaron los payasos, porque al final, toda esa movida molestaba sin añadir nada. Ni hablamos de los enormes balones-estandartes - ¿símbolos? de las naciones que en ese hotel se encontraban -  que los clowns lanzaban por todos lados, por demasiado tiempo, también flotando en la piscina… ni hablaremos de la multitud de masajistas, atletas, nadadores, camareros y camareras, todos guapos como los en el Gran Hermano… Pero entre los personajes no parecía haber una complicidad, todos eran como mónadas  autónomos, sin autenticas interacciones, solo unas pocas. Se puede decir ¿una “zeffirellata” con mucho balasto? La ambientación siglo XX pudo haber sido mas interesante si se hubiera situado poco antes de la primera guerra mundial, al final del mundo a menudo acolchonado y fatuo de la Belle Époque, cargada de sentido, la época donde desaparecieron desmoronándose la  paz y el progreso que se creían alcanzados e inmutables, quizás osando añadir un final no escrito por Rossini, porque, como Gandini justamente señaló en el programa, la opera de celebración de Rossini hoy dice poco.  Así todo era puramente estético, pero tampoco en ese hotel había unos juegos de sociedad, así por variar, excepto lo que estaba en la partitura, las imitaciones de los himnos nacionales cantados por los mismos personajes, un poco naif… Un poco de aburrimiento, o, como se dice en Florencia: sabe a poco. Del punto de vista musical fueran apreciadas muchas voces, excelentes, también para las dificultades técnicas de todos papeles, sin excepción.
Sobre todos emergieron Michele Pertusi, Lord Sidney, elegantísimo, cuya voz siempre perfecta solo se puede elogiarse y Marianna Pizzolato, cuya Marchesa Melibea parecía su habito desde siempre, con coloraturas acrobáticas en una voz cálida y nunca forzada, siendo hoy una mezzosoprano punto de referencia por Rossini. El tenor chino Yijie Shi sorprendió por su desenvoltura vocal y declamatoria, una voz muy bien cuidada y, más apreciable, una impecable pronunciación italiana y una consciencia prosódica que tampoco algunos artistas italianos poseen. Solo escénicamente de vez en cuando parecía un poco raro… pero no sabemos si era por órdenes del director. Inevitable su baño en la piscina… que aburrimiento. Discreta fue Eva Mei, Madama Cortese, aunque su personaje estuvo penalizado por su constante silla de ruedas (¿tuvo un accidente y no lo sabíamos? De todas formas mejor que esa silla la empujaba un figurante. Mejor que haciendolo por si misma y desconcentrando del canto) pues siempre soltando como perlas sus sobreagudos diamantinos. Expresivo como siempre fue Bruno Praticò, un cómico barón Trombonok, y creíble fue Don Profondo de Marco Camastra, remplazando a un enfermo Bruno de Simone. Auxiliadora Toledano, Corinna, cantó bien su primera aria detrás del escenario, pero no mantuvo el nivel de dirección del sonido en la escena, aunque fuera muy desenvuelta actriz.

El tenor Lawrence Brownlee, Libenskof, mostró una de envidiable coloratura, pero su sonido pareció pálido y sin orientación en el resto de la voz,  acompañando casi todas notas con vibraciones de su cuerpo, que raro. Vincenzo Taormina, Don Alvaro, muy ceñido en su traje altanero, ofreció una vocalidad apreciable sin ser inolvidable. Leah Partridge, Contessa di Folleville, cantó sin duda todas sus notas y con buena voz pero poco había de rossiniano en su canto: su lectura del mundo de Rossini parecía solo hecho en la superficie, o poco mas bajo, mientras había mucho que profundizar el carácter parodista y grotesco de su personaje, aun solo vocalmente. Pero Partridge actuó convincentemente, ayudada por una bella figura y con una cierta verve, aun si en el complejo quizás no era idónea a un primer reparto para un teatro como lo es el Maggio. Rustioni, en su debut a los 28 años, dirigió la opera sacando quizás un sonido unas veces demasiado uniforme y eso no ayudó a una variedad en la escena, no extrajo todos los colores requeridos usualmente por Rossini a sus interpretes. En unos momentos, como en el acrobático dúo de Melibea-Libenskof de la segunda parte, todo parecía reducido casi a un paroxismo vocal por causa de la rapidez elegida, mientras los dos artistas desgranaban agilidades sobrehumanas, chapeau! Pero al final hubiera sido quizás mas oportuna una mayor diferenciación de la orquesta, que hubiera ayudado a la puesta en escena, muy estática por si misma, comprimida por una escenografía invariable y anodina y una dramaturgia inmóvil primeramente. Optimo el coro de Piero Monti y discretos los artistas comprimarios. La hipercinesia afectaba de vez en cuando también el fortepiano en los recitativos, Andrea Severi tocando demasiadas notas. Tibio éxito y unos disentimientos por el director de escena de la parte del público.

Sunday, January 29, 2012

Fidelio en el Teatro Regio de Turín, Italia

Foto: Ramella&Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino.

Renzo Bellardone

Fidelio forma parte del proyecto que el Regio de Turín ha ofrecido sapientemente a sus espectadores invitándolos a recorrer juntos el camino hacia la búsqueda de la libertad. Si bien es una opera poco conocida, su trama es notable y es una piedra angular del panorama operístico y un monumento de composición que emociona. Aquí, emergió el vigor en la dirección de Gianandrea Noseda, con la madurez del director hoy conocido, quien supo extraer de la partitura hasta la introspección mas temida. El coro dirigido por Claudio Fenoglio fue un protagonista con definidos acentos interpretativos. La dirección escénica de Mario Martone fue apreciable por la idea de realizarla a través de la esencia metálica de la escena fija, que cambió solo en el segundo acto. Para una opera de espesor, invenciones escénicas podrían parecer artificiales, mientras que la referencia de los campos de concentración nazis, no hicieron más que acentuar la emotividad en su percepción. La iluminación de Nicolas Bovey fue utilizada con sapiente discreción; y sobrios fueron los vestuarios de Ursula Patzak. Miranda Keys, en el doble papel de Leonora y de Fidelio ofreció una significativa prueba vocal, afrontando a los personajes con la determinación de una mujer con coraje que arriesga todo para liberar a su hombre de las cadenas de la injusticia. Kor-Jan Dusselejee, fue aplaudido como Florestan, y a pesar de una molestia vocal ofreció una prestación de mucho espesor. El barítono Thomas Gazheli interpretó con seguridad escénica y vocal a Don Pizarro. Marzelline contó con la deliciosa soprano Barbara Bargnesi y el tenor Alexander Kaimbacher fue un claudicante Jaquino, en la parte escénica, aunque su emisión no fue del todo agradable. Robert Holzer fue el bajo profundo que dio voz y cuerpo a Don Fernando.



 



Saturday, January 28, 2012

Tosca en el Teatro Regio de Turín, Italia.

Foto: Ramella&Giannese - Fondazione Teatro Regio de Torino

Renzo Bellardone

La música de Tosca es profunda y simplemente bella porque evidencia la sensible genialidad como compositor de Puccini.  Con la sobresaliente dirección del maestro Gianandrea Noseda, la poesía puccininia que acaricia, tomo vida en una vigorosa y conmovedora dimensión humana. La orquesta del Regio de Turín se alzó con una ecléctica transfiguración de sonidos con las vibrantes y pasionales señas del director, quien atento y participativo, vivió la opera en un vibrante crescendo del escenario y el foso. Frecuentemente se omiten las consideraciones sobre el libreto de la opera, pero en este caso se debe subrayas la genialidad de Illica y Giacosa quienes ofrecen un texto sin tiempo, donde la fragilidad y la pasión conviven en contraposición en esta obra. En escena, la sobria producción de Isabelle Partiot-Pieri no omitió ninguno de los significados impregnados en la opera, con pocos movimiento técnicos en escena y con la genialidad del uso apropiado del “video” de inicio al fin de la función, hasta el salto mortal al vacío de la protagonista de lo mas alto del Castel Sant Angelo, con la misma técnica visual. Muy apreciada fue la dinámica dirección de Jean-Louis Grinda los elegantes vestuarios de Christian Gacs y la iluminación de Roberto Venturi. Tosca fue personificada por Maria Jose Siri quien debutó el papel en el Regio con voz que emitió sin incertidumbres y retornó profunda y sufrida o amenazadora y vengativa en un caleidoscópico tableau de colores.  Lorenzo De Caro afrontó el personaje de Cavaradossi con tono vocal seguro en línea con su óptima prestancia física, ofreciendo tonalidades de mucho cuerpo que son particularmente significativas para el papel.  Silvio Zanon fue un Scarpia corpulento y de colores imperiosamente oscuros con los que trazó histriónicamente de manera innegable y segura al personaje. El coro dirigido por Claudio Fenoglio también en esta ocasión mostró un envolvente equilibrio vocal en una amalgama de luces y sombras que iluminaban al mismo tiempo. ¡La música vence siempre!

Al Teatro Regio di Torino le genialità si incontrano: Tosca

Foto: Ramella & Giannese - Fondazione Teatro Regio di Torino

Renzo Bellardone

La musica di Tosca è profondamente e semplicemente bella, quindi il profondersi in uno sproloquio di aggettivi appare superfluo, mentre è di tutta evidenza la sensibile genialità compositiva di Puccini. Con la geniale direzione del Maestro Gianadrea Noseda la carezzevole poesia pucciniana prende vita in una vigorosa e commovente dimensione umana; l’orchestra del Regio di Torino assurge ad eclettica trasfigurazione dei suoni ai cenni vibranti e passionali del direttore che attento e partecipativo vive l’opera in un crescendo vibrante con palco e buca. Sovente si tralasciano le considerazioni sul libretto dell’opera, ma in questo caso si può e si deve sottolineare la genialità di Illica e Giacosa nell’offerta di un testo senza tempo, dove le fragilità e le passionalità vivono in Tosca la duellante contrapposizione di sempre. Ed ora osservando le altre genialità si considera il palco dove un sobrio allestimento di Isabelle Partiot-Pieri, che non tralascia però nessun dei significati pregnanti dell’opera, con pochissimi movimenti tecnici di scena e la genialità dell’utilizzo in modo del tutto appropriato del ‘video’ inizia la vicenda dal finale…ovvero dal salto mortale nel vuoto della protagonista dagli spalti di Castel Sant Angelo; con la stessa tecnica visiva e con lo stesso tragico momento si concluderà l’opera apprezzatissima anche per la dinamica regia di Jean-Louis Grinda. Gli eleganti costumi di Christian Gacs e le sapientissime luci (spettacolare il rosso al finale) di Roberto Venturi valorizzano l’allestimento diretto da Saverio Santoliquido che si è avvalso anche di Elisabetta Acella in qualità di assistente alla regia. I particolari registici da sottolineare sarebbero molti, ma per sobrietà si evidenzia solo il ribaltamento della scena; ad esempio ovvero il pubblico vede l’ingresso della chiesa e non l’altare e poi ancora Cavaradossi al momento della fucilazione sarà di spalle verso la platea che allo sparo vede il fumo dei fucili; ideazione accorta che coinvolge e capta ancor più le emozioni. Tosca è impersonata da Maria Jose Siri che debutta il ruolo al Regio con voce che sale senza incertezze per ritornare profonda e sofferente o minacciosa e vendicativa in un caleidoscopico tableau di colori.  Lorenzo De Caro affronta il personaggio di Cavaradossi con piglio vocale sicuro: in abbinamento all’ottima prestanza fisica non lesina le emozioni che la partitura prevede, offrendo toni corposamente ambrati particolarmente significativi nel ruolo. Il viscido Scarpia è Silvio Zanon che corpulento e con colori imperiosamente scuri o istrionicamente ingannevoli tratteggia il personaggio con professionale sicurezza. Luca Casalin è il buon tenore che interpreta Spoletta; Francesco Palmieri è un ottimo Angelotti sia per presenza scenica che ancor più per l’apprezzabile prestazione vocale. Significativa la presenza di Federico Longhi nei panni di Sciarrone e di Riccardo Mattiotto in quelli del carceriere.  Il pastorello –voce bianca- è il giovanissimo Tommaso Paronuzzi che tiene il palcoscenico alla stregua dei ben più adulti professionisti. La tragica vicenda –così come in tutte le quotidianità- annovera anche una presenza che almeno all’inizio della storia alleggerisce la tensione ovvero ‘il sagrestano’ che al Regio affida le vesti ad un brillantissimo Matteo Peirone che pur nulla tralasciando all’espressione vocale, si cimenta nel un goffo, simpatico personaggio del frate. Il coro diretto da Claudio Fenoglio è anche in questa occasione l’espressione del coinvolgente equilibrio vocale in un amalgama di luci ed ombre che magicamente illuminano l’insieme.  La musica vince sempre.





Il Maestro di Musica” y “Il Don Chisciotte” de Martini en Bolonia.

Foto: Luca Toffolon

Renzo Bellardone

Admirado por Mozart y formador del maestro de música de Gioacchino Rossini, el Padre Giovanni Battista Martini (Bolonia 1706-1784) de la orden de los frailes menores conventuales, dejó un patrimonio invaluable de libros, manuscritos y partituras que ahora son patrimonio del Museo Internacional y Biblioteca de la Música de Bolonia. Su actual redescubrimiento y valorización se debe al minucioso trabajo de la Accademia degli Astrusi a través de su director Federico Ferri, quien creó el “Festival Martini” en Bolonia la ciudad natal del compositor. En el Teatro Comunale de Bolonia, se presentaron en su estreno absoluto en época moderna dos intermezzi: “Il Maestro di Musica” seguido de “Il Don Chisciotte” en la edición critica de Daniele Proni y de Federico Ferri, también director musical, quien ofreció una conducción atenta y puntual de la orquesta, con gesto amplio y vigorosamente descriptivo, además de poner mucha atención también al escenario. El primer intermezzo se presentó como una piedra preciosa de música muy ligera y bien interpretada tanto en lo actoral como en lo vocal que nunca desilusionó Laura Polverelli fue Olimpino la estudiante de música y Aldo Caputo, Tamburlano, el maestro de música. Polverelli logró modular los sonidos poco usuales que acentúan el divertido intermezzo y Caputo emitió con seguridad y mantuvo la música con dominio. El canto por momentos difícil y de no inmediata lectura se realizó de manera virtuosa y agradable. Fue un gusto asistir a una prima absoluta y fue aun más agradable sentir como fue llevada por una orquesta cada vez más afianzada en el repertorio. Decididamente, estuvo agradable y envolvente este refinado divertissement con las buenas voces y los gratos sonidos. “Il Don Chisciotte” utilizó como escenografias bocetos creados por el Premio Nobel Dario Fo con trazos en azul gris definidos en un fondo anaranjado creado por las luces de Daniela Naldi. Aquí, Laura Polverelli ofreció una brillante interpretación de la femeninamente astuta Nerina, y Aldo Caputo, fue un temeroso Don Quijote manipulado por un grotesco pero astuto Sancho Panza, interpretado por el mimo Matteo Belli quien concluyó el intermezzo sobre los dos personajes y a su gusto los manejo como un titiritero que movía sus marionetas. Este intermezzo podría ser también considerado como una verdadera “operita” ya que gracias a la divertida dirección escénica de Gabrielle Marchesini y a la escenografía de Stefano Lannetta arrancó más de una divertida sonrisa, con Nerina cabalgando un caballito mecedora y cambiándose sus vestuarios con la escena abierta mientras adquiría facultades mágicas.