Tuesday, June 10, 2014

L’amour des trois oranges de Sergei Prokofiev en el Maggio Musicale Fiorentino, Florencia

Foto: © Michele Borzoni / TerraProject

Massimo Crispi

“L’amour des trois oranges”, fue el tercer título operístico del 77° Maggio Musicale Fiorentino, como también la última opera en la historia del Teatro Comunale de Florencia, antes que se utilice, finamente, la nueva Opera di Firenze, a poca distancia de allí.  La puesta en escena la realizó el fantasioso director Alessandro Talevi que con el rico vestuario de Manuel Pedretti y las escenas de Justin Arienti, nos regaló una interpretación deliciosa de esa fabula musical, con varios niveles de lectura, creada por Prokofiev en 1918 en los Estados Unidos. Como las fabulas dan mucha libertad a los directores, aun por no estar vinculadas a un tiempo y un espacio, si un director sabe su trabajo el espectáculo llama la atención. Talevi puso la época más o menos en el tiempo de la realización de la opera misma, inicios del siglo XX, donde el Rey del Trébol es el emperador Francisco Josef en silla de ruedas, símbolo de un Imperio en su final, y también una época donde empieza a aparecer un mundo étnico y negro totalmente distinto de lo que hoy se entiende, aquí representado por Fata Morgana y Sméraldine, que se presenta al inicio como la Mammy de “Lo que el viento se llevó” y se vuelve en una desencadenada Josephine Baker en el último acto.  Talevi imaginó la fabula de Carlo Gozzi (siglo XVIII, el mismo autor de Turandot), que es la base de la versión francesa de Prokofiev y Véra Janacopulos, como un teatro en el teatro, donde los académicos (el coro) se pelean para afirmar la superioridad de la poesía cómica sobre la trágica en versos martellianos, y que aquí son representados como las naciones de la época: Rusia, agitando banderas comunistas, defendiendo la tragedia (siendo siempre los drama rusos muy trágicos!); Francia e Italia más afines a la comedia, etc.  
Desde aquel momento hubo un “crescendo” de paroxismo escénico, con mucha creatividad, con atmosferas del sucesivo cine de animación de Karel Zeman o del más post-moderno “Moulin Rouge” de Baz Luhrmann, con buen gusto y donde el rico vestuario de Pedretti y las escenas de Arienti estuvieron enriquecidas por la inteligente iluminación de Giuseppe Calabrò. Los artistas del ilimitado reparto internacional estuvieron en muy alto nivel y todos siguieron los deseos del director con muy buena verve escénica y también musical, bajo el control del director Juraj Valchua, que dirigió como mejor no se pudiera a los cantantes, coro y orquesta en ese inmenso fresco tímbrico y musical: el Rey de Jean Teitgen, con voz oscura y autoritaria, expresivo y melancólico; el príncipe Tartaglia de Jonathan Boyd, equilibrista en su acción escénica y vocal; Pantalone, Leonardo Galeazzi, optimo; Loïx Félix, Truffaldino, simplemente fantástico por su pertenencia escénica y vocal y su desenvoltura, como si saliera de la comedia del arte; Kristin Sigmundsson, la cocinera Creonta, enorme y cómica en traje de gallina, casi una Baba Yaga; Fata Morgana, sensual y ágil Anna Shafajinskaia, actriz de talento y brillo vocal; el elegante Roberto Abbondanza, Mago Celio; Sméraldine, divertida Larissa Schmidt; las tres princesas-naranja, Martina Belli (Linette), Antoinette Dennefeld (Nicolette) y sobre todo Diletta Rizzo Marin (Nicolette); el pérfido Leandro de Davide Damiani y la princesa Clarice, una Lady Dominatrix bien interpretada por Julia Gertseva; el diablillo Farfarello de Ramaz Chikviladze, muy divertido en su traje de aviador. El coro de Lorenzo Fratini, que parecía alegrarse muchísimo nos divirtió también a nosotros. Era un espectáculo para grabarse en dvd para volverse en un punto de referencia para futuros. Esperamos que pronto lo pongan otras veces más y que lo graben.


77° Maggio Musicale Fiorentino. Sergej Prokofiev: L’amour des trois oranges.

Fotos: © Michele Borzoni / TerraProject

Massimo Crispi

“L’amour des trois oranges”, terzo titolo operistico del 77° Maggio Musicale Fiorentino, è andato in scena al Teatro Comunale come ultima opera della storia di questo teatro, prima che venga utilizzata, finalmente, la nuova Opera di Firenze, a pochi passi di distanza. La realizzazione è stata affidata al fantasioso regista Alessandro Talevi che, coadiuvato dai preziosi costumi di Manuel Pedretti e dalle scene di Justin Arienti, ha dato una deliziosa lettura di questa fiaba musicale, leggibile a più livelli, che Prokofiev scrisse nel 1918 negli Stati Uniti.
Le fiabe, si sa, lasciano quasi carta bianca ai registi, proprio perché non vincolate a un tempo e a uno spazio e se il regista sa come fare il godimento è assicurato. La collocazione temporale che Talevi ha scelto era l’inizio del XX secolo, pressappoco il periodo della composizione, dove il Re di Coppe era un Francesco Giuseppe in sedia a rotelle, un imperatore ormai malconcio, simbolo di un Impero che ormai, appunto, era in via di dissolvimento, quasi un regno da carte da gioco, un po’ come i domini della Regina di Cuori di Lewis Carrol. E dove, anche, si affaccia un mondo etnico e “negro”, visto con occhi diversi da quelli moderni, caricaturale, rappresentato qui da Morgana e Sméraldine, la quale da Mammy di Via col Vento si trasforma nell’ultimo atto in una specie d’ipercinetica Josephine Baker. La fiaba di Carlo Gozzi, alla base del libretto di Véra Janacopulos e lo stesso Prokofiev, era in fondo una rappresentazione di due secoli prima di un’Europa stagnante, in una città immobile nel tempo come Venezia, dove l’ “impegno” più evidente era di contrastare l’Illuminismo e il teatro più realista di Goldoni (che infatti poi se ne andò a Parigi), esaltando al massimo la Commedia dell’Arte, improvvisando spesso su canovacci. Eppure questa commedia dovette sembrare a Prokofiev una metafora ideale di ciò che stava accadendo nel suo mondo: la fine della Grande Guerra, la fine dello zar e la nuova Russia rivoluzionaria, gli Stati Uniti che si affacciavano prepotentemente nel mondo, la Belle Epoque ormai in disarmo e un gran bisogno di superare tutto questo. Come superarlo meglio se non cercando di arginare la tragedia e volgersi verso il riso? Talevi ha quindi immaginato questa fiaba come una rappresentazione nella rappresentazione, dove i gruppi di accademici (il fantastico coro del Maggio) che litigano sulla superiorità della poesia comica sulla tragica, del verso comico sul martelliano (che altro non è che l’alessandrino), il verso della grande poesia drammatica di Corneille e Racine, e che sono la causa dell’ipocondria “poetica” del principe Tartaglia, che non ride mai, sono rappresentati dalle nazioni: la Russia agita bandiere comuniste e inneggia alla tragedia, assai tipico della cultura russa, dove i superdrammoni non mancano mai; la Francia e l’Italia invece sono più leggiadre e difendono la poesia più brillante, e così via.
“Les Ridicules”, un gruppo di artisti che agiscono in coro ma che hanno un ruolo più importante nell’azione, mettono tutto a posto nel disordine magico creato da Morgana, come nelle favole, appunto. Da lì in poi è un crescendo di parossismi scenici, di estrema creatività e immaginazione, dove si ritrovano atmosfere da circo e del successivo cinema d’animazione di Karel Zeman, forse anche di “Moulin Rouge” di Baz Luhrmann, in un pot-pourri di buon gusto e sapienti citazioni e dove i costumi ricchi e fantasiosi di Pedretti e le scene di Arienti sono stati ben valorizzati dalle intelligenti luci di Giuseppe Calabrò. Gli artisti dello sconfinato cast internazionale erano tutti, nessuno escluso, di alto livello e hanno assecondato le visioni del regista nel migliore dei modi, dimostrando una verve scenica e una perfezione musicale difficile da trovare nello stesso luogo e nello stesso momento. Il direttore d’orchestra, Juraj Valchua, ha condotto cantanti, orchestra e coro come meglio non si poteva e l’immenso e complesso affresco timbrico e armonico concepito da Prokofiev ne è risultato assai arricchito. L’intero cast era eccellente: il Re di Jean Teitgen, dalla splendida voce scura e potente, espressivo e malinconico sovrano; il Principe Tartaglia di Jonathan Boyd, funambolico nei suoi salti di registro e di grande disinvoltura scenica; Pantalone, Leonardo Galeazzi, ottimo; Loïx Félix, Truffaldino, semplicemente eccezionale per l’atletismo vocale e fisico, mattatore della serata, coi suoi salti, acrobazie, lazzi da vero esperto di commedia dell’arte e di vocalità sicura e pertinente; Kristin Sigmundsson, la cuoca Creonta, enorme e buffissima in abito di gallina, quasi una Baba Yaga; Fata Morgana, la fatalona e agile Anna Shafajinskaia, attrice consumata dal bello squillo vocale; il Mago Celio, l’elegante Roberto Abbondanza; Sméraldine, la divertente e intrigante Larissa Schmidt; le tre principesse-arancia, Martina Belli (Linette), Antoinette Dennefeld (Nicolette) e soprattutto Diletta Rizzo Marin (Nicolette); il perfido Leandro di Davide Damiani e la principessa Clarice, una Lady Dominatrix ben resa da Julia Gertseva; il diavolo Farfarello di Ramaz Chikviladze, assai divertente nella sua veste di aviatore; l’araldo rotante del prologo di Karl Huml e il Maestro di Cerimonie di Andrea Giovannini. Il coro di Lorenzo Fratini, che sembrava divertirsi un mondo, ha fatto divertire anche noi, dimostrando una gran disponibilità alle richieste registiche. Sarebbe stato uno spettacolo da registrare in dvd come documento storico e punto di riferimento. Speriamo che sia ripreso in futuro e che ciò avvenga. 

La Flauta Mágica de Mozart en la Ópera de Angers Nantes, Francia.

Foto: Jef Rabillon

Suzanne Daumann 

La Flauta Mágica no es una ópera perfecta. No posee la dramaturgia precisa de Bodas de Fígaro ni la sombría gracia de Don Giovanni como tampoco Schikaneder es Daponte.  Sus personajes no tienen la psicología y vida de las obras de Mozart y Daponte. Flauta Mágica no es una ópera perfecta, es algo mucho más que eso: es universal. Es una ópera de magia y para que la magia funcione es esencial dejar el cinismo y materialismo y todos iphones de nuestro post moderno espíritu. Solo se requiere seguir a los tres niños, y de su boca sale la verdad.  Este es el espíritu de la producción del 2006 de la Ópera de Angers Nantes, repuesta este año. Sus autores son Patrice Caurier y Moshe Leiser, directores de escena y el director musical Mark Shanahan con escenografía de Christian Fenouillat y escenografías de Agostino Cavalca, quienes han llevado la obra hacia su mágica simplicidad, con la ayuda de palomas, algunos gorilas, un oso polar y un rinoceronte.  Esta flauta estuvo llena de humor, que lo toma muy serio.  El ambiente estuvo desde la obertura y Mark Shanahan condujo a la Orchestra des Pays de la Loire con ligera y aérea solemnidad. Algunos tiempos lentos permitieron que las palabras se desenvolvieran con profundo sentido.  La orquesta acompañó a los cantantes con sensibilidad, sonando como un grupo de cámara bien entonado.  La escena fue simple y de fácil lectura, el escenario estaba vacío, algunos elementos y los vestuarios son lo suficiente para explicar que los cantantes y lo que la orquesta querían decir.  Pamina y Tamino vistieron de blanco y azul, la Reina de la noche en rojo y Papageno en amarillo, y Sarastro y el resto vistieron en gris. Elmar Gilbertsson sobresaliente tenor islandes que fue tamino con voz oscura buena apariencia y movimientos fue la perfecta encarnación del príncipe enamorado y el caballero valiente. Papageno fue interpretado con irresistible encanto y humor por el baritono Ruben Drole de calido y aterciopelado timbre.  Marie Arnet fue una agraciada princesa Pamina. Inocente y plateado timbre la hizo conmover y convencer. La reina de la noche fue la soprano Olga Pudova quien encarnó el papel con autoridad y seducción. Sarastro fue el bajo James Cresswell, que fue una pena que caminara con tacones para verse más alto, en vez de darle autoridad pareció precario. Así, esta simplificada versión nos permitió entrar libremente en un mundo mágico. 

La Flûte Enchantée à Angers Nantes Opéra ou la magie du théâtre

Foto: Jef Rabillon

Suzanne Daumann

La Flûte Enchantée n’est pas un opéra parfait : elle n’a pas la dramaturgie horlogère des Noces de Figaro, ni la sombre grâce de Don Giovanni ; Schikaneder n’est pas Da Ponte, les personnages de la Flûte n’ont pas la psychologie complexe et réaliste de ceux des trois grands Mozart-Da Ponte. La Flûte Enchantée n’est pas un opéra parfait, il est plus que cela, il est universel. La Flûte Enchantée est un opéra de magie, et pour que la magie opère, il faut laisser au vestiaire cynisme, matérialisme et autres i-phones de la postmodernité. Il faut simplement suivre les Trois Garçons, car la vérité sort de la bouche des enfants. De cette manière, les auteurs de cette production d’Angers Nantes Opéra de 2006 et reprise cette année pour le bonheur du public nantais, Patrice Caurier et Moshe Leiser, mise en scène, Mark Shanahan, direction d’orchestre, Christian Fenouillat, décors, Agostino Cavalca, costumes, et Christophe Forey, lumières, ont rendu sa simplicité magique à l’œuvre, aidés par quelques pigeons vivants, deux gorilles, un ours polaire et un rhinocéros. Pleine d’humour, cette Flûte se prend néanmoins au sérieux : Dès l’ouverture, on capte l’ambiance. Mark Shanahan dirige l’Orchestre National des Pays de la Loire avec une solennité légère, aérienne. Le tempo un peu lent de sa direction laisse le temps aux textes de développer leur sens profond. L’orchestre, tout en nuances et finesse, accompagne les chanteurs, d’une manière extrêmement sensible, façon musique de chambre. La scénographie se veut tout aussi simple et lisible : pour la plupart, la scène reste vide et quelques accessoires lumineux, et les costumes, suffisent pour souligner les propos des chanteurs et de l’orchestre. Par ailleurs, des décors volumineux auraient rendu impossibles les coups de théâtre divers et variés, apparitions et disparitions par les trappes et personnages volants.  Simplicité aussi du côté des costumes: Tamino et Pamina sont en blanc et bleu, la Reine de la Nuit en rouge, Papageno en jaune d’œuf, et les Trois Dames multicolores et brillantes de paillettes. Sarastro et les siens portent des costumes gris, neutres.  Elmar Gilbertsson, le remarquable jeune ténor islandais, est Tamino. Avec son physique de beau ténébreux, au port altier, et son ténor tonique et tendre, il incarne parfaitement le prince épris, le quêteur courageux, la partie noble et spirituelle de l’être humain. Sa contrepartie terre-à-terre, plus soucieuse des demandes du corps que de l’âme, Papageno, est joué, avec beaucoup d’humour et un charme irrésistible, par le baryton suisse Ruben Drole. Au timbre chaleureux, naturel et velouteux, il chante, parle et quand il n’a pas le droit de parler, chantonne en dansant « Non piu andrai », histoire de s’amuser. La princesse Pamina, fille de la Reine de la Nuit, enlevée par le sinistre Sarastro, est incarnée par la soprano Marie Arnet, avec beaucoup de grâce. Son timbre argentin et innocent la rend convaincante et bouleversante dans l’aria « Ach, ich fühl’s ». L’autre aspect du principe féminin est la Reine de la Nuit, cette incarnation de la mère castratrice. La soprano Olga Pudova lui donne vie, autorité et un brin de séduction. Son adversaire et équivalent masculin, Sarastro, est interprété par la basse américaine James Creswell. Dommage que des échasses lui donnent un tout petit air précaire, plutôt que de rehausser l’autorité du personnage. Inutile aussi, car ce Sarastro a la voix et le ton justes, autoritaire et tendre. Les trois garçons sont des enfants de la Maîtrise de la Perverie à Nantes, charmants, attendrissants, tour à tour en garnements des années 30, en vestes et toques de cuisinier et en chemises et coiffes de nuit. L’innocence et fragilité des voix d’enfants ajoute une dimension spirituelle qui manque totalement quand ces personnages sont interprétés par des sopranos.   Ainsi, cette version épurée de l’opéra permet d’explorer tranquillement les différents aspects des personnages et leurs relations. Vue et entendue comme un simple conte de fées, l’histoire reprend son sens, la symbolique se révèle facilement. On sort en se demandant : Et si c’était vrai ? Si la vie n’était qu’un voyage à travers le feu et l’eau et la souffrance vers un but plus élevé ? Et si les choses matérielles n’étaient qu’une ruse des trois dames de la Reine de la Nuit ? On sort, une larme dans le sourire, les yeux ouverts pour la magie qui nous entoure partout.

  

The Magic Flute at Angers Nantes Opéra: The Enchantments of Theatre

Foto: Jef Rabillon

Suzanne Daumann

The Magic Flute is not a perfect opera: it doesn’t have the clockwork dramaturgy of Le Nozze di Figaro nor the somber gracefulness of Don Giovanni; Schikaneder is not Da Ponte, the Flute’s characters don’t have the complex and lifelike psychology of the great Mozart/Da Ponte works. The Magic Flute is not a perfect opera, it is more than that: it is universal. The Magic Flute is an opera of magic and for the magic to work it is essential to leave at the cloakroom cynicism, materialism and all the other i-phones of our post-modern spirit. We only need to follow the Three Boys, for truth comes from the mouth of babes. This is the spirit of the 2006 production of Anger Nantes Opéra, fortunately taken up this year again. Its authors, Patrice Caurier and Moshe Leiser, stage directors, Mark Shanahan, conductor, Christian Fenouillat, scenography, Agostino Cavalca, costumes, and Christophe Forey, lighting, have taken the work back to its magic simplicity, with the help of live doves, a few gorillas, a polar bear and a rhinoceros. This Flute is full of humour, but it takes itself seriously: The ambiance is there right from the overture. Mark Shanahan conducts the Orchestra des Pays de la Loire with a light and aerial solemnity. His somewhat slow tempi allow the words to unfold their deeper sense. The orchestra accompanies the singers very sensitively, sounding like a chamber music ensemble, finely nuanced. The staging as well is simple and easy to read: mostly the stage is empty, a few luminous props and the costumes are enough to explain what the singers and orchestra are saying. Voluminous decorations in any case would have made the different theatrical coups impossible - apparitions, disappearances through the trapdoors and flying people. The costumes as well are being kept simple: Pamina and Tamino are wearing white and blue, the Queen of the Night is fittingly in red, Papageno in egg-yolk-yellow and the Three Ladies are glittering with multicoloured sequins. Sarastro and his people are wearing nondescript suits of grey. Elmar Gilbertsson, the remarkable young Icelandic tenor, is Tamino. With his dark brooding good looks and haughty ways, and his tender and tonic tenor voice, he is the perfect incarnation of the prince in love, of the courageous knight on his quest – the noble and spiritual part of the human soul, as it were. His more earthly-minded counterpart, Papageno, is played with irresistible charm and humour by Ruben Drole, baritone. With a warm and velvety timbre, he sings and talks in a most natural way, and when he’s supposed to be quiet, he hums and dances his way through “Non pui andrai”, just for the heck of it. Soprano Marie Arnet is a most graceful princess Pamina, daughter of the Queen of the Night, who has been kidnapped by the sinister Sarastro. Her silvery and innocent timbre makes her most touching and convincing in her aria “Ach, ich fühl’s”. Oh, and we feel with her, and so does poor Tamino, who is not allowed to speak to her. The Queen of the Night is the other aspect of the feminine principle, the castrating mother. Soprano Olga Pudova incarnates her with authority and quite seductively. Her adversary and masculine counterpart, Sarastro, is the bass James Cresswell. A pity that he has to walk about on some kind of contraption to make him taller: it makes him look rather precarious instead of adding to his authority. Unnecessary as well, since this Sarastro has the right voice and tone, authoritarian and tender, as the case asks for. The Three Boys are children from the Maîtrise de la Perverie in Nantes, charming and touching, be they dressed as urchins of the 30s, in cooks’ hats or night shirts. The innocence and frailty of real children’s voices gives an additional spiritual dimension to the opera that is totally inexistent when sopranos take on these parts. And so, this simplified version of the work lets us enter freely into a magical world. Heard and seen as a simple fairy tale the story acquires an old-new sense, the symbols yield readily. And we leave, wondering: And if it were true? If life were just a voyage through fire and water and suffering, towards some higher goal? And if the material world were just a trick of the Ladies of the Queen of the Night? We leave with a tear in our smile and our eyes are open for the magic that is everywhere around us. 

Thais de Massenet en Miami

Foto: Justin Namon

Abigail Brambila

Miami se vistió de gala con la presentación de Thais, opera francesa que muestra una pasión reprimida por un lado versus una religiosidad que se vivía en el antiguo Egipto. Esta ópera basada en la novela de Anatole France, narra la historia de cómo un monje cenobita, Athanael, logra que la cortesana Thais de Alejandría, seguidora de la Diosa Venus, se arrepienta de su vida dedicada a los placeres mundanos y al pecado y se la dedique a Dios, pero al final el monje se da cuenta del profundo amor que había despertado en el mientras ella se encontraba en su lecho de muerte. El extraordinario intermezzo para violín “Meditación de Thais”, donde se conjugan las emociones de la cortesana para lograr su conversión, un papele difícil de interpretar y que sin duda alguna, la soprano americana Angela Mortellaro, quien cuenta con un importante caudal vocal, logró transmitir y estremecer al público con su presentación, tanto por su sensualidad característica del personaje en el primer acto, llevándonos a una profunda reflexión al pasar al segundo dejándonos con ganas de resolver las preguntas que todos nos hemos hecho en diferentes periodos de nuestras vidas. Kristopher Irmiter bajo-barítono interpretó el papel de Athanael, transmitiendo su pasión por el buen arte y su compromiso con el papel, así como una extraordinaria presencia en escena. Martín Nusspaumer, tenor uruguayo, interpretó a Nicias, el noble, rico y amante de Thais, quien demostró una profunda entrega de emociones. El elenco se completó con la presencia de miembros del programa de artistas jóvenes de la Florida Grand Opera, mencionando a algunos como Caitlin Mc Kechney y Riley Svatos, quienes dieron alegría a la puesta en escena. Gracias al equipo de la FGO,  la excelente puesta en escena de Renaud Doucet, nos ha deleito en una noche de las mejores formas de arte, logrando estremecer los sentidos Felicitaciones al Director Musical Ramón Tebar, quien nos dejó en claro el profesionalismo y capacidad de comunicar emociones al público, los solos de violín estuvieron a cargo de Scott Flavin a quien hay que agradecer las sentimientos transmitidos en momentos tan inspiradores. Es importante mencionar que la iluminación fue extraordinaria, gracias a Robert Wierzel quien volvió a la FGO.

Ópera "Los Puritanos" de Bellini entrega un balance satisfactorio en el Teatro Municipal de Santiago de Chile.

Foto: Patricio Melo

Johnny Teperman

Con siete presentaciones, de la ópera 'Los Puritanos' del compositor italiano Vincenzo Bellini ('Norma', 'La Sonámbula'), continuó la temporada lírica 2014 del Teatro Municipal de Santiago, obra conducida por el 'regisseur' español Emilio Sagi. En líneas generales el balance de las siete presentaciones de este segundo título de la temporada, 4 internacionales, 1 gala y 2 con el elenco estelar, cumplió con el objetivo esperado por Sagi y que, en general, contó con cantantes de gran calidad, con nota sobresaliente para la soprano bielorrusa Nadine Koutcher, en el rol de Elvira. Destacada labor le cupo con el elenco internacional, al cuarteto de intérpretes principales, que afrontaron sus difíciles roles con apropiadas voces y una emoción a toda prueba, en especial el duo protagónico formado por Nadine Koutcher, como Elvira y el tenor georgiano Shalva Mukeria como Arturo La obra narra en sus tres actos,  el drama amoroso de Elvira y Arturo, ambientada en Inglaterra, en plena guerra civil entre los puritanos, partidarios de Oliver Cronwell y los realistas que apoyaban a la casa de los Estuardo.  Para muchos el libreto es un poco confuso y poco creíble. Sin embargo, la música de Bellini está entre la más cuidada y hermosa que compuso. Su esfuerzo fue resultado de la inquietud que generaba el componer una ópera para el público parisino. En esta labor fue apoyado por el célebre Joacchino Rossini, quien para la época triunfaba en la ciudad. En 'Los puritanos' aparece la faceta melancólica de Bellini. El fraseo es de gran elegancia y la ópera demanda capacidades vocales importantes de los cantantes. Además que se torna particularmente difícil para la soprano, barítonos y bajo barítonos.  Esta composición, la cual ha sido definida por el director de escena  Emilio Sagi, como una obra “que apunta a los sentimientos y a la nostalgia”, nos exhibe el amor casi imposible entre Elvira y Arturo, que constituye el trasfondo de la ópera cúlmine de Vincenzo Bellini, uno de los maestros del belcanto. Un poderoso elenco musical se ha lucido en esta joya lírica que ha retornado al Teatro Municipal de Santiago, dirigido por el  músico madrileño José Miguel Pérez-Sierra, con el valioso aporte del Coro del Teatro Municipal y la Orquesta Filarmónica de Santiago. Pureza de expresión, un certero ataque de cada palabra, una transición imperceptible de nota en nota y la ejecución de variados ornamentos –muchas veces a gran velocidad– son algunos de los desafíos vocales que enfrentaron los protagonistas de una ópera belcantista como ésta. Figura principal, a nuestro entender, fue la soprano Nadine Koutcher, por su voz de notables matices, agudos imponentes y gran manejo de la coloratura extrema, particularmente en el aria "Ah si, son vergini vezzosa", del cuadro III del acto I.  En cuanto al tenor Shalva Mukiera, un 'belcantista' a toda prueba, brindó un emocionado "Credeasi misera", del acto III, en que lució un Fa sobreagudo impresionante. Meritorias también fueron las actuaciones del bajo barítono ruso Sergey Artamonov y en un tono menor, el barítono chino Zhengzhong Zhou, Hay que resaltar que juntos, estos dos últimos brindaron en forma magnífica, el duo heroico de Riccardo y Giorgio "Suoni la tromba".  La mezzosoprano nacional Evelyn Ramírez cumplió un rol distinguido como la Reina Enriqueta de Francia y lució su voz con melódicos matices en su corta intervención. Lo propio vale para los chilenos, el barítono Pablo Castillo y el tenor Exequiel Sánchez, en sus roles de Lord Gualterio Valton  y Sir Bruno Robertson, respectivamente. La puesta en escena de Emilio Sagi confirmó su capacidad y experiencia en esta obra, en que la escenografía de Daniel Bianco lució algo recargada; el vestuario de Pepa Ojanguren y la iluminación de Eduardo Bravo,  cumplieron con las exigencias teatrales de la producción. El elenco estelar, sin estar a la altura del primero, contó con figuras importantes, en primer lugar con la soprano argentina Natalia Lemercier como Elvira, con grandes aciertos en algunos pasajes. Un poco más abajo, pero con solidez y estilo, estuvieron el tenor ruso Anton Rositsskiy como Lord Arthur Talbot, el bajo barítono chileno-cubano Homero Pérez Miranda como Sir Giorgio Valton y el barítono argentino Luis Gaeta, como Sir Riccardo Forth.  Correcta fue la participación de Miriam Caparotta (Enriqueta de Francia), Carlos Guzmán (Lord Gualtiero Valton) y Rony Ancavil (Sir Bruno Robertson).

Tosca en el Royal Opera House Covent Garden de Londres

Foto: Ashmore

Carlos Rosas

La Royal Opera de Londres revivió la producción del 2004 de Tosca concebida por Jonathan Kent, quien situó el desarrollo de la trama precisamente entre el 17 y 18 de junio de 1800, para hacerla coincidir con el contexto histórico que marca el libreto de Puccini,  quien a su vez se inspiró en la obra de Victorien Sardou, en una atmosfera de peligro y desesperación. Los diseños de la escenografía son de Paul Brown,  y contienen una iglesia iluminada por velas, un oscuro  y siniestro estudio con su sala de torturas, y al fondo la salida del solo en del amanecer de un día poco optimismo.  Cada referencia que se hace a detalle tiene sentido y coherencia dramática. Algunas referencias, por ejemplo, están relacionadas con la Batalla de Marengo, ocurrida tan solo unos cuatro días antes del evento visto sobre la escena; o el sonido de un cañón a la distancia, las campanas de iglesia y los disparos de un pelotón de fusilamiento durante el Te deum del primer acto, o la pintura de Cavaradossi, en el estilo de Jacques Louis David, el Palazzo Farnese, el techo del Castel Sant’Angelo con una enorme estatua del arcángel Miguel etc. En suma: se trató una producción visualmente sugestiva atractiva con suficiente espacio para la actuación y movimiento de los artistas. Adecuados fueron los vestuarios así como el sobresaliente manejo de manejo de iluminación, que dio un sentido de terror y miedo inminente en todo momento.  El elenco vocal fue bastante bueno y homogéneo comenzando con Roberto Alagna, quien ofreció un viril y apasionado Cavaradossi, que ya había interpretado en este teatro en el 2000.  La voz del tenor se sintió cómoda, fluida, sobre todo en los momentos más heroicos del papel resultando brillante, solida, y colorida, aunque en la interpretación de su última aria, pareció perder el control.  La soprano ucraniana Oksana Dyka, en su debut local, mostró una voz grande, potente, un poco estridente en la parte alta del registro, pero de grato color. Su interpretación de Tosca fue en términos generales creíble ya que fue delicada y afligida, aunque algunos momentos de hiperactividad sobre la escena, en particular en los pasajes de sufrimiento y dramatismo del personaje parecieron algo cargados. El barítono Marco Vratogna quien dio vida a un malévolo y agresivo Scarpia, al que prestó una robusta voz de penetrante sonoridad.  Correctos estuvieron el resto de los papeles menores, coro y actores que participaron en la puesta.  La orquesta tuvo un desempeño correcto, a pesar de una no muy precisa y fina conducción de Oleg Caetani, quien por momentos pareció transcurrir sin un claro sentido de dirección, aun asi la vivacidad de la música de Puccini siempre funciona y sale adelante. 

Friday, June 6, 2014

Sarah Chang en el Palacio de Bellas Artes, México, D.F.

El Instituto Nacional de Bellas Artes (INBA) se complace en anunciar el concierto que ofrecerá la violinista estadounidense Sarah Chang, en compañía del pianista Julio Elizalde, el domingo 8 de junio, a las 17:00 horas, en la Sala principal del Palacio de Bellas Artes. El programa está integrado por Cantabile de Niccolò Paganini, Chacona de Tomaso Vitali, la Suite de West Side Story de Leonard Bernstein y la Sonata para violín y piano núm. 2 de    Sergei Prokófiev.
Sarah Chang es una de las más reconocidas violinistas del mundo. Hizo su debut a los ocho años de edad con la Orquesta Filarmónica de Nueva York. Desde entonces ha actuado con las más distinguidas orquestas, directores y solistas internacionales, en una carrera que abarca más de dos décadas. En 2006 fue distinguida por la revista Newsweek, en el artículo  Mujer y Liderazgo, 20 mujeres toman el poder, como una de las 20 Mujeres más influyentes del año. Asimismo, en marzo de 2008 fue honrada como Joven Líder Mundial, por el Foro Económico Mundial de Davos, Suiza, por sus logros profesionales, compromiso con la sociedad y su potencial en la formación del futuro musical en el mundo. Entre las múltiples distinciones que ha recibido están: ser una de las personalidades seleccionadas para correr con la antorcha olímpica en Nueva York y convertirse en la persona más joven en recibir el Premio del Salón de la Fama en el Hollywood Bowl (2004); recibir, ese mismo año, el Premio Chigiana Musicale Internazionale de la Accademia Musicale Chigiana de Siena, Italia; el nombramiento de una silla en su honor en la Sprague Hall de la Universidad de Yale (2005) y recibir el Premio de las Artes en Liderazgo Distinguido de la Universidad de Harvard (2012).
Por su parte, el pianista Julio Elizalde ha surgido como uno de los más solicitados y versátiles artistas de su generación. Ha actuado en muchas de las salas de música más importantes de los Estados Unidos, Europa y América Latina con gran éxito ante el público y la crítica. Es miembro del New Trio, agrupación ganadora de los concursos Fischoff y Coleman National Chamber Music y destinatario del Premio Arthur W. Foote de la Asociación Musical de Harvard. También participó en la banda sonora de la película Jimmy P., compuesta por Howard Shore, ganador del Oscar. Además de música de cine, ha realizado pistas de video para el programa de concursos de televisión Jeopardy! Se graduó del Conservatorio de Música de San Francisco y de la Escuela Juilliard, donde obtuvo un doctorado en Artes Musicales en 2011. Sus principales maestros fueron Paul Hersh, Jerome Lowenthal, Joseph Kalichstein y Robert McDonald. Ha impartido clases como profesor visitante de piano en la Universidad de Puget Sound en Tacoma, Washington, y desde 2011 ha sido docente en el Manchester Musical Festival en Vermont. También ha impartido clases magistrales en el Conservatorio de Música de San Francisco y en el Instituto de Música de Chicago. Con la ayuda de un iPad Air Apple, Julio Elizalde ha elaborado un software de lectura de música por partitura y un pedal de pie inalámbrico bluetooth hecho por AirTurn.

Thursday, June 5, 2014

Thaïs de Massenet en Costa Mesa, California

Foto: Nick Koon

El segundo título de esta temporada, después de Falstaff, que la Ópera de Los Ángeles eligió para presentar en versión concierto en la sala de Renée and Henry Segerstrom Concert Hall de Costa Mesa Caifornia, fue Thaïs  de Massenet.  Este concierto corresponde al proyecto “Off Grand” que pretende ofrecer operas de la temporada en otras poblaciones y fuera de su sede habitual, el teatro de la calle Grand.  El elenco vocal fue el mismo que de manera paralela se presentó en la versión escénica de la obra, y la ventaja de la representación en concierto, permitió al público concentrarse más en la parte vocal y orquestal de la pieza, que la cargada producción escénica no permitió.  Asimismo,  la acústica de esta sala hizo que la velada fuera emocionante, cargada de tensión y musicalidad, situación de la que sacaron ventaja todas las fuerzas musicales en escena. En el papel principal, la soprano Nino Machaidze desplegó todo sus cualidades vocales, en el manejo de los colores, volumen y agudos, aunque tuvo algunas complicaciones con la dicción que hizo que su canto fuera claro y fluido.  Ayudándose de una partitura en toda la función, Placido Domingo se metió en el personaje de un afligido y atormentado Athanaël al que actuó y vivió durante toda la representación. El papel posee momentos vocales interesantes y muy liricos de los que el cantante supo sacar provecho cantando con intensidad, su voz se escuchó firme y robusta y corrió con naturalidad gracias a la notable acústica de la sala. Se puede decir que Domingo cumplió satisfactoriamente agregando un nuevo papel a su amplio repertorio, pero que difícilmente será recordado por tratarse de un personaje plano de poco desenvolvimiento dramático y actoral.  El tenor Paul Groves agradó por su cálido timbre seductor, aunque su presencia en un papel tan corta y de poca trascendencia pareció más un lujo innecesario. A pesar de lo breve que fueron sus papeles, merece una mención particular el joven pero muy seguro bajo ruso Valentin Anikin, quien aportó profundidad, potencia a su voz; así como la mezzosoprano Milena Kitic, quien como Albine, desplegó sensualidad, oscuridad y homogeneidad en su canto. Correctos estuvieron el resto de los cantantes y el coro del teatro.  Protagonista fue la orquesta de la mano de Patrick Fournillier, quien se mostro como un conocedor de este repertorio, fue un guía del espectáculo, y supo guiar con seguridad y buen pulso a una orquesta que le respondió en cada momento, delineando los ritmos más exóticos y musicales de la partitura. RJ

Tuesday, June 3, 2014

Salome de Strauss en Filadelfia

Foto: Dominic M. Mercier

Carlos Rosas

La representación en forma  semi escénica de la provocativa Salome de Strauss, realizada en la sala de conciertos Kimmel Center Verizon Hall de esta ciudad, marcó la primera colaboración entre la Orquesta de Filadelfia con la Ópera de Filadelfia para un proyecto operístico. La dinámica ejecución orquestal, teniendo a una de las cinco mejores orquestas estadounidenses, fue dirigida con entusiasmo y vigor por su titular Yannick Nézet-Séguin quien con su amplia experiencia dirigiendo ópera logró extraer la exuberante orquestación encontrando un balance entre los instrumentistas con la escena sabiendo acompañar a las voces con detallada consideración, aunque la posición detrás de la orquesta pareció incidir en el desempeño y emision de las voces en general. La sala de conciertos no cuenta con foso, pero la actuación se llevó a cabo en una plataforma elevada al fondo del escenario, con la orquesta al frente, adaptada a la sala, y en un espacio reducido se creó un ambiente teatral íntimo bajo la dirección escénica de Kevin Newbury, de mucho movimiento, con diseños y vestuarios inspirados en el tarot, correspondientes un tiempo indeterminado ideados por Victoria Tzykun, en los que recurrió a los símbolos como la misterioso deposito, los velos, y la colorida luna.  El papel principal fue encomendado a la soprano finlandesa Camilla Nylund quien mostró el tamaño y la optima belleza y claridad vocal para hacerle justicia al exigente papel. Con las coreografías de Sean Curran, su baile de los siete velos resultó creíble.  El bajo barítono Alan Held fue un imponente Juan Bautista; John MacMaster cumplió como Herodes y Birgitt Remmert como Herodias tuvo una discreta interpretación con cierta rigidez. 


Der Traume in Leben (El sueño de una vida) de Walter Braunfels en la Ópera de Bonn, Alemania

Foto: Barbara Aumüller 

Carlos Rosas

Una verdadera rareza ofreció la Ópera de Bonn, con la escenificación de la ópera Der Traume in Leben (El sueño de una vida) escrita en 1937 por el compositor alemán Walter Braunfels, cuya música, como la de otros compositores de origen judío, fue prohibida y etiquetada por los nazis como música degenerada, por su estilo pernicioso y decadente. El libreto, que está inspirado en un cuento dramático escrito en 1834 por Franz Grillparzer, trata sobre el poco talentoso pero hambriento de poder de Rustan, quien engañado por el esclavo Zanga el moro, le hace creer que sus aspiraciones y sueños se encuentran mas allá de lo mundano, en el que un sueño profético se convierte en una amarga pesadilla. Los elementos moriscos de la historia, permitieron al director Jürgen R Weber crear un contexto sobrenatural en escena, el de un cuento, una especie de viaje exótico en el que los demonios, dragones y derviches operaban como fuerzas de la naturaleza, con un uso intenso de colores y abundantes imágenes e ideas, algunas profundas y otras con su toque absurdo; pero alejadas de cualquier referencia política al tiempo en el que fue compuesta la partitura. Musicalmente, la orquestación es muy expresiva y teatral, oscura y con exuberantes arpas y metales; intensas y punzantes percusiones, cuerdas y líneas vocales que sugieren una condenación, y en este sentido tanto la orquesta como el coro y las voces fueron guiadas de manera brillante y entusiasta por Will Humburg. El papel de Rustan fue bien interpretado por Endrik Wottrich con potente y colorido timbre; y el del esclavo Zanga por el barítono estadounidense Mark Morouse. Dignos de mencionar son el legendario tenor ingles Graham Clark un dominador de la escena como el viejo Kaleb; y la soprano Manuela Uhl, soprano dramática que dio vida a una frágil y conmovedora Mirza, enamorada de Rustan, a la que prestó una voz profunda, plena de colores y uniformidad en cada registro. Cabe señalar que anterior a esta producción, la ópera solo fue ofrecida en dos ocasiones; en los años 50, en concierto en Frankfurt, y en su primera versión escénica en el 2001 en Regensburg, Alemania.

Monday, June 2, 2014

William Mason Named Artistic Advisor to San Diego Opera

Former Lyric Opera of Chicago General Director will assist in planning the 2015 and future seasons

San Diego, CA – San Diego Opera is pleased to announce the engagement of William Mason as Artistic Advisor, effective immediately. Mr. Mason will work closely with the production department on repertoire and casting, and work with the administrative staff exploring economies and efficiencies while setting the Company’s budget. Additionally, he will offer guidance in fundraising and corporate governance. Mr. Mason will report to the Board of Directors.  The Company will begin a search shortly for a new permanent General Director.


“Bill Mason’s reputation in the world of opera is second to none,” shares San Diego Opera Board President Carol Lazier. “His knowledge of opera production and staging, his skills as an administrator, and his deep love of the art form, assures that the artistic quality San Diego Opera is known for will continue unabated. Each member of our superb and dedicated staff is excited to work with Bill in the coming months to prepare for our 50th anniversary season. “

“It has clearly been a difficult and traumatic few months for the San Diego Opera community and staff and I am very flattered to have been asked to assist the company during this challenging and transitional period,” shares Mr. Mason. “I will do everything I can to help the Board and staff maintain the company's high artistic standards and ensure its existence for many years to come.”

A Chicago native, Mason joined Lyric Opera of Chicago in 1962 and from then to 1966 was assistant to Lyric's co-Artistic Director, Pino Donati. From 1968 -1973 he worked at Lyric and other companies across the country (including 3 shows in San Diego) as a Stage Manager and Assistant Director. Mason was Lyric's Production Director from 1974-1978 and served as Artistic Administrator for San Francisco Opera in 1979 and 1980. He returned to Chicago and was Lyric's Director of Operations, in charge of the Artistic and Production Departments from 1981 - 1996. He became General Director in January 1997 and retired in October 2011.

“With his extensive knowledge of the art form and vast experience at one of the world’s finest opera companies for over 40 years, Bill is uniquely positioned to advise San Diego Opera at this important moment in its history,” said Anthony Freud, General Director of Lyric Opera of Chicago. “Opera and the arts remain as vital and vibrant as ever, and -- especially in view of the challenges facing our industry today -- it’s gratifying to see San Diego forging plans for its 50th anniversary season and beyond.”  

San Diego Opera announced its 2015 season and 50th Anniversary on May 19, 2014, after nearly two months of careful deliberations and analysis since the Company announced it was going to close at the end of the 2014 season.  During this time, the Company launched a crowd funding campaign that resulted in an unprecedented $2.1 million in public donations, of which 48% were first time donors from 6 countries and 36 States. The outpouring of public support, the unified vision expressed by the company’s management, staff, partners and contractors, and the expert advice of Opera America and the many General Directors of U.S. opera companies who weighed in with encouragement, logistical assistance and statements of solidarity, led the Board of Directors, headed by Carol Lazier, to confidently rescind the original vote to close.  Mr. Mason’s appointment ensures continuity in San Diego Opera’s artistic vision during this transitional period.

Friday, May 30, 2014

Recital de la soprano June Anderson en el Maggio Musicale Fiorentino 2014

© Copyright Simone Donati / TerraProject

Massimo Crispi

El recital de June Anderson y Jeff Cohen, que remplazó al del bajo Vitalij Kowaliow, en el programa del Maggio 2014, estaba concebido, como la misma Anderson declaró al final del concierto, para el Teatro de Châtelet de Paris. Pensado para un público francés ¿para justificar la ausencia de arias italianas en el programa? El programa, mezcló una elección de mélodies francesas en la primera parte y des songs de Musicals de Broadway en la secunda en lo que fue una “gourmandise” para los apasionados de la música rara y para los fans de la soprano estadounidense cuyas exhibiciones en el escenario escasearon en estas últimas décadas.  Se puede decir sin duda que las mélodies elegidas por Anderson no eran las mas idóneas para su voz de hoy, que a su sesenta y un años no está más la magia de joyas vocales que nos intoxicaron por mucho tiempo. También se puede añadir que el mundo íntimo, y de vez en cuando, retorcido de la mélodie entre los dos siglos (Fauré, Debussy) no es el mundo donde Anderson se mueve con ojos vendados, aún si la clase desbordante de la soprano fuera evidente. Desafortunadamente el bonito timbre hoy resulta un poco opaco y muchas suavidades de su voz, indispensables en ese repertorio, se perdieron obligándola a utilizar de vez en cuando, demasiados “portamentos”. O quizás fuera solo porque en esta ocasión la cantante/actriz no se encontraba bien con fragmentos abstractos y con textos poéticos (y músicas!) magníficos pues lejos de la representación teatral que parece ser mas fácilmente su “cup of tea”. Solamente con la obra de Poulenc, “Fancy”, “C”, y sobre todo en el último monologo “La dame de Monte-Carlo” donde, quizás por su tamaño y por la multifacética estructura dramática de esa mélodie, finalmente la tigresa del escenario se despertó y causó el delirio del público. Eso es lo que el público esperaba de ella: personajes.  La secunda parte del programa, totalmente americana y teatral, fue decididamente mas adecuado a la personalidad de la soprano, que nos regaló momentos mágicos con los fragmentos de Bernstein (“Dream of me”, de “Peter Pan” y “A little bit in love” de “Wonderful Town”), autor que ella ama mucho y que la amaba muchísimo: Anderson fue la brillante Cunegonde en la famosa grabación de “Candide” en Londres dirigida por el mismo Bernstein poco antes de fallecer.  En seguida dos canciones de Stephen Sondheim, le segunda fue la célebre “Losing my mind”, con una interpretación intima y conmovedora. Los dos fragmentos de Kurt Weill, la etapa  sucesiva, fueron cantados magníficamente: “My ship” de “Lady in the dark” y sobre todo el tango-habanera en francés “Youkali”, la isla seductora y arcana inalcanzable, metáfora de un lugar utópico donde refugiarse, le dieron a la Anderson la manera de lucir todo su charme. Gran final con dos songs de Jerome Kern: “Yesterdays” de “Roberta” y “Cant help lovin’ that man” de “Show Boat”, muy intensos. La única observación que le se puede hacer a la artista es que la gama de los songs de musical es demasiado central y comprimida para la extensa voz de soprano lírico ligero de Anderson, pero su interpretación fue tan intensa, quizás enriquecida por la edad y la experiencia, que se le puede perdonar todo. También el pianista Jeff Cohen, que en la primera parte no estuvo más que correcto, sin particulares esguinces interpretativos, en el segundo tiempo del recital se puso más cautivante.  Bis, con voz cansada pero con verve, con dos arias de su amado Rossini: “Giusto ciel” de “Maometto II” y la brillante aria “La fioraia fiorentina”, donde el público reencontró la amiga belcantista de un tiempo. Teatro medio vacío, sin saber porqué, pero el público feliz. Y, efectivamente, escuchando a artistas como Anderson, al final de su carrera pero en buena forma vocal, como pasó la semana pasada aquí en Florencia con Devia, solo puede tranquilizar a los fans que la magia podrá durar un poco más. 

Maggio Musicale Fiorentino 2014. Firenze, Teatro Goldoni, 25 maggio. Recital June Anderson e Jeff Cohen.

© Copyright Simone Donati / TerraProject

Massimo Crispi

Il recital di June Anderson e Jeff Cohen, in sostituzione di quello del basso Vitalij Kowaliow, annunciato nel programma, era pensato per lo Châtelet di Parigi, come ha dichiarato la stessa Anderson alla fine del concerto. Pensato per un pubblico d’oltralpe, si dovrebbe quindi supporre, quasi per giustificare l’assenza di repertorio italiano nel programma? Invece il programma misto di mélodies francesi nella prima parte e di songs da Musical nella seconda si annunciava ghiotto per gli appassionati di rarità e per i fans del soprano statunitense le cui apparizioni in palcoscenico si sono, purtroppo, diradate nel tempo. Diciamo che, forse, le mélodies scelte dalla Anderson non erano tra le più adatte alla sua voce di oggi, che, a sessantuno anni, non è più quella magia di preziosismi vocali con cui ci aveva viziato. Diciamo anche che, forse, il mondo intimo e talvolta contorto della mélodie tra i due secoli (Fauré, Debussy) non è proprio il mondo in cui la Anderson si muoveva a occhi bendati, anche se la classe della star debordava da ogni lato. Purtroppo il bel timbro si è opacizzato un po’ e molte morbidezze della sua voce, necessarie in questo repertorio, si sono perse, tanto da costringerla a fare un uso talora eccessivo di portamenti. O forse solo perché in questa occasione la cantante/attrice non rendeva bene pezzi astratti con testi poetici (e musiche!) splendidi ma lontani dalla rappresentazione teatrale che più facilmente sembra essere la sua tazza da tè. Solo con Poulenc finalmente si accendeva la fiamma dell’attrice di razza, soprattutto nell’ultimo monologo, “La dame de Monte-Carlo” dove, forse a causa della lunghezza e della poliedrica struttura drammatica della mélodie, la tigre del palcoscenico si risvegliava e faceva andare in delirio il pubblico. È esattamente ciò che il pubblico si attendeva da lei: dei personaggi. La seconda parte del programma, tutta americana e tutta teatrale, era decisamente più consona alla personalità del soprano, che ci ha regalato momenti magici con Bernstein (“Dream of me”, da “Peter Pan” e “A little bit in love” da “Wonderful Town”), autore a lei molto caro e che l’amava molto: fu lei la pirotecnica Cunegonde della famosa registrazione di “Candide” diretta a Londra dall’autore stesso, poco prima della sua scomparsa. Di seguito, due canzoni di Stephen Sondheim, la seconda delle quali era la celebre “Losing my mind”, in un’interpretazione intimista e commovente. I due brani di Kurt Weill, la tappa successiva, sono stati mirabilmente risolti: sia “My ship” da “Lady in the dark” che il tango-habanera in francese “Youkali”, l’isola seducente e arcana che non si può raggiungere, metafora di un luogo utopico ove rifugiarsi, hanno dato modo alla Anderson di sfoderare tutto il suo charme. Gran finale con due brani di Jerome Kern: “Yesterdays” da “Roberta” e “Cant help lovin’ that man” da “Show Boat”, quest’ultimo assai intenso. L’unico appunto che si poteva fare all’artista era che la tessitura dei songs fosse decisamente troppo centrale e piatta per l’estesa voce di soprano lirico leggero della Anderson. Pecca perdonata, comunque, da una grande interpretazione che l’età e l’esperienza arricchiscono, senz’ombra di dubbio. Anche la parte pianistica di Jeff Cohen, che nel primo tempo appariva semplicemente corretta, senza guizzi interpretativi degni di nota, nel secondo è apparsa più partecipativa e coinvolgente. Bis, a voce stanca ma con verve notevole, con l’amato Rossini: “Giusto ciel” da “Maometto II” e la brillante aria “La fioraia fiorentina”, dove il pubblico ha ritrovato l’abile belcantista a cui era affezionato. Teatro mezzo vuoto, chissà perché, ma spettatori felici. E, in effetti, ascoltare degli immensi artisti come la Anderson, alla fine della carriera ma ancora in buona forma vocale (come è successo per Mariella Devia la settimana scorsa sempre qui a Firenze), può solamente rassicurare i fans che la magia si prolungherà ancora.

Ana Elisa Mena fue nombrada primera bailarina de la Compañía Nacional de Danza, Palacio de Bellas Artes, México D.F

Foto: INBA

La Compañía Nacional de Danza (CND) del Instituto Nacional de Bellas Artes (INBA) ha sido, durante el medio siglo de su existencia, escuela, semillero y referente de los grandes intérpretes de la danza en nuestro país, dijo la directora general del INBA, María Cristina García Cepeda, al finalizar la última función de la temporada del ballet Giselle en el Palacio de Bellas Artes, el jueves 29 de mayo, y antes de anunciar el nombramiento de Ana Elisa Mena como primera bailarina de la CND, en reconocimiento a su talento, profesionalismo y disciplina. Entre aplausos y ovaciones del público, Ana Elisa Mena, emocionada y agradecida, fue felicitada en el escenario por la titular del INBA; por la directora de la CND, Laura Morelos, y por algunos de sus compañeros. La bailarina aseguró que el nombramiento fue una sorpresa, pues los bailarines solo fueron notificados de que, al concluir la función, la directora general del INBA daría algunas palabras. “No puedo creerlo todavía. Estoy muy contenta. Toda mi vida la he dedicado a la danza. Mi mamá fue mi maestra y desde muy pequeña nuestros esfuerzos estuvieron dirigidos al ballet. Estaba en la escuela y todo mundo sabía que yo iba a ser bailarina. Siempre.” La intérprete aseguró que este nuevo cargo en la CND también representa una gran responsabilidad. “Ahora deberé hacer lo que todos están esperando de mí. La edad me ayuda, porque soy joven, y tengo todo el empeño para seguir hasta que mi cuerpo aguante.” Anteriormente, como solista de la CND, ya había protagonizado otros ballets, como La cenicienta, El cascanueces y El lago de los cisnes. Por ello, agradeció a la directora de la CND. “Si Laura Morelos no me hubiera dado estas oportunidades yo no estaría aquí. Desde que entró a la CND confió en mí y como bailarina eso se agradece. Entonces, que me haya escogido y yo haya cumplido, y que siguiera dándome roles principales, confiando en mí y exigiéndome, se agradece muchísimo.” Ana Elisa Mena nació en Saltillo, Coahuila, en 1990. Después de estudiar con su madre, en el sistema de la Royal Academy of Dance de Londres, continuó su preparación a los 17 años en el Miami Ballet School, hasta 2010. Ha participado en certámenes como el Genée International Ballet Competition, en Gran Bretaña, y el Concurso Nacional de Ballet Clásico Infantil y Juvenil, en México, así como en cursos impartidos por docentes de la Royal Academy of Dance de Londres, como Lynn Wallis y Debra Wayne. Ingresó a la CND en 2010, donde fue solista, hasta su nombramiento como primera bailarina.

Tuesday, May 27, 2014

Ofrecerá Francisco Araiza Gala Strauss en Bellas Artes de México.


Con un repertorio de lied, el poema sinfónico "Don Juan" y escenas de las óperas "Ariadna en Naxos" y "La mujer sin sombra", el tenor Francisco Araiza ofrecerá la Gala Strauss en el Palacio de Bellas Artes. El programa del domingo 1 de junio fue seleccionado por Araiza, quién estará acompañado por dos de sus discípulas, la coreana Joo-Hee Jung y la croata Marija Vidovic, para conmemorar los 150 años del compositor alemán Richard Strauss, el más importante después de Richard Wagner. Araiza ha hecho suyo el repertorio de lied, el género de los reyes, disciplina en la que se educó en México bajo la guía de Erika Kubascek. "Me fui de México como cantante liederista. Es la disciplina que más libertad da al cantante y requiere mayor grado de investigación, cada sílaba guarda un secreto escondido. Es un trabajo minucioso que, si lo aplicas a todo el repertorio, da un resultado fantástico, algo que no se tiende a hacer en el canto operístico", dijo Araiza, en conferencia de prensa en la sala Adamo Boari del Palacio. El tenor, con 40 años de carrera internacional, sugirió entrenar más a los cantantes mexicanos en esta disciplina. La gala está programada el 1 de junio a las 17:00 horas, con Srba Dinic al frente de la Orquesta del Teatro de Bellas Artes. Araiza celebró el triunfo del tenor Javier Camarena en el Metropolitan Opera House y reveló otra hazaña, poco difundida, del tenor veracruzano, quien fue su alumno en Zúrich. Contó que en el primer ensayo de El Barbero de Sevilla, título con el que Camarena debutó en la casa de ópera neoyorquina, la orquesta le brindó un aplauso de pie, algo sólo antes conseguido por los directores Carlos Kleiber y Christian Thielemann con "El caballero de la rosa" de Strauss. "Tiene un don único y no aspira al protagonismo absoluto, tiene una humildad verdadera de alguien que sabe que desde la segunda fila puede meter goles", dijo Araiza, quien lo invitó al Opernstudio de Zürich por sus dotes excepcionales.

Monday, May 26, 2014

Elektra de Strauss en el Teatro alla Scala de Milán

Foto: Brescia & Amisano

Massimo Viazzo

Altos muros grises daban marco a una escena que parecía casi una prisión, en la que vivían las tres mujeres fuertes y carismáticas, protagonistas de la opera de Strauss. Esta fue la ambientación de la Elektra de la Scala, el último espectáculo firmado por Patrice Chéreau antes de su muerte, repuesta aquí con gran cuidado por Vincent Huguet. Esta producción se originó en Aix-en-Provence en julio del 2013 trata con evidencia los rasgos de la poética del director francés con una escena desnuda, austera, atemporal dentro de la cual el mito se hace teatro burgués cargándose de agitaciones reales y reflejos psicoanalíticos. Así, la recitación es muy minuciosa para analizar las más secretas emociones que se transmiten al espectador de modo directo y de manera fulgurante. El merito fue también para una compañía de canto, casi perfecta, dominada por Evelyn Herlitzius en forma brillante. Su Elektra convenció por el gran magnetismo emitido y por seguridad en su canto, rico de inflexiones y claroscuros, muy solida en los agudos que fueron precisos y firmes.  Waltraud Meier diseñó una Klymtemnenstra psicológicamente atormentada, con una esculpida presencia escénica y Adrianne Pieczkonka con la suavidad de su canto dio voz a una Chrysothemis exuberante y determinada.  Para recordar también estuvo el Oreste de René Pape, con su timbre seductor y aterciopelado, con una linea vocal muy musical.  Pero también todos los cantantes que interpretaron los papeles menors (como Donald McIntyre, Franz Mazura y Roberta Alexander) supieron dar lo mejor de si. La conduccion de Esa-Pekka Salonen se hizo apreciar por la lucidez de su concertación y por el cuidado de los empastes instrumentales.  Salonen supo infundir a la orquesta un tono de inexorabilidad alucinada en todo lo que sucedía sobre el escenario para lograr un resultado artístico memorable.   

Elektra di Strauss - Teatro Alla Scala Milano

Foto: Marco Brescia & Rudy Amisano

Massimo Viazzo

Alte mura grigie incorniciavano una scena che sembrava quasi una prigione, la prigione in cui vivono le tre donne forti e carismatiche, protagoniste dell’opera di Strauss. Questa era l’ambientazione dell’Elektra scaligera, l’ultimo spettacolo firmato da Patrice Chéreau prima della morte, ora ripreso con grande cura da Vincent Huguet. Questo allestimento, nato ad Aix-en-Provence nel luglio del 2013 porta con evidenza i tratti della poetica del regista francese, con una scena spoglia, austera, atemporale, all’interno della quale il mito si fa teatro borghese caricandosi di turbamenti reali e riflessi psicoanalitici. Così la recitazione è minuziosissima nell’analizzare le più segrete emozioni che vengono trasmesse allo spettatore in modo diretto e a tratti folgorante. Merito anche di una compagnia di canto, pressoché perfetta, dominata da una Evelyn Herlitzius in forma smagliante. La sua Elektra ha convinto per il grande magnetismo sprigionato e per la sicurezza del canto, ricco di inflessioni e chiaro-scuri, e saldissimo sugli acuti, precisi e fermissimi. Waltraud Meier ha disegnato una Klytemnestra psicologicamente tormentata, di presenza scenica scolpita e Adrianne Pieczonka con la morbidezza del suo canto ha dato voce ad una Chrysothemis volitiva e determinata. Da ricordare anche l’Orest di René Pape, di timbrica seducente e vellutata, e con una linea vocale musicalissima. Ma anche tutti i cantanti che interpretavano le parti di fianco (c’erano anche Donald McIntyre, Franz Mazura e Roberta Alexander) hanno saputo dare il meglio. La direzione di Esa-Pekka Salonen si è fatta apprezzare per la lucidità della concertazione e per la cura degli impasti strumentali. Salonen ha saputo infondere all’orchestra un tono di inesorabilità allucinata in un tutt’uno con quello che avveniva sul palcoscenico per un risultato artistico memorabile.